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Assieme a Alfio Krancic parliamo (con leggerezza) di ius scholae, Kamala Harris, Ucraina, Olimpiadi e altre follie.
Assieme a Alfio Krancic parliamo (con leggerezza) di ius scholae, Kamala Harris, Ucraina, Olimpiadi e altre follie.
Alfio Krancic, possiamo definirla il primo vignettista italiano orgogliosamente non di sinistra, dopo Guareschi?
«Penso di sì, e credetemi, non è un lavoro facile».
Perché?
«Emergere è stato faticoso. Dopo il ’68 la sinistra aveva occupato militarmente anche la satira, usandola come mezzo di lotta politica. La destra all’epoca pensava ad altro. Insomma, nella mia vita professionale ho dovuto sfondare dei muri».
Sul suo sito si definisce così: «Disegnatore non riconosciuto dalla Cupola di sinistra e dalla Cupolina di destra».
«Ancora oggi i disegnatori di sinistra godono della pubblicità assicurata della stampa a loro affine. Penso a Vauro, a Mastrangelo. Loro sempre sotto i riflettori, sono le star: io nel cono d’ombra».
Come se lo spiega?
«Nella satira in Italia ci sono dei tabù che non si possono toccare. La Nato, per esempio. E poi, più recentemente, le politiche sanitarie, il vaccino anti Covid, per non parlare delle teorie gender. Chi si avvicina a quegli argomenti è morto».
Ci sono anche personaggi effettivamente intoccabili?
«Certamente non ti puoi avvicinare al presidente della Repubblica, che oggi è diventata una figura sacrale, con un’aura di santità che francamente non mi spiego. Quando certi giornalisti parlano del presidente, sembra stiano dicendo messa. Non sempre è stato così».
Lei però non arretra neanche dinanzi al Quirinale?
«Quando trovo lo spunto giusto, non ho problemi a tirare per la giacchetta Mattarella, come del resto ho sempre fatto, da Scalfaro in poi. Qual è il problema?».
E poi è praticamente l’unico a ironizzare sui migranti. Altro tema molto delicato.
«Ecco, in quel caso per me è come giocherellare con i fili dell’alta tensione. Non mi pongo limiti: migranti, gay, arcobaleni. Tutto merita di essere caricaturizzato».
E perché?
«Perché la satira vera deve perlomeno provare, ogni tanto, senza fare gli eroi, a spernacchiare il potere. E il potere oggi altro non è che il politicamente corretto, e chi lo impone».
Conseguenze?
«Mi becco ogni volta del nazista e dello xenofobo. Ma continuo a pensarla così: oggi non c’è più satira di destra e sinistra. Il discrimine è un altro: chi fa satira deve inchinarsi a certi totem, oppure no?».
Mi dica chi si inchina.
«Quelli che alla fine disegnano le solite lagne. Prendi Biani, su Repubblica. Non si propone di divertire, o di dileggiare il sistema: semplicemente è satira lacrimevole».
Lacrimevole?
«Madri con bambini che affondano sui barconi. Non punta a far ridere, semmai a far piangere».
Dunque?
«Dunque è satira di partito, più che di parte. Sono messaggi politici su carta da disegno».
Lei ha sempre avuto il pallino della politica estera. Un tema non esattamente popolare.
«Sono nato a Fiume, figlio di profughi. Sulle foibe ci sono ancora tanti libri da scrivere. In quella tragedia ho conosciuto gente che ha vissuto nell’ombra, vergognandosi di dire anche dov’era nata».
I suoi disegni sulle foibe hanno sempre fatto scandalo.
«Napolitano era in visita in Croazia. Lo disegnai sopra la foiba vestito da partigiano, insieme al soldato titino. Titolo: “Album di famiglia”».
Risultato?
«Dovevo fare una mostra a Firenze, e il Pd del quartiere Ztl fece saltare tutto. Dopo tanti anni, la sinistra ha inghiottito a forza il boccone amaro delle foibe. Ma quel pasto pesante crea ogni anno reflussi gastrici dolorosi».
Ma oggi è più facile fare satira politica rispetto a vent’anni fa?
«Al contrario, è più difficile. Oggi i politici si prendono già in giro da soli. Per un umorista diventa complicato satireggiare».
Solo questo?
«La Schlein, per dire, mi stuzzica molto. Ma per giocare su qualcuno devo prima capirlo. E solo per tradurre le frasi involute di Elly ci impiego una giornata».
Però?
«Però la segretaria ha comunque una figura riconoscibile, veste stravagante, porta i pantaloni scampanati. È una buona base».
E Giorgia Meloni?
«Non gradisco quando si stende troppo sulla linea atlantica. Deve ricordarsi da dove arriva, e risfoderare l’anima sovranista».
