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2018-06-16
Sull’Aquarius balli, canti e partite a dama
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Onde alte 4 metri, financo 6. Vento a 35 nodi. Madri e bambini in balia del «terrore delle onde». Gente che non si regge in piedi a causa del mal di mare. Brivido, orrore, raccapriccio. A leggere le cronache sul viaggio della nave Aquarius e dei 629 «naufraghi» migranti che ha recuperato, pare che l'imbarcazione di Sos Méditerranée (che dovrebbe arrivare in Spagna domani) sia conciata peggio del Titanic. Persino papa Francesco, ieri mattina, ha invitato a «non lasciare in balia delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia».
Repubblica, sempre ieri, parlava di «onde alte e profughi esausti», e negli articoli esibiva sfumature di nero: «Se mai arriveranno, e non è detto, sbarcheranno qui con le ginocchia piegate e le facce stravolte», scriveva Brunella Giovara da Valencia. E descriveva «uomini stravolti dalla nausea e dal vomito, ustionati dal sole»; «piaghe insopportabili, dovute alla miscela di benzina e acqua di mare che corrode la pelle e arriva alla carne viva».
Certo, la cronista spiegava anche che «il carico umano è stato distribuito equamente» su tre navi, cioè l'Aquarius medesima, la Dattilo della Guardia costiera e l'Orione della Marina militare. Dunque non è esattamente vero che i migranti siano ammassati su una specie di zattera. Le quattro donne incinte presenti a bordo, per dire, sono state trasferite a terra (una in elicottero) affinché ricevessero cure adeguate in ospedali siciliani. Un bambino che viaggiava solo ed era disidratato e malconcio è stato portato a Lampedusa.
Ma la cronaca di Repubblica insisteva a dipingere un quadro drammatico: «Gli italiani hanno anche distribuito viveri, più che altro barrette energetiche, acqua e frutta per lo più marcia, che è finita subito ai pesci». Insomma, un abominio. Ora, di sicuro gli stranieri recuperati nel Mediterraneo non saranno al massimo della forma. Saranno stanchi, provati dalla permanenza in Libia. Ma forse un pochino più di obiettività sulla situazione a bordo dell'Aquarius sarebbe opportuna.
Assieme ai racconti orrorifici dei cronisti italiani e non, ci sono anche altri documenti a testimoniare che cosa avvenga sulla nave. Ci sono, per esempio, le foto e i video che pubblica su Twitter Sara Alonso della Rne, la radio nazionale spagnola. Come scrive Io Donna, «dei quattro giornalisti a bordo della nave Aquarius, è lei quella che twitta più assiduamente e racconta con foto e parole tutto quello che non può trasmettere nei suoi servizi radiofonici».
La signora Alonso di sicuro non è molto vicina alle idee di Matteo Salvini, visto che scrive frasi come «siamo tutti migranti». Quel che racconta è molto interessante. Il 15 giugno, all'1.10 di notte, ha pubblicato un video con questa didascalia: «Prima di colazione è stata organizzata una festa. Altos Vinard, coordinatore di Medici senza frontiere, alla fisarmonica. È stato fantastico!». Nel filmato, si vede in effetti Aloys Vinard (questo il nome corretto), coordinatore di Msf, impegnato a suonare la fisarmonica e a danzare. Anche altri attivisti di Msf ballano, chi da solo, chi assieme ai migranti, compresa una bimba.
Qualche ora dopo, ecco un nuovo video di balli, canti e «consegna dei regali» ai bimbi (ma «gli adulti si sono divertiti quasi di più», chiosa la cronista). Ovvio: nei momenti difficili ci si fa coraggio come si può, soprattutto danzando e cantando. Ma se uno si trova a rischio della vita fra onde mostruose e venti impetuosi, forse la forza di ballare non ce l'ha. E, anche se ce l'avesse, non riuscirebbe a stare in piedi sul ponte frustato dai cavalloni. Così come non riuscirebbe a giocare a dama. Eppure il 14 giugno, alle 8.45, Sara Alonso ha pubblicato una foto che ritrae un infermiere di Msf impegnato in una partita con alcuni migranti.
Alle 5.17 del 15 giugno, invece, la cronista ha postato un altro video in cui si vedono due donne. Una è seduta tranquilla, l'altra, in piedi, le pettina e acconcia i capelli. Già il 14 giugno, la Alonso aveva pubblicato la foto di una scena simile. Si vede Blessing, una nigeriana, che fa le treccine ad Aloys Vinard: è il «negozio di parrucchiere» dell'Aquarius.
Il 12 giugno, invece, la giornalista ha raccontato che a bordo si leggeva un libro di «pensieri positivi», mentre l'11 giugno ha pubblicato un altro video di ballo, protagoniste alcune straniere festanti sottocoperta.
Vale la pena citare un ultimo post di Twitter. Il 14 giugno, la Alonso ha diffuso la foto di alcuni giocattoli ancora impacchettati. E ha scritto: «Le guardie costiere italiane hanno portato cibo: zuppe, zucchero, datteri, snack e anche giocattoli per bambini». Ma come: non avevano portato un carico di frutta marcia buona al massimo per i pesci?
Francesco Borgonovo
Intesa Conte-Macron: «Hotspot in Africa»
L'Italia s'è desta, e ha svegliato l'Europa. Il vertice di ieri a Parigi tra il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e il premier italiano Giuseppe Conte è stato un successo per la nostra nazione e per il governo M5s-Lega. Macron si è allineato alla proposta italiana: fermare i flussi migratori nei Paesi di origine. Le tensioni che nei giorni scorsi avevano reso incandescenti i rapporti diplomatici tra Roma e Parigi sono evaporate. L'Italia che detta la linea all'Europa: sembra un sogno, ripensando agli anni del governo delle sinistre, quando bastava un'occhiataccia di Angela Merkel per far scattare sull'attenti il nostro governo. Tutto cambiato, tutto archiviato: ora l'Italia gioca la sua partita, senza aspettare ordini da Bruxelles, Berlino o Francoforte.
Italia protagonista, Italia autonoma, Italia corteggiata: gli equilibri internazionali sono fragili, delicati, in continua evoluzione, e la posizione di Roma, le sue alleanze, le sue strategie non sono più scontate. Non solo a livello europeo: «Il premier italiano Conte? È fantastico!», ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aggiungendo: «Sembra che essere duri sull'immigrazione ora paghi».
