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2022-11-20
Sul tavolo il raddoppio della tassa sul Web
Maurizio Gasparri (Ansa)
«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta).
Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra.
Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni.
A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi.
Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.
Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo»
Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano.
Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli.
L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli.
Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
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La manovra potrebbe alzare l’aliquota dal 3 al 6%: la misura colpirebbe gruppi italiani e società di software, non solo multinazionali. Senza fondamento le indiscrezioni giornalistiche sulla gabella sulle consegne con mezzi inquinanti, che punirebbe i piccoli corrieri.Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo». Legge di bilancio domani in cdm. Circa 21 miliardi per le bollette, solo 10 per il resto.Lo speciale comprende due articoli.«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta). Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra. Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni. A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi. Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-il-raddoppio-della-tassa-sul-web-2658723283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-liva-azzerata-su-pane-e-latte-amplieremo-il-taglio-del-cuneo" data-post-id="2658723283" data-published-at="1668891638" data-use-pagination="False"> Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo» Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano. Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli. L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli. Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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