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2022-07-05
Svolta dei medici: basta tamponi
Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile.
Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.
È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.
Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».
In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».
Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».
Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.
Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.
Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili»
Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso.
Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere.
«Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza.
«A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti».
Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
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Dagli infettivologi friulani a Matteo Bassetti al primario del Niguarda, tutti d’accordo: i test a tappeto fanno grossi danni. «I pazienti arrivano per altre patologie, poi li scopriamo positivi e la gestione diventa un problema. Senza contare i colleghi costretti a rimanere a casa».Il prof Massimo Crapis: «Per separare gli infetti, non riusciamo a ricoverare pazienti con Tbc».Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile. Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-medici-basta-tamponi-2657608642.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-primari-sappellano-al-friuli-test-solo-ad-anziani-e-fragili" data-post-id="2657608642" data-published-at="1656988742" data-use-pagination="False"> Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili» Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso. Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere. «Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza. «A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti». Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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