Torniamo al vertice di ieri all'Eliseo. Macron accoglie Conte alle 14, il pranzo di lavoro vede al centro della discussione la proposta italiana di cambiare i regolamenti di Dublino e allestire hotspot, ovvero strutture allestite per identificare, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei profughi nei Paesi da cui partono gli immigrati, in particolare Libia e Niger. Una rivoluzione. Macron è d'accordo, tra i due leader c'è piena sintonia. Alle 16, Conte e «l'amico Emmanuel», come il premier italiano chiama il presidente francese, annunciano ai giornalisti l'intesa raggiunta. «Speriamo», dice Macron, «di andare avanti con i partner europei nei prossimi mesi su una riforma profonda delle regole di Dublino per una migliore responsabilità e divisione del peso dei migranti. Il sistema oggi non funziona, non produce risultati soddisfacenti, dobbiamo trovare meccanismi che consentano la solidarietà e dobbiamo fare in modo che la situazione geografica non ci metta in situazioni politiche insostenibili».
Macron si riferisce all'Italia e alla sua vicinanza con le coste nordafricane. «Bisogna», aggiunge il presidente francese, «rafforzare la cooperazione già avviata con i Paesi di transito dei flussi migratori per proteggere meglio le persone, e occorre favorire missioni delle nostre agenzie per l'asilo sulla sponda Sud del Mediterraneo». «È necessario anche», aggiunge Macron, «rafforzare Frontex. Sono questi i pilastri dell'azione congiunta tra Francia e Italia sulla questione migratoria. Un'azione che deve produrre soluzioni concrete che consentano sia di dare una risposta umanitaria sia di proteggere i nostri popoli, e su questo andiamo avanti insieme, per una soluzione europea».
Il leader francese distingue tra chi fugge da guerre e carestie e i migranti economici: «I primi», sottolinea Macron, «troveranno sempre accoglienza in Europa, per i secondi dobbiamo fare una distinzione. Ci sono molte persone che non hanno diritto d'asilo e restano a vivere in Europa in condizioni non dignitose. È un problema che tocca molto anche l'Italia, non possiamo accogliere tutti. Va reso più efficace il ritorno al Paese d'origine di chi non ha diritto d'asilo. Su questo punto bisogna aumentare la cooperazione». Rimpatri, difesa delle frontiere europee, creazione di hotspot nei Paesi di origine: Macron sottoscrive in sostanza il programma sull'immigrazione del governo italiano.
Al suo fianco, Conte gongola. «Sono stati giorni turbolenti», dice il premier italiano, riferendosi al caso Aquarius, «e di tensione per l'Italia, il nostro primo obiettivo era mettere in sicurezza queste persone, abbiamo subito offerto il nostro supporto logistico. Con Macron c'è perfetta intesa e con una telefonata ci siamo chiariti. Con l'amico Emmanuel abbiamo condiviso l'idea di lavorare insieme sulle principali sfide dell'Ue. Il regolamento di Dublino deve cambiare», aggiunge Conte, «l'Italia sta preparando una proposta propria che non vede l'ora di condividere con gli altri partner in vista di formalizzarla alla prossima presidenza Ue austriaca. Dobbiamo creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo. Il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa».
«Quello che proponiamo», sottolinea Conte, «è un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali». «Dobbiamo consolidare», prosegue Conte, «il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell'emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell'uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana. La collaborazione con il presidente Macron», termina Conte, «avrà una prima occasione per svilupparsi ulteriormente in occasione del bilaterale che avremo in autunno a Roma: sarà quella la sede per intensificare questo scambio e questa cooperazione».
Carlo Tarallo
Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma
«La problematica della migrazione giocherà presumibilmente un ruolo rilevante nel bilaterale con Giuseppe Conte». Lo ha riferito ieri Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, durante una conferenza stampa a Berlino. L'incontro tra il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca è previsto per lunedì prossimo. Sullo sfondo aleggiano gli attriti tra la Cdu (il partito della Merkel) e i cristiano democratici bavaresi del ministro dell'Interno Horst Seehofer. Quest'ultimo aveva minacciato la rottura del gruppo parlamentare unitario poiché la cancelliera si era opposta al giro di vite sull'immigrazione da lui disposto, con il via libera ai respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue. Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, sta provando a ricomporre la spaccatura e a scongiurare la crisi di governo. Seehofer considera un diritto del suo ministero quello di decidere sui rimpatri, mentre la Cdu fa quadrato attorno alla Merkel.
La presidente del partito, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha difeso le posizioni della cancelliera, che persegue una soluzione condivisa a livello europeo. «Come Cdu», ha scritto in una lettera al partito la Kramp-Karrenbauer, «siamo preoccupati che una mossa disordinata per allontanare i rifugiati dai nostri confini possa condurre a un effetto domino negativo e, infine, metta in discussione lo sforzo di tenere unita l'Europa».
La grande coalizione tedesca dunque scricchiola, anche perché quest'anno la Csu dovrà affrontare le elezioni in Baviera e il suo primato è minacciato dal movimento di destra radicale Alternativ für Deutschland, sempre più su nei sondaggi (le ultime rilevazioni nazionali danno la formazione al 14%, meno di quattro punti di distacco dai socialdemocratici). C'è invece piena sintonia tra il nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, e gli esponenti politici europei ostili all'invasione, dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz allo stesso Seehofer. Gli analisti italiani continuano a criticare l'«asse dei volenterosi», come lo ha definito Kurz, che si sta costituendo tra il nostro Paese, l'Austria, la Germania e il gruppo di Visegrád, da anni capofila della lotta contro le quote di redistribuzione degli immigrati. La tesi dei media è che l'Italia verrà lasciata ancora più sola a vedersela con il problema dei salvataggi in mare e degli sbarchi. Ma Salvini sta mettendo in riga le cancellerie europee e sta imponendo una linea basata su due cardini: accelerazione dell'esame delle richieste d'asilo e delle procedure di rimpatrio da un lato, limitazione delle partenze dall'altro.
«Ho già condiviso con tedeschi e austriaci un'idea di fondo», ha specificato il leader leghista, cioè «che le frontiere esterne, quindi il Mediterraneo, vanno difese con uomini e con soldi». Magari coinvolgendo le forze Nato: il premier Conte, in effetti, ha già spiegato al segretario generale, Jens Stoltenberg, in occasione del vertice a Palazzo Chigi di lunedì scorso, che le premure dell'Italia non sono rivolte al contenimento della Russia, bensì al controllo del confine meridionale europeo.
