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2020-09-23
Sventato il golpe sui servizi segreti. Il Copasir rimette in riga Giuseppi
Giuseppe Conte (Antonio Masiello, Paolo Tre, POOL via Getty Images)
Dentro le silenziose stanze di Palazzo San Macuto, dove si riunisce il Comitato per la sicurezza della Repubblica, il premier, Giuseppe Conte, fa marcia indietro. Accetta di cambiare la legge blitz sulle nomine dei vertici dei servizi infilata nottetempo nel decreto Emergenza. Era il 29 luglio, quando senza informare il Parlamento né il Copasir il premier aggiunge un articolo che gli permette di modificare in modo strutturale la legge statutaria sull'intelligence datata 2007. Pur lasciando invariato il periodo massimo per l'incarico dei direttori di Aise, Aisi, e Dis, cambia la possibilità di gestire i rinnovi portandoli a più di due.
Con la conseguenza di avviare incarichi anche per pochi mesi a discapito dell'indipendenza istituzionale dei capi dei servizi. Nello specifico il primo effetto del blitz sarebbe stato quello di permettere al numero uno dell'Aisi, Mario Parente di restare in carica. Nonostante a fine giugno il decreto amministrativo che avrebbe dovuto consentirgli un rinnovo era stato bocciato dalla Corte dei conti. La notizia del blitz solleva un polverone. E alcune testate giornalistiche si dilungano a raccontare le ricadute possibili anche sui vertici del Dis, sebbene Gennaro Vecchione sia ancora in pieno mandato. Il Copasir ad agosto si muove e cerca almeno dal punto di vista formale di avviare contatti politici che spingano Palazzo Chigi a riportare il tema nell'alveo della democrazia parlamentare. Sulle colonne della Verità interviene anche il rappresentante dem al Copasir Enrico Borghi. Anche la sua voce è critica soprattutto nei confronti delle modalità del blitz e conferma la disponibilità del Pd a trovare una soluzione in Aula. Adolfo Urso ancor più esplicitamente si muove per attaccare la decisione e al tempo stesso fornire una sorta di scialuppa politica. La scelta di Fratelli d'Italia è quella della ricomposizione del guaio e non della rottura. Anche Raffaele Volpi, presidente e rappresentante della Lega, tiene un profilo basso dal punto di vista mediatico. Salvo poi assistere assieme ai colleghi e ai rappresentanti degli altri partiti alla deflagrazione della bomba lanciata dai 5 stelle in Aula, proprio contro il premier che sostengono e hanno espresso per ben due volte.
Tre settimane fa, infatti, ben 50 grillini insorgono. La deputata che rappresenta il Movimento al Copasir, Federica Dieni, firma il testo per abrogare l'intero articolo 6 e con lei mettono la firma altri 49 onorevoli. Ne sono informati subito il leader grillino Vito Crimi, ma anche Carlo Sibilia e Angelo Tofalo rispettivamente sottosegretario all'Interno e alla Difesa. I firmatari sono un quarto del battaglione grillino alla Camera. Un numero che non può essere sottovalutato. Interviene Crimi per fare ritirare l'emendamento. Il tentativo non riesce, e così si muove Conte, mettendo direttamente la fiducia sull'intero decreto.
