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2022-07-05
Svolta dei medici: basta tamponi
Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile.
Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.
È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.
Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».
In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».
Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».
Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.
Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.
Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili»
Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso.
Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere.
«Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza.
«A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti».
Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
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Dagli infettivologi friulani a Matteo Bassetti al primario del Niguarda, tutti d’accordo: i test a tappeto fanno grossi danni. «I pazienti arrivano per altre patologie, poi li scopriamo positivi e la gestione diventa un problema. Senza contare i colleghi costretti a rimanere a casa».Il prof Massimo Crapis: «Per separare gli infetti, non riusciamo a ricoverare pazienti con Tbc».Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile. Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-medici-basta-tamponi-2657608642.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-primari-sappellano-al-friuli-test-solo-ad-anziani-e-fragili" data-post-id="2657608642" data-published-at="1656988742" data-use-pagination="False"> Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili» Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso. Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere. «Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza. «A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti». Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
Ansa
Nel suo intervento, Trump ha rivendicato l’ampiezza dei poteri del futuro Consiglio: «Una volta che questo comitato sarà completamente formato, potremo fare praticamente tutto ciò che vogliamo», ha affermato, precisando che l’azione avverrà «in collaborazione con le Nazioni Unite». Tuttavia, al momento, Russia e Cina non hanno accettato l’invito ad aderire. Anche alleati storici degli Usa, come Regno Unito e Francia, hanno espresso forti riserve, temendo che il nuovo organismo possa legittimare regimi autoritari, incluso quello del presidente russo Vladimir Putin.
Nei giorni precedenti alla cerimonia, anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu si era detto contrario sia al Board of Peace sia al Comitato esecutivo incaricato di supervisionare, insieme a un governo tecnico palestinese, il cessate il fuoco e la ricostruzione di Gaza. Secondo Netanyahu, l’assetto previsto lasciava troppo spazio a Turchia e Qatar, Paesi ostili allo Stato ebraico. Nelle ultime ore, tuttavia, la posizione israeliana si è ammorbidita, un cambio di rotta che fonti diplomatiche attribuiscono a pressioni statunitensi. Le perplessità di Londra sono state esplicitate dal ministro degli Esteri Yvette Cooper, che in un’intervista alla Bbc ha detto che l’Inghilterra non aderirà per ora al comitato. Pur ribadendo il sostegno al Piano di pace per Gaza, Cooper ha definito il Board «un trattato legale che solleva questioni molto più ampie», citando in particolare il possibile coinvolgimento di Putin. Analoga diffidenza viene registrata a Parigi, Pechino e Mosca, dove si teme che l’organismo finisca sotto il controllo diretto di Trump, ridimensionando di fatto il ruolo del Consiglio di sicurezza dell’Onu e il diritto di veto dei suoi membri permanenti.
Anche diversi Paesi più piccoli, che vedono nelle Nazioni Unite il principale forum multilaterale, guardano con sospetto all’iniziativa.
Formalmente, il Board of Peace nasce per coordinare la ricostruzione della Gaza del dopoguerra. Ma lo statuto, redatto dalla Casa Bianca, va oltre: l’obiettivo è «promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dal conflitto», senza limiti geografici espliciti.
La presentazione politica è stata accompagnata da una forte impronta economica. Dopo l’introduzione del segretario di Stato Marco Rubio, che ha lodato la capacità di Trump di «rendere trattabile ciò che sembrava irrisolvibile», e l’intervento emotivo dell’inviato speciale Steve Witkoff, la scena è stata dominata da Jared Kushner. Il genero del presidente ha illustrato un piano in 20 punti per Gaza con un linguaggio da sviluppatore immobiliare: slide, rendering e titoli come «New Gaza» e «Prosperity» hanno trasformato la pacificazione in un vero e proprio masterplan economico. «La pace è un deal diverso da un affare commerciale», ha spiegato, invitando gli investitori presenti a cogliere le «incredibili opportunità».
Trump ha inoltre chiesto ai Paesi che aspirano a un seggio permanente nel consiglio di contribuire con un miliardo di dollari ciascuno. «Farà il lavoro che le Nazioni Unite avrebbero dovuto fare», ha dichiarato, difendendo l’ipotesi di un ruolo per la Russia. Da Mosca, Putin ha risposto aprendo alla possibilità di versare un miliardo di dollari, a condizione di poter utilizzare beni russi congelati, secondo quanto riportato dall’agenzia Tass.
Nei principali Paesi occidentali lo scetticismo resta diffuso. Anche Germania Norvegia, Svezia e Svizzera hanno già escluso l’adesione, mentre l’Italia di Giorgia Meloni si trova di fatto bloccata da vincoli costituzionali. Altri governi preferiscono attendere, ma il debutto del Board of Peace ha già aperto una frattura significativa nel sistema multilaterale tradizionale.