È su questa falsariga che si inserisce la proposta, formulata da Conte durante l'incontro a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, di realizzare degli hotspot direttamente in Libia e negli altri Paesi africani di transito, come il Niger. Lo scopo, ha spiegato il presidente del Consiglio in un tweet, è proprio di «accelerare identificazione e richieste di asilo dei migranti». La soluzione di Roma per «arginare i traffici di esseri umani e rispettare i diritti umani», peraltro, fa eco al progetto austriaco di costruire campi profughi in Africa. Probabilmente è di questo che si parlerà lunedì prossimo a Berlino, in vista del Consiglio Ue di fine mese.
A differenza di quanto ci racconta il giornalismo mainstream, il governo italiano sta guidando un riposizionamento degli assetti europei con l'obiettivo di affrontare alla radice il problema delle partenze di migranti, garantendo al contempo che le richieste d'asilo siano processate con rapidità e che chi ne ha diritto sia accolto. Bisogna superare sia quel limbo per cui circa 600.000 persone rimangono nel nostro Paese in attesa di conoscere il proprio destino, sia i limiti del trattato di Dublino. Lungi dal favorire gli egoismi nazionali, la sottile tessitura politica che stanno intrecciando Salvini e Conte può finalmente mettere l'Unione europea dinanzi alle proprie responsabilità, che non sono soltanto di natura finanziaria (la quantità di fondi destinati ai Paesi di primo arrivo). Come ha detto giustamente il premier durante la conferenza stampa all'Eliseo, «chi mette piede in Italia, mette piede in Europa. E nessuno, in Europa, può pensare di restare estraneo e lavarsi le mani rispetto a questo problema».
Per di più, in questi giorni Conte ha incassato un altro complimento dal presidente americano Donald Trump, che dopo il G7 di Charlevoix lo aveva definito «a great guy». In un'intervista a Fox news, The Donald ha ribadito che il presidente del Consiglio italiano è «fantastico» e che «essere duri sull'immigrazione» ora paga. Un endorsement importante, perché il sostegno degli Stati Uniti diventa cruciale per mettere alle strette la Francia, molto critica con i quattro di Visegrád ma oramai incalzata pure da Berlino e Vienna. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza anche soltanto farsi ascoltare dai partner Ue. Oggi, l'Italia sta dettando l'agenda. Dai frutti, poi, giudicheremo il governo gialloblù.
Alessandro Rico
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I media raccontano di migranti sofferenti, flutti mostruosi e venti a raffica. Persino il Papa invita a non abbandonare «in balìa delle onde» gli stranieri. Ma il diario di una giornalista spagnola presente a bordo mostra una situazione decisamente diversa.Intesa tra Giuseppe Conte ed Emmanuel Macron. L'Eliseo sposa la nostra linea: respingimenti più semplici e modifiche al trattato di Dublino. Il presidente Donald Trump celebra l'Italia: «Essere duri paga».Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma. Il partito di destra Afp sale nei sondaggi mentre il governo rischia di crollare dopo il no della cancelliera al piano di rimpatri del ministro Horst Seehofer. Lunedì incontro con il premier gialloblù.Lo speciale contiene tre articoliOnde alte 4 metri, financo 6. Vento a 35 nodi. Madri e bambini in balia del «terrore delle onde». Gente che non si regge in piedi a causa del mal di mare. Brivido, orrore, raccapriccio. A leggere le cronache sul viaggio della nave Aquarius e dei 629 «naufraghi» migranti che ha recuperato, pare che l'imbarcazione di Sos Méditerranée (che dovrebbe arrivare in Spagna domani) sia conciata peggio del Titanic. Persino papa Francesco, ieri mattina, ha invitato a «non lasciare in balia delle onde chi lascia la sua terra affamato di pane e di giustizia». Repubblica, sempre ieri, parlava di «onde alte e profughi esausti», e negli articoli esibiva sfumature di nero: «Se mai arriveranno, e non è detto, sbarcheranno qui con le ginocchia piegate e le facce stravolte», scriveva Brunella Giovara da Valencia. E descriveva «uomini stravolti dalla nausea e dal vomito, ustionati dal sole»; «piaghe insopportabili, dovute alla miscela di benzina e acqua di mare che corrode la pelle e arriva alla carne viva». Certo, la cronista spiegava anche che «il carico umano è stato distribuito equamente» su tre navi, cioè l'Aquarius medesima, la Dattilo della Guardia costiera e l'Orione della Marina militare. Dunque non è esattamente vero che i migranti siano ammassati su una specie di zattera. Le quattro donne incinte presenti a bordo, per dire, sono state trasferite a terra (una in elicottero) affinché ricevessero cure adeguate in ospedali siciliani. Un bambino che viaggiava solo ed era disidratato e malconcio è stato portato a Lampedusa.Ma la cronaca di Repubblica insisteva a dipingere un quadro drammatico: «Gli italiani hanno anche distribuito viveri, più che altro barrette energetiche, acqua e frutta per lo più marcia, che è finita subito ai pesci». Insomma, un abominio. Ora, di sicuro gli stranieri recuperati nel Mediterraneo non saranno al massimo della forma. Saranno stanchi, provati dalla permanenza in Libia. Ma forse un pochino più di obiettività sulla situazione a bordo dell'Aquarius sarebbe opportuna. Assieme ai racconti orrorifici dei cronisti italiani e non, ci sono anche altri documenti a testimoniare che cosa avvenga sulla nave. Ci sono, per esempio, le foto e i video che pubblica su Twitter Sara Alonso della Rne, la radio nazionale spagnola. Come scrive Io Donna, «dei quattro giornalisti a bordo della nave Aquarius, è lei quella che twitta più assiduamente e racconta con foto e parole tutto quello che non può trasmettere nei suoi servizi radiofonici». La signora Alonso di sicuro non è molto vicina alle idee di Matteo Salvini, visto che scrive frasi come «siamo tutti migranti». Quel che racconta è molto interessante. Il 15 giugno, all'1.10 di notte, ha pubblicato un video con questa didascalia: «Prima di colazione è stata organizzata una festa. Altos Vinard, coordinatore di Medici senza frontiere, alla fisarmonica. È stato fantastico!». Nel filmato, si vede in effetti Aloys Vinard (questo il nome corretto), coordinatore di Msf, impegnato a suonare la fisarmonica e a danzare. Anche altri attivisti di Msf ballano, chi da solo, chi assieme ai migranti, compresa una bimba. Qualche ora dopo, ecco un nuovo video di balli, canti e «consegna dei regali» ai bimbi (ma «gli adulti si sono divertiti quasi di più», chiosa la cronista). Ovvio: nei momenti difficili ci si fa coraggio come si può, soprattutto danzando e cantando. Ma se uno si trova a rischio della vita fra onde mostruose e venti impetuosi, forse la forza di ballare non ce l'ha. E, anche se ce l'avesse, non riuscirebbe