È mai stato censurato?
«Ogni tanto. A volte, per evitare guai, quasi mi autocensuro. Anche perché come con la frizione, ogni tanto mi scappa la matita. Comunque ci sono episodi esilaranti».
Raccontiamone uno.
«Parata del 2 giugno, tutti i leader sfilavano davanti all’allora presidente Carlo Azeglio Ciampi. Disegno Gianfranco Fini alto alto, poi Bossi, D’Alema, e infine Berlusconi, come sempre, un po’ meno alto».
E poi?
«Mi arriva una telefonata dalla redazione: “Alfio, la vignetta è bellissima. Solo una cortesia: non è che potresti allungare Berlusconi?”».
Il Cav l’ha mai conosciuto?
«Mai di persona. È stato senza dubbio l’alfa e l’omega della satira italiana degli ultimi trent’anni. Ed è stato anche il più grande bersaglio degli umoristi, che su di lui si sono accaniti senza sosta, sul pubblico e sul privato».
Ma i politici le telefonano mai?
«Telefonate dei politici ne arrivano poche: querelano direttamente. Ma fortunatamente, alla fine in qualche modo mi salvo sempre».
Estimatori?
«Antonio Fazio, l’ex governatore della Banca d’Italia, mi chiamava sempre ogni volta che appariva nelle vignette. Voleva gli originali per appenderseli in casa».
Come ha cominciato?
«Pagine semiclandestine, negli anni Settanta. C’era La voce della fogna di Marco Tarchi, un gruppuscolo di artisti e poeti maledetti, tra cui Franco Cardini».
Vicini alla politica?
«Orientati verso il Msi, ma di fatto eravamo anarchici, punzecchiavamo anche a destra. Della linea del partito non ce ne fregava niente. E infatti ci cacciarono dopo pochi mesi».
Perché?
«Avevamo il vizio di amare la monarchia di diritto divino. Cioè, in pratica pensavamo che la rivoluzione francese fosse stata un tragico errore».
Leggermente fuori dall’arco costituzionale, insomma.
«Eravamo tradizionalisti, antirisorgimentali, non incasellabili. Figuriamoci la reazione dei dirigenti dell’epoca».
E il salto quando avvenne?
«Conobbi Giano Accame, il direttore del Secolo, che mi propose di disegnare. Ma la svolta vera arrivò quando Feltri mi chiamò all’Indipendente. Un quotidiano epico».
Si ricorda la prima vignetta in quella vetrina nazionale?
«Sul caso Sofri. C’era una padella con verdure che ribollivano. Titolo: “Sofritto”».
E il debutto a Il Giornale?
«Ricordo che mi telefonò Maurizio Belpietro per commissionarmi una vignetta di stampo economico, sui Btp. Il caso vuole che siano ancora d’attualità. Iniziò per me un’avventura appassionante».
Davvero?
«Sono stato sempre bene, anche se negli ultimi tempi i miei lavori erano un po’ “occultati”…».
Come mai è finita l’esperienza al Giornale, dopo trent’anni?
«A fine agosto mi dicono che rientro nei tagli al personale. Poi mi arriva una raccomandata dell’amministrazione molto scarna. Tutto qui».
Si aspettava altro?
«Non dico incassare una buonuscita, ma in effetti, dopo tanti anni di lavoro, un saluto affettuoso mi avrebbe fatto piacere».
Come si spiega la rottura?
«Ho visto che al mio posto c’è “Osho”. Probabilmente volevano un’altra impronta satirica. Ma non porto rancore».
Magari Krancic era troppo scomodo?
«Forse è anche colpa di una mia vignetta su Michela Murgia di qualche giorno fa, quando la scrittrice era ancora in vita».
Quale vignetta?
«Il sindaco leghista di Ventimiglia assume dei guardiani per evitare che i migranti dormano nei cimiteri. La Murgia protesta. E io la ritraggo su una lapide, con la scritta “Dopo i porti aperti, cimiteri aperti”».
Un po’ forte, in effetti.
«Qualche giorno dopo Michela Murgia scompare, e peraltro mi sono molto dispiaciuto.. Resto fermo diversi giorni, Augusto Minzolini mi chiama per dirmi che c’era perplessità su quella mia vignetta. E lì capisco che forse qualcosa si è rotto».
Pentito per quel disegno?
«No. L’umorismo nero esiste in tutti i Paesi europei. È un cazzotto nello stomaco per chi legge, ma fa parte del mestiere. Berlusconi è stato dileggiato anche post mortem, e nessuno ha avuto da ridire».
E adesso?
«E adesso, alla mia età, sono orgogliosamente sul mercato».
E nel frattempo?
