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2018-06-16
Sull’Aquarius balli, canti e partite a dama
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Onde alte 4 metri, financo 6. Vento a 35 nodi. Madri e bambini in balia del «terrore delle onde». Gente che non si regge in piedi a causa del mal di mare. Brivido, orrore, raccapriccio. A leggere le cronache sul viaggio della nave Aquarius e dei 629 «naufraghi» migranti che ha recuperato, pare che l'imbarcazione di Sos Méditerranée (che dovrebbe arrivare in Spagna domani) sia conciata peggio del Titanic. Persino papa Francesco, ieri mattina, ha invitato a «non lasciare in balia delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia».
Repubblica, sempre ieri, parlava di «onde alte e profughi esausti», e negli articoli esibiva sfumature di nero: «Se mai arriveranno, e non è detto, sbarcheranno qui con le ginocchia piegate e le facce stravolte», scriveva Brunella Giovara da Valencia. E descriveva «uomini stravolti dalla nausea e dal vomito, ustionati dal sole»; «piaghe insopportabili, dovute alla miscela di benzina e acqua di mare che corrode la pelle e arriva alla carne viva».
Certo, la cronista spiegava anche che «il carico umano è stato distribuito equamente» su tre navi, cioè l'Aquarius medesima, la Dattilo della Guardia costiera e l'Orione della Marina militare. Dunque non è esattamente vero che i migranti siano ammassati su una specie di zattera. Le quattro donne incinte presenti a bordo, per dire, sono state trasferite a terra (una in elicottero) affinché ricevessero cure adeguate in ospedali siciliani. Un bambino che viaggiava solo ed era disidratato e malconcio è stato portato a Lampedusa.
Ma la cronaca di Repubblica insisteva a dipingere un quadro drammatico: «Gli italiani hanno anche distribuito viveri, più che altro barrette energetiche, acqua e frutta per lo più marcia, che è finita subito ai pesci». Insomma, un abominio. Ora, di sicuro gli stranieri recuperati nel Mediterraneo non saranno al massimo della forma. Saranno stanchi, provati dalla permanenza in Libia. Ma forse un pochino più di obiettività sulla situazione a bordo dell'Aquarius sarebbe opportuna.
Assieme ai racconti orrorifici dei cronisti italiani e non, ci sono anche altri documenti a testimoniare che cosa avvenga sulla nave. Ci sono, per esempio, le foto e i video che pubblica su Twitter Sara Alonso della Rne, la radio nazionale spagnola. Come scrive Io Donna, «dei quattro giornalisti a bordo della nave Aquarius, è lei quella che twitta più assiduamente e racconta con foto e parole tutto quello che non può trasmettere nei suoi servizi radiofonici».
La signora Alonso di sicuro non è molto vicina alle idee di Matteo Salvini, visto che scrive frasi come «siamo tutti migranti». Quel che racconta è molto interessante. Il 15 giugno, all'1.10 di notte, ha pubblicato un video con questa didascalia: «Prima di colazione è stata organizzata una festa. Altos Vinard, coordinatore di Medici senza frontiere, alla fisarmonica. È stato fantastico!». Nel filmato, si vede in effetti Aloys Vinard (questo il nome corretto), coordinatore di Msf, impegnato a suonare la fisarmonica e a danzare. Anche altri attivisti di Msf ballano, chi da solo, chi assieme ai migranti, compresa una bimba.
Qualche ora dopo, ecco un nuovo video di balli, canti e «consegna dei regali» ai bimbi (ma «gli adulti si sono divertiti quasi di più», chiosa la cronista). Ovvio: nei momenti difficili ci si fa coraggio come si può, soprattutto danzando e cantando. Ma se uno si trova a rischio della vita fra onde mostruose e venti impetuosi, forse la forza di ballare non ce l'ha. E, anche se ce l'avesse, non riuscirebbe a stare in piedi sul ponte frustato dai cavalloni. Così come non riuscirebbe a giocare a dama. Eppure il 14 giugno, alle 8.45, Sara Alonso ha pubblicato una foto che ritrae un infermiere di Msf impegnato in una partita con alcuni migranti.
Alle 5.17 del 15 giugno, invece, la cronista ha postato un altro video in cui si vedono due donne. Una è seduta tranquilla, l'altra, in piedi, le pettina e acconcia i capelli. Già il 14 giugno, la Alonso aveva pubblicato la foto di una scena simile. Si vede Blessing, una nigeriana, che fa le treccine ad Aloys Vinard: è il «negozio di parrucchiere» dell'Aquarius.
Il 12 giugno, invece, la giornalista ha raccontato che a bordo si leggeva un libro di «pensieri positivi», mentre l'11 giugno ha pubblicato un altro video di ballo, protagoniste alcune straniere festanti sottocoperta.
Vale la pena citare un ultimo post di Twitter. Il 14 giugno, la Alonso ha diffuso la foto di alcuni giocattoli ancora impacchettati. E ha scritto: «Le guardie costiere italiane hanno portato cibo: zuppe, zucchero, datteri, snack e anche giocattoli per bambini». Ma come: non avevano portato un carico di frutta marcia buona al massimo per i pesci?
Francesco Borgonovo
Intesa Conte-Macron: «Hotspot in Africa»
L'Italia s'è desta, e ha svegliato l'Europa. Il vertice di ieri a Parigi tra il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e il premier italiano Giuseppe Conte è stato un successo per la nostra nazione e per il governo M5s-Lega. Macron si è allineato alla proposta italiana: fermare i flussi migratori nei Paesi di origine. Le tensioni che nei giorni scorsi avevano reso incandescenti i rapporti diplomatici tra Roma e Parigi sono evaporate. L'Italia che detta la linea all'Europa: sembra un sogno, ripensando agli anni del governo delle sinistre, quando bastava un'occhiataccia di Angela Merkel per far scattare sull'attenti il nostro governo. Tutto cambiato, tutto archiviato: ora l'Italia gioca la sua partita, senza aspettare ordini da Bruxelles, Berlino o Francoforte.
Italia protagonista, Italia autonoma, Italia corteggiata: gli equilibri internazionali sono fragili, delicati, in continua evoluzione, e la posizione di Roma, le sue alleanze, le sue strategie non sono più scontate. Non solo a livello europeo: «Il premier italiano Conte? È fantastico!», ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aggiungendo: «Sembra che essere duri sull'immigrazione ora paghi».
Torniamo al vertice di ieri all'Eliseo. Macron accoglie Conte alle 14, il pranzo di lavoro vede al centro della discussione la proposta italiana di cambiare i regolamenti di Dublino e allestire hotspot, ovvero strutture allestite per identificare, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei profughi nei Paesi da cui partono gli immigrati, in particolare Libia e Niger. Una rivoluzione. Macron è d'accordo, tra i due leader c'è piena sintonia. Alle 16, Conte e «l'amico Emmanuel», come il premier italiano chiama il presidente francese, annunciano ai giornalisti l'intesa raggiunta. «Speriamo», dice Macron, «di andare avanti con i partner europei nei prossimi mesi su una riforma profonda delle regole di Dublino per una migliore responsabilità e divisione del peso dei migranti. Il sistema oggi non funziona, non produce risultati soddisfacenti, dobbiamo trovare meccanismi che consentano la solidarietà e dobbiamo fare in modo che la situazione geografica non ci metta in situazioni politiche insostenibili».
