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2022-11-30
Sulle armi a Kiev l’esecutivo divide Pd e M5s
(Vyacheslav Madiyevskyy/ Ukrinform/Future Publishing via Getty Images)
In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev.
Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia.
Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione».
I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato.
Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.
Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea»
La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini».
L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina.
A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
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Il governo fa ritirare in Senato l’emendamento al dl Calabria criticato dai dem. In cambio ottiene l’impegno ad approvare il decreto entro fine anno. Evitando di dare pretesti per unire la minoranza, che oggi andrà in ordine sparso. Testo unico della maggioranza.Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea». Il Vaticano subisce la protesta del Cremlino. Mosca: «Escalation causata dagli Usa».Lo speciale comprende due articoli.In politica i paradossi sono all’ordine del giorno, ma quando si tratta del Pd l’asticella riesce sempre a innalzarsi di qualche metro. E così può capitare che un un partito che ha rotto un’alleanza con un altro partito per una serie di motivi, tra cui il più rilevante era una divergenza insanabile sul conflitto in Ucraina, rischi di ottenere involontariamente il risultato desiderato dal partito con cui ha rotto, che nella fattispecie è il Movimento 5 stelle. Il cortocircuito (ma sarebbe il caso di dire la situazione kafkiana) si è creata ieri pomeriggio al Senato dove, mentre nell’altro ramo del Parlamento si stava svolgendo il dibattito sulle mozioni sulla guerra, si levava alto il coro di protesta dei dem a causa di un emendamento dei relatori di maggioranza al dl Calabria, con cui si prorogava fino a tutto il 2023 l’invio di armi a Kiev. Più di un esponente del Nazareno, infatti, prendeva la parola o affidava a delle note la propria indignazione per la scelta dei colleghi di maggioranza di inserire la proroga in un provvedimento a loro avviso non omogeneo alla materia in questione, chiedendo l’immediato ritiro dell’emendamento. Presentando però una contraddizione, perché se è vero da un lato che l’emanazione di decreti «omnibus» ha effettivamente assunto negli anni una frequenza sempre maggiore, tanto da indurre più di un presidente della Repubblica a censurarla, questa è stata inaugurata e utilizzata a piene mani proprio dal Pd nei numerosi anni passati al governo. Detto questo, se l’impegno dalle opposizioni a non fare ostruzionismo sul decreto ad hoc sull’invio delle armi non venisse rispettato dalla pattuglia ultrapacifista, per Enrico Letta e soci si tratterebbe dell’ennesima figuraccia. Ma andiamo con ordine: da Palazzo Chigi infatti a metà pomeriggio, dopo le lamentele dei dem, arrivava l’indicazione di far ritirare l’emendamento con una motivazione ufficiale fornita dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani: «Il governo», ha spiegato il ministro, «non si è mai nascosto sull’invio di invio armi all’Ucraina. Il ministro Guido Crosetto ha dato totale disponibilità a riferire alle Camere prima dell’invio. Si tratta di prorogare una norma e l’emendamento era una scelta tecnica per rendere più semplice e veloce il deposito e garantire la conversione entro il 31 dicembre. Se le opposizioni ci danno garanzie di convertire un decreto entro il 31 dicembre, il cdm, su proposta del ministro della Difesa, prenderà in questa considerazione la possibilità di un decreto». A questo punto, Ciriani ha ipotizzato anche il licenziamento da parte del Consiglio dei ministri di un nuovo testo «questo giovedì o il prossimo» anche se «il calendario è molto affollato». È stato poi il ministro Crosetto in persona ad aggiungere di aver «chiesto al ministro Ciriani di ritirare l’emendamento in questione dopo che mi ha confermato l’impegno di tutti i gruppi parlamentari a calendarizzare un decreto sul merito della questione e ad approvarlo entro il 31 dicembre 2022. È ovvio», ha spiegato, «che se il decreto in questione non venisse fatto entro tale data, prevista dalla legge, cadrebbe la copertura giuridica con la quale lo Stato italiano sta dando seguito agli impegni internazionali presi in sede Ue e Nato con l’Ucraina, presi dal precedente governo con presidente Mario Draghi, il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e sostenuto dal partito di Giuseppe Conte. Mi aspetto», ha concluso, «che i gruppi parlamentari di opposizione rispetteranno l’impegno che oggi ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo e di rispetto del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento in questione». I dem hanno immediatamente applaudito, come testimoniato dalle parole della capogruppo a Palazzo Madama, Simona Malpezzi, ma la mossa del governo è stata dettata anche da considerazioni di natura politica, perché proseguire sulla linea dell’emendamento al dl Calabria avrebbe ricompattato Pd e M5s, mentre il voto su un