«Continuo a disegnare, tutti i giorni, ma per me stesso. D’altra parte, è la mia vita».
Non ama essere chiamato «vignettista», preferisce «disegnatore satirico». Ma ti corregge con un sorriso bonario, e il marcato accento toscano, senza un filo di irritazione. Satira, per Alfio Krancic, non vuol dire necessariamente cattiveria. Scorrettezza, quella sì. «E di questi tempi è dura, durissima, discostarsi dal pensiero unico». Nato a Fiume nel 1948, profugo a Firenze nella prima infanzia, ha trasformato la sua passione in professione negli anni Ottanta, partendo dalla Gazzetta di Firenze, passando nel 1992 a L’Indipendente chiamato da Vittorio Feltri e poi nel 1994 al Giornale, dove tutt’ora pubblica una vignetta quotidiana. Lo raggiungiamo telefonicamente in questi giorni di festa, lo troviamo in compagnia della gatta Stellina - «che io chiamo Pippina, e mi risponde lo stesso» - e della moglie Donatella, con la quale tra due anni saranno nozze d’oro.
Che cosa vuol dire fare satira per Krancic?
«Occorre uno sguardo che definirei distorto sulla realtà. Cinico, se vogliamo, sì è il termine più esatto. Serve il cinismo che ti fa cogliere le contraddizioni dentro ai fatti dell’attualità, estrapolandone la parte che non si vede subito, con disincanto e non per forza con cattiveria. Anche se a volte si userebbe volentieri il kalashnikov, di questi tempi (lo dice ridendo, ndr)».
Tempi di pandemia, intende?
«Eh, insomma, la situazione è davvero triste. Assistiamo, impotenti, e tocca subire in silenzio, senza poter incidere più di tanto».
Si può far satira su contagi, green pass e mascherine?
«La farei anche, a dire il vero. Perché di cose che non quadrano ne vedo, e tante. Ma finisce che quel che mi invento su questo tema preferisco pubblicarlo sui social o sul mio blog. È vietato parlar male dei vaccini, dei virologi, di questo e quell’altro. Con la narrativa ufficiale, il pensiero unico che domina, la satira soffre. Ci sono umoristi di corte, che seguono le direttive. Ma non è da me».
Krancic è scorretto, addirittura di destra, si dice. Conferma?
«Oggi sono proprio un cane sciolto. Ho lavorato anche per Il Secolo d’Italia e La Padania e sono stato a manifestazioni leghiste. Poi ho chiuso, dal Papeete in poi. Perché quel governo con i grillini fu un suicidio politico. E anche oggi Salvini rischierebbe grosso, se si andasse a elezioni».
E far satira sulla politica oggi si può?
«La politica è il sale della satira, ma che vuoi fare con un governo di maggioranza larghissima, in cui non puoi toccare da Renzi a Salvini? Forse puoi ritrarre i 5 stelle, quelli sì, ma è come sparare sulla Croce rossa: ormai sono in ritirata totale. C’è totale unanimità dell’opinione pubblica verso Draghi e i suoi ministri».
Pubblica online quindi per fare una sorta di resistenza?
«Esatto. E viene apprezzata, funziona. Anche se su Facebook non posso più farlo: sono stato espulso».
Censurato?
«In tempi non sospetti, mica di recente. Nel 2018 ci fu la lettera aperta di Laura Boldrini a Zuckerberg, chiedeva di dare uno stop all’odio sui social network. Di lì a poco, fui cancellato. Non sospeso, ma epurato così, di punto in bianco».
Che cosa aveva pubblicato?
«Non ricordo, a dire il vero, ma allora pubblicavo tutti i giorni contro la sinistra, sull’immigrazione. Ma anche su Twitter i miei amici non mi vedono, sa? Credo di essere oscurato. Ho 35.000 follower e inizialmente avevo migliaia di “mi piace”, ora al massimo un centinaio. Strano, no?».
Chi sono stati nella sua carriera i più permalosi tra i suoi bersagli?
«A dire il vero con me si usa da sempre una strategia ben definita: ignorarmi. Così, immagino, non vogliono dar modo di parlare di me, o cose del genere. Andavo spesso in tv, prima del 2000. Da Vespa, su Rai 3, da Gad Lerner… poi a un certo punto è calato il silenzio».
Ha avuto la percezione di aver dato fastidio?
«Non so come definire altrimenti questo isolamento. Ogni tanto mi sento un fantasma che si agita tra le notizie. Sono sempre stato ritenuto uno da tenere a distanza, per le mie posizioni classificate “di destra”. C’è stata una breve parentesi in cui sono tornato “notiziabile”, quando il Pd ha vietato una mia mostra sulle foibe. Ma bene o male prima la visibilità la avevo, ora zero. Beh, ora sto parlando con lei, a dire il vero».