Macron si riferisce all'Italia e alla sua vicinanza con le coste nordafricane. «Bisogna», aggiunge il presidente francese, «rafforzare la cooperazione già avviata con i Paesi di transito dei flussi migratori per proteggere meglio le persone, e occorre favorire missioni delle nostre agenzie per l'asilo sulla sponda Sud del Mediterraneo». «È necessario anche», aggiunge Macron, «rafforzare Frontex. Sono questi i pilastri dell'azione congiunta tra Francia e Italia sulla questione migratoria. Un'azione che deve produrre soluzioni concrete che consentano sia di dare una risposta umanitaria sia di proteggere i nostri popoli, e su questo andiamo avanti insieme, per una soluzione europea».
Il leader francese distingue tra chi fugge da guerre e carestie e i migranti economici: «I primi», sottolinea Macron, «troveranno sempre accoglienza in Europa, per i secondi dobbiamo fare una distinzione. Ci sono molte persone che non hanno diritto d'asilo e restano a vivere in Europa in condizioni non dignitose. È un problema che tocca molto anche l'Italia, non possiamo accogliere tutti. Va reso più efficace il ritorno al Paese d'origine di chi non ha diritto d'asilo. Su questo punto bisogna aumentare la cooperazione». Rimpatri, difesa delle frontiere europee, creazione di hotspot nei Paesi di origine: Macron sottoscrive in sostanza il programma sull'immigrazione del governo italiano.
Al suo fianco, Conte gongola. «Sono stati giorni turbolenti», dice il premier italiano, riferendosi al caso Aquarius, «e di tensione per l'Italia, il nostro primo obiettivo era mettere in sicurezza queste persone, abbiamo subito offerto il nostro supporto logistico. Con Macron c'è perfetta intesa e con una telefonata ci siamo chiariti. Con l'amico Emmanuel abbiamo condiviso l'idea di lavorare insieme sulle principali sfide dell'Ue. Il regolamento di Dublino deve cambiare», aggiunge Conte, «l'Italia sta preparando una proposta propria che non vede l'ora di condividere con gli altri partner in vista di formalizzarla alla prossima presidenza Ue austriaca. Dobbiamo creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo. Il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa».
«Quello che proponiamo», sottolinea Conte, «è un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali». «Dobbiamo consolidare», prosegue Conte, «il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell'emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell'uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana. La collaborazione con il presidente Macron», termina Conte, «avrà una prima occasione per svilupparsi ulteriormente in occasione del bilaterale che avremo in autunno a Roma: sarà quella la sede per intensificare questo scambio e questa cooperazione».
Carlo Tarallo
Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma
«La problematica della migrazione giocherà presumibilmente un ruolo rilevante nel bilaterale con Giuseppe Conte». Lo ha riferito ieri Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, durante una conferenza stampa a Berlino. L'incontro tra il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca è previsto per lunedì prossimo. Sullo sfondo aleggiano gli attriti tra la Cdu (il partito della Merkel) e i cristiano democratici bavaresi del ministro dell'Interno Horst Seehofer. Quest'ultimo aveva minacciato la rottura del gruppo parlamentare unitario poiché la cancelliera si era opposta al giro di vite sull'immigrazione da lui disposto, con il via libera ai respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue. Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, sta provando a ricomporre la spaccatura e a scongiurare la crisi di governo. Seehofer considera un diritto del suo ministero quello di decidere sui rimpatri, mentre la Cdu fa quadrato attorno alla Merkel.
La presidente del partito, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha difeso le posizioni della cancelliera, che persegue una soluzione condivisa a livello europeo. «Come Cdu», ha scritto in una lettera al partito la Kramp-Karrenbauer, «siamo preoccupati che una mossa disordinata per allontanare i rifugiati dai nostri confini possa condurre a un effetto domino negativo e, infine, metta in discussione lo sforzo di tenere unita l'Europa».
La grande coalizione tedesca dunque scricchiola, anche perché quest'anno la Csu dovrà affrontare le elezioni in Baviera e il suo primato è minacciato dal movimento di destra radicale Alternativ für Deutschland, sempre più su nei sondaggi (le ultime rilevazioni nazionali danno la formazione al 14%, meno di quattro punti di distacco dai socialdemocratici). C'è invece piena sintonia tra il nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, e gli esponenti politici europei ostili all'invasione, dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz allo stesso Seehofer. Gli analisti italiani continuano a criticare l'«asse dei volenterosi», come lo ha definito Kurz, che si sta costituendo tra il nostro Paese, l'Austria, la Germania e il gruppo di Visegrád, da anni capofila della lotta contro le quote di redistribuzione degli immigrati. La tesi dei media è che l'Italia verrà lasciata ancora più sola a vedersela con il problema dei salvataggi in mare e degli sbarchi. Ma Salvini sta mettendo in riga le cancellerie europee e sta imponendo una linea basata su due cardini: accelerazione dell'esame delle richieste d'asilo e delle procedure di rimpatrio da un lato, limitazione delle partenze dall'altro.
«Ho già condiviso con tedeschi e austriaci un'idea di fondo», ha specificato il leader leghista, cioè «che le frontiere esterne, quindi il Mediterraneo, vanno difese con uomini e con soldi». Magari coinvolgendo le forze Nato: il premier Conte, in effetti, ha già spiegato al segretario generale, Jens Stoltenberg, in occasione del vertice a Palazzo Chigi di lunedì scorso, che le premure dell'Italia non sono rivolte al contenimento della Russia, bensì al controllo del confine meridionale europeo.
È su questa falsariga che si inserisce la proposta, formulata da Conte durante l'incontro a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, di realizzare degli hotspot direttamente in Libia e negli altri Paesi africani di transito, come il Niger. Lo scopo, ha spiegato il presidente del Consiglio in un tweet, è proprio di «accelerare identificazione e richieste di asilo dei migranti». La soluzione di Roma per «arginare i traffici di esseri umani e rispettare i diritti umani», peraltro, fa eco al progetto austriaco di costruire campi profughi in Africa. Probabilmente è di questo che si parlerà lunedì prossimo a Berlino, in vista del Consiglio Ue di fine mese.
A differenza di quanto ci racconta il giornalismo mainstream, il governo italiano sta guidando un riposizionamento degli assetti europei con l'obiettivo di affrontare alla radice il problema delle partenze di migranti, garantendo al contempo che le richieste d'asilo siano processate con rapidità e che chi ne ha diritto sia accolto. Bisogna superare sia quel limbo per cui circa 600.000 persone rimangono nel nostro Paese in attesa di conoscere il proprio destino, sia i limiti del trattato di Dublino. Lungi dal favorire gli egoismi nazionali, la sottile tessitura politica che stanno intrecciando Salvini e Conte può finalmente mettere l'Unione europea dinanzi alle proprie responsabilità, che non sono soltanto di natura finanziaria (la quantità di fondi destinati ai Paesi di primo arrivo). Come ha detto giustamente il premier durante la conferenza stampa all'Eliseo, «chi mette piede in Italia, mette piede in Europa. E nessuno, in Europa, può pensare di restare estraneo e lavarsi le mani rispetto a questo problema».
Per di più, in questi giorni Conte ha incassato un altro complimento dal presidente americano Donald Trump, che dopo il G7 di Charlevoix lo aveva definito «a great guy». In un'intervista a Fox news, The Donald ha ribadito che il presidente del Consiglio italiano è «fantastico» e che «essere duri sull'immigrazione» ora paga. Un endorsement importante, perché il sostegno degli Stati Uniti diventa cruciale per mettere alle strette la Francia, molto critica con i quattro di Visegrád ma oramai incalzata pure da Berlino e Vienna. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza anche soltanto farsi ascoltare dai partner Ue. Oggi, l'Italia sta dettando l'agenda. Dai frutti, poi, giudicheremo il governo gialloblù.
Alessandro Rico
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I media raccontano di migranti sofferenti, flutti mostruosi e venti a raffica. Persino il Papa invita a non abbandonare «in balìa delle onde» gli stranieri. Ma il diario di una giornalista spagnola presente a bordo mostra una situazione decisamente diversa.Intesa tra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron. L'Eliseo sposa la nostra linea: respingimenti più semplici e modifiche al trattato di Dublino. Il presidente Donald Trump celebra l'Italia: «Essere duri paga».Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma. Il partito di destra Afp sale nei sondaggi mentre il governo rischia di crollare dopo il no della cancelliera al piano di rimpatri del ministro Horst Seehofer. Lunedì incontro con il premier gialloblù.Lo speciale contiene tre articoliOnde alte 4 metri, financo 6. Vento a 35 nodi. Madri e bambini in balia del «terrore delle onde». Gente che non si regge in piedi a causa del mal di mare. Brivido, orrore, raccapriccio. A leggere le cronache sul viaggio della nave Aquarius e dei 629 «naufraghi» migranti che ha recuperato, pare che l'imbarcazione di Sos Méditerranée (che dovrebbe arrivare in Spagna domani) sia conciata peggio del Titanic. Persino papa Francesco, ieri mattina, ha invitato a «non lasciare in balia delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia». Repubblica, sempre ieri, parlava di «onde alte e profughi esausti», e negli articoli esibiva sfumature di nero: «Se mai arriveranno, e non è detto, sbarcheranno qui con le ginocchia piegate e le facce stravolte», scriveva Brunella Giovara da Valencia. E descriveva «uomini stravolti dalla nausea e dal vomito, ustionati dal sole»; «piaghe insopportabili, dovute alla miscela di benzina e acqua di mare che corrode la pelle e arriva alla carne viva». Certo, la cronista spiegava anche che «il carico umano è stato distribuito equamente» su tre navi, cioè l'Aquarius medesima, la Dattilo della Guardia costiera e l'Orione della Marina militare. Dunque non è esattamente vero che i migranti siano ammassati su una specie di zattera. Le quattro donne incinte presenti a bordo, per dire, sono state trasferite a terra (una in elicottero) affinché ricevessero cure adeguate in ospedali siciliani. Un bambino che viaggiava solo ed era disidratato e malconcio è stato portato a Lampedusa.Ma la cronaca di Repubblica insisteva a dipingere un quadro drammatico: «Gli italiani hanno anche distribuito viveri, più che altro barrette energetiche, acqua e frutta per lo più marcia, che è finita subito ai pesci». Insomma, un abominio. Ora, di sicuro gli stranieri recuperati nel Mediterraneo non saranno al massimo della forma. Saranno stanchi, provati dalla permanenza in Libia. Ma forse un pochino più di obiettività sulla situazione a bordo dell'Aquarius sarebbe opportuna. Assieme ai racconti orrorifici dei cronisti italiani e non, ci sono anche altri documenti a testimoniare che cosa avvenga sulla nave. Ci sono, per esempio, le foto e i video che pubblica su Twitter Sara Alonso della Rne, la radio nazionale spagnola. Come scrive Io Donna, «dei quattro giornalisti a bordo della nave Aquarius, è lei quella che twitta più assiduamente e racconta con foto e parole tutto quello che non può trasmettere nei suoi servizi radiofonici». La signora Alonso di sicuro non è molto vicina alle idee di Matteo Salvini, visto che scrive frasi come «siamo tutti migranti». Quel che racconta è molto interessante. Il 15 giugno, all'1.10 di notte, ha pubblicato un video con questa didascalia: «Prima di colazione è stata organizzata una festa. Altos Vinard, coordinatore di Medici senza frontiere, alla fisarmonica. È stato fantastico!». Nel filmato, si vede in effetti Aloys Vinard (questo il nome corretto), coordinatore di Msf, impegnato a suonare la fisarmonica e a danzare. Anche altri attivisti di Msf ballano, chi da solo, chi assieme ai migranti, compresa una bimba. Qualche ora dopo, ecco un nuovo video di balli, canti e «consegna dei regali» ai bimbi (ma «gli adulti si sono divertiti quasi di più», chiosa la cronista). Ovvio: nei momenti difficili ci si fa coraggio come si può, soprattutto danzando e cantando. Ma se uno si trova a rischio della vita fra onde mostruose e venti impetuosi, forse la forza di ballare non ce l'ha. E, anche se ce l'avesse, non riuscirebbe a stare in piedi sul ponte frustato dai cavalloni. Così come non riuscirebbe a giocare a dama. Eppure il 14 giugno, alle 8.45, Sara Alonso ha pubblicato una foto che ritrae un infermiere di Msf impegnato in una partita con alcuni migranti.Alle 5.17 del 15 giugno, invece, la cronista ha postato un altro video in cui si vedono due donne. Una è seduta tranquilla, l'altra, in piedi, le pettina e acconcia i capelli. Già il 14 giugno, la Alonso aveva pubblicato la foto di una scena simile. Si vede Blessing, una nigeriana, che fa le treccine ad Aloys Vinard: è il «negozio di parrucchiere» dell'Aquarius.Il 12 giugno, invece, la giornalista ha raccontato che a bordo si leggeva un libro di «pensieri positivi», mentre l'11 giugno ha pubblicato un altro video di ballo, protagoniste alcune straniere festanti sottocoperta.Vale la pena citare un ultimo post di Twitter. Il 14 giugno, la Alonso ha diffuso la foto di alcuni giocattoli ancora impacchettati. E ha scritto: «Le guardie costiere italiane hanno portato cibo: zuppe, zucchero, datteri, snack e anche giocattoli per bambini». Ma come: non avevano portato un carico di frutta marcia buona al massimo per i pesci? Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullaquarius-balli-canti-e-partite-a-dama-2578374760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intesa-conte-macron-hotspot-in-africa" data-post-id="2578374760" data-published-at="1775529352" data-use-pagination="False"> Intesa Conte-Macron: «Hotspot in Africa» L'Italia s'è desta, e ha svegliato l'Europa. Il vertice di ieri a Parigi tra il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e il premier italiano Giuseppe Conte è stato un successo per la nostra nazione e per il governo M5s-Lega. Macron si è allineato alla proposta italiana: fermare i flussi migratori nei Paesi di origine. Le tensioni che nei giorni scorsi avevano reso incandescenti i rapporti diplomatici tra Roma e Parigi sono evaporate. L'Italia che detta la linea all'Europa: sembra un sogno, ripensando agli anni del governo delle sinistre, quando bastava un'occhiataccia di Angela Merkel per far scattare sull'attenti il nostro governo. Tutto cambiato, tutto archiviato: ora l'Italia gioca la sua partita, senza aspettare ordini da Bruxelles, Berlino o Francoforte. Italia protagonista, Italia autonoma, Italia corteggiata: gli equilibri internazionali sono fragili, delicati, in continua evoluzione, e la posizione di Roma, le sue alleanze, le sue