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2022-11-30
Sulle armi a Kiev l’esecutivo divide Pd e M5s
(Vyacheslav Madiyevskyy/ Ukrinform/Future Publishing via Getty Images)
In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev.
Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia.
Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione».
I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato.
Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.
Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea»
La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini».
L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina.
A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
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Il governo fa ritirare in Senato l’emendamento al dl Calabria criticato dai dem. In cambio ottiene l’impegno ad approvare il decreto entro fine anno. Evitando di dare pretesti per unire la minoranza, che oggi andrà in ordine sparso. Testo unico della maggioranza.Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea». Il Vaticano subisce la protesta del Cremlino. Mosca: «Escalation causata dagli Usa».Lo speciale comprende due articoli.In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev. Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia. Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione». I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato. Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulle-armi-a-kiev-lesecutivo-divide-pd-e-m5s-2658798853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-ostacolo-dellucraina-alla-pace-fuori-i-cittadini-russi-dalla-crimea" data-post-id="2658798853" data-published-at="1669759488" data-use-pagination="False"> Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea» La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini». L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina. A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
Accordo Usa-Iran, petrolio in calo, Fed più silenziosa, deepfake elettorali, caso Platner, Newsom sotto indagine e nuovi dubbi democratici su gas e petrolio.
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L'indice misura la percezione della corruzione nel settore pubblico attraverso una scala che va da 0 a 100. Più alto è il punteggio, maggiore è la trasparenza percepita delle istituzioni pubbliche. Più basso è il valore, maggiore è invece la convinzione che il sistema politico e amministrativo sia permeabile a favoritismi, clientelismo e abuso di potere.
In cima alla classifica si confermano i soliti noti. La Danimarca occupa il primo posto seguita da Finlandia, Singapore, Nuova Zelanda e Norvegia. Non si tratta di una coincidenza. Questi Paesi condividono alcune caratteristiche fondamentali: amministrazioni pubbliche efficienti, elevata fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sistemi giudiziari indipendenti e una cultura politica che premia la trasparenza. In altre parole, sono Stati in cui il rispetto delle regole non dipende soltanto dalla presenza di leggi severe, ma da una consolidata cultura civica. All'estremo opposto della graduatoria troviamo invece Sudan del Sud, Somalia, Venezuela, Siria e Yemen. In questi casi la corruzione si intreccia con guerre civili, crisi economiche, fragilità istituzionale e spesso con la sopravvivenza stessa dello Stato. Quando le istituzioni si indeboliscono o collassano, la corruzione smette di essere una deviazione e diventa una componente strutturale del sistema.
Tuttavia, il dato più interessante del rapporto non riguarda i Paesi che occupano le prime o le ultime posizioni della classifica. La vera notizia è il progressivo deterioramento registrato in molte democrazie avanzate. Negli ultimi dieci anni il numero di Paesi che ottengono punteggi superiori a 80 punti è diminuito sensibilmente. Un segnale che, secondo Transparency International, riflette un indebolimento della fiducia nelle istituzioni pubbliche e nei meccanismi di controllo del potere. La percezione della corruzione non coincide necessariamente con la presenza di reati accertati. Rappresenta piuttosto il modo in cui cittadini, investitori e osservatori internazionali valutano il funzionamento delle istituzioni. È proprio questo elemento a rendere il dato particolarmente significativo. Quando cresce la convinzione che il potere sia influenzato da interessi privati, lobby o gruppi economici, diminuisce la fiducia nel sistema democratico.
Gli Stati Uniti rappresentano uno degli esempi più emblematici di questa tendenza. Pur rimanendo una delle principali democrazie del mondo, Washington ha registrato negli ultimi anni un progressivo peggioramento della propria posizione nell'indice. Secondo Transparency International, tra i fattori che alimentano questa percezione vi sono il crescente peso dei gruppi di pressione economica nel processo decisionale e la polarizzazione politica che caratterizza il dibattito pubblico americano. Anche l'Europa occidentale, che continua a essere la regione più virtuosa del pianeta, mostra segnali di affaticamento. Diversi Paesi hanno perso posizioni rispetto al passato e gli esperti evidenziano come il contrasto alla corruzione stia procedendo con minore efficacia rispetto agli anni precedenti. La crescente sfiducia verso le élite politiche, l'espansione delle campagne di disinformazione e la crisi di rappresentanza che attraversa molte democrazie contribuiscono a creare un clima favorevole alla percezione di una minore trasparenza. In questo contesto l'Italia continua a occupare una posizione intermedia. Il nostro Paese ha compiuto progressi rispetto al passato grazie a una serie di riforme normative e all'introduzione di strumenti più efficaci per il contrasto alla corruzione. Tuttavia resta distante dai livelli raggiunti dai Paesi nordici e continua a scontare problemi strutturali legati alla lentezza burocratica, alla complessità amministrativa e a una diffusa sfiducia nei confronti della politica.