Infatti. Mi dice su chi le piacerebbe fare satira oggi, come forma di resistenza?
«Non su Mario Draghi, perché è un personaggio talmente sfuggente sotto certi aspetti che mi risulta davvero difficile inquadrarlo, non dà appigli, mi sembra una statua di neve, o di ghiaccio. Gli altri politici offrono tutti spunti, se si potesse».
Anche Sergio Mattarella?
«Su Mattarella farei decine di vignette, se non fosse circondato da quell’aura di sacralità. Son tutti santi e intoccabili oggi. Ha visto cosa è successo al collega di Treviso, Beppe Fantin, che ha fatto satira sulla vicenda della scarcerazione dei boss mafiosi? È stato minacciato pure di morte. Bei tempi quando gli inquilini del Colle erano bersagliati dalla satira. Su Scalfaro feci forse centinaia di episodi. E pure su Napolitano».
Quando sono cambiate le cose?
«La svolta è stata la pandemia. La vignetta, da che mondo è mondo, la puoi intendere come offesa, o come riflessione. Ma oggi ci sono gli intoccabili».
I personaggi che più ha amato in carriera?
«Ho iniziato ai tempi di Tangentopoli. D’Alema oggi è scomparso, ma ebbe periodi da numero uno. E poi Berlusconi, ovviamente».
Anche al Giornale?
«Le racconto un aneddoto che mi fa ancora sorridere: un giorno mandai in via Negri una vignetta che ritraeva Berlusconi a capo della sfilata per il 2 giugno, a mo’ di generale. Lo feci non molto alto, anche perché non lo è. Mi telefonò un redattore: potresti alzarlo un po’ di statura, per favore?».
Dice che chiamarono da Arcore?
«Ma no, era semplicemente un atteggiamento più realista del re, una forma preventiva di difesa».
Aspetti pratici: quanto ci vuole a disegnare una vignetta?
«Ora sono al mio record: spesso ci metto solo mezz’ora. In 33 anni mi sono impratichito. La cosa più complessa è farsi venire l’idea».
La mattina parte con la rassegna stampa?
«Esatto. Poi mi dedico alle commissioni quotidiane, intanto la mente elabora. Nel pomeriggio ricomincio a rimuginare e poi alle 19-20 sono al tavolo da disegno. Entro le 21 devo inviare».
Come è arrivato a fare questo mestiere?
«Partì quasi per gioco, con alcuni amici dell’università: mettemmo a punto un giornaletto ciclostilato sulle nostre scoperte, artigianale, raccontava avvenimenti buffi. Fu un successo, catalogato anche dalla Biblioteca nazionale di Firenze. Poi però sono stato impiegato per 15 anni in una azienda di moda, anche perché mi sono sposato presto, a 26 anni io e lei a 22, nel 1974. L’anno dopo aspettavamo nostro figlio. Lei si è poi laureata, io no. Dovevo lavorare. Finché l’azienda non ha chiuso e ho scoperto che mi pagavano anche abbastanza bene a fare disegni per un magazine di imprenditori qui in Toscana».
Nasce a Fiume, fu profugo a Firenze. Cosa ricorda di quei primi anni della sua infanzia?
«Restammo in una ex caserma con altre famiglie per ben sei anni, finché i miei non poterono permettersi una casa in affitto. Babbo divenne cuoco in un hotel. Ho ricordi vividi di quel periodo. Il freddo e il caldo esagerati, le coperte di iuta a far da separatori tra le camere».
Su Twitter lei si presenta scrivendo «non so chi io sia».
«Sicuramente quell’esperienza mi ha segnato. Questa è una terra rossa, e ci facevano sentire come alieni. Mica come oggi, che si fa buonismo sull’accoglienza. Alle scuole medie mentivo sulle mie origini. Dicevi Fiume, e pensavano fossimo tutti fascisti, e invece mio padre era democristiano. Poi, per reazione, a 14 anni mi sono iscritto al Movimento sociale».
Con convinzione?
«Non troppa, a dire il vero. Ma in opposizione ai comunisti quello c’era».
Ci restò per molto?
«Un anno soltanto (ride, ndr): insieme a tanti amici, tra cui il professor Franco Cardini, presto ci espulsero perché ci rifiutammo di andare a manifestare contro gli austriacanti a Bolzano. Noi eravamo già per certi aspetti dei proto-leghisti, il nazionalismo già allora non ci convinceva».
Ne fu dispiaciuto?
«Anzi, accolsi l’espulsione come una liberazione, finalmente uscivo dalla politica attiva. Sono sempre stato un bastian contrario».

