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2022-11-20
Sul tavolo il raddoppio della tassa sul Web
Maurizio Gasparri (Ansa)
«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta).
Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra.
Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni.
A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi.
Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.
Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo»
Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano.
Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli.
L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli.
Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
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La manovra potrebbe alzare l’aliquota dal 3 al 6%: la misura colpirebbe gruppi italiani e società di software, non solo multinazionali. Senza fondamento le indiscrezioni giornalistiche sulla gabella sulle consegne con mezzi inquinanti, che punirebbe i piccoli corrieri.Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo». Legge di bilancio domani in cdm. Circa 21 miliardi per le bollette, solo 10 per il resto.Lo speciale comprende due articoli.«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta). Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra. Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni. A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi. Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-il-raddoppio-della-tassa-sul-web-2658723283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-liva-azzerata-su-pane-e-latte-amplieremo-il-taglio-del-cuneo" data-post-id="2658723283" data-published-at="1668891638" data-use-pagination="False"> Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo» Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano. Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli. L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli. Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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Carlo Nordio (Ansa)
Insomma Nordio è come se sottolineasse di non aver iniziato lui ad alzare i toni aggiungendo che si adeguerà come riteneva di aver già fatto perché «certe espressioni che ho usato non erano mie, ho citato espressioni altrui» riferendosi alla frase sul sistema paramafioso delle correnti. Il suo invito è quello «di entrare in una fase di dialogo costruttivo che sia essenzialmente contenutistico» chiarendo infine che «ci sono stati dei momenti in cui hanno detto piduista, revanscista, addirittura contiguo con la camorra o altro e allora qualche reazione magari c’è, ma se come auspico e auspichiamo tutti, manteniamo il dialogo in un ambito civile, pacato e razionale i toni si abbasseranno e finalmente ragioneremo sul contenuto della riforma».
«Importanti e significative le parole del presidente Mattarella che come sempre va ascoltato con grande attenzione», il commento molto istituzionale del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera dei deputati, Galeazzo Bignami. Il vicepremier Antonio Tajani, pur d’accordo con i colleghi di maggioranza ha colto l’occasione per precisare: «Mattarella ha invitato ad abbassare i toni in generale, ma tutti quanti dovrebbero farlo a cominciare dai magistrati che hanno incarichi di grande responsabilità, come il procuratore Gratteri, che talvolta usa un linguaggio che non è consono al ruolo che svolge».
La sinistra come prevedibile tenta di mettere il cappello sulle parole del capo dello Stato interpretandole a proprio favore. «Sono parole, le sue, che vanno ascoltate e per le quali va ringraziato. In particolare per aver ricordato il necessario rispetto reciproco tra le istituzioni per il bene del Paese» ha detto il segretario del Partito democratico, Elly Schlein. Anche il Movimento 5 stelle fa suo l’intervento di Mattarella. «Il nostro auspicio è che questo messaggio sia stato ben compreso da chi ha lanciato attacchi e ingiurie al Csm per sostenere una riforma costituzionale che punta a scardinare proprio quell’autonomia e quell’indipendenza». Il leader pentastellato Giuseppe Conte aggiunge: «Le polemiche, gli attacchi al Csm avevano superato i livelli di guardia. Addirittura avevano convolto anche il ministro della Giustizia Nordio». Dimenticandosi tuttavia di citare Nicola Gratteri.
Tra i membri del Csm, a commentare la notizia, Isabella Bertolini, consigliere laico, che così ha interpretato quelle parole: «Mattarella non ha fatto una difesa corporativa della magistratura, ma anzi ha messo in luce i problemi e le carenze che ci sono anche nel Csm. Mi auguro che adesso il confronto torni ad essere nel merito della riforma, in modo da aiutare tutti gli Italiani a capire il quesito referendario». «Non intendo rilasciare alcun commento», ha detto invece il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. «Non perché è un fatto che non è importante, ma perché è talmente importante, significativo ed eccezionale che non merita un mio commento».
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Sono campioni della crescita. Esempi di resilienza, le aziende italiane hanno dimostrato - crisi dopo crisi – di essere capaci di adattarsi rapidamