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Assieme a Alfio Krancic parliamo (con leggerezza) di ius scholae, Kamala Harris, Ucraina, Olimpiadi e altre follie.
Assieme a Alfio Krancic parliamo (con leggerezza) di ius scholae, Kamala Harris, Ucraina, Olimpiadi e altre follie.
Alfio Krancic, possiamo definirla il primo vignettista italiano orgogliosamente non di sinistra, dopo Guareschi?
«Penso di sì, e credetemi, non è un lavoro facile».
Perché?
«Emergere è stato faticoso. Dopo il ’68 la sinistra aveva occupato militarmente anche la satira, usandola come mezzo di lotta politica. La destra all’epoca pensava ad altro. Insomma, nella mia vita professionale ho dovuto sfondare dei muri».
Sul suo sito si definisce così: «Disegnatore non riconosciuto dalla Cupola di sinistra e dalla Cupolina di destra».
«Ancora oggi i disegnatori di sinistra godono della pubblicità assicurata della stampa a loro affine. Penso a Vauro, a Mastrangelo. Loro sempre sotto i riflettori, sono le star: io nel cono d’ombra».
Come se lo spiega?
«Nella satira in Italia ci sono dei tabù che non si possono toccare. La Nato, per esempio. E poi, più recentemente, le politiche sanitarie, il vaccino anti Covid, per non parlare delle teorie gender. Chi si avvicina a quegli argomenti è morto».
Ci sono anche personaggi effettivamente intoccabili?
«Certamente non ti puoi avvicinare al presidente della Repubblica, che oggi è diventata una figura sacrale, con un’aura di santità che francamente non mi spiego. Quando certi giornalisti parlano del presidente, sembra stiano dicendo messa. Non sempre è stato così».
Lei però non arretra neanche dinanzi al Quirinale?
«Quando trovo lo spunto giusto, non ho problemi a tirare per la giacchetta Mattarella, come del resto ho sempre fatto, da Scalfaro in poi. Qual è il problema?».
E poi è praticamente l’unico a ironizzare sui migranti. Altro tema molto delicato.
«Ecco, in quel caso per me è come giocherellare con i fili dell’alta tensione. Non mi pongo limiti: migranti, gay, arcobaleni. Tutto merita di essere caricaturizzato».
E perché?
«Perché la satira vera deve perlomeno provare, ogni tanto, senza fare gli eroi, a spernacchiare il potere. E il potere oggi altro non è che il politicamente corretto, e chi lo impone».
Conseguenze?
«Mi becco ogni volta del nazista e dello xenofobo. Ma continuo a pensarla così: oggi non c’è più satira di destra e sinistra. Il discrimine è un altro: chi fa satira deve inchinarsi a certi totem, oppure no?».
Mi dica chi si inchina.
«Quelli che alla fine disegnano le solite lagne. Prendi Biani, su Repubblica. Non si propone di divertire, o di dileggiare il sistema: semplicemente è satira lacrimevole».
Lacrimevole?
«Madri con bambini che affondano sui barconi. Non punta a far ridere, semmai a far piangere».
Dunque?
«Dunque è satira di partito, più che di parte. Sono messaggi politici su carta da disegno».
Lei ha sempre avuto il pallino della politica estera. Un tema non esattamente popolare.
«Sono nato a Fiume, figlio di profughi. Sulle foibe ci sono ancora tanti libri da scrivere. In quella tragedia ho conosciuto gente che ha vissuto nell’ombra, vergognandosi di dire anche dov’era nata».
I suoi disegni sulle foibe hanno sempre fatto scandalo.
«Napolitano era in visita in Croazia. Lo disegnai sopra la foiba vestito da partigiano, insieme al soldato titino. Titolo: “Album di famiglia”».
Risultato?
«Dovevo fare una mostra a Firenze, e il Pd del quartiere Ztl fece saltare tutto. Dopo tanti anni, la sinistra ha inghiottito a forza il boccone amaro delle foibe. Ma quel pasto pesante crea ogni anno reflussi gastrici dolorosi».
