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2022-07-05
Svolta dei medici: basta tamponi
Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile.
Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.
È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.
Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».
In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».
Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».
Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.
Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.
Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili»
Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso.
Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere.
«Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza.
«A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti».
Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
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Dagli infettivologi friulani a Matteo Bassetti al primario del Niguarda, tutti d’accordo: i test a tappeto fanno grossi danni. «I pazienti arrivano per altre patologie, poi li scopriamo positivi e la gestione diventa un problema. Senza contare i colleghi costretti a rimanere a casa».Il prof Massimo Crapis: «Per separare gli infetti, non riusciamo a ricoverare pazienti con Tbc».Lo speciale contiene due articoli.Ci siamo rinchiusi in una gabbia mentale, abbiamo gettato la chiave e adesso ne paghiamo amaramente le conseguenze. L’ossessione per il rischio zero e la sorveglianza si è rivelata la peggiore ferita aperta dalla mala gestione del Covid degli ultimi due anni, e produce danni anche ora che il green pass non è più in funzione. Da giorni si moltiplicano gli appelli riguardanti l’aumento dei contagi, ma la crescita dei casi di positività, in sé, non rappresenta affatto un dramma. A ben vedere, gli unici veri danni che ci tocca affrontare sono quelli causati dalle cosiddette misure di protezione, le quali invece di proteggerci continuano a renderci la vita impossibile. Dopo qualche settimana di rinnovata psicosi, ora finalmente qualcuno comincia a rendersi conto del problema, e suggerisce una vita di uscita semplice quanto efficace: bisogna semplicemente, farla finita con i tamponi a tappeto. A proporre questa soluzione non sono i soliti pericolosi terrapiattisti, ma medici blasonati i quali, nei mesi passati, hanno spesso approvato i provvedimenti restrittivi, ma che ora devono fare i conti con l’amara realtà.È il caso dell’infettivologo Massimo Crapis, a capo di una delle principali strutture ospedaliere del Friuli Venezia Giulia. Assieme ad alcuni colleghi ha proposto alla Regione guidata da Massimiliano Fedriga di dismettere i test di massa. «Dobbiamo arrivare a non fare più i tamponi a chi non presenta sintomi seri della malattia», ha detto al Gazzettino. «Facciamo l’esempio di un ospedale. Oggi scopriamo positivi perché facciamo sempre il tampone a tutti. Ma nel nostro caso abbiamo persone che al massimo hanno la necessità di rimanere a casa uno o due giorni. I sintomi sono generalmente molto blandi. E se non facessimo il tampone a tutti avremo trovato sicuramente meno positivi». Insomma, bisogna limitarsi a sorvegliare gli anziani e chi soffre di altre patologie: «Dobbiamo dedicarci a loro. Sono loro che il tampone dovrebbero farlo e che la mascherina dovrebbero tenerla. Il tutto contando su monoclonali e antivirali, che ora abbiamo», afferma Crapis. A quanto sembra, queste idee sono condivise pure da Fabio Barbone, capo della task force regionale del Friuli Venezia Giulia.Un altro che cose simili le dice da tempo è Matteo Bassetti. «I tamponi bisogna smettere di farli agli asintomatici ma anche ai paucisintomatici», dichiara alla Verità. «In questo quadro i tamponi di controllo diventano una cosa senza senso». Bassetti introduce anche un altro tema centrale: la situazione delle strutture sanitarie. «Dobbiamo lavorare soprattutto sui numeri ospedalieri», dice. «Oggi su dieci pazienti che entrano, nove non arrivano per il Covid, ma per tutt’altro. Però hanno tampone positivo». Come è facile immaginare, questo modo di contare i positivi produce artificialmente un allarme ingiustificato. «Stiamo fornendo numeri, anche all’estero, che non riflettono minimamente la realtà dell’Italia», continua Bassetti. «Oggi non c’è emergenza».In realtà, un aspetto realmente emergenziale della faccenda esiste, ma a crearlo è proprio l’insistenza sui tamponi. Lo ha chiarito molto bene Massimo Puoti, primario di Malattie infettive dell’ospedale Niguarda, parlando ieri con Repubblica. La sua radiografia della situazione è precisa e inquietante. «Più che l’ondata, ci spaventa la logistica ospedaliera», ragiona il primario. «Non abbiamo mai avuto un’ondata durante l’estate e questo al nostro interno crea problemi, perché ci sono le chiusure di reparti collegate al minore afflusso di pazienti, che tra l’altro consentono le ferie del personale che sono necessarie in ragione del superlavoro di questi anni». Puoti, dal campo, conferma ciò che dice Bassetti: «L’aumento c’è, ma i pazienti entrano per mille motivi e vengono trovati positivi al Covid, anche se asintomatci o con pochi sintomi. Quindi dobbiamo tenerli isolati, come prevedono le regole. Bisogna riconvertire spazi e letti, riorganizzare tutto. Ormai siamo abituati, ma è faticoso. […] Cominciamo ad avere anche sanitari