strategie non sono più scontate. Non solo a livello europeo: «Il premier italiano Conte? È fantastico!», ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aggiungendo: «Sembra che essere duri sull'immigrazione ora paghi». Torniamo al vertice di ieri all'Eliseo. Macron accoglie Conte alle 14, il pranzo di lavoro vede al centro della discussione la proposta italiana di cambiare i regolamenti di Dublino e allestire hotspot, ovvero strutture allestite per identificare, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei profughi nei Paesi da cui partono gli immigrati, in particolare Libia e Niger. Una rivoluzione. Macron è d'accordo, tra i due leader c'è piena sintonia. Alle 16, Conte e «l'amico Emmanuel», come il premier italiano chiama il presidente francese, annunciano ai giornalisti l'intesa raggiunta. «Speriamo», dice Macron, «di andare avanti con i partner europei nei prossimi mesi su una riforma profonda delle regole di Dublino per una migliore responsabilità e divisione del peso dei migranti. Il sistema oggi non funziona, non produce risultati soddisfacenti, dobbiamo trovare meccanismi che consentano la solidarietà e dobbiamo fare in modo che la situazione geografica non ci metta in situazioni politiche insostenibili». Macron si riferisce all'Italia e alla sua vicinanza con le coste nordafricane. «Bisogna», aggiunge il presidente francese, «rafforzare la cooperazione già avviata con i Paesi di transito dei flussi migratori per proteggere meglio le persone, e occorre favorire missioni delle nostre agenzie per l'asilo sulla sponda Sud del Mediterraneo». «È necessario anche», aggiunge Macron, «rafforzare Frontex. Sono questi i pilastri dell'azione congiunta tra Francia e Italia sulla questione migratoria. Un'azione che deve produrre soluzioni concrete che consentano sia di dare una risposta umanitaria sia di proteggere i nostri popoli, e su questo andiamo avanti insieme, per una soluzione europea». Il leader francese distingue tra chi fugge da guerre e carestie e i migranti economici: «I primi», sottolinea Macron, «troveranno sempre accoglienza in Europa, per i secondi dobbiamo fare una distinzione. Ci sono molte persone che non hanno diritto d'asilo e restano a vivere in Europa in condizioni non dignitose. È un problema che tocca molto anche l'Italia, non possiamo accogliere tutti. Va reso più efficace il ritorno al Paese d'origine di chi non ha diritto d'asilo. Su questo punto bisogna aumentare la cooperazione». Rimpatri, difesa delle frontiere europee, creazione di hotspot nei Paesi di origine: Macron sottoscrive in sostanza il programma sull'immigrazione del governo italiano. Al suo fianco, Conte gongola. «Sono stati giorni turbolenti», dice il premier italiano, riferendosi al caso Aquarius, «e di tensione per l'Italia, il nostro primo obiettivo era mettere in sicurezza queste persone, abbiamo subito offerto il nostro supporto logistico. Con Macron c'è perfetta intesa e con una telefonata ci siamo chiariti. Con l'amico Emmanuel abbiamo condiviso l'idea di lavorare insieme sulle principali sfide dell'Ue. Il regolamento di Dublino deve cambiare», aggiunge Conte, «l'Italia sta preparando una proposta propria che non vede l'ora di condividere con gli altri partner in vista di formalizzarla alla prossima presidenza Ue austriaca. Dobbiamo creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo. Il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa». «Quello che proponiamo», sottolinea Conte, «è un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali». «Dobbiamo consolidare», prosegue Conte, «il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell'emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell'uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana. La collaborazione con il presidente Macron», termina Conte, «avrà una prima occasione per svilupparsi ulteriormente in occasione del bilaterale che avremo in autunno a Roma: sarà quella la sede per intensificare questo scambio e questa cooperazione». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullaquarius-balli-canti-e-partite-a-dama-2578374760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="angela-merkel-sotto-assedio-cerca-la-sponda-a-roma" data-post-id="2578374760" data-published-at="1775529352" data-use-pagination="False"> Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma «La problematica della migrazione giocherà presumibilmente un ruolo rilevante nel bilaterale con Giuseppe Conte». Lo ha riferito ieri Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, durante una conferenza stampa a Berlino. L'incontro tra il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca è previsto per lunedì prossimo. Sullo sfondo aleggiano gli attriti tra la Cdu (il partito della Merkel) e i cristiano democratici bavaresi del ministro dell'Interno Horst Seehofer. Quest'ultimo aveva minacciato la rottura del gruppo parlamentare unitario poiché la cancelliera si era opposta al giro di vite sull'immigrazione da lui disposto, con il via libera ai respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue. Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, sta provando a ricomporre la spaccatura e a scongiurare la crisi di governo. Seehofer considera un diritto del suo ministero quello di decidere sui rimpatri, mentre la Cdu fa quadrato attorno alla Merkel. La presidente del partito, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha difeso le posizioni della cancelliera, che persegue una soluzione condivisa a livello europeo. «Come Cdu», ha scritto in una lettera al partito la Kramp-Karrenbauer, «siamo preoccupati che una mossa disordinata per allontanare i rifugiati dai nostri confini possa condurre a un effetto domino negativo e, infine, metta in discussione lo sforzo di tenere unita l'Europa». La grande coalizione tedesca dunque scricchiola, anche perché quest'anno la Csu dovrà affrontare le elezioni in Baviera e il suo primato è minacciato dal movimento di destra radicale Alternativ für Deutschland, sempre più su nei sondaggi (le ultime rilevazioni nazionali danno la formazione al 14%, meno di quattro punti di distacco dai socialdemocratici). C'è invece piena sintonia tra il nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, e gli esponenti politici europei ostili all'invasione, dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz allo stesso Seehofer. Gli analisti italiani continuano a criticare l'«asse dei volenterosi», come lo ha definito Kurz, che si sta costituendo tra il nostro Paese, l'Austria, la Germania e il gruppo di Visegrád, da anni capofila della lotta contro le quote di redistribuzione degli immigrati. La tesi dei media è che l'Italia verrà lasciata ancora più sola a vedersela con il problema dei salvataggi in mare e degli sbarchi. Ma Salvini sta mettendo in riga le cancellerie europee e sta imponendo una linea basata su due cardini: accelerazione dell'esame delle richieste d'asilo e delle procedure di rimpatrio da un lato, limitazione delle partenze dall'altro. «Ho già condiviso con tedeschi e austriaci un'idea di fondo», ha specificato il leader leghista, cioè «che le frontiere esterne, quindi il Mediterraneo, vanno difese con uomini e con soldi». Magari coinvolgendo le forze Nato: il premier Conte, in effetti, ha già spiegato al segretario generale, Jens Stoltenberg, in occasione del vertice a Palazzo Chigi di lunedì scorso, che le premure dell'Italia non sono rivolte al contenimento della Russia, bensì al controllo del confine meridionale europeo. È su questa falsariga che