L'intervento manu militari del premier sfilaccia tutti i rapporti politici, ma soprattutto spinge più in là il blitz fino a trasformarlo in quella che potrebbe essere definita la peggiore riforma dei servizi degli ultimi 20 anni. Su spinta di Fratelli d'Italia e Lega Conte viene convocato davanti al Comitato per dare spiegazioni più che del contenuto della norma, della forma con cui ha posto in essere il blitz. Per capirsi, la legge lascia il massimo potere di gestione dei servizi al premier, ma certo non il potere di cambiare la legge che per definizione compete al Parlamento. Così ieri, accantonate le altre questioni bollenti (porti, liste di spionaggio cinese e 5G) le due ore di audizione sono state tutte dedicate a trovare una soluzione. Evidentemente le pressioni del Copasir e almeno quelle di metà partiti dell'arco parlamentare hanno costretto Conte a fare marcia indietro. E - magari accordandogli la possibilità di salvarsi la faccia - a soprassedere sui prossimi emendamenti. In pratica, già oggi il Senato, prendendo tra le mani il decreto Emergenza, potrebbe tentare di modificare la norma. I tempi sono però troppo stretti (non c'è la possibilità di un terzo passaggio). Così si proverà a siglare l'accordo la prossima settimana dentro il decreto Agosto. Come? Ci sono ancora sul piatto diverse ipotesi. Una delle quali prevederebbe la possibilità di legare la modifica dell'articolo in discussione allo stato di emergenza. Il che vorrebbe dire piena continuità e tempo per avviare una riforma condivisa da tutti i partiti.
«A seguito dell'audizione odierna del presidente del Consiglio, alla luce delle considerazioni svolte e condivise in tale sede, i componenti del Comitato auspicano che il Parlamento possa intervenire, in uno dei prossimi provvedimenti, sulle norme della legge 124 del 2007 in materia di nomina dei direttori delle agenzie di informazione e sicurezza, in uno spirito di collaborazione che non può e non deve mancare in un ambito così rilevante e significativo per il Paese, quale la sicurezza della Repubblica», spiega ufficialmente il presidente Volpi. In pratica, si cerca lo «spirito di collaborazione» per mettere mano a una normativa vecchia di 13 anni e che deve essere aggiornata, non solo nella parte delle nomine, ma nel suo complesso, in modo che sia «adeguata all'evoluzione del quadro istituzionale e alle nuove minacce per la sicurezza». Conte cerca di uscirne in silenzio sperando che in molti si dimentichino del blitz d'agosto. Farebbe comodo non solo a lui, e - a dire il vero - sarebbe la migliore via d'uscita per l'efficienza dello Stato. Si riparerebbe a una brutta pagina senza troppi danni. La maggioranza dem preferirebbe perseguire questa strada e lo stesso anche il centro destra che in questo momento tra lo strappo con Conte e una soluzione lungimirante per consentire ai direttori dei servizi di operare in serenità istituzionale sceglierebbe la seconda. Certo, c'è sempre la fronda grillina che incombe.
L’«Avvenire» del Vaticano è la Cina
Avvenire contro Mike Pompeo. Il quotidiano dei vescovi italiani ha di fatto criticato ieri la bocciatura, recentemente espressa dal segretario di Stato americano, dell'accordo tra la Santa Sede e la Cina. Un accordo, ricordiamolo, stipulato nel settembre del 2018. Un accordo che, salvo eclatanti sorprese, dovrebbe essere rinnovato il mese prossimo.
Avvenire ha esplicitamente parlato di «ingerenza» da parte dell'amministrazione statunitense, sostenendo che molto probabilmente lo Zio Sam non riuscirà comunque a mettere realmente in crisi quell'intesa.
«È difficile pensare», ha affermato l'articolo, «che l'uscita di Pompeo possa spostare, anche di una sola virgola, la posizione vaticana riguardo il dialogo con Pechino». A tal proposito, Avvenire ha citato la posizione del segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, secondo cui sarebbe auspicabile un prolungamento dell'accordo. In questo senso, conclude il quotidiano, «se le parole di Pompeo non cambieranno l'attitudine vaticana, può accadere invece che, paradossalmente, vadano a rafforzare l'intesa sino-vaticana. Oggi più che mai, Pechino è disposta a maggiori concessioni con interlocutori criticati piuttosto che “benedetti" da Washington».
Ricordiamo che, sabato scorso, Pompeo aveva esortato la Santa Sede a non rinnovare l'accordo con Pechino: un elemento che sarà prevedibilmente al centro della visita ufficiale che il capo della diplomazia americana effettuerà la prossima settimana in Vaticano.