a stare in piedi sul ponte frustato dai cavalloni. Così come non riuscirebbe a giocare a dama. Eppure il 14 giugno, alle 8.45, Sara Alonso ha pubblicato una foto che ritrae un infermiere di Msf impegnato in una partita con alcuni migranti.Alle 5.17 del 15 giugno, invece, la cronista ha postato un altro video in cui si vedono due donne. Una è seduta tranquilla, l'altra, in piedi, le pettina e acconcia i capelli. Già il 14 giugno, la Alonso aveva pubblicato la foto di una scena simile. Si vede Blessing, una nigeriana, che fa le treccine ad Aloys Vinard: è il «negozio di parrucchiere» dell'Aquarius.Il 12 giugno, invece, la giornalista ha raccontato che a bordo si leggeva un libro di «pensieri positivi», mentre l'11 giugno ha pubblicato un altro video di ballo, protagoniste alcune straniere festanti sottocoperta.Vale la pena citare un ultimo post di Twitter. Il 14 giugno, la Alonso ha diffuso la foto di alcuni giocattoli ancora impacchettati. E ha scritto: «Le guardie costiere italiane hanno portato cibo: zuppe, zucchero, datteri, snack e anche giocattoli per bambini». Ma come: non avevano portato un carico di frutta marcia buona al massimo per i pesci? Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullaquarius-balli-canti-e-partite-a-dama-2578374760.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intesa-conte-macron-hotspot-in-africa" data-post-id="2578374760" data-published-at="1780309730" data-use-pagination="False"> Intesa Conte-Macron: «Hotspot in Africa» L'Italia s'è desta, e ha svegliato l'Europa. Il vertice di ieri a Parigi tra il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron e il premier italiano Giuseppe Conte è stato un successo per la nostra nazione e per il governo M5s-Lega. Macron si è allineato alla proposta italiana: fermare i flussi migratori nei Paesi di origine. Le tensioni che nei giorni scorsi avevano reso incandescenti i rapporti diplomatici tra Roma e Parigi sono evaporate. L'Italia che detta la linea all'Europa: sembra un sogno, ripensando agli anni del governo delle sinistre, quando bastava un'occhiataccia di Angela Merkel per far scattare sull'attenti il nostro governo. Tutto cambiato, tutto archiviato: ora l'Italia gioca la sua partita, senza aspettare ordini da Bruxelles, Berlino o Francoforte. Italia protagonista, Italia autonoma, Italia corteggiata: gli equilibri internazionali sono fragili, delicati, in continua evoluzione, e la posizione di Roma, le sue alleanze, le sue strategie non sono più scontate. Non solo a livello europeo: «Il premier italiano Conte? È fantastico!», ha detto ieri il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aggiungendo: «Sembra che essere duri sull'immigrazione ora paghi». Torniamo al vertice di ieri all'Eliseo. Macron accoglie Conte alle 14, il pranzo di lavoro vede al centro della discussione la proposta italiana di cambiare i regolamenti di Dublino e allestire hotspot, ovvero strutture allestite per identificare, registrare, fotosegnalare e raccogliere le impronte digitali dei profughi nei Paesi da cui partono gli immigrati, in particolare Libia e Niger. Una rivoluzione. Macron è d'accordo, tra i due leader c'è piena sintonia. Alle 16, Conte e «l'amico Emmanuel», come il premier italiano chiama il presidente francese, annunciano ai giornalisti l'intesa raggiunta. «Speriamo», dice Macron, «di andare avanti con i partner europei nei prossimi mesi su una riforma profonda delle regole di Dublino per una migliore responsabilità e divisione del peso dei migranti. Il sistema oggi non funziona, non produce risultati soddisfacenti, dobbiamo trovare meccanismi che consentano la solidarietà e dobbiamo fare in modo che la situazione geografica non ci metta in situazioni politiche insostenibili». Macron si riferisce all'Italia e alla sua vicinanza con le coste nordafricane. «Bisogna», aggiunge il presidente francese, «rafforzare la cooperazione già avviata con i Paesi di transito dei flussi migratori per proteggere meglio le persone, e occorre favorire missioni delle nostre agenzie per l'asilo sulla sponda Sud del Mediterraneo». «È necessario anche», aggiunge Macron, «rafforzare Frontex. Sono questi i pilastri dell'azione congiunta tra Francia e Italia sulla questione migratoria. Un'azione che deve produrre soluzioni concrete che consentano sia di dare una risposta umanitaria sia di proteggere i nostri popoli, e su questo andiamo avanti insieme, per una soluzione europea». Il leader francese distingue tra chi fugge da guerre e carestie e i migranti economici: «I primi», sottolinea Macron, «troveranno sempre accoglienza in Europa, per i secondi dobbiamo fare una distinzione. Ci sono molte persone che non hanno diritto d'asilo e restano a vivere in Europa in condizioni non dignitose. È un problema che tocca molto anche l'Italia, non possiamo accogliere tutti. Va reso più efficace il ritorno al Paese d'origine di chi non ha diritto d'asilo. Su questo punto bisogna aumentare la cooperazione». Rimpatri, difesa delle frontiere europee, creazione di hotspot nei Paesi di origine: Macron sottoscrive in sostanza il programma sull'immigrazione del governo italiano. Al suo fianco, Conte gongola. «Sono stati giorni turbolenti», dice il premier italiano, riferendosi al caso Aquarius, «e di tensione per l'Italia, il nostro primo obiettivo era mettere in sicurezza queste persone, abbiamo subito offerto il nostro supporto logistico. Con Macron c'è perfetta intesa e con una telefonata ci siamo chiariti. Con l'amico Emmanuel abbiamo condiviso l'idea di lavorare insieme sulle principali sfide dell'Ue. Il regolamento di Dublino deve cambiare», aggiunge Conte, «l'Italia sta preparando una proposta propria che non vede l'ora di condividere con gli altri partner in vista di formalizzarla alla prossima presidenza Ue austriaca. Dobbiamo creare centri di protezione europei, già nei Paesi di origine o di transito, in modo da anticipare e velocizzare i procedimenti di identificazione e le richieste di asilo. Il concetto stesso di Stato di primo ingresso va ripensato. Chi mette i piedi in Italia, mette i piedi in Europa». «Quello che proponiamo», sottolinea Conte, «è un radicale cambio di paradigma, un approccio integrato, che si fondi su alcuni pilastri fondamentali». «Dobbiamo consolidare», prosegue Conte, «il concetto di frontiera europea: nessuno in Europa può pensare di rimanere estraneo, di lavarsi le mani rispetto al problema dell'emigrazione. Questo nuovo approccio deve essere orientato a tutelare i diritti fondamentali dell'uomo e a incrementare la lotta contro tutti gli speculatori che traggono vantaggi economici da questa moderna tratta disumana. La collaborazione con il presidente Macron», termina Conte, «avrà una prima occasione per svilupparsi ulteriormente in occasione del bilaterale che avremo in autunno a Roma: sarà quella la sede per intensificare questo scambio e questa cooperazione». Carlo Tarallo <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sullaquarius-balli-canti-e-partite-a-dama-2578374760.