Ma oggi è più facile fare satira politica rispetto a vent’anni fa?
«Al contrario, è più difficile. Oggi i politici si prendono già in giro da soli. Per un umorista diventa complicato satireggiare».
Solo questo?
«La Schlein, per dire, mi stuzzica molto. Ma per giocare su qualcuno devo prima capirlo. E solo per tradurre le frasi involute di Elly ci impiego una giornata».
Però?
«Però la segretaria ha comunque una figura riconoscibile, veste stravagante, porta i pantaloni scampanati. È una buona base».
E Giorgia Meloni?
«Non gradisco quando si stende troppo sulla linea atlantica. Deve ricordarsi da dove arriva, e risfoderare l’anima sovranista».
È mai stato censurato?
«Ogni tanto. A volte, per evitare guai, quasi mi autocensuro. Anche perché come con la frizione, ogni tanto mi scappa la matita. Comunque ci sono episodi esilaranti».
Raccontiamone uno.
«Parata del 2 giugno, tutti i leader sfilavano davanti all’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi. Disegno Gianfranco Fini alto alto, poi Bossi, D’Alema, e infine Berlusconi, come sempre, un po’ meno alto».
E poi?
«Mi arriva una telefonata dalla redazione: “Alfio, la vignetta è bellissima. Solo una cortesia: non è che potresti allungare Berlusconi?”».
Il Cav l’ha mai conosciuto?
«Mai di persona. È stato senza dubbio l’alfa e l’omega della satira italiana degli ultimi trent’anni. Ed è stato anche il più grande bersaglio degli umoristi, che su di lui si sono accaniti senza sosta, sul pubblico e sul privato».
Ma i politici le telefonano mai?
«Telefonate dei politici ne arrivano poche: querelano direttamente. Ma fortunatamente, alla fine in qualche modo mi salvo sempre».
Estimatori?
«Antonio Fazio, l’ex governatore della Banca d’Italia, mi chiamava sempre ogni volta che appariva nelle vignette. Voleva gli originali per appenderseli in casa».
Come ha cominciato?
«Pagine semiclandestine, negli anni Settanta. C’era La voce della fogna di Marco Tarchi, un gruppuscolo di artisti e poeti maledetti, tra cui Franco Cardini».
Vicini alla politica?
«Orientati verso il Msi, ma di fatto eravamo anarchici, punzecchiavamo anche a destra. Della linea del partito non ce ne fregava niente. E infatti ci cacciarono dopo pochi mesi».
Perché?
«Avevamo il vizio di amare la monarchia di diritto divino. Cioè, in pratica pensavamo che la rivoluzione francese fosse stata un tragico errore».
Leggermente fuori dall’arco costituzionale, insomma.
«Eravamo tradizionalisti, antirisorgimentali, non incasellabili. Figuriamoci la reazione dei dirigenti dell’epoca».
E il salto quando avvenne?
«Conobbi Giano Accame, il direttore del Secolo, che mi propose di disegnare. Ma la svolta vera arrivò quando Feltri mi chiamò all’Indipendente. Un quotidiano epico».
Si ricorda la prima vignetta in quella vetrina nazionale?
«Sul caso Sofri. C’era una padella con verdure che ribollivano. Titolo: “Sofritto”».
E il debutto a Il Giornale?
«Ricordo che mi telefonò Maurizio Belpietro per commissionarmi una vignetta di stampo economico, sui Btp. Il caso vuole che siano ancora d’attualità. Iniziò per me un’avventura appassionante».
Davvero?
«Sono stato sempre bene, anche se negli ultimi tempi i miei lavori erano un po’ “occultati”…».
Come mai è finita l’esperienza al Giornale, dopo trent’anni?
«A fine agosto mi dicono che rientro nei tagli al personale. Poi mi arriva una raccomandata dell’amministrazione molto scarna. Tutto qui».
Si aspettava altro?
«Non dico incassare una buonuscita, ma in effetti, dopo tanti anni di lavoro, un saluto affettuoso mi avrebbe fatto piacere».
