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2022-11-30
Sulle armi a Kiev l’esecutivo divide Pd e M5s
(Vyacheslav Madiyevskyy/ Ukrinform/Future Publishing via Getty Images)
In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev.
Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia.
Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione».
I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato.
Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.
Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea»
La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini».
L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina.
A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
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Il governo fa ritirare in Senato l’emendamento al dl Calabria criticato dai dem. In cambio ottiene l’impegno ad approvare il decreto entro fine anno. Evitando di dare pretesti per unire la minoranza, che oggi andrà in ordine sparso. Testo unico della maggioranza.Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea». Il Vaticano subisce la protesta del Cremlino. Mosca: «Escalation causata dagli Usa».Lo speciale comprende due articoli.In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev. Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia. Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione». I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato. Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulle-armi-a-kiev-lesecutivo-divide-pd-e-m5s-2658798853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-ostacolo-dellucraina-alla-pace-fuori-i-cittadini-russi-dalla-crimea" data-post-id="2658798853" data-published-at="1669759488" data-use-pagination="False"> Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea» La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini». L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina. A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
Marco Rubio (Ansa)
Secondo una nota del governo di Washington, oggi si discuterà «della situazione in Medio Oriente e degli interessi comuni nell’emisfero occidentale». Inoltre, qualche dettaglio in più è stato lo stesso Rubio a fornirlo l’altro ieri sera. «C’è molto di cui parlare con il Vaticano», ha detto il segretario di Stato americano, per poi aggiungere: «Il papa è appena rientrato da un viaggio in Africa, dove la Chiesa sta crescendo in modo molto dinamico, e abbiamo condiviso le preoccupazioni sulla libertà religiosa in diverse parti del mondo. Ci piacerebbe parlarne con loro». «Siamo disposti a fornire ulteriori aiuti umanitari a Cuba, distribuiti tramite la Chiesa, ma il regime cubano deve consentircelo», ha proseguito. «Il Papa è ovviamente il Vicario di Cristo, ma è anche il capo di uno Stato nazionale, un’organizzazione presente in oltre cento Paesi in tutto il mondo, e noi collaboriamo spesso con il Vaticano proprio perché è presente in molti luoghi diversi», ha anche detto.
Insomma, Rubio ha cercato di smorzare la tensione, mentre Parolin, pur bollando ieri come «strane» le critiche di Donald Trump al pontefice, ha definito gli Usa un «interlocutore» e non ha escluso in futuro un colloquio diretto tra i due leader. Da entrambe le parti si sta quindi tentando di rasserenare il clima, dopo i recenti attriti tra il presidente americano e Leone, scoppiati soprattutto a causa della guerra in Iran: guerra rispetto a cui, ieri, Parolin ha invocato il ricorso al «negoziato». Non è del resto un mistero che la Casa Bianca sia ai ferri corti con l’episcopato cattolico statunitense su vari dossier: dalla stessa crisi iraniana all’immigrazione clandestina. Dall’altra parte, il quadro generale ha una sua complessità. Al netto degli attriti con i vescovi, Trump, nel 2024, ha conquistato la maggioranza del voto cattolico, facendo leva sull’irritazione che quel mondo nutriva verso l’ala woke del Partito democratico statunitense. La missione odierna del cattolico Rubio è quindi innanzitutto quella di ricucire i recenti strappi con la Santa Sede.
Tuttavia, è al contempo possibile che sul tavolo ci sarà anche dell’altro. E un’indicazione è arrivata dallo stesso Rubio quando ha affermato che, tra le altre cose, si parlerà di libertà religiosa. E qui torna in mente un precedente. Tra settembre e ottobre 2020, il segretario di Stato americano della prima amministrazione Trump, Mike Pompeo, si recò a Roma. Nell’occasione, tenne un discorso sulla libertà religiosa e, al contempo, ebbe delle tensioni con Parolin a causa dell’accordo che, nel 2018, la Santa Sede aveva firmato con la Cina sulla nomina dei vescovi. Pompeo cercò di convincere il cardinale a bloccare il rinnovo dell’intesa, senza riuscirci. Un’intesa che, nello stesso 2018, era stata criticata proprio da Rubio, all’epoca senatore della Florida.
Il Partito repubblicano ha sempre visto quell’accordo come il fumo negli occhi: un accordo che ha suscitato lo scetticismo anche di vari settori della stessa Chiesa statunitense. «Il mio istinto mi dice anche che non si può negoziare con queste persone. Potrebbe essere straordinariamente controproducente», affermò, nel 2021, il cardinale Timothy Dolan, riferendosi ai vertici del Partito comunista cinese. La stessa Conferenza episcopale statunitense, nel 2024, pur non criticandola apertamente, si mostrò guardinga sull’intesa tra Santa Sede e Cina. «Resta da vedere se la speranza del Vaticano di costruire fiducia e amicizia attraverso il dialogo porterà frutti concreti in miglioramenti della libertà religiosa», dichiarò.
L’accordo -rinnovato per altri quattro anni nel 2024- è stato nuovamente difeso, a ottobre scorso, da Parolin, che fu il suo principale artefice, insieme a gruppi favorevoli alla distensione con Pechino, come la Compagnia di Gesù e la Comunità di S. Egidio: tutte realtà filocinesi che erano uscite sconfitte dal conclave dell’anno scorso. E qui arriviamo al nodo. Nonostante Leone abbia parzialmente raffreddato la spinta pro Pechino del predecessore, l’amministrazione Trump si attendeva un cambio di passo più deciso nella politica estera vaticana. La Casa Bianca teme infatti che la Cina possa approfittare dell’accordo con Roma per rafforzare la propria influenza sull’America Latina, che è notoriamente a maggioranza cattolica. Il che è visto con preoccupazione da Trump, che ha rilanciato la Dottrina Monroe col chiaro intento di estromettere Pechino dall’Emisfero occidentale. Leone, dal canto suo, sa di doversi muovere con circospezione per evitare strappi traumatici in seno alla Chiesa. Dall’altra parte, però, a ottobre ha sottolineato l’estrema importanza della libertà religiosa, definendola un diritto «essenziale». È quindi su questo terreno che, forse, il Papa e Rubio cercheranno di trovare oggi una convergenza.
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