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La famiglia Trevallion (Ansa)
Come noto, infatti, un imprenditore locale, mesi fa, aveva messo a disposizione uno stabile di sua proprietà, in cui i Trevallion avrebbero potuto stabilirsi gratuitamente in attesa che la loro abitazione fosse rimessa a nuovo. Ma, invece di consentire che la famiglia si riunisse sotto un tetto comune, il tribunale ha deciso di tenerla separata: il padre da una parte, i figli e la madre dentro la casa protetta, a loro volta separati. In pratica, i contribuenti pagano per fare soffrire ancora genitori e figli.
Purtroppo non è finita qui. Oggi, era noto da tempo, avrebbe dovuto prendere il via la perizia psicologica sui genitori richiesta dal tribunale e affidata all’esperta Simona Ceccoli. Sono settimane che questa data è fissata, eppure le istituzioni sono riuscite in un miracolo: l’inizio della valutazione psicologica è stato ulteriormente rinviato. Motivo? Manca il traduttore che dovrebbe mediare fra la psicologa e i genitori. Il risultato è che la perizia partirà probabilmente la prossima settimana. E così siamo arrivati alla fine di gennaio senza nulla di fatto. A ciò va aggiunto che la Ceccoli avrà a disposizione 120 giorni per svolgere il suo complicato lavoro. Poi ci saranno valutazioni ulteriori ed è facile fare due conti: a meno di sorprese che non sembrano essere all’orizzonte, la famiglia nel bosco ha ancora davanti lunghi mesi di separazione. Mesi costosi, che se va avanti così dovranno continuare a pagare i contribuenti abruzzesi.
«Desta allarme una dilatazione, incomprensibile, dei tempi indicati per l’inizio delle operazioni peritali», ha detto al Centro l’avvocato Danila Solinas, difensore dei Trevallion, «giacché gli stessi rischiano di risultare disancorati e, anzi, ampliare il dramma che quotidianamente vive questa famiglia per la quale ogni singolo giorno trascorso è un giorno di dolore che si aggiunge». L’avvocato ha pienamente ragione; è possibile che si continui a prolungare l’agonia di questa famiglia per ragioni così stupide? Davvero non era possibile trovare un traduttore che si presentasse nel giorno stabilito visto che c’erano settimane a disposizione?
Ora l’associazione Sos utenti fa sapere di essere disposta a fornire gratuitamente la collaborazione di una persona titolata. L’interprete individuata si chiama Paola Pica, dalla provincia di Teramo, «già consulente e traduttrice nei tribunali di Roma e provincia, nonché insegnante di lingua italiana presso varie ambasciate straniere». Chissà, magari si sarebbe potuta coinvolgere prima questa associazione per evitare di perdere tempo.
Per altro non è nemmeno la prima volta che accade qualcosa di simile. Anche con la maestra ci sono stati problemi. Ne era stata individuata una, poi non si è presentata nel giorno stabilito e la tutrice Maria Luisa Palladino ne ha dovuta reclutare un’altra. Nel frattempo, i piccoli sono rimasti da novembre a gennaio senza istruzione: ben peggio di quanto accadeva quando stavano a casa con i genitori. Senza contare che la stessa curatrice e, in seguito, pure la nuova insegnante hanno rilasciato dichiarazioni in lungo e in largo fornendo al grande pubblico informazioni sui bambini che avrebbero dovuto rimanere riservate.
In tutto questo tempo, i Trevallion hanno dimostrato una tenuta psicologica straordinaria. Hanno cercato di mediare con il tribunale e hanno accettato di vaccinare i figli. Imposizione, quest’ultima, non necessaria né obbligatoria. Ma, a quanto pare, la tutrice Palladino intende imporre ai Trevallion di mandare i bambini alla scuola pubblica, anche se l’homeschooling in Italia è legale.
Tutto questo avviene di fatto nel disinteresse generale. È vero che sulla famiglia nel bosco escono ancora articoli di giornale e servizi televisivi, ma i Trevallion continuano a essere in balia dell’arbitrio del tribunale. Hanno subito un ricatto disgustoso, si sono dovuti piegare e, nonostante questo, la loro disponibilità non è stata presa in considerazione per mesi. Per paradosso, anche se la famiglia venisse riunita domani, il danno sarebbe già stato fatto e quanto accaduto finora sarebbe comunque da considerare una profonda ingiustizia commessa nei riguardi di genitori che non hanno maltrattato i figli ma hanno la sola colpa di essere un po’ strani. Una colpa che il tribunale dell’Aquila li costringe a scontare amaramente.