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="angela-merkel-sotto-assedio-cerca-la-sponda-a-roma" data-post-id="2578374760" data-published-at="1780309730" data-use-pagination="False"> Angela Merkel sotto assedio cerca la sponda a Roma «La problematica della migrazione giocherà presumibilmente un ruolo rilevante nel bilaterale con Giuseppe Conte». Lo ha riferito ieri Steffen Seibert, portavoce di Angela Merkel, durante una conferenza stampa a Berlino. L'incontro tra il presidente del Consiglio italiano e la cancelliera tedesca è previsto per lunedì prossimo. Sullo sfondo aleggiano gli attriti tra la Cdu (il partito della Merkel) e i cristiano democratici bavaresi del ministro dell'Interno Horst Seehofer. Quest'ultimo aveva minacciato la rottura del gruppo parlamentare unitario poiché la cancelliera si era opposta al giro di vite sull'immigrazione da lui disposto, con il via libera ai respingimenti dei migranti già registrati in altri Paesi Ue. Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, sta provando a ricomporre la spaccatura e a scongiurare la crisi di governo. Seehofer considera un diritto del suo ministero quello di decidere sui rimpatri, mentre la Cdu fa quadrato attorno alla Merkel. La presidente del partito, Annegret Kramp-Karrenbauer, ha difeso le posizioni della cancelliera, che persegue una soluzione condivisa a livello europeo. «Come Cdu», ha scritto in una lettera al partito la Kramp-Karrenbauer, «siamo preoccupati che una mossa disordinata per allontanare i rifugiati dai nostri confini possa condurre a un effetto domino negativo e, infine, metta in discussione lo sforzo di tenere unita l'Europa». La grande coalizione tedesca dunque scricchiola, anche perché quest'anno la Csu dovrà affrontare le elezioni in Baviera e il suo primato è minacciato dal movimento di destra radicale Alternativ für Deutschland, sempre più su nei sondaggi (le ultime rilevazioni nazionali danno la formazione al 14%, meno di quattro punti di distacco dai socialdemocratici). C'è invece piena sintonia tra il nostro ministro degli Interni, Matteo Salvini, e gli esponenti politici europei ostili all'invasione, dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz allo stesso Seehofer. Gli analisti italiani continuano a criticare l'«asse dei volenterosi», come lo ha definito Kurz, che si sta costituendo tra il nostro Paese, l'Austria, la Germania e il gruppo di Visegrád, da anni capofila della lotta contro le quote di redistribuzione degli immigrati. La tesi dei media è che l'Italia verrà lasciata ancora più sola a vedersela con il problema dei salvataggi in mare e degli sbarchi. Ma Salvini sta mettendo in riga le cancellerie europee e sta imponendo una linea basata su due cardini: accelerazione dell'esame delle richieste d'asilo e delle procedure di rimpatrio da un lato, limitazione delle partenze dall'altro. «Ho già condiviso con tedeschi e austriaci un'idea di fondo», ha specificato il leader leghista, cioè «che le frontiere esterne, quindi il Mediterraneo, vanno difese con uomini e con soldi». Magari coinvolgendo le forze Nato: il premier Conte, in effetti, ha già spiegato al segretario generale, Jens Stoltenberg, in occasione del vertice a Palazzo Chigi di lunedì scorso, che le premure dell'Italia non sono rivolte al contenimento della Russia, bensì al controllo del confine meridionale europeo. È su questa falsariga che si inserisce la proposta, formulata da Conte durante l'incontro a Parigi con il presidente francese Emmanuel Macron, di realizzare degli hotspot direttamente in Libia e negli altri Paesi africani di transito, come il Niger. Lo scopo, ha spiegato il presidente del Consiglio in un tweet, è proprio di «accelerare identificazione e richieste di asilo dei migranti». La soluzione di Roma per «arginare i traffici di esseri umani e rispettare i diritti umani», peraltro, fa eco al progetto austriaco di costruire campi profughi in Africa. Probabilmente è di questo che si parlerà lunedì prossimo a Berlino, in vista del Consiglio Ue di fine mese. A differenza di quanto ci racconta il giornalismo mainstream, il governo italiano sta guidando un riposizionamento degli assetti europei con l'obiettivo di affrontare alla radice il problema delle partenze di migranti, garantendo al contempo che le richieste d'asilo siano processate con rapidità e che chi ne ha diritto sia accolto. Bisogna superare sia quel limbo per cui circa 600.000 persone rimangono nel nostro Paese in attesa di conoscere il proprio destino, sia i limiti del trattato di Dublino. Lungi dal favorire gli egoismi nazionali, la sottile tessitura politica che stanno intrecciando Salvini e Conte può finalmente mettere l'Unione europea dinanzi alle proprie responsabilità, che non sono soltanto di natura finanziaria (la quantità di fondi destinati ai Paesi di primo arrivo). Come ha detto giustamente il premier durante la conferenza stampa all'Eliseo, «chi mette piede in Italia, mette piede in Europa. E nessuno, in Europa, può pensare di restare estraneo e lavarsi le mani rispetto a questo problema». Per di più, in questi giorni Conte ha incassato un altro complimento dal presidente americano Donald Trump, che dopo il G7 di Charlevoix lo aveva definito «a great guy». In un'intervista a Fox news, The Donald ha ribadito che il presidente del Consiglio italiano è «fantastico» e che «essere duri sull'immigrazione» ora paga. Un endorsement importante, perché il sostegno degli Stati Uniti diventa cruciale per mettere alle strette la Francia, molto critica con i quattro di Visegrád ma oramai incalzata pure da Berlino e Vienna. Fino a pochi mesi fa sembrava fantascienza anche soltanto farsi ascoltare dai partner Ue. Oggi, l'Italia sta dettando l'agenda. Dai frutti, poi, giudicheremo il governo gialloblù. Alessandro Rico
Damiano Tommasi (Ansa)
Le siamo grati, caro sindaco, per aver voluto dare questo segnale forte. C’era stato qualche precedente, anni fa, in altre città, ma è adesso, e a Verona, che l’allarme democratico suona forte: chi non vede i manipoli di camicie nere che marciano compatti verso l’ufficio Passi Carrabili? Pugnale, fez e autorizzazione ministeriale: sono i nuovi arditi del divieto di sosta. Vanno fermati in ogni modo. Prima di tutto facendo loro firmare, per l’appunto, l’apposita dichiarazione: chi vuole transitare dal portone di casa deve «riconoscersi nei valori della Costituzione e ripudiare il fascismo». Altrimenti resta bloccato in cortile. A cantare Faccetta nera, aspetta e spera che il carro attrezzi s’avvicina.