si inserisce la proposta, formulata da Conte durante l'incontro a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, di realizzare degli hotspot direttamente in Libia e negli altri Paesi africani di transito, come il Niger. Lo scopo, ha spiegato il presidente del Consiglio in un tweet, è proprio di «accelerare identificazione e richieste di asilo dei migranti». La soluzione di Roma per «arginare i traffici di esseri umani e rispettare i diritti umani», peraltro, fa eco al progetto austriaco di costruire campi profughi in Africa. Probabilmente è di questo che si parlerà lunedì prossimo a Berlino, in vista del Consiglio Ue di fine mese. A differenza di quanto ci racconta il giornalismo mainstream, il governo italiano sta guidando un riposizionamento degli assetti europei con l'obiettivo di affrontare alla radice il problema delle partenze di migranti, garantendo al contempo che le richieste d'asilo siano processate con rapidità e che chi ne ha diritto sia accolto. Bisogna superare sia quel limbo per cui circa 600.000 persone rimangono nel nostro Paese in attesa di conoscere il proprio destino, sia i limiti del trattato di Dublino. Lungi dal favorire gli egoismi nazionali, la sottile tessitura politica che stanno intrecciando Salvini e Conte può finalmente mettere l'Unione europea dinanzi alle proprie responsabilità, che non sono soltanto di natura finanziaria (la quantità di fondi destinati ai Paesi di primo arrivo). Come ha detto giustamente il premier durante la conferenza stampa all'Eliseo, «chi mette piede in Italia, mette piede in Europa. E nessuno, in Europa, può pensare di restare estraneo e lavarsi le mani rispetto a questo problema». Per di più, in questi giorni Conte ha incassato un altro complimento dal presidente americano Donald Trump, che dopo il G7 di Charlevoix lo aveva definito «a great guy». In un'intervista a Fox news, The Donald ha ribadito che il presidente del Consiglio italiano è «fantastico» e che «essere duri sull'immigrazione» ora paga. Un endorsement importante, perché il sostegno degli Stati Uniti diventa cruciale per mettere alle strette la Francia, molto critica con i quattro di Visegrád ma oramai incalzata pure da Berlino e Vienna. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza anche soltanto farsi ascoltare dai partner Ue. Oggi, l'Italia sta dettando l'agenda. Dai frutti, poi, giudicheremo il governo gialloblù. Alessandro Rico
Panoramica del centro storico di Carpi
Un po’ defilata rispetto alle più note Reggio, Modena e Mantova, Carpi è davvero un gioiellino che merita una visita. Fosse solo per Piazza dei Martiri, fra le più grandi d’Italia, sul cui perimetro si affacciano l’imponente Palazzo dei Pio, la cattedrale barocca, il Teatro Civico e uno straordinario susseguirsi di portici dalle volte a botte, decorati da affreschi e stemmi araldici, eredità degli eleganti edifici nobiliari del Rinascimento. Ma per gli amanti di arte e storia, le sorprese non finiscono qui: dietro Piazza dei Martiri, nel cuore medioevale della città, si erge l’alta torre campanaria della pieve di Santa Maria in Castello (detta più comunemente La Sagra), fondata probabilmente dal Re longobardo Astolfo, rinnovata in epoca romanica e ridimensionata a tal punto nel Cinquecento che quello che noi oggi vediamo è solo la parte absidale della chiesa, decorata da cicli di affreschi medioevali e arricchita da un bel portale antelamico. Di particolare interesse artistico anche il Santuario del SS.Crocifisso, raffinato esempio di barocco modonese sorto attorno a un affresco miracoloso e la Chiesa d San Nicolò, custode di splendide scagliole, delicati intarsi di gesso a perfetta imitazione di marmi e pietre preziose.
Una cittadina davvero ricca d’arte, la cui storia è indissolubilmente legata alla casata nobiliare dei Pio, (signori della città dal 1136 al 1527 ) e in particolar modo ad Alberto Pio, diplomatico, grande mecenate e uomo di cultura profonda: in una parola, l’incarnazione perfetta del Principe Rinascimentale. Specchio del potere dei Pio l’omonimo palazzo, scenografico e imponente simbolo di Carpi, attualmente sede del Museo della Città (35 secoli di storia carpigiana raccontata attraverso reperti, artigianato e mutimedialità), dell’Archivio Storico e di un divertente spazio ludico (il Castello dei Ragazzi) arricchito da scenografie firmate da illustratore del calibro di Emanuele Luzzati , Gianni De Conno e Roberto Rebaudengo.
Ed è proprio qui, nella straordinaria cornice di Palazzo Pio, che è allestita la mostra «Non di solo pane.Cucina, tavola e cibo nel Rinascimento», una vera e propria esperienza sensoriale, uditiva e visiva nata dall’idea di valorizzare il ricco patrimonio di ceramica (graffita e non) del fondo museale collegandolo al tema universale del cibo.
La Mostra
Divisa in tre sezioni (la tavola, la cucina e il cibo, o meglio, i cibi rinascimentali, abissalmente diversi per ricchi e poveri…) , a guidare i visitatori nel percorso espositivo le «voci» dei grandi maestri del gusto - Maestro Martino, Paltina, Cristoforo da Messisbugo e Bartolomeo Scappi - eccezionalmente «riportati in vita», con tanto di costumi e accessori d’epoca, dai miracoli dell’intelligenza artificiale… Un’idea geniale per coinvolgere il pubblico (anche quello dei più piccoli), visto che - vi garantisco - è praticamente impossibile non fermarsi ad ascoltare questi imponenti e curiosi signori, chef colti, elegantie raffinati come il tempo e le corti che frequentavano richiedeva. Corti di nobili, sovrani, alti prelati e ricchi borghesi, queste le classi sociali per cui cucinavano, inventavano ricette e dettavano tendenze i Maestri del Gusto ed è per questo che i saggi, le ricette, e le descrizioni di piatti e banchetti trionfali giunte fino a noi riguardano solo ed esclusivamente le classi più potenti e abbienti: non certo i poveri, che se fortunati mangiavano una sola volta al giorno e sicuramente dalle loro tavole ogni prelibatezza era bandita…
Ricca di ceramiche, utensili, bilance, antichi strumenti di misurazione e simili, a fare l’originalità di questa mostra è sicuramente la parte interattiva, che permette al visitatore di « toccare con mano» ambienti, gesti e rituali della cucina rinascimentale (ma non solo), di udire suoni,di respirare aromi, di scoprire (o ri-scoprire) gusti. È per questo, come ha sottolineato la curatrice Manuela Rossi «… che la visita può durare un'ora o un giorno intero»: le experiences che offre non hanno limiti di tempo e nelle cinque postazioni multimediali si possono «gustare» e approfondire la storia dei cinque alimenti (pane, carne e pesce, formaggio, frutta e verdura ed infine il vino) che hanno accompagnato la storia dell’uomo, dall’antichità ai giorni nostri.
Una mostra interessante e «trasversale», adatta a tutti , incentrata su un tema aggregante e che si inserisce pienamente nell’idea di un museo «dinamico» e fruibile dalla cittadinanza, inteso come luogo di ricerca, educazione e confronto. Anche per questo, il museo offre la possibilità di una pausa pranzo alternativa, giusto mix di arte e cibo ( fornito in un food box da consumarsi all’esterno), per accontentare e occhi e palato e far riposare la mente…
E seguendo la «via del cibo» non si può visitare Carpi e dintorni senza soffermarsi sulle ricchezze enogastronomiche di questi territori, indissolubilmente legati alla fama internazionale dell'aceto balsamico, del Parmigiano Reggiano DOP e dei Lambruschi DOC, tra cui il Sorbara, il Gasparossa e il Salamino di Santa Croce, vino tipico del carpigiano.