Come si spiega la rottura?
«Ho visto che al mio posto c’è “Osho”. Probabilmente volevano un’altra impronta satirica. Ma non porto rancore».
Magari Krancic era troppo scomodo?
«Forse è anche colpa di una mia vignetta su Michela Murgia di qualche giorno fa, quando la scrittrice era ancora in vita».
Quale vignetta?
«Il sindaco leghista di Ventimiglia assume dei guardiani per evitare che i migranti dormano nei cimiteri. La Murgia protesta. E io la ritraggo su una lapide, con la scritta “Dopo i porti aperti, cimiteri aperti”».
Un po’ forte, in effetti.
«Qualche giorno dopo Michela Murgia scompare, e peraltro mi sono molto dispiaciuto.. Resto fermo diversi giorni, Augusto Minzolini mi chiama per dirmi che c’era perplessità su quella mia vignetta. E lì capisco che forse qualcosa si è rotto».
Pentito per quel disegno?
«No. L’umorismo nero esiste in tutti i Paesi europei. È un cazzotto nello stomaco per chi legge, ma fa parte del mestiere. Berlusconi è stato dileggiato anche post mortem, e nessuno ha avuto da ridire».
E adesso?
«E adesso, alla mia età, sono orgogliosamente sul mercato».
E nel frattempo?
«Continuo a disegnare, tutti i giorni, ma per me stesso. D’altra parte, è la mia vita».
Non ama essere chiamato «vignettista», preferisce «disegnatore satirico». Ma ti corregge con un sorriso bonario, e il marcato accento toscano, senza un filo di irritazione. Satira, per Alfio Krancic, non vuol dire necessariamente cattiveria. Scorrettezza, quella sì. «E di questi tempi è dura, durissima, discostarsi dal pensiero unico». Nato a Fiume nel 1948, profugo a Firenze nella prima infanzia, ha trasformato la sua passione in professione negli anni Ottanta, partendo dalla Gazzetta di Firenze, passando nel 1992 a L’Indipendente chiamato da Vittorio Feltri e poi nel 1994 al Giornale, dove tutt’ora pubblica una vignetta quotidiana. Lo raggiungiamo telefonicamente in questi giorni di festa, lo troviamo in compagnia della gatta Stellina - «che io chiamo Pippina, e mi risponde lo stesso» - e della moglie Donatella, con la quale tra due anni saranno nozze d’oro.
Che cosa vuol dire fare satira per Krancic?
«Occorre uno sguardo che definirei distorto sulla realtà. Cinico, se vogliamo, sì è il termine più esatto. Serve il cinismo che ti fa cogliere le contraddizioni dentro ai fatti dell’attualità, estrapolandone la parte che non si vede subito, con disincanto e non per forza con cattiveria. Anche se a volte si userebbe volentieri il kalashnikov, di questi tempi (lo dice ridendo, ndr)».
Tempi di pandemia, intende?
«Eh, insomma, la situazione è davvero triste. Assistiamo, impotenti, e tocca subire in silenzio, senza poter incidere più di tanto».
Si può far satira su contagi, green pass e mascherine?
«La farei anche, a dire il vero. Perché di cose che non quadrano ne vedo, e tante. Ma finisce che quel che mi invento su questo tema preferisco pubblicarlo sui social o sul mio blog. È vietato parlar male dei vaccini, dei virologi, di questo e quell’altro. Con la narrativa ufficiale, il pensiero unico che domina, la satira soffre. Ci sono umoristi di corte, che seguono le direttive. Ma non è da me».
Krancic è scorretto, addirittura di destra, si dice. Conferma?
«Oggi sono proprio un cane sciolto. Ho lavorato anche per Il Secolo d’Italia e La Padania e sono stato a manifestazioni leghiste. Poi ho chiuso, dal Papeete in poi. Perché quel governo con i grillini fu un suicidio politico. E anche oggi Salvini rischierebbe grosso, se si andasse a elezioni».