La Svizzera, al contrario, continua a collocarsi tra i Paesi più virtuosi del mondo. La stabilità delle sue istituzioni, la qualità della pubblica amministrazione e la forte cultura della responsabilità individuale rappresentano elementi che contribuiscono a mantenere elevati standard di trasparenza. Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l'impatto economico della corruzione. Secondo numerosi studi internazionali, la presenza di fenomeni corruttivi scoraggia gli investimenti esteri, aumenta i costi delle opere pubbliche e riduce la competitività delle imprese. Quando gli appalti non vengono assegnati sulla base del merito ma delle relazioni personali o politiche, il risultato è una minore efficienza della spesa pubblica e una riduzione della qualità dei servizi offerti ai cittadini. Le conseguenze sono visibili nelle infrastrutture incompiute, nei ritardi amministrativi e nella perdita di fiducia verso lo Stato.
La corruzione produce inoltre effetti diretti sul tessuto sociale. Dove i cittadini percepiscono che le regole non sono uguali per tutti cresce il senso di ingiustizia e diminuisce la partecipazione alla vita pubblica. Non è un caso che molti dei Paesi che registrano i peggiori risultati nell'indice siano caratterizzati anche da bassi livelli di fiducia nelle istituzioni e da una forte instabilità politica. Per questo motivo la lotta alla corruzione non rappresenta soltanto una questione giudiziaria o amministrativa, ma costituisce una sfida cruciale per la tenuta delle democrazie moderne e per la crescita economica delle nazioni. Il rapporto di Visual Capitalist offre dunque una lezione importante. La corruzione non è una questione che riguarda esclusivamente il livello di ricchezza di una nazione. Esistono Paesi ricchi che peggiorano e Paesi meno sviluppati che riescono a migliorare. La differenza la fanno la qualità delle istituzioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa e la capacità di garantire controlli efficaci sull'esercizio del potere. Quando questi pilastri si indeboliscono, anche le democrazie più solide possono perdere terreno. Ed è proprio questo il messaggio più significativo che emerge dalla classifica: nessun Paese può considerarsi immune dalla corruzione e la trasparenza non è una conquista definitiva, ma un obiettivo che deve essere difeso ogni giorno e bisogna volerlo con forza.
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Domenico Arcuri (Imagoeconomica)
Ieri, ad esempio, il Pd aveva chiamato a testimoniare Giuseppe Busia, ma la sua audizione alla fine si è rivelata un boomerang: il presidente dell’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) ha infatti confermato che durante la pandemia, per l’affidamento tramite gara pubblica di una commessa da un miliardo e 250 milioni di euro, l’Anac non ha potuto eseguire controlli perché «la normativa dell’epoca prevedeva, in deroga al normale ordinamento, l’attribuzione della funzione al solo commissario per l’emergenza pandemica». Ossia Domenico Arcuri, rileva il gruppo parlamentare di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «ha agito in deroga a tutte le norme vigenti, azzerando non solo i controlli della Corte dei Conti ma anche dell’Autorità anticorruzione. Questa situazione gli ha consentito di procedere liberamente sia con la maxicommessa diretta più grande della storia d’Italia, ossia un miliardo e 251 milioni per l’importazione di mascherine inidonee, dunque pericolose per la salute, pagate il quadruplo del prezzo di mercato, sia con le altre discusse commesse».
«Busia lo ha confermato oggi», rileva Fdi, «del resto è emerso anche che, fino al protocollo collaborativo del 16 dicembre 2020 (l’accordo di vigilanza stipulato ufficialmente tra la struttura commissariale e l’Anac, che doveva servire a sottoporre a un controllo di legittimità i successivi bandi e contratti, dopo mesi di polemiche sulla gestione degli acquisti, ndr), Arcuri abbia agito senza alcuna attività di controllo di Anac. È evidente che il capo della struttura commissariale, nominato da Giuseppe Conte, abbia scelto di agire nell’ombra fintanto che gli è parso comodo, per poi concludere con l’Autorità anticorruzione un protocollo di verifica volontario con cui il controllato ha deciso cosa e quando farsi controllare dal controllore: un’assurdità», secondo Fdi. «Nessun commissario, Arcuri a parte, ha avuto uno scudo erariale, uno scudo dalla Corte dei Conti e uno scudo dall’Anac», ha commentato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid.