L’Acetaia Comunale
Situata nel sottotetto di Palazzo Scacchetti, sede del municipio e edificio storico di pregio nel centro di Carpi, è nell’Acetaia Comunale che si produce l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena DOP, tesoro unico ed eccellenza mondiale ottenuto dal mosto di uva cotto e invecchiato (per almeno 12 anni) in botti di legni diversi e di diverse dimensioni. Una curiosità: queste botti, che nel loro insieme formano una «batteria», secondo un’antica tradizione ancora in auge vengono date in dote - al momento della nascita - ad ogni figlia femmina, che dopo 25 anni potrà così contare su un patrimonio non indifferente, viste le altissime quotazione di questo prezioso «nettare nero», musica per il palato…Restando in tema di musica, un discorso a parte merita il Teatro Comunale, uno dei più importanti teatri storici dell’Emilia-Romagna, inaugurato l’11 agosto 1861, all'indomani della proclamazione del Regno d’Italia.
Il Teatro Comunale
Facciata neoclassica, un giardino sul retro, stucchi e ori a decorare tre ordini di palchi e una platea con sedute in velluto verde acqua , questo Teatro - che mi piace definire «il salotto buono» della città - vanta da sempre un cartellone di tutto rispetto, con spettacoli che spaziano dalla musica classica alla danza, dai concerti di artisti contemporanei ai cori polifonici. Diretto dal pianista Carlo Guaitoli, vincitore di numerosi premi internazionali e una carriera concertistica che lo ha portato in ogni parte del mondo, anche per la prossima stagione saprà incantare i carpigiani con una carrellata di appuntamenti musicali e teatrali assolutamente da non perdere…
Il Campo di Fossoli
Prima di chiudere questo tour fra arte, cibo e musica, è doveroso ricordare che a pochi chilometri da Carpi è visitabile il tragicamente famoso Campo di Fossoli, sito d'internamento italiano per prigionieri politici ed ebrei e luogo di transito verso i lager nazisti. A ricordo delle vittime dei nazifascisti, Carpi ha fortemente voluto il Museo Monumento al Deportato, dove sulle pareti grigie di 13 sale di un’essenzialità disarmante e commovente, sono incise le frasi strazianti dei condannati a morte della Resistenza europea e graffiti di artisti famosi, come Picasso e Guttuso.
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Benjamin Netanyahu (Ansa)
E sul fronte libanese, le Idf hanno eliminato «per errore» pure Pierre Mouawad, ovvero l’esponente del Partito cristiano delle forze libanesi, apertamente contrario a Hezbollah. Le forze militari israeliane hanno ammesso alla Bbc di aver sbagliato. Pare che l’obiettivo fosse una figura chiave della milizia sciita, localizzata in un edificio residenziale a Est di Beirut in cui si trovava anche Mouawad per celebrare la Pasqua in famiglia. Gli attacchi israeliani hanno preso di mira anche Burj Rahal, nel Sud, Mashghara e Kfar Rumman, uccidendo nove persone secondo i media libanesi. Ma Israele deve far fronte anche alle proteste provenienti dalla Chiesa luterana in Terra Santa: uno studente della scuola evangelica di Beit Sahour, in Cisgiordania, è stato arrestato insieme al padre dall’esercito israeliano. Nella nota si afferma che «coloni israeliani stavano illegalmente allestendo un avamposto in un villaggio palestinese vicino a Beit Sahour, molestando i residenti e lanciando gas lacrimogeni contro di loro. Amir Jamal Al-Daraaw e suo padre, il signor Jamal, facevano parte di un gruppo di residenti locali accorsi per difendere le persone attaccate».
Nel principale teatro di guerra, quello iraniano, le forze israeliane hanno invece rivendicato di aver ucciso il comandante dell’intelligence dei pasdaran, Seyed Majid Khademi. La morte, annunciata dagli stessi Guardiani della rivoluzione, è stata poi confermata da Netanyahu e dal ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che ha avvertito: «Continueremo a dar loro la caccia uno per uno». Khademi era alla guida degli 007 iraniani da neanche un anno: aveva ottenuto l’incarico dopo che il predecessore, Mohammed Kazemi, era stato ucciso durante la guerra dei 12 giorni. Il premier israeliano ha anche celebrato l’uccisione del comandante della sezione 840 della forza Quds, Athar Bakri, considerato il «responsabile di attacchi contro ebrei e israeliani in tutto il mondo». Oltre alle figure chiave del regime, Israele ha sferrato altri attacchi contro l’impianto petrolchimico iraniano di Asaluyeh, che fa parte del giacimento di South Pars. Ma non solo. Stando a quanto riferito dall’agenzia iraniana Fars, è stato colpito un secondo impianto, quello di Marvdasht. Nella notte, sarebbero stati colpiti l’area Est di Teheran e soprattutto la regione centro-orientale del Baharestan, dove si contano almeno 17 vittime. Nel mirino dell’operazione Furia epica sarebbero rientrate anche le strutture energetiche dell’università di Sharif, situata a Nordest della Capitale, e tre aeroporti.
Intanto, continuano a emergere dettagli sul salvataggio del secondo pilota americano dopo l’abbattimento del caccia F-15 nei cieli iraniani. L’ambasciatore americano in Israele, Mike Huckabee, ha riferito che il Mossad ha condiviso le informazioni di intelligence con gli Stati Uniti. Secondo il Jerusalem Post, le Idf, per confondere Teheran, avrebbero lanciato diversi attacchi insieme agli Stati Uniti per allontanare i militari del regime dall’area in cui si trovava il pilota. E pare che le forze israeliane abbiano anche disturbato le ricerche iraniane, «accecando» i sistemi di rilevamento. La Cnn ha poi reso noto che nel blitz sono stati coinvolti centinaia di militari della Delta force dell’esercito e dei Navy seals team six della Marina, oltre agli agenti dell’intelligence.
Chi rimarca il fallimento americano è Teheran: secondo il regime l’amministrazione americana, anziché salvare il pilota, mirava a recuperare l’uranio. Intervenendo in merito, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, ha dichiarato che «il luogo in cui l’aereo americano era precipitato» era «a una distanza considerevole» da Isfahan, dove sarebbe stato ritrovato il militare americano. Da qui la considerazione che possa essere stata «un’operazione ingannevole per rubare l’uranio».
Dall’altra parte, con Teheran che continua a lanciare missili, gli allarmi sono scattati soprattutto nel centro di Israele e a Tel Aviv. Ad Haifa è salito a quattro il numero delle vittime all’indomani del raid iraniano contro un edificio residenziale. E Gerusalemme continua ad accusare il regime di aver sganciato bombe a grappolo sui civili. «Questo costituisce un crimine di guerra chiaro e reiterato, commesso con premeditazione», ha reso noto il colonnello Nadav Shoshani, portavoce internazionale delle Idf. I pasdaran hanno poi comunicato di aver colpito una nave portacontainer israeliana, la Sdn7, e una nave d’assalto anfibio americana Lha-7. Quest’ultima sarebbe stata costretta a ritirarsi nell’Oceano indiano meridionale.