che si infettano e devono stare a casa. Questo crea ulteriori complicazioni, perché bisogna incastrare le malattie, con le ferie, con i turni per coprire i reparti pieni di pazienti. È tutto abbastanza difficile dal punto di vista logistico».Siamo di nuovo allo stesso punto. I pazienti, persino quelli molto fragili, non presentano complicazioni polmonari causate dalle nuove varianti del virus. «Nelle rianimazioni la maggior parte delle persone non ha la polmonite come nella prima e seconda ondata, ma hanno altre problematiche collaterali ed un tampone positivo», dice Puoi. E conclude: «Se non sapessimo che è il Covid e non fossimo passati da questi due anni tragici di pandemia, non saremmo in questa situazione che ha del paradossale, in fondo».Insomma, il Covid non sta dando problemi gravi, ma se si fanno tamponi si trovano i positivi, e questi positivi vanno isolati o - se si tratta di professionisti ospedalieri - devono restare a casa, provocando una carenza di personale molto difficile da fronteggiare. Eppure, ancora adesso si continuano a fare test a persone che al massimo hanno un raffreddore o qualcosa di simile. Persino Andrea Crisanti, il guru del tracciamento, è arrivato ad ammettere che la nuova ondata «sarà come una vaccinazione di massa». Certo, non ci aspettiamo che Crisanti arrivi a contestare i suoi amati tamponi, ma le sue parole contribuiscono a disegnare un quadro piuttosto chiaro.Al quale tocca aggiungere una valutazione di tipo, diciamo, psicologico. Il sistema dei tamponi e del tracciamento è una delle più robuste colonne su cui si fonda il meccanismo liberticida del green pass. Se non si provvede ora a superare la psicosi da sorveglianza, fra pochi mesi l’intera macchina discriminatoria al servizio della Cattedrale sanitaria riprenderà, fatalmente, a funzionare. C’è un solo modo per impedirlo: basta tamponi, adesso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/svolta-medici-basta-tamponi-2657608642.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tre-primari-sappellano-al-friuli-test-solo-ad-anziani-e-fragili" data-post-id="2657608642" data-published-at="1656988742" data-use-pagination="False"> Tre primari s’appellano al Friuli: «Test solo ad anziani e fragili» Ieri sera si è svolta una riunione della direzione Salute della Regione Friuli Venezia Giulia, per discutere assieme ai vari responsabili sanitari e amministrativi di problemi organizzativi legati ai ricoveri dei pazienti Covid e della possibilità di non fare più tamponi generalizzati. Proposta avanzata da tre primari di infettivologia, Massimo Crapis dell’ospedale di Pordenone, Carlo Tascini dell’unità complessa di Udine e Roberto Luzzati di Trieste, che hanno suggerito ai vertici regionali di eseguire test solo su sintomatici, anziani o popolazione a rischio. Gli altri, infatti, presentano perlopiù sintomi leggeri, trattabili a domicilio in pochi giorni e se non si facessero a tampone a tutti «avremo trovato sicuramente meno positivi», sostengono all’interno di un documento che è stato presentato, sull’opportunità una diagnostica differente escludendo pure il tampone obbligatorio all’ingresso in Pronto soccorso. Decisione non semplicissima per la Regione, ma che appare la soluzione più sensata considerando che, a fronte dei bollettini quotidiani che ripropongono numeri di contagiati e ricoverati, sono davvero pochi coloro i quali hanno bisogno di cure ospedaliere. «Il problema, semmai è un altro, ovvero l’annosa carenza di posti letto che appena crescono un po’ i ricoveri manda in sofferenza le strutture», spiega il dottor Crapis, responsabile del servizio di malattie infettive dell’Azienda sanitaria Friuli occidentale. Altro che «abbiamo strumenti che ci mancavano negli anni precedenti, nella prime fasi di battaglia contro il Covid», come sostiene il ministro della Salute, Roberto Speranza. «A Udine, il reparto di infettivologia ha 19 posti, a Trieste sono 15, a Pordenone non esisteva e si è creato un settore Covid con 24 letti. La maggior parte dei pazienti, però, ultrasettantenni, ha ben altre patologie, non sta male per il coronavirus, non dovrebbe essere curata da noi», prosegue il primario. «Tutto ciò è irragionevole per i malati, ed è frustrante per noi infettivologi, che ci troviamo in presenza di casi di Covid quasi sempre leggeri, privi di problematiche respiratorie e di complicanze, ma che non possiamo assistere nel migliore dei modi dal momento che anziani con tumori, scompensi cardiaci, disidratazione o un decadimento generalizzato hanno bisogno di altri specialisti». Crapis cita un episodio emblematico, ovvero una persona affetta da tubercolosi che la scorsa settimana è stato difficile ricoverare in reparto perché non c’era posto, malgrado fosse l’unico paziente ad avere bisogno di isolamento in quanto davvero contagioso. «Continuiamo con un modello lazzaretto, confinando persone che se non fossero risultate positive al tampone, mai sarebbero finite in malattie infettive. Invece, una volta individuati, anche se la sintomatologia grave oramai è residuale, sono sottoposti a una procedura che ormai andrebbe rivista». Il medico ribadisce che l’attenzione va spostata su anziani e persone con gravi patologie: «Sono loro che dovrebbero fare il tampone e indossare la mascherina».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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