provvedimento ad hoc vedrebbe verosimilmente Letta e Conte schierati su due fronti opposti. Sempre che l’entente cordiale alla quale si è pervenuti al Senato regga veramente, e su questo c’è motivo di dubitare, soprattutto sul fronte grillino. A quel punto, però, un emendamento last minute dentro un decreto non omogeneo non potrebbe più essere contestato. Sempre sul fronte Ucraina, oggi pomeriggio alla Camera si votano le mozioni che impegnano il governo sulla linea da seguire rispetto all’evoluzione del conflitto: i partiti di maggioranza hanno presentato un testo comune, mentre l’opposizione è andata in ordine sparso. Nel documento di maggioranza, oltre a ribadire il sostegno a Kiev e la necessità di prorogare l’invio di armi, si chiedono misure contro il caro bollette e maggiori risorse per la Difesa, arrivando al 2 per cento del Pil entro il 2028.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sulle-armi-a-kiev-lesecutivo-divide-pd-e-m5s-2658798853.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="altro-ostacolo-dellucraina-alla-pace-fuori-i-cittadini-russi-dalla-crimea" data-post-id="2658798853" data-published-at="1669759488" data-use-pagination="False"> Altro ostacolo dell’Ucraina alla pace: «Fuori i cittadini russi dalla Crimea» La Crimea annessa dalla Russia nel 2014 torna al centro dello scontro tra Mosca e Kiev. Come ben si sa, Volodymyr Zelensky afferma da tempo che la riconquisterà, obiettivo ritenuto dagli stessi alleati Usa «irrealistico». Ora Kiev punta il dito contro i russi che sono arrivati nella penisola dopo il 2014. La massima rappresentate del presidente ucraino per la Crimea, Tamila Tasheva, ha detto che l’Ucraina potrebbe considerarne l’espulsione. «Secondo la legislazione ucraina, tutti gli stranieri che sono entrati nella penisola dopo il 2014, non attraverso i check point ucraini o attraverso di essi, ma violando i termini di soggiorno, vivono illegalmente nel territorio», ha sentenziato, aggiungendo che queste persone devono «lasciare la Repubblica autonoma di Crimea e Sebastopoli attraverso la partenza volontaria o l’espulsione forzata». Tasheva ha anche chiarito che Kiev non riconoscerà mai passaporti che la Russia ha distribuito ai residenti: «Tutti loro erano e rimangono cittadini ucraini». L’idea potrebbe creare nuove difficoltà per chi intende promuovere la pace. Anche per papa Francesco, che ha già una bella «gatta da pelare» per aver affermato che buriati e ceceni sono i più crudeli tra i combattenti. L’ambasciatore russo in Vaticano, Alexander Avdeev ha protestato: «L’unità del popolo russo multinazionale è incrollabile e nessuno può metterla in discussione». Mentre ogni mediazione resta sempre in salita, i leader Nato starebbero riprendendo in considerazione un’idea accantonata nei primi giorni di guerra: fornire all’Ucraina caccia MiG-29 di epoca sovietica o persino F-16 statunitensi in eccedenza. Bloomberg spiega che senza questi velivoli, la guerra aerea continuerà a volgere a favore di Vladimir Putin. Di certo i Paesi Nato si sono impegnati a mantenere la fornitura di sistemi di difesa aerea e, al contempo, aiuteranno l’Ucraina a ricostruire le infrastrutture del gas e dell’elettricità distrutte dai bombardamenti russi. Lo ha dichiarato il segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, al suo arrivo alla riunione dei ministri degli Esteri a Bucarest. Stoltenberg ha anche ricordato come «il ritiro delle forze russe da Kherson dimostra che gli aiuti della Nato fanno la differenza sul campo di battaglia». La Russia, da parte sua, fa presente agli Usa che la sua politica verso un maggiore coinvolgimento nel conflitto in Ucraina porta il pericolo di un’escalation. Questo l’avvertimento del viceministro degli Esteri, Serghei Ryabkov, che ha poi annullato i colloqui con gli Usa sulle ispezioni ai sensi del trattato sul controllo delle armi nucleari «New Start», dicendo che «anche la situazione in Ucraina» ha avuto un peso nella decisione. Il portavoce del Cremlino, Peskov, ha assicurato che la Russia «continua a considerare il trattato Start come uno strumento importante per prevenire una corsa agli armamenti», ma che si notano «i costanti tentativi degli Stati Uniti di “aggiustare” l’equilibrio stabilito e modificarlo a proprio favore». Sempre a Bucarest, il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha criticato l’assenza di consultazioni con Ankara da parte dell’Ue riguardo alla missione di addestramento militare per l’Ucraina. A Kiev tornano in vigore le interruzioni di corrente d’emergenza allo scopo di garantire a ogni utente una fornitura di elettricità per almeno due o tre ore, due volte al giorno. Sul campo, l’esercito russo ha attaccato l’ospedale regionale di Kherson. Non ci sono vittime. L’ospedale era stato già colpito e i pazienti erano stati trasferiti a Mykolaiv e Odessa. Intanto, gli ucraini hanno arrestato il vicesindaco di Kherson, Vladimir Pepel, accusato di aver collaborato con i russi durante l’occupazione. L’uomo, dopo la presa russa di Kherson, è stato nominato responsabile del settore abitativo e dei servizi pubblici. Secondo Kiev, stava anche preparando un falso referendum sullo status dei territori occupati.
Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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Il fenomeno delle dipendenze in Italia continua a rappresentare una sfida sanitaria e sociale di dimensioni rilevanti. I dati più recenti contenuti nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze del Dipartimento delle Politiche antidroga, riferiti al 2024, delineano un quadro complesso: i Servizi per le dipendenze (SerD e SMI) hanno assistito 134.443 persone, con un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, mentre la spesa complessiva degli italiani per l’acquisto di sostanze stupefacenti ha raggiunto i 17,2 miliardi di euro.
La cocaina e il crack rappresentano oggi una delle sostanze con il maggiore impatto sanitario e sociale, risultando responsabili del 35% dei decessi droga-correlati e del 30% dei ricoveri ospedalieri legati all’uso di stupefacenti. La cannabis rimane invece la sostanza illegale più diffusa, mentre nel 2024 il Sistema nazionale di allerta rapida per le droghe ha individuato 79 nuove sostanze psicoattive mai rilevate prima nel nostro Paese. Nello stesso periodo si è registrato anche un aumento dei decessi per droga, saliti a 231, e dei ricoveri ospedalieri correlati all’uso di sostanze, cresciuti del 13%.
Il fenomeno non riguarda soltanto la popolazione adulta. Secondo la ricerca ESPAD, che analizza i comportamenti a rischio tra gli studenti tra i 15 e i 19 anni, circa 970.000 giovani – il 37% – dichiarano di aver fatto uso di sostanze illegali almeno una volta nella vita. A crescere è anche l’utilizzo di psicofarmaci senza prescrizione medica, passato da 440.000 studenti nel 2023 a 510.000 nel 2024. A fronte di questi numeri, il sistema di presa in carico mostra criticità e squilibri territoriali. In Italia i servizi dedicati alle dipendenze registrano una significativa variabilità regionale in termini di personale e offerta socio-sanitaria. Mentre secondo le stime dell’Osservatorio sull’impatto socio-economico delle dipendenze mancano circa duemila unità di personale per raggiungere gli standard previsti dal DM 77/2022. Una carenza che limita la capacità del sistema di intercettare precocemente le persone con problemi di dipendenza e di garantire percorsi terapeutici adeguati.
In questo contesto, il ruolo delle comunità terapeutiche e delle strutture dedicate al recupero diventa sempre più centrale. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese a Bodio Lomnago, in provincia di Varese, dove una tenuta storica abbandonata sta vivendo una nuova vita. Non come residenza privata o struttura turistica, ma come comunità terapeutica per il recupero dalle dipendenze. Il sito, da anni in stato di degrado, oggi offre spazi adeguati per chi affronta percorsi di riabilitazione. L’iniziativa non solo riqualifica un bene architettonico e paesaggistico, ma crea anche occupazione in un settore sottodimensionato e sottofinanziato. Inoltre, la comunità si trova lontano dai centri abitati, senza impatti diretti sulla vita quotidiana dei cittadini. In pratica, un doppio beneficio: sociale e urbano.
La comunità terapeutica di Bodio Lomnago, progetto avviato dalla Fondazione Laura e Alberto Genovese
Tuttavia il progetto non è stato esente da polemiche, legate alla vicenda giudiziaria che in passato ha coinvolto Alberto Genovese. Nel 2022 l’imprenditore è stato condannato in primo grado con rito abbreviato a 8 anni e 4 mesi, pena ridotta poi a 5 anni e 4 mesi, per violenza sessuale e cessione di sostanze stupefacenti a due ragazze di 18 e 23 anni. Una sentenza più severa rispetto alle richieste della pubblica accusa. In sede processuale i legali di Genovese avevano chiesto l’assoluzione piena per l’accusa relativa alla 23enne, il riconoscimento della semi-infermità mentale e la concessione della pena minima per i fatti contestati nei confronti della 18enne. Secondo una perizia psicologica presentata dalla difesa, infatti, Genovese soffrirebbe di disturbi della personalità e sarebbe affetto dalla sindrome di Asperger: condizioni che, insieme all’abuso di alcol e stupefacenti, gli avrebbero impedito di rendersi conto della mancanza di consenso delle vittime. Le condotte sessuali, già pienamente scontate, ma che hanno avuto una risonanza mediatica molto superiore, sono state qualificate in sede processuale come continuazione interna del reato principale.
La vicenda ha inevitabilmente spostato parte del dibattito pubblico sulla figura di Genovese, più che sul progetto in sé. Resta tuttavia il fatto che l’iniziativa nasce con l’obiettivo di realizzare una comunità terapeutica dedicata al recupero dalle dipendenze e può essere visto non come un gesto isolato, ma una risposta diretta a un’esperienza personale drammatica, trasformata in un’opportunità concreta per la collettività.
La Fondazione, nata dall’esperienza personale dei fondatori, interpreta una forma di restituzione sociale. Chi ha attraversato la dipendenza e il percorso giudiziario mette oggi risorse proprie al servizio della collettività, richiamando il principio sancito dall’articolo 27 della Costituzione, secondo cui la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. In questo senso, Bodio Lomnago non è solo una comunità terapeutica, ma un esempio di come la trasformazione personale possa tradursi in utilità sociale.
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