E mentre negli Emirati Arabi Uniti e in Kuwait sono scattate le difese aeree per far fronte ai vettori iraniani, nello Stretto di Hormuz è stato segnalato un minimo traffico. Si tratterebbe però di imbarcazioni di Paesi «amici» che avrebbero pagato i pedaggi al regime, stando a quanto riferito da Al Jazeera. Ad aver ottenuto il permesso di attraversare il canale marittimo sarebbero navi francesi, pakistane, indiane e turche.
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Contadini altoatesini alla fine degli anni Quaranta (Getty Images)
Alla fine della Seconda guerra mondiale, il Sudtirolo (o Alto Adige, come fu obbligatorio chiamarlo durante il ventennio) era stretto in una morsa che rendeva il suo destino alquanto incerto. Dagli anni Trenta era stato sottoposto ad un processo di italianizzazione sia nella lingua (la scuola tedesca era stata vietata, così come i toponimi cambiati con nomi italiani) che nella composizione etnica, con l’immissione di migliaia di lavoratori italiani nelle nuove grandi fabbriche (come Falck e Lancia) costruite sul territorio altoatesino in quegli anni. La questione dell’appartenenza storica della regione a Sud del Brennero all’Austria, che la perse dopo gli accordi del 1919, riemerse dopo l’annessione di quest’ultima al Terzo Reich (Anschluss) nel 1938. Hitler e Mussolini giunsero ad un accordo nel 1939 che lasciava liberi gli altoatesini di lingua tedesca di scegliere se rimanere italiani e perdere lo status di minoranza oppure se trasferirsi in Germania entro un tempo limitato. Erano i cosiddetti «optanti». Al voto, oltre 166.000 sudtirolesi scelsero il Reich, spinti anche dalla propaganda sul territorio dell’organizzazione filonazista Vks (Völkischer Kampfring Südtirols). Dopo l’8 settembre l’Alto Adige fu invaso dalla Wehrmacht e annesso al Reich sotto la guida del Gauleiter Franz Hofer. Oltre 10.000 furono i sudtirolesi che combatterono per il Reich, in parte arruolandosi anche nelle Waffen-SS. A Bolzano era stato istituito un lager di transito verso i campi di sterminio, mentre per i cosiddetti Dableiber, cioè coloro che non avevano voluto lasciare il Sudtirolo per la Germania, iniziò il calvario: le autorità naziste, oltre a reclutare forzatamente gli uomini e a mobilitare le donne per il lavoro obbligatorio, perseguitarono quegli oppositori del Reich prevalentemente di matrice cattolica che, come il parroco Michael Gamper e il commerciante Erich Amonn, organizzarono un movimento di resistenza sotto la sigla di Andreas Hofer Bund, che rappresentava i Dableiber che si opponevano alla tirannia nazista. Un centinaio di membri furono deportati nei campi di sterminio.
Nel maggio del 1945 la guerra finì e sia il nazismo che il fascismo erano caduti. Gli altoatesini si trovarono così nel mezzo di una sorta di «anno zero», arbitrato di fatto dalle potenze vincitrici. L’Italia, pur sconfitta, si trovava però in vantaggio rispetto all’Austria: era stata una nazione co-belligerante e contava la presenza di un movimento di resistenza, mentre l’Austria annessa al Reich non poteva dimostrare altrettanto. Molti sudtirolesi, inoltre, erano stati fedeli nazisti e combattenti nella Wehrmacht e nelle SS. Dall’altra parte Vienna invocava la naturale etnia germanica del popolo altoatesino usurpata nel 1919 e repressa dal fascismo, portando avanti la tesi della propria posizione di vittima del nazismo in seguito all’Anschluss del 1938. Ma l’Italia era considerata già Stato sovrano, mentre l’Austria era sottoposta come la Germania all’amministrazione delle truppe di occupazione alleate. Le spinte alla riannessione all’Austria tra il 1945 e il 1946 furono molto forti nel primo anno di pace in Alto Adige. Già nel maggio del 1945, pochi giorni dopo la fine del conflitto, era nata la Südtiroler Völkspartei (Svp), nata dai Dableiber tra cui Erich Amonn. Il movimento si espresse subito per la riannessione all’Austria, mentre dall’altra parte del Brennero, ad Innsbruck, si assistette a manifestazioni di piazza per il ritorno ad un solo Tirolo. Lo stesso Karl Gruber, futuro ministro degli Esteri austriaco, inoltrò alle potenze vincitrici richiesta formale di riannessione. Anche a Bolzano, presso Castel Firmiano, si tenne una manifestazione di massa il 22 aprile 1946 che preannunciò l’iniziativa di una petizione per la riannessione che raccolse oltre 150.000 firme, consegnate poi al cancelliere austriaco Leopold Figl. Gli alleati la respinsero, non riconoscendo la richiesta di referendum e ribadendo che ogni decisione sulla questione altoatesina (e sulle altre come quella di Trieste) sarebbero state trattate unicamente per le vie diplomatiche alla conferenza di pace di Parigi. Anche a Roma le richieste di separazione furono fortemente respinte dai principali partiti: risolutamente contrario fu Togliatti, che riteneva il confine del Brennero violato dalle truppe tedesche e non provava alcuna simpatia per l’autonomia, rispecchiando l'assoluta ostilità di Mosca a qualunque concessione territoriale ai popoli tedeschi sconfitti. Più morbido, ma comunque risolutamente contrario alla riannessione fu Alcide De Gasperi (egli stesso trentino ed in gioventù suddito dell’Impero Austro-ungarico). Il leader democristiano e presidente del Consiglio sarà protagonista della risoluzione diplomatica della questione altoatesina durante lo stesso 1946, anno del suo secondo dicastero. Nel frattempo gli optanti, che avevano scelto di trasferirsi nella Germania nazista si erano venuti a trovare in un Paese in ginocchio, raso al suolo dai bombardamenti e sottoposto all’occupazione militare dei vincitori. Alcuni scelsero di rientrare clandestinamente già alcuni mesi dopo la fine della guerra, ma si trovarono paradossalmente stranieri in patria perché avevano scelto di abbandonare la cittadinanza italiana. In Alto Adige non avevano più diritti, erano di fatto stranieri. E molti neppure ritrovarono le proprietà lasciate pochi anni prima, occupate o assegnate ad altri dalle autorità italiane o confiscate direttamente dai restanti. Al di là del Brennero gli altoatesini cacciati dalla Germania occupata, dalla Boemia e dalla Polonia occupate dai sovietici finirono in campi profughi nei dintorni di Innsbruck in condizioni miserevoli, in attesa che la situazione si sbloccasse. Tra i giovani profughi, diverse centinaia si arruolarono per fame nella Legione straniera francese, in quanto il Tirolo settentrionale era sotto il controllo delle truppe di Parigi. Spediti in Indocina, rimasero fino alla battaglia di Diem Bien Phu del 1954, che costò la vita a diversi ex optanti.
Il conflitto sociale raggiunse dunque picchi altissimi nel 1946, nel momento in cui la palla della politica locale era passata a quegli altoatesini che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista senza lasciare la propria terra e contemporaneamente dall’Austria giungeva una forte propaganda per l’annessione.