Questa iniziativa ci conforta, caro sindaco, perché da un po’ di tempo non avevamo più sue notizie. Quando giocava a calcio lo chiamavano «Chierichetto» oppure «Anima candida», da quando è primo cittadino la chiamano «Fantasma». A parte una apparizione al Gay Pride, noto tempio dei valori cattolici a lei cari, e a parte il tentativo di trasformare in eroe Moussa Diarra, un immigrato ucciso mentre seminava il panico in stazione e cercava di aggredire i poliziotti, poco altro. Tanto che nell’ultima classifica di gradimento dei sindaci italiani è arrivato 91esimo su 96. Sestultimo. Un altro potrebbe dire anche «me ne frego», ma lei come fa? C’è il rischio che poi si debba vietare da solo di uscire dal portone di casa.
Nato a Negrar in Valpolicella, 52 anni, 6 figli, perito commerciale, ex calciatore professionista, dieci anni nella Roma, 25 presenze in Nazionale, già presidente del sindacato dei calciatori, lei ci ha inondato fino alla nausea con la sua retorica buonista: don Milani, il rifiuto della naja, il lavoro a Telepace... Però appena arrivato al potere si è dimostrato tutt’altro che Anima Candida: infatti ha subito cacciato gli amministratori della municipalizzata dell’energia che avevano come unica colpa quella di non essere di sinistra. E l’ha fatto così maldestramente che il Comune è stato condannato a risarcirli con 200.000 euro. Tanto che importa? Mica sono soldi suoi.
A proposito di soldi. Lei ama dichiararsi sempre solidale con gli immigrati. E un giorno ha confessato il perché: «So cosa vuol dire sono stato emigrante anch’io. Infatti sono stato il primo calciatore ad andare in Cina». Certo: si è dimenticato di dire che come emigrante in Cina la pagavano 40.000 dollari al mese, ma non si può avere tutto dalla vita. Ogni cosa va conquistata. Per esempio: da oggi a Verona il passo carrabile va conquistato dichiarandosi antifascisti. O bella ciao. Partigiano portami via. Ma soprattutto porta via la macchina in divieto di sosta.
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Nel riquadro Alberto Chierici, esperto di sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale (iStock)
Alberto Chierici, nato in Italia, vive e lavora a Sydney in un istituto che studia sistemi di governance dell’Intelligenza artificiale. Come imprenditore, sta avviando una startup che si chiama Aqura (aqurastudio.com) e si propone di intercettare uno degli snodi più delicati: come far «avanzare» marchi, contenuti, idee, aziende nelle risposte dei chatbot e nella cosiddetta IA «agentica», cioè l’insieme di applicazioni che sempre più manderanno mail, comporranno agende, disporranno pagamenti, scriveranno documenti per noi.
In cosa consiste l’idea centrale di Aqura e chi c’è dietro?
«Il progetto nasce con un’amica italiana con 18 anni di esperienza in marketing e marchi globali e il nome sta per Adaptability quotient. Nelle enormi incertezze sul futuro del lavoro, una cosa è molto chiara: a tutti sarà chiesto un alto quoziente di adattabilità. A questa sigla, Aq, abbiamo aggiunto il suono della parola “cura”: vogliamo creare un servizio di marketing, automatizzato dove serve, ma dove manteniamo questo livello di “cura” perché l’IA non arriva a tutto. C’è sempre un 10% dove l’umano fa tutta la differenza».
Concretamente cosa fate?
«Prima un audit sulla visibilità online della persona o del marchio, poi suggerimenti per una strategia».
Che tipo di sforzo occorre fare per «sedurre» gli algoritmi di Chatgpt e soci?
«Ogni applicativo funziona in modo molto diverso, ma avendo algoritmi poco trasparenti si fa fatica a capire come: bisogna fondamentalmente usarli. Noi ci concentriamo su Chatgpt, Claude, Gemini, Google AI mode e Perplexity. Questi cinque citano fonti diverse e hanno motori di ricerca sottostanti diversi: l’opacità di funzionamento non permette visibilità piena ma solo valutazione dei risultati. Quello che è utile fare, quindi, è studiarli e vedere come cambia la narrazione di un marchio da sistema a sistema. A seconda di queste differenze, i contenuti vanno ottimizzati organizzandoli come risposta alla domanda che si suppone l’utente ponga ai chatbot o agli “agenti”».
Alla luce di questo, che futuro hanno motori di ricerca e i siti? Spariranno?
«Non penso. Ritengo più probabile lo sviluppo di due Internet paralleli: uno per agenti dell’IA e uno per gli utenti umani. Lo stesso sito dovrà avere sempre più una duplice fruibilità. A livello grafico e di interfaccia resteranno caratteristiche fruibili da uomini e donne, ma con un sottostante di codice invisibile all’utente ma decisivo per essere letto e utilizzato dall’IA agentica».
Può farci un esempio di come funzioni un’IA agentica?
«Ho appena sentito il racconto in prima persona di un imprenditore che stava provando Codex, un applicativo di OpenAI per scrivere in codice. Avendo necessità di assumere un manager nell’ambito Formazione e sviluppo dell’IA, ha provato a usare Codex chiedendo a questo “agente” di saltare i passaggi classici di ricerca del personale (apertura di una posizione, selezione curriculum, colloqui), trovandogli direttamente un profilo adatto alle necessità. In poco tempo ha avuto un nome e cognome, e dopo una cena questa persona è stata assunta. Credo spieghi bene quanto sarà sempre più necessario essere “raccontati” in maniera corretta e fedele online».