E far satira sulla politica oggi si può?
«La politica è il sale della satira, ma che vuoi fare con un governo di maggioranza larghissima, in cui non puoi toccare da Renzi a Salvini? Forse puoi ritrarre i 5 stelle, quelli sì, ma è come sparare sulla Croce rossa: ormai sono in ritirata totale. C’è totale unanimità dell’opinione pubblica verso Draghi e i suoi ministri».
Pubblica online quindi per fare una sorta di resistenza?
«Esatto. E viene apprezzata, funziona. Anche se su Facebook non posso più farlo: sono stato espulso».
Censurato?
«In tempi non sospetti, mica di recente. Nel 2018 ci fu la lettera aperta di Laura Boldrini a Zuckerberg, chiedeva di dare uno stop all’odio sui social network. Di lì a poco, fui cancellato. Non sospeso, ma epurato così, di punto in bianco».
Che cosa aveva pubblicato?
«Non ricordo, a dire il vero, ma allora pubblicavo tutti i giorni contro la sinistra, sull’immigrazione. Ma anche su Twitter i miei amici non mi vedono, sa? Credo di essere oscurato. Ho 35.000 follower e inizialmente avevo migliaia di “mi piace”, ora al massimo un centinaio. Strano, no?».
Chi sono stati nella sua carriera i più permalosi tra i suoi bersagli?
«A dire il vero con me si usa da sempre una strategia ben definita: ignorarmi. Così, immagino, non vogliono dar modo di parlare di me, o cose del genere. Andavo spesso in tv, prima del 2000. Da Vespa, su Rai 3, da Gad Lerner… poi a un certo punto è calato il silenzio».
Ha avuto la percezione di aver dato fastidio?
«Non so come definire altrimenti questo isolamento. Ogni tanto mi sento un fantasma che si agita tra le notizie. Sono sempre stato ritenuto uno da tenere a distanza, per le mie posizioni classificate “di destra”. C’è stata una breve parentesi in cui sono tornato “notiziabile”, quando il Pd ha vietato una mia mostra sulle foibe. Ma bene o male prima la visibilità la avevo, ora zero. Beh, ora sto parlando con lei, a dire il vero».
Infatti. Mi dice su chi le piacerebbe fare satira oggi, come forma di resistenza?
«Non su Mario Draghi, perché è un personaggio talmente sfuggente sotto certi aspetti che mi risulta davvero difficile inquadrarlo, non dà appigli, mi sembra una statua di neve, o di ghiaccio. Gli altri politici offrono tutti spunti, se si potesse».
Anche Sergio Mattarella?
«Su Mattarella farei decine di vignette, se non fosse circondato da quell’aura di sacralità. Son tutti santi e intoccabili oggi. Ha visto cosa è successo al collega di Treviso, Beppe Fantin, che ha fatto satira sulla vicenda della scarcerazione dei boss mafiosi? È stato minacciato pure di morte. Bei tempi quando gli inquilini del Colle erano bersagliati dalla satira. Su Scalfaro feci forse centinaia di episodi. E pure su Napolitano».
Quando sono cambiate le cose?
«La svolta è stata la pandemia. La vignetta, da che mondo è mondo, la puoi intendere come offesa, o come riflessione. Ma oggi ci sono gli intoccabili».
I personaggi che più ha amato in carriera?
«Ho iniziato ai tempi di Tangentopoli. D’Alema oggi è scomparso, ma ebbe periodi da numero uno. E poi Berlusconi, ovviamente».
Anche al Giornale?
«Le racconto un aneddoto che mi fa ancora sorridere: un giorno mandai in via Negri una vignetta che ritraeva Berlusconi a capo della sfilata per il 2 giugno, a mo’ di generale. Lo feci non molto alto, anche perché non lo è. Mi telefonò un redattore: potresti alzarlo un po’ di statura, per favore?».
Dice che chiamarono da Arcore?
«Ma no, era semplicemente un atteggiamento più realista del re, una forma preventiva di difesa».