Una miscela così esplosiva indusse le potenze riunite a Parigi ad accelerare la risoluzione della questione, che si risolverà giuridicamente con la firma dell’Accordo tra Austria e Italia sull’Alto Adige, noto come «Accordo De Gasperi-Gruber» dal nome dei due premier. Era il 5 settembre del 1946 quando a Parigi fu siglato e consegnato agli alleati. Il testo conteneva le garanzie per la tutela linguistica delle comunità tedesche e la parità di diritti tra la popolazione tedesca, ladina e italiana. Riammetteva l’insegnamento del tedesco nelle scuole, che durante il ventennio si era svolto clandestinamente nelle Katakombenschule, le scuole organizzate nei sotterranei da Martin Gamper. Riconosceva l’autonomia amministrativa dell’Alto Adige (che con un abile mossa De Gasperi estese a livello regionale, includendo così anche il Trentino) e garantiva la nazionalità ed un passaporto valido anche per gli optanti in rientro e il riconoscimento dei titoli di studio. L’Austria avrebbe avuto il ruolo di controllore e garante dell’accordo.
Molti furono i delusi, che speravano in un ricongiungimento del Sudtirolo con l’Austria, ma i vincitori seduti al tavolo delle trattative postbelliche lo esclusero categoricamente. Volevano evitare una nuova area di tensioni etnico-geografiche in un periodo delicato in cui nascevano le premesse della Guerra fredda. Altri altoatesini tuttavia accettarono l’accordo, consolati dalle garanzie che avrebbero impedito una nuova italianizzazione forzata. Chi rientrò dalla Germania dovette ricominciare spesso tutto da capo, con lunghe trafile burocratiche e legali per riacquistare ciò che era stato lasciato all’atto della scelta di emigrare nel Reich.
La Costituzione del 1948 recepì l’accordo del 1946 e nel Decreto Legislativo n.23/1948 si trattò la regolarizzazione dello status degli optanti. Si apriva il capitolo difficile del pieno reintegro, non ultimo quello del ritorno delle proprietà o dell’assegnazione di abitazioni e terre vendute o confiscate negli anni delle opzioni dallo Stato italiano, dai Dableiber o assegnate ai lavoratori italiani di recente immigrazione in Alto Adige. Questo difficilissimo aspetto fu affidato ad un giovane Giulio Andreotti, che fu a fianco di De Gasperi il giorno degli accordi con Gruber. A lui fu affidata la gestione politica dell’Uzc, l’Ufficio governativo per le Zone di Confine, chiamato da una parte al reintegro degli altoatesini rientranti, dall’altro alla difesa della comunità degli italiani che risiedevano e lavoravano in Alto Adige. L’Uzc si trovò a gestire le richieste degli optanti di rientro e le pratiche di concessione della nuova cittadinanza italiana, scegliendo una politica di controbilanciamento delle due componenti etnico-linguistiche tramite progressivi finanziamenti, per evitare che il reintegro degli optanti finisse per minacciare gli italiani della regione. A partire dagli anni Cinquanta l’Uzc favorì in particolare lo sviluppo di chiese ed oratori, nonché il sostegno ad una stampa di lingua italiana, in particolare del quotidiano «L’Alto Adige», che mirava a creare una voce alternativa al germanofono «Dolomiten».
L’azione italiana tuttavia non riuscirà a placare le spinte secessioniste e le forti tensioni etniche dell’Alto Adige del dopoguerra. Nonostante la ripresa economica e l’inizio dello sviluppo di un turismo di massa unita alla ripresa industriale, il ritorno degli optanti significò anche una svolta all’interno del primo partito germanofono, l’Svp. Gestito nell’immediato dopoguerra da una maggioranza di cattolici antinazisti, il ricambio della classe politica altoatesina vide il ritorno di alcuni esponenti intransigenti e precedentemente compromessi con il defunto Terzo Reich. Molti, alla fine degli anni Cinquanta, furono gli episodi di segregazione e di separazione etnica attuate a livello locale in risposta alle politiche di Roma, accusata di favorire gli italiani. Inoltre l’Austria, divenuta repubblica dopo la fine di un lungo decennio di occupazione alleata, aveva ripreso le rivendicazioni sul Sudtirolo. A livello nazionale, la Svp allora guidata dall’ex soldato della Wermacht Silvius Magnago chiedeva l’autonomia non solo da Roma, ma anche da Trento, inclusa assieme all’Alto Adige dopo gli accordi del 1946. Queste forti tensioni porteranno al fenomeno del terrorismo del decennio successivo con la stagione degli attacchi dinamitardi dei separatisti. Il cammino verso un’autonomia bilanciata e un’integrazione vera sarebbe stato ancora molto lungo, passando dallo Statuto di autonomia del 1972 e fino alla ratifica del Pacchetto di autonomie del 1992, ratificato dai governi di Italia e Austria di fronte all’Onu.
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«The Testaments» (Disney+)
Il romanzo che Margaret Atwood ha scritto nel 2019, sulla carta, dovrebbe essere un sequel del suo più famoso, Il racconto dell'ancella. Di fatto, The Testaments è ambientato quindici anni dopo le vicende narrate in quel libro, che le ha dato fama. Eppure, non racconta molto oltre il finale noto.
The Testaments, da cui Disney+ ha tratto un'altra serie televisiva, pronta a debuttare sulla piattaforma mercoledì 8 aprile, usa un espediente narrativo per tornare alla fine del ventesimo secolo, nel mezzo della teocrazia totalitaria che ha sovvertito l'ordine degli Stati Uniti d'America. Allora, a fronte di un pianeta devastato dalle guerre e dalle successive difficoltà economiche, difficoltà che hanno portato ad una crescita zero, pochi uomini, pochi potenti hanno deciso di instaurare in America una Repubblica basata sulla religione. Non la religione così come la si è conosciuta, ma una sua lettura forzata e ortodossa, una sorta di fanatismo biblico che ha trasformato gli Usa, un tempo patria della libertà, nella Repubblica di Gilead: una società piramidale, governata da un'oligarchia di privilegiata e popolata, per lo più, di schiavi. Nessuna mobilità sociale, nessuna inclinazione personale. All'interno di Gilead, non ha trovato spazio nulla oltre l'applicazione maniacale dei dogmi ispirati alle sacre scritture. Un Medioevo nuovo ha preso il sopravvento, si è tornati a processore chiunque manifestasse dissenso, a punire la disobbedienza civile e il pensiero critico. Le donne sono state ridotte a macchine riproduttive, e a loro è stata proibita la gioia dell'amore. Per dare a Gilead dei figli e ripopolare così la Terra, gli oligarchi hanno deciso che si sarebbero accoppiati con donne fertili, tenute in cattività. Non sarebbero state mogli, ma incubatrici. Le altre, non più fertili o sterili, sarebbero state eliminate. Il racconto dell'ancella, celebrato urbi et orbi e poi adattato in una serie tv di successo planetario, ha raccontato la silenziosa insurrezione delle ancelle, la loro vita di prigioniere.
The Testaments, con lo stesso impianto produttivo, promette, invece, di raccontare tre storie diverse e interconnesse, storie nuove e vecchie capaci, soprattutto, di spiegare gli antefatti che hanno preceduto l’ascesa al potere degli oligarchi di Gilead. Cos'ha portato dove si è ora, quali alternative possono esistere oltre la costrizione, che costo ha l'obbedienza. Questo si chiedono le trame dello show, deciso a tener vivo l'universo della Atwood.
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