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Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 23 gennaio con Flaminia Camilletti
Giulia Bongiorno (Ansa)
Il testo originario era stato approvato all’unanimità alla Camera nel novembre scorso, al termine di un confronto diretto tra il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Si era deciso di fare una legge che desse anche una risposta politica forte. Tuttavia, in fase di stesura del testo, le parti si sono allontanate e si è acceso un duro scontro maggioranza e opposizioni. La nuova proposta, piaccia o meno, sarà votata dalla commissione Giustizia nelle prossime settimane.
Bongiorno difende la nuova impostazione come un punto di equilibrio tra tutela delle vittime e certezza del diritto: «All’interno del testo resta centrale la volontà della donna. Il nuovo documento include anche le condotte a sorpresa, come il cosiddetto freezing. Mi sembra un buon punto di equilibrio». Secondo l’avvocato leghista, il riferimento al dissenso consentirebbe di ricomprendere situazioni in cui la vittima, per choc o paralisi emotiva, non riesca a manifestare un rifiuto esplicito.
Durissime le reazioni delle opposizioni. «Per la Bongiorno e per la destra, chi subisce violenza ha l’onere di dimostrare perché non ha reagito o perché non ha detto un “no” abbastanza forte. Le leggi sulla violenza sessuale devono proteggere le vittime, non offrire nuovi alibi agli aggressori», ha attaccato la senatrice di Avs Ilaria Cucchi. Che, definendo la proposta «inaccettabile», ha anche accusato il governo di aver tradito l’impegno politico iniziale: «Quella sul consenso libero e attuale è una legge di civiltà che ribalta decenni di stereotipi. Giorgia Meloni su questa legge ci ha messo la faccia e oggi l’ha persa».
«Dalla legge sul consenso hanno tolto il consenso», attacca Laura Boldrini, deputata Pd e prima firmataria del progetto di legge iniziale sul consenso. «Il testo proposto dalla senatrice Bongiorno non solo smonta radicalmente la legge approvata all’unanimità alla Camera dei deputati, ma segna un passo indietro incredibile nella tutela delle vittime di stupro. Di consenso non si parla più. Non c’è più traccia né della parola né del concetto stesso. E, inoltre, si diminuisce la pena per chi commette uno stupro. Uno schiaffo in faccia a tutte le donne». «Un passo indietro, non solo rispetto all’accordo tra Schlein e Meloni che aveva portato all’approvazione del testo sul consenso alla Camera e rispetto alle stesse dichiarazioni di Bongiorno, ma anche rispetto alla giurisprudenza vigente e rischia quindi di rappresentare una scelta pericolosa», la reazione dei capigruppo dem di Camera e Senato, Chiara Braga e Francesco Boccia.
Per la relatrice della proposta alla Camera, la dem Michela De Biase, la proposta Bongiorno è «retrograda e pericolosa». Per Alessandro Zan, Pd, il testo è «paradossale e grave. “Sì è sì” significa indebolire la legge e soprattutto la tutela delle donne. Meno male che si erano presi del tempo per “migliorare” il testo. Questa è una presa in giro imbarazzante».
Naturalmente si esprime severissima anche la Cgil, oramai vero e proprio partito di opposizione: «Se l’esecutivo proseguirà sul concetto dell’azione contraria alla volontà della vittima, come Cgil preferiamo non avere la legge e continuare ad affidarci al diritto internazionale e agli orientamenti della giurisprudenza evitando, così, un salto indietro pesante, che si spiega solo con la misoginia della Lega di cui Bongiorno fa parte».
In difesa dell’esponente del Carroccio si schiera la collega Erika Stefani, capogruppo in commissione Giustizia: «Inaccettabili le strumentalizzazioni di queste ore delle opposizioni sul ddl in materia di consenso e violenza sulle donne. Ricordiamo ai colleghi che, trattandosi di un testo unificato, fu proprio il Pd a chiedere delle modifiche, proponendo di non innalzare ulteriormente le pene, ma di diversificarle per quanto riguardava la prima ipotesi di reato di consenso rispetto quella di atti sessuali con violenza o minaccia. Non a caso la senatrice Bongiorno, in commissione, parlò di “cascata di aggravanti”: il testo proposto prevede, infatti, una graduazione delle pene. Ora, proprio loro attaccano, politicizzando un argomento che richiederebbe la massima serietà».
Augusta Montaruli, vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, definisce le critiche a Bongiorno «ingiuste e fuori luogo» e ricorda: «Su questioni così sensibili non servono slogan né polemiche sterili, ma rispetto per il lavoro parlamentare e per chi opera con serietà nell’interesse delle vittime. Ogni altra strada rischia solo di indebolire una battaglia che dovrebbe unire tutti».
«La Bongiorno è notoriamente in prima linea da sempre su questi temi, sia come legislatore, sia come giurista, sia come protagonista di tante iniziative nella società civile», rammenta Maurizio Gasparri, capo dei senatori di Forza Italia.
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