Il dirigente, in commissione, ha spiegato la dinamica delle procedure. «Ci siamo occupati dell’acquisizione di mascherine e camici, anche sulla base di segnalazioni ricevute. C’è stata anche una segnalazione di “whistleblowing” (segnalazione spontanea) da parte di un lavoratore di un illecito, terminata (come molte altre, ndr) con un’archiviazione. Questa indagine ci ha portato a selezionare e contattare 182 stazioni appaltanti, di cui 163 hanno fornito risposta. Da un primo vaglio - ha spiegato il presidente Anac - sono emerse analisi su mancato rispetto dei tempi di consegna, mancata consegna o consegna parziale, dettate presumibilmente dalla situazione emergenziale. Questi elementi ci hanno portato a poter aprire, sulla base della normativa dell’epoca, procedimenti specifici solo per un caso». Il problema, ha osservato Busia, è che tutte le fasi in cui si accelerano le procedure di acquisto «a dispetto della trasparenza possono dare luogo a situazioni che facilitano infiltrazioni criminali». La situazione emergenziale di allora, dunque, avrebbe dato automaticamente il via libera a opacità e mancanza di trasparenza, facilitate anche dall’assenza di una legge sull’attività di lobbying: Ne «esiste l’esigenza, e l’Italia è carente da anni», ha detto il dirigente, auspicando che il testo, già approvato alla Camera, passi anche al Senato. «Busia ci ha anche spiegato che l’Anac può valutare attualmente un’attività di controllo su quanto avvenuto durante la pandemia alla luce delle risultanze che stanno emergendo dai lavori della commissione Covid. L’auspicio è che ciò avvenga, per riparare la grave mancanza protratta fino a oggi di una valutazione su questo maxiappalto e sulle altre procedure avvenute prima del 16 dicembre 2020», ha rilevato Fdi.
L’audizione di ieri è stata anche teatro dell’ennesimo scontro tra maggioranza e opposizioni. La scorsa settimana deputati e senatori di Pd, Iv, Azione e M5s erano usciti dalla commissione protestando contro le modalità di svolgimento dei lavori, nelle settimane in cui si sta chiudendo il cerchio sull’attribuzione di alcuni appalti promossa, in epoca pandemica, dall’avvocato Luca Di Donna, vicino all’ex premier Giuseppe Conte. In rappresentanza delle opposizioni in Aula c’era soltanto il presidente dei senatori Pd Francesco Boccia, che ha rivendicato le ragioni della protesta chiedendo risposte scritte; il presidente della commissione Covid Marco Lisei (Fdi) ha replicato punto per punto: «Avete detto che non eravate stati informati e vi ho mostrato che l’ufficio della Presidenza aveva esaminato l’autorizzazione all’attività delegata. Avete rivendicato la legalità degli atti e vi ho mostrato che tutte le procedure sono avvenute nel rispetto della legalità, della prassi parlamentare e di quanto fatto anche dalle precedenti Commissioni».
«Le opposizioni lavorano per insabbiare la verità», ha commentato Buonguerrieri rispondendo all’intervento di Boccia, «chiedono lo scioglimento della Commissione proprio mentre dai lavori stanno emergendo fatti gravi che li imbarazzano. Quindi, anziché aiutarci a farli emergere, decidono di attaccare e denigrare i lavori della Commissione stessa. I lavori invece andranno avanti fino in fondo. Dopo la figuraccia senza precedenti fatta dai gruppi di opposizione la scorsa settimana sulla presunta e inesistente illegittimità sollevata in merito all’attività della Commissione», ha aggiunto la capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid. «registro come ci sia ancora il coraggio, per non dire la stolidità, di insistere su posizioni risultate essere del tutto infondate, come spiegato pubblicamente, in commissione e in ogni sede. E registro anche grandissima mancanza di coerenza, equilibrio e lucidità».