Avvenire ha, come abbiamo visto, preso le difese dell'intesa e ha molto probabilmente ragione quando ritiene difficile che Pompeo sarà in grado di convincere la Santa Sede a bloccare il disgelo con la Repubblica popolare. Resta tuttavia irrisolto il problema dei contenuti. Perché, alla fine, gli Stati Uniti avranno anche un interesse politico nella loro contrarietà all'accordo (Washington teme infatti che la distensione tra Vaticano e Cina possa consentire a quest'ultima un deciso rafforzamento sul piano diplomatico). Tuttavia quanto il Dipartimento di Stato americano mette in luce non può essere ignorato. Soprattutto quando punta il dito contro la condizione dei cattolici in Cina: condizione che, nonostante l'intesa del 2018, non sembra granché migliorata rispetto al passato.
Invece di parlare (un po' sbrigativamente) di «ingerenza», sarebbe stato quindi forse meglio prima rispondere a due domande. È vero o no che la libertà religiosa in Cina risulta ancora fortemente compromessa? È vero o no che, almeno da un anno, l'amministrazione Trump sta cercando una sponda con la Santa Sede sulla difesa proprio della libertà religiosa? Per quanto riguarda la prima domanda, ricordiamo che sabato scorso Catholic news agency ha riferito che il governo cinese starebbe continuando a imprigionare sacerdoti e vescovi che si rifiutano di sostenere il Partito comunista: una situazione cupa, che riguarderebbe soprattutto la provincia dello Jiangxi. Non si capisce dunque quali siano le effettive «concessioni» che Pechino avrebbe garantito alla Santa Sede: una Santa Sede che, svincolandosi dagli Stati Uniti, gode tra l'altro di un potere negoziale particolarmente fragile davanti al dragone cinese. In riferimento alla seconda domanda, ricordiamo invece che, quando Pompeo si recò in visita in Vaticano lo scorso ottobre, si concentrò specificamente sulla questione della libertà religiosa. Tema, quest'ultimo, che – anche al di là della Cina – l'amministrazione Trump ha inserito da tempo tra i punti cardine della propria agenda politica.
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Il premier Conte, convocato dal Comitato di controllo parlamentare, fa marcia indietro dopo il blitz di agosto (con tanto di voto di fiducia) che scatenò la fronda grillina. La norma sarà corretta nel prossimo decreto.Avvenire prende (a sorpresa) le difese di Pechino contro Mike Pompeo. Il capo della diplomazia Usa si batte per i cattolici minacciati dal regime comunista.Lo speciale contiene due articoli.Dentro le silenziose stanze di Palazzo San Macuto, dove si riunisce il Comitato per la sicurezza della Repubblica, il premier, Giuseppe Conte, fa marcia indietro. Accetta di cambiare la legge blitz sulle nomine dei vertici dei servizi infilata nottetempo nel decreto Emergenza. Era il 29 luglio, quando senza informare il Parlamento né il Copasir il premier aggiunge un articolo che gli permette di modificare in modo strutturale la legge statutaria sull'intelligence datata 2007. Pur lasciando invariato il periodo massimo per l'incarico dei direttori di Aise, Aisi, e Dis, cambia la possibilità di gestire i rinnovi portandoli a più di due. Con la conseguenza di avviare incarichi anche per pochi mesi a discapito dell'indipendenza istituzionale dei capi dei servizi. Nello specifico il primo effetto del blitz sarebbe stato quello di permettere al numero uno dell'Aisi, Mario Parente di restare in carica. Nonostante a fine giugno il decreto amministrativo che avrebbe dovuto consentirgli un rinnovo era stato bocciato dalla Corte dei conti. La notizia del blitz solleva un polverone. E alcune testate giornalistiche si dilungano a raccontare le ricadute possibili anche sui vertici del Dis, sebbene Gennaro Vecchione sia ancora in pieno mandato. Il Copasir ad agosto si muove e cerca almeno dal punto di vista formale di avviare contatti politici che spingano Palazzo Chigi a riportare il tema nell'alveo della democrazia parlamentare. Sulle colonne della Verità interviene anche il rappresentante dem al Copasir Enrico Borghi. Anche la sua voce è critica soprattutto