Aspetti pratici: quanto ci vuole a disegnare una vignetta?
«Ora sono al mio record: spesso ci metto solo mezz’ora. In 33 anni mi sono impratichito. La cosa più complessa è farsi venire l’idea».
La mattina parte con la rassegna stampa?
«Esatto. Poi mi dedico alle commissioni quotidiane, intanto la mente elabora. Nel pomeriggio ricomincio a rimuginare e poi alle 19-20 sono al tavolo da disegno. Entro le 21 devo inviare».
Come è arrivato a fare questo mestiere?
«Partì quasi per gioco, con alcuni amici dell’università: mettemmo a punto un giornaletto ciclostilato sulle nostre scoperte, artigianale, raccontava avvenimenti buffi. Fu un successo, catalogato anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze. Poi però sono stato impiegato per 15 anni in una azienda di moda, anche perché mi sono sposato presto, a 26 anni io e lei a 22, nel 1974. L’anno dopo aspettavamo nostro figlio. Lei si è poi laureata, io no. Dovevo lavorare. Finché l’azienda non ha chiuso e ho scoperto che mi pagavano anche abbastanza bene a fare disegni per un magazine di imprenditori qui in Toscana».
Nasce a Fiume, fu profugo a Firenze. Cosa ricorda di quei primi anni della sua infanzia?
«Restammo in una ex caserma con altre famiglie per ben sei anni, finché i miei non poterono permettersi una casa in affitto. Babbo divenne cuoco in un hotel. Ho ricordi vividi di quel periodo. Il freddo e il caldo esagerati, le coperte di iuta a far da separatori tra le camere».
Su Twitter lei si presenta scrivendo «non so chi io sia».
«Sicuramente quell’esperienza mi ha segnato. Questa è una terra rossa, e ci facevano sentire come alieni. Mica come oggi, che si fa buonismo sull’accoglienza. Alle scuole medie mentivo sulle mie origini. Dicevi Fiume, e pensavano fossimo tutti fascisti, e invece mio padre era democristiano. Poi, per reazione, a 14 anni mi sono iscritto al Movimento sociale».
Con convinzione?
«Non troppa, a dire il vero. Ma in opposizione ai comunisti quello c’era».
Ci restò per molto?
«Un anno soltanto (ride, ndr): insieme a tanti amici, tra cui il professor Franco Cardini, presto ci espulsero perché ci rifiutammo di andare a manifestare contro gli austriacanti a Bolzano. Noi eravamo già per certi aspetti dei proto-leghisti, il nazionalismo già allora non ci convinceva».
Ne fu dispiaciuto?
«Anzi, accolsi l’espulsione come una liberazione, finalmente uscivo dalla politica attiva. Sono sempre stato un bastian contrario».
Alfio Krancic è uno tra i vignettisti più noti e caustici in Italia. È politicamente scorretto, come dev'essere chi voglia fare satira non di regime, e corrosivo come tutti i fiorentini. Lui in realtà è toscano d'adozione: è nato a Fiume nel 1948, dopo che la Dalmazia era già passata alla Jugoslavia comunista. Quando aveva pochi mesi, la sua famiglia trovò riparo in un campo profughi di Firenze, dal quale Krancic uscì a 6 anni. I comunisti non gli stanno granché simpatici. E neppure «il clima intimidatorio», parole sue, che oggi regna in Italia per chi non segue la corrente.
Quali sono i suoi margini di libertà oggi?
«Attorno a me si sta stringendo un cerchio mica da poco. Il clima è da caccia alle streghe».
Allo stregone, nella fattispecie.
«Mi hanno espulso da Facebook e oscurato su Twitter».
Su Facebook non può pubblicare?
«Ero su Facebook da 10 anni, sospeso e riammesso più volte. Improvvisamente, poco prima delle elezioni del marzo 2018, mi cancellano. Non sono più potuto rientrare e non ho potuto recuperare nulla, foto, scritti, disegni, tutto andato perso».
Che cosa le hanno contestato?