In che tipo di «rapporto» sono le IA con i social network? Ci sono social più utili o efficaci per “apparire” sui chatbot?
«Alcuni hanno un grado di affidabilità più alto: per esempio, Reddit è molto controllato dagli utenti rispetto al rischio di fake news. Linkedin ha incentivi a essere professionali e credibili più alti rispetto, per esempio, a Facebook. Anche Substack, dopo Wikipedia, sta emergendo come piattaforma interessante per lo “sguardo” dell’IA».
Che tipo scrittura «vince» da questo punto di vista rispetto a quella forgiata per i motori di ricerca con il Seo?
«Chi scrive deve chiedersi a che domanda risponda il suo articolo, esplicitandola nel testo. La firma deve sempre contenere una mini biografia, così si associano meglio contenuto ed esperienza dell’autore. Consiglio sempre di studiare le domande fatte dagli utenti nell’ambito di interesse. Un approccio pigro valuta le domande simulate dai LLM e modella le risposte in base a queste e non a quelle reali».
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Il ministro degli Affari Esteri canadese Anita Anand (a destra) dà il benvenuto al ministro degli Esteri cinese Wang Yi (a sinistra) prima del loro incontro a Ottawa (Ansa)
«Il rapporto economico tra Canada e Cina è significativo», ha aggiunto. Nell’occasione, ha anche asserito che il Canada punta ad aumentare le esportazioni verso la Cina del 50% entro il 2030.
Insomma, il governo di Mark Carney conferma la sua linea di progressivo avvicinamento a Pechino: una strategia con cui il premier canadese punta a controbilanciare gli Stati Uniti. Non è del resto un mistero che, da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca l'anno scorso, i rapporti tra Washington e Ottawa si sono fatti particolarmente tesi (soprattutto su commercio e fentanyl).
Certo, il premier dà a intendere di voler salvaguardare il rapporto con gli Usa. Appena giovedì scorso, parlando a New York, si è infatti detto favorevole a realizzare una «nuova partnership» con Washington. Tuttavia, è chiaro come Carney stia portando avanti una linea sempre più filocinese. Non a caso, a gennaio, il premier canadese si era recato a Pechino, per incontrare Xi Jinping e firmare contestualmente un accordo di natura commerciale.
Ottawa sa del resto bene che, nella sua volontà di rilanciare la Dottrina Monroe, Trump punta ad arginare il più possibile l’influenza cinese sull’Emisfero occidentale. Sotto questo aspetto, Carney ha quindi intenzione di rompere le uova nel paniere all’inquilino della Casa Bianca. Tuttavia, la linea del premier canadese sta creando delle fibrillazioni in politica interna. Il Partito conservatore sta infatti criticando l'eccessiva vicinanza a Pechino dell'esecutivo di Ottawa.
Insomma, non è escluso che le tensioni tra Carney e Trump possano presto riemergere. D’altronde, la riedizione della Dottrina Monroe rappresenta uno dei principali capisaldi della politica estera dell’attuale Casa Bianca, proprio perché chiama in causa la crescente competizione geopolitica e tecnologica di Washington nei confronti di Pechino.
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Nel riquadro il politologo Randall L. Schweller. Sullo sfondo un'immagine dell'ultimo incontro tra Donald Trump e Xi Jinping (Ansa)
Broken cycle. World politics in the age of dissent, da poco uscito per Cambridge University Press, adotta una concezione ciclica della storia delle relazioni internazionali: da una grande guerra emerge una potenza predominante; poi, uno «sfidante» mette in questione lo status quo (è la fase del «dissenso», in cui ci troveremmo ora); dopodiché, esso viola apertamente le regole dell’ordine globale; e allora scoppia una nuova guerra per l’egemonia. Secondo Schweller, però, adesso il ciclo si è inceppato.
Perché, professore?
«Perché non ci sarà un’altra guerra per l’egemonia: gli armamenti moderni sono diventati troppo distruttivi e la pace troppo conveniente, nel senso che a conquistare ampi territori c’è poco da guadagnare e molto da perdere. La forza che restaura l’ordine politico - la guerra per l’egemonia - non è più utilizzabile».
Dovremmo rammaricarcene?
«Dovremmo sperare che la guerra per l’egemonia non ricompaia mai più».
E allora?
«Il fatto è che essa produce anche effetti positivi sulla politica internazionale. Svolge tre funzioni necessarie: fa tabula rasa delle istituzioni globali; concentra il potere nelle mani di un’unica grande potenza; e mostra in maniera chiara chi comanda e chi no. Così, consente a un nuovo egemone di ricostituire il sistema che è collassato, creando un ordine globale legittimo a sua immagine».
Parlava di armi distruttive.
«Le armi nucleari hanno reso impensabile la guerra tra grandi potenze. Qualunque leader comprende che nessuno potrebbe vincere un conflitto nucleare. Perciò sono convinto che il ciclo della guerra egemonica sia concluso».
Se non ci sarà un’altra grande guerra, cosa accadrà?
«La domanda essenziale per la stabilità globale nei prossimi decenni riguarda la natura della rivalità sinoamericana e il modo in cui i due poli, specie gli Usa, sceglieranno di gestirla».
Ci spieghi.
«Gli Stati Uniti dovrebbero concedere una sfera d’influenza alla Cina nel Pacifico occidentale? Dovrebbero contenere la Cina come fecero con l’Unione sovietica, per limitare la sua capacità geopolitica? O dovrebbero tirarsi indietro e permettere che si formi un equilibrio di potenza regionale?».
Qual è la risposta?
«Una combinazione delle tre. I sistemi bipolari sono estremamente stabili e poco esposti allo scoppio di grandi guerre. A differenza che nella multipolarità, in cui i pericoli sono diffusi, le responsabilità poco chiare e le definizioni degli interessi vitali facilmente oscurabili, le superpotenze, in un mondo bipolare, possono delineare strategie per promuovere i loro interessi e fare i conti con il loro principale avversario, con minore necessità di soddisfare i loro alleati».
Valeva per Usa e Urss e varrà per Usa e Cina?
«La geografia rafforza l’idea che la bipolarità Usa-Cina sarà più rilassata di quella Usa-Urss».
Come mai?
«La Cina è accerchiata da potenze regionali: Giappone, Corea del Sud, Russia, Australia, India; gli Usa e i loro alleati non hanno bisogno di fissare una linea dove fermare l’aggressione cinese nella regione dell’Asia Pacifica».
Quindi?