nei confronti delle modalità del blitz e conferma la disponibilità del Pd a trovare una soluzione in Aula. Adolfo Urso ancor più esplicitamente si muove per attaccare la decisione e al tempo stesso fornire una sorta di scialuppa politica. La scelta di Fratelli d'Italia è quella della ricomposizione del guaio e non della rottura. Anche Raffaele Volpi, presidente e rappresentante della Lega, tiene un profilo basso dal punto di vista mediatico. Salvo poi assistere assieme ai colleghi e ai rappresentanti degli altri partiti alla deflagrazione della bomba lanciata dai 5 stelle in Aula, proprio contro il premier che sostengono e hanno espresso per ben due volte. Tre settimane fa, infatti, ben 50 grillini insorgono. La deputata che rappresenta il Movimento al Copasir, Federica Dieni, firma il testo per abrogare l'intero articolo 6 e con lei mettono la firma altri 49 onorevoli. Ne sono informati subito il leader grillino Vito Crimi, ma anche Carlo Sibilia e Angelo Tofalo rispettivamente sottosegretario all'Interno e alla Difesa. I firmatari sono un quarto del battaglione grillino alla Camera. Un numero che non può essere sottovalutato. Interviene Crimi per fare ritirare l'emendamento. Il tentativo non riesce, e così si muove Conte, mettendo direttamente la fiducia sull'intero decreto. L'intervento manu militari del premier sfilaccia tutti i rapporti politici, ma soprattutto spinge più in là il blitz fino a trasformarlo in quella che potrebbe essere definita la peggiore riforma dei servizi degli ultimi 20 anni. Su spinta di Fratelli d'Italia e Lega Conte viene convocato davanti al Comitato per dare spiegazioni più che del contenuto della norma, della forma con cui ha posto in essere il blitz. Per capirsi, la legge lascia il massimo potere di gestione dei servizi al premier, ma certo non il potere di cambiare la legge che per definizione compete al Parlamento. Così ieri, accantonate le altre questioni bollenti (porti, liste di spionaggio cinese e 5G) le due ore di audizione sono state tutte dedicate a trovare una soluzione. Evidentemente le pressioni del Copasir e almeno quelle di metà partiti dell'arco parlamentare hanno costretto Conte a fare marcia indietro. E - magari accordandogli la possibilità di salvarsi la faccia - a soprassedere sui prossimi emendamenti. In pratica, già oggi il Senato, prendendo tra le mani il decreto Emergenza, potrebbe tentare di modificare la norma. I tempi sono però troppo stretti (non c'è la possibilità di un terzo passaggio). Così si proverà a siglare l'accordo la prossima settimana dentro il decreto Agosto. Come? Ci sono ancora sul piatto diverse ipotesi. Una delle quali prevederebbe la possibilità di legare la modifica dell'articolo in discussione allo stato di emergenza. Il che vorrebbe dire piena continuità e tempo per avviare una riforma condivisa da tutti i partiti. «A seguito dell'audizione odierna del presidente del Consiglio, alla luce delle considerazioni svolte e condivise in tale sede, i componenti del Comitato auspicano che il Parlamento possa intervenire, in uno dei prossimi provvedimenti, sulle norme della legge 124 del 2007 in materia di nomina dei direttori delle agenzie di informazione e sicurezza, in uno spirito di collaborazione che non può e non deve mancare in un ambito così rilevante e significativo per il Paese, quale la sicurezza della Repubblica», spiega ufficialmente il presidente Volpi. In pratica, si cerca lo «spirito di collaborazione» per mettere mano a una normativa vecchia di 13 anni e che deve essere aggiornata, non solo nella parte delle nomine, ma nel suo complesso, in modo che sia «adeguata all'evoluzione del quadro istituzionale e alle nuove minacce per la sicurezza». Conte cerca di uscirne in silenzio sperando che in molti si dimentichino del blitz d'agosto. Farebbe comodo non solo a lui, e - a dire il vero - sarebbe la migliore via d'uscita per l'efficienza dello Stato. Si riparerebbe a una brutta pagina senza troppi danni. La maggioranza dem preferirebbe perseguire questa strada e lo stesso anche il centro destra che in questo momento tra lo strappo con Conte e una soluzione lungimirante per consentire ai direttori dei servizi di operare in serenità istituzionale sceglierebbe la seconda. Certo, c'è sempre la fronda grillina che incombe.