«Di non seguire le regole standard, la solita menata che scrivono loro quando ti sospendono».
Lei che ha fatto?
«Ho continuato sull'altro social, Twitter, dove ho oltre 30.000 follower. Ogni volta che mettevo una vignetta o facevo un commento partivano quei 1.000-2.000 like, ritwittate a bizzeffe. Ora se pubblico qualcosa ho 10 retweet e una decina di like».
Che è successo?
«Qualcuno che se ne intende di queste cose mi ha spiegato che sono sotto uno “shadow ban"».
Un blocco ombra?
«Un oscuramento. Mi vedono pochissime persone. Questo è quanto. A quel punto mi sono spostato su Vk».
Vkontakte? Il social russo?
«Dove stanno arrivando migliaia di persone. Siamo una banda di fuoriusciti, sembra di essere durante il fascismo».
Una colonia di esiliati.
«È una cosa comica se uno ci pensa».
Si è preso una querela anche da Francesca Angeli, la giornalista romana di Repubblica che vive sotto scorta.
«Questa è una storia curiosa. Non sono stato denunciato per una vignetta ma per un commento che misi sotto una sequenza di foto della Angeli ripresa in una trasmissione di Formigli. Erano tutte immagini con boccacce ed espressioni strane. La sequenza era stata pubblicata da Alessandro Meluzzi. Sotto ci scrissi: “Che orrore di donna, povero marito". In senso ironico, non ci sarebbe manco bisogno di dirlo. E mi sono ritrovato con una denuncia per diffamazione sulla groppa. E con me Meluzzi e un'altra ventina di commentatori».
Siete a processo?
«Sono rinviato a giudizio, la prima udienza è a giugno 2020. Il pubblico ministero è Christine von Borries, quella che ha sostenuto l'accusa contro i genitori di Renzi. È una tosta, mi aspetto di tutto».
Come vede la commissione Segre?
«La vedo male. Con la storia dell'interpretazione estensiva dei giudici, non so dove si va a finire. Chi mi garantisce che non mi capiti un giudice che interpreta a modo suo? Oggi uno non ha molte armi per difendersi se si trova da una certa parte politica. Sono molto preoccupato».
Come rappresenterebbe questo clima?
«C'è una vignetta sul mio blog. Un treno con diversi vagoni: uno per i razzisti, uno per i sovranisti, gli omofobi eccetera. L'ultimo è vuoto: è per quelli che credono di essere al sicuro. L'atmosfera è pesante».
Ha sentito i cori razzisti contro Balotelli?
«Non ho capito se ci sono stati o no, dal sindaco di Verona in giù non hanno sentito nulla. Naturalmente se fosse vero, sarebbe da condannare. Io comunque non mi fido, potrebbero essere stati anche dei provocatori che volevano creare uno scandalo: guarda caso, è capitato proprio in questo ambaradan di antisemitismo, razzismo e compagnia bella. Sono armi usate contro i sovranisti e chi la pensa in un certo modo, non ci sono dubbi».
È un complotto? Non c'è razzismo in Italia?
«Il terrore della sinistra sono quelli che si oppongono a questa Europa e all'euro: li definiscono sovranisti e per combatterli gli appiccicano addosso pure la nomea di razzisti perché si oppongono anche all'immigrazione fuori controllo. Come del resto la maggior parte degli italiani».
Sono accuse false?
«Sono accuse puramente strumentali che fanno parte del loro modo di portare la guerra ideologica contro gli avversari politici».
Chi fa satira da sinistra è più tutelato?
«Lì non ci sono problemi, possono offendere, insultare, diffamare, come Ellekappa che raffigurò Salvini come un maiale o come Vauro l'altra sera in tv. Loro hanno tutte le coperture, con le corazzate giornalistiche che fanno opinione e scudo. Se offendono, dicono che è per reazione all'odio sparso dai fasciosovranisti. Ovviamente ci aggiungono del loro, e noi dobbiamo tacere. Loro spargono odio ma dicono che è colpa della destra».
Trent'anni fa lei collaborava con Repubblica. Come si trovava?