«Washington e Pechino possono gestire la competizione strategica con relativa facilità. La Cina e gli Usa sono più rivali geopolitici che avversari totali. Entrambi hanno più da guadagnare dal mantenimento di profondi legami economici che dalla loro recisione. La Via della seta e il Made in China 2025 (il piano strategico per sviluppare la manifattura cinese, ndr) possono generare ansia da competizione, specie all’interno di vari centri di potere a Washington, Detroit e nella Silicon Valley; ma essi non pongono alcuna minaccia esistenziale agli Stati Uniti. Non esiste risposta militare a una grande strategia non violenta, costruita sull’espansione del commercio e della navigazione. La coesistenza è l’unica opzione sensata».
L’egemonia, scrive lei, comporta responsabilità e obblighi globali. La Cina è disposta a sobbarcarseli?
«Durante la prima decade del nuovo millennio, gli Usa lamentavano che la Cina volesse i privilegi del potere ma non le responsabilità che i player mondiali sono tenuti ad assumersi. A molti osservatori occidentali, la Cina sembrava una scansafatiche che andava costretta a intraprendere azioni adeguate in caso di crisi globali. Poi, è arrivata la grande recessione del 2007-2008».
E cosa è successo?
«La risposta fiscale e monetaria di Pechino ne ha mitigato gli effetti e ha promosso una ripresa economica più rapida negli anni seguenti. Ben lontana dall’essere una potenza rivoluzionaria, la Cina ha agito da “portatore d’interessi responsabile”, termine coniato dal vicesegretario di Stato Robert Zoellick nel 2005, pompando liquidità nel sistema finanziario globale. In più, nonostante il suo potere finanziario e monetario, la Cina continua ad astenersi dall’offrire un’alternativa al Washington consensus; anzi, respinge qualunque idea di “Consenso pechinese”. Al di là dei suoi interessi fondamentali - difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale, compresi Tibet e Taiwan, e assicurarsi l’accesso a energia e risorse naturali in altre parti del mondo, specie in Africa e America Latina - il governo cinese ha giocato solo un ruolo limitato e sporadico nella maggior parte delle aree di governance globale. E ciò non dovrebbe sorprenderci».
Perché?
«Gli Usa si assunsero responsabilità globali solo molti anni dopo esser diventati lo Stato più potente sulla Terra, quando producevano quasi la metà dell’output economico mondiale. Una posizione che la Cina non si avvicina neppure a raggiungere a questo grado del suo sviluppo. Perché, dunque, Washington dovrebbe aspettarsi che la Cina, la cui quota di economia mondiale è all’incirca il 15% e il cui Pil pro capite è il settantatreesimo al mondo, renda contributi sostanziali alla governance globale?».
I contrasti ideologici sono un pericolo per la pace?
«Certamente. Lo abbiamo già visto durante la Guerra fredda. Il pericolo deriva più dalla tendenza liberale americana a dipingere ogni minaccia come ideologica, che dall’aumento di potenza della Cina. Le minacce ideologiche si prestano a una retorica da somma zero: o i nostri valori trionfano, o lo faranno i loro; la tolleranza della diversità globale semplicemente non è contemplata. Nella psiche americana, le sfide manichee tra le forze del bene e quelle del male risuonano molto più intensamente rispetto alla pura e semplice politica di potenza. I decisori politici americani sanno di dover inquadrare la competizione in termini ideologici. Oggi, un consenso - forse l’unico - tra democratici e repubblicani rappresenta la Cina come una minaccia esistenziale allo stile di vita americano, che trama per minarne i valori e le istituzioni democratiche, per rimpiazzarli con quelli cinesi. Le voci dei guerrieri “freddi” dei nostri giorni esortano gli Usa a mettersi alla guida di una coalizione di Paesi liberaldemocratici, dall’Europa all’Asia, per tenere sotto controllo le pratiche economiche predatorie di Pechino, opporsi ai suoi tentativi di sbarrare l’accesso a porzioni dei beni comuni globali, scoraggiare aggressioni da parte della Cina e mantenere la pace».
È sbagliato?
«È la più disastrosa strategia di primato globale americano. Nella migliore delle ipotesi, affidarsi a una caricatura rischia di generare riflessi condizionati allarmistici e reazioni eccessive. Nella peggiore, dipingere la Cina come una minaccia esistenziale potrebbe rivelarsi una profezia che si autoavvera».
L’Europa com’è messa?
«Gli Usa scaricheranno molti dei loro oneri in aree remote, costringendo gli alleati ad abbandonare la loro eccessiva fiducia nella potenza americana e lasciando che si assumano maggiori responsabilità per la loro difesa e la stabilità. Quando ciò accadrà, si formeranno bilanciamenti di potere regionali».
Ad esempio?
«L’Unione europea può facilmente controbilanciare la Russia. Dal 1989 al 2020, il Pil della Russia non ha mai superato il 15% di quello dell’Ue; nel frattempo, la sua popolazione è diminuita dal 35,2 al 32,2% di quella dell’Ue. L’Asia orientale costituisce una sfida più difficile e, tuttavia, è uno scenario relativamente poco complicato per la stabilità. La potenza della Cina può essere controbilanciata dal Giappone e dalla Corea del Sud insieme al Vietnam, all’Indonesia e all’Australia».
L’Europa sopravvaluta la minaccia russa?
«Non credo che la Russia ponga una minaccia esistenziale all’Europa. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Hitler era uno spericolato giocatore d’azzardo che lanciò una guerra genocida senza precedenti nella storia. Si descriveva come un politico che avrebbe condotto la Germania alla conquista di centinaia di migliaia di chilometri quadrati di territorio. Queste aree sarebbero state germanizzate tramite coloni che avrebbero tirato su famiglie numerose, per rimpiazzare i morti nelle guerre di conquista e fornire soldati per le guerre future. Tale processo sarebbe terminato solo quando i tedeschi avessero ereditato il pianeta intero. Vi sembra simile a Putin?».
A parecchi, sì.
«Putin è un piantagrane che disprezza l’Occidente. Tuttavia, in termini di potenza nazionale e influenza globale, la Russia non appartiene alla stessa categoria di Cina, Usa o Ue. La Russia è una potenza di second’ordine, in declino, con una popolazione in diminuzione e in invecchiamento, piena di corruzione e quasi del tutto dipendente dai ricavi petroliferi. L’Italia, il Canada e il Brasile hanno economie più ampie di quella russa. La cattiva gestione della guerra in Ucraina da parte del Cremlino non è sinonimo di grande potenza; semmai, di un governo irresponsabile di uno Stato debole».
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