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sventato-il-golpe-sui-servizi-segreti-il-copasir-rimette-in-riga-giuseppi-2647771547.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-avvenire-del-vaticano-e-la-cina" data-post-id="2647771547" data-published-at="1600813852" data-use-pagination="False"> L’«Avvenire» del Vaticano è la Cina Avvenire contro Mike Pompeo. Il quotidiano dei vescovi italiani ha di fatto criticato ieri la bocciatura, recentemente espressa dal segretario di Stato americano, dell'accordo tra la Santa Sede e la Cina. Un accordo, ricordiamolo, stipulato nel settembre del 2018. Un accordo che, salvo eclatanti sorprese, dovrebbe essere rinnovato il mese prossimo. Avvenire ha esplicitamente parlato di «ingerenza» da parte dell'amministrazione statunitense, sostenendo che molto probabilmente lo Zio Sam non riuscirà comunque a mettere realmente in crisi quell'intesa. «È difficile pensare», ha affermato l'articolo, «che l'uscita di Pompeo possa spostare, anche di una sola virgola, la posizione vaticana riguardo il dialogo con Pechino». A tal proposito, Avvenire ha citato la posizione del segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, secondo cui sarebbe auspicabile un prolungamento dell'accordo. In questo senso, conclude il quotidiano, «se le parole di Pompeo non cambieranno l'attitudine vaticana, può accadere invece che, paradossalmente, vadano a rafforzare l'intesa sino-vaticana. Oggi più che mai, Pechino è disposta a maggiori concessioni con interlocutori criticati piuttosto che “benedetti" da Washington». Ricordiamo che, sabato scorso, Pompeo aveva esortato la Santa Sede a non rinnovare l'accordo con Pechino: un elemento che sarà prevedibilmente al centro della visita ufficiale che il capo della diplomazia americana effettuerà la prossima settimana in Vaticano. Avvenire ha, come abbiamo visto, preso le difese dell'intesa e ha molto probabilmente ragione quando ritiene difficile che Pompeo sarà in grado di convincere la Santa Sede a bloccare il disgelo con la Repubblica popolare. Resta tuttavia irrisolto il problema dei contenuti. Perché, alla fine, gli Stati Uniti avranno anche un interesse politico nella loro contrarietà all'accordo (Washington teme infatti che la distensione tra Vaticano e Cina possa consentire a quest'ultima un deciso rafforzamento sul piano diplomatico). Tuttavia quanto il Dipartimento di Stato americano mette in luce non può essere ignorato. Soprattutto quando punta il dito contro la condizione dei cattolici in Cina: condizione che, nonostante l'intesa del 2018, non sembra granché migliorata rispetto al passato. Invece di parlare (un po' sbrigativamente) di «ingerenza», sarebbe stato quindi forse meglio prima rispondere a due domande. È vero o no che la libertà religiosa in Cina risulta ancora fortemente compromessa? È vero o no che, almeno da un anno, l'amministrazione Trump sta cercando una sponda con la Santa Sede sulla difesa proprio della libertà religiosa? Per quanto riguarda la prima domanda, ricordiamo che sabato scorso Catholic news agency ha riferito che il governo cinese starebbe continuando a imprigionare sacerdoti e vescovi che si rifiutano di sostenere il Partito comunista: una situazione cupa, che riguarderebbe soprattutto la provincia dello Jiangxi. Non si capisce dunque quali siano le effettive «concessioni» che Pechino avrebbe garantito alla Santa Sede: una Santa Sede che, svincolandosi dagli Stati Uniti, gode tra l'altro di un potere negoziale particolarmente fragile davanti al dragone cinese. In riferimento alla seconda domanda, ricordiamo invece che, quando Pompeo si recò in visita in Vaticano lo scorso ottobre, si concentrò specificamente sulla questione della libertà religiosa. Tema, quest'ultimo, che – anche al di là della Cina – l'amministrazione Trump ha inserito da tempo tra i punti cardine della propria agenda politica.
Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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Maria Corina Machado (Getty Images)
Nelle ultime ore erano rimbalzate voci su una frettolosa partenza per la Russia da parte della vicepresidente, ma il ministero degli Esteri di Mosca ha negato che Rodríguez si trovi nel territorio della Repubblica federale russa. Intanto, il ministro della Difesa, Vladimiro Padrino Lopez, ha schierato nel Paese le truppe ancora fedeli e ha parlato alla televisione nazionale, facendo appello al popolo e alle forze militari per resistere a quella che ha definito «una vile aggressione da parte di Washington, che viola palesemente il diritto internazionale». Alcuni ministri, come Padrino López, stanno cercando di tenere insieme il regime madurista, coagulandosi intorno al ministro dell’Interno, Diosdado Cabello, che ha dichiarato: «Alla fine di questi attacchi, vinceremo. Viva la patria! Sempre fedeli! Mai traditori». Sulla testa di Cabello, dato per morto e poi ricomparso, resta ancora una taglia da 50 milioni di dollari, come principale complice dei crimini imputati a Maduro. Alcuni generali delle forze armate da un paio di giorni sembrano aver preso le distanze dal regime, nella speranza di potersi riciclare almeno nel periodo di transizione che il Venezuela potrebbe affrontare molto presto. Una mossa avvalorata dalle dichiarazioni di Trump, che ha minacciato un pessimo futuro per ministri e dirigenti che volessero restare fedeli al regime.
Intanto, nelle strade di Caracas e soprattutto all’interno delle comunità venezuelane sparpagliate nel mondo, è scoppiata la gioia dopo l’arresto del presidente, mentre sono scomparsi dalle strade della Capitale i gruppi paramilitari che rispondevano esclusivamente al regime e che reprimevano ogni forma di dissenso con la violenza. La vicepresidente Rodríguez non è apparsa in pubblico e non ha neanche convocato un Consiglio dei ministri perché probabilmente molti di loro verranno rimossi immediatamente. L’ala dura proverà a tenere insieme i cocci del regime, ma in molti sembrano propensi ad aprire una trattativa con l’opposizione.
Trump ha ammesso che il premio Nobel per la pace, Maria Corina Machado, al momento non può essere il leader giusto per il nuovo Venezuela. «Oggi siamo pronti a far valere il nostro mandato e prendere il potere», aveva dichiarato su X il capo dell’opposizione, facendo immaginare sviluppi diversi: «Venezuelani, è arrivata l’ora della libertà! È ora di concretizzare una transizione democratica». Maria Corina Machado aveva inoltre chiesto che «Edmundo González Urrutia assuma immediatamente la presidenza del Venezuela». La Machado si era già espressa a favore dell’offensiva di Washington per fare pressione sul regime chavista, anche se aveva moderato le sue dichiarazioni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la pace. In una conferenza stampa dell’11 dicembre, la leader dell’opposizione aveva sostenuto apertamente tutte le azioni della Casa Bianca. Oggi lo scenario più probabile appare un cambiamento radicale della parte meno compromessa dei regime che possa favorire un governo di transizione.
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