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Giuseppe Iannaccone (Ansa)
Una decisione duramente contestata da Giorgia Meloni e pure da qualche intellettuale libero come Massimo Cacciari («Se Adelphi firma il patentino non pubblicherò più con loro», ha detto il filosofo a Otto e mezzo) o l’editore di Settecolori Manuel Grillo. Ci sono però numerosi autori progressisti che la mordacchia antifa la apprezzano e anzi sostengono che il vero problema siano le uscite della Meloni. Altri, come Gianni Oliva ieri sulla Stampa, scrivono che la censura è sbagliata perché fa pubblicità agli editori destrorsi, non per altro. Insomma, il dibattito culturale è più tetro che mai.
Solo dal Centro per il libro, Più libri più liberi percepisce tra i 170.000 e i 180.000 euro. A cui si aggiungono i fondi della Regione Lazio, di Roma Capitale, della Camera di commercio... Viene da chiedersi se, a fronte di certe esibizioni di intolleranza, non sia il caso di sospendere l’erogazione di questi soldi.
Professor Iannaccone, che pensa di questa storia del cosiddetto patentino antifascista?
«Sono rimasto sorpreso. Ero convinto che si facesse tesoro delle polemiche strumentali della scorsa edizione e, senza ambiguità e concessioni a frange limitate ma chiassose del mondo letterario italiano, si seguisse alla lettera l’intento della fiera contenuto già nel suo nome. Il libro è libertà: sottoporlo al vaglio - della morale o dell’ideologia - significa contraddirne la funzione. L’idea stessa di una patente è più ridicola che pericolosa, più ipocrita che violenta. Mi sembra un espediente propagandistico che non ha nulla a che vedere con il senso democratico di un festival dell’editoria: che ha nella pluralità, perfino nel conflitto delle idee, la sua ragione più nobile».
Voi come contribuite a Più libri più liberi?
«Il ministero della Cultura, tramite il Centro per il libro e la lettura, sostiene iniziative come Più libri e più liberi, al pari di altri appuntamenti che hanno lo scopo di promuovere la lettura. Questo, in particolare, ci sta a cuore, perché la valorizzazione della piccola e media editoria rappresenta un mezzo decisivo per incentivare la bibliodiversità come occasione di ricchezza e pluralità di linguaggi e punti di vista. Se questo principio viene meno, verrebbe meno anche la ragione del nostro sostegno».
Quindi valutate la possibilità di togliere fondi o chiudere la collaborazione se andranno avanti su questa strada?
«La nostra collaborazione con l’Aie, Associazione italiana editori, è consolidata da anni. Lavoriamo in sintonia perché ci animano obiettivi comuni. Siamo convinti che i suoi vertici possano tornare sui loro passi: non è nell’interesse di nessuno frapporre ostacoli a questo dialogo, tanto meno ciò potrà accadere a causa di una scelta improvvida, così palesemente settaria, anacronistica e contraria ai dettami di quella Costituzione a cui ci si appella spesso, come in questo caso, in modo strumentale».
Ma vi hanno consultato prima di proporre questo patentino, o come si voglia chiamarlo?
«Anche questo ci ha sorpreso. Abbiamo una interlocuzione molto positiva con la presidente Annamaria Malato, da sempre attenta a dare spazio a culture e opinioni diverse. Sono convinto che qualche curatore dell’edizione di quest’anno abbia ritenuto utile appellarsi a un antifascismo di maniera per compattare una certa area politica. Temo che sia stato un boomerang se, come vedo, anche ampi settori del pensiero liberale, riformista e di sinistra rifiutano questa deriva censoria. Ecco, la reazione del mondo intellettuale libero italiano è per noi una buona notizia. Il conformismo e il dogmatismo possono essere combattuti, anche da punti di vista trasversali. Non è una battaglia di parte, insomma. E questo è un bene per la difesa del pensiero libero».
Non è però la prima volta che a Più libri più liberi si vedono boicottaggi e tentativi di censura. Non le sembra che si dovrebbe cambiare orientamento?
«Sono stati fatti errori, in passato, è vero, che però sembravano fossero stati corretti. C’è un problema a monte: quando si dà spazio, perfino nella presentazione ufficiale dell’evento, a personaggi squalificati in cerca di visibilità si rivela - per quanto in buona fede - un certo sentimento di subalternità psicologica nei confronti di ambienti inclini al ricatto e alla discriminazione. Ritirare questa improvvida idea della patente antifascista non servirà solo a ripristinare delle forme di civile convivenza delle idee ma anche e soprattutto a ribadire il valore della cultura come luogo di discussione senza preconcetti».
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