«Mandai le prime vignette al Secolo d'Italia e alla redazione toscana di Repubblica. Direttore Mario Sconcerti. Gli chiesi: come la mettiamo se i miei disegni non collimano con la vostra linea politica?».
E lui?
«Nessun problema. Ora sarebbe impensabile».
Si restringe la libertà di stampa e di satira?
«Certo. E questo porta all'autocensura. Se devi fare una vignetta che potrebbe essere tacciata di razzismo, antisemitismo, omofobia e chi più ne ha più ne metta, ci pensi prima di pubblicarla, sempre che te la pubblichino».
La satira dovrebbe essere una zona franca?
«Dovrebbe, ma oggi non lo è più. Sui social la censura esiste: ti cancellano subito, e questo è un fatto gravissimo. Sui giornali ci sono le querele. Anche se finiscono in un nulla di fatto, sono una forma di intimidazione. Ti tocca andare dall'avvocato, pagarlo, andare in udienza, presentare ricorso. Anche se vinci hai perso tempo e salute. Per evitare queste cose uno che fa?».
Abbassa il tiro.
«C'è anche da dire che la mia parte politica non prende troppo le mie difese. Vauro imperversa anche su Mediaset, Sgarbi il Diario l'ha fatto fare a Staino. Noi a destra non siamo mai contati un piffero, mai che un politico mi abbia citato. Di recente alla trasmissione della Palombelli hanno mostrato una mia vignetta con Renzi che dice a Conte: “Giuseppi stai sereno". Ci fosse stato uno che abbia detto: questa vignetta è di Krancic. C'è sempre questo complesso d'inferiorità verso la sinistra. Una palla immensa».
Ha avuto grossi guai per le sue vignette?
«Qualche querela. La più grossa mi capitò al Giornale con Belpietro direttore. C'era un articolo su uno, in passato vicino al terrorismo, che si era candidato al Parlamento in un partito di estrema sinistra. Feci una vignetta con il simbolo delle Brigate rosse sopra quello del partito. Fummo querelati io, Belpietro e il giornalista che aveva scritto il pezzo».
Come finì?
«Gli avvocati trovarono un accordo prima di finire in tribunale. Avevano chiesto qualcosa come 1 milione di euro. Fu allora che mi posi davvero il problema: se mi condannano che faccio? Scappo in Uruguay?».
Le capita di autocensurarsi?
«Mi pongo qualche limite anche se cerco di dire le cose con libertà. Non è facile esprimersi quando la libertà viene coartata. Spero di non dovere chiedere asilo politico alla Russia».
Se il centrodestra vincesse le elezioni?
«Spero in un cambiamento ma non ho grande fiducia. Una cosa è essere al governo, un'altra è avere il potere. La sinistra ha in mano scuola, magistratura, media, finanza: non so come il centrodestra potrebbe cambiare in poco tempo questa situazione. E comunque ho sempre la paura che da qui alle elezioni non ci sia qualche inchiesta giudiziaria che metta i bastoni tra le ruote a Salvini e compagnia».
Ha nostalgia di Laura Boldrini che è stato uno dei suoi bersagli prediletti?
«Un must. Mi manca, lo ammetto».
Oggi si deve accontentare di Di Maio.
«Nessuno dà grandi spunti».
Renzi?
«Per carità».
Zingaretti?
«È un brav'uomo, ride sempre, beato lui che è contento. Sembra uno che passa per caso. Però una certa ironia te la fa venire».
Toninelli?
«Quand'era ministro lo bersagliavano soprattutto i vignettisti di sinistra».
Mattarella?
«Con Napolitano è diventato difficile toccare il Quirinale. Quando l'Italia bombardò la Serbia nel 1999 c'era Scalfaro presidente: fu lui ad autorizzare i cannoneggiamenti. Gli aerei partivano dalla base di Gioia del Colle, così disegnai Scalfaro contento con la scritta “Gioia del Colle". Oggi non so se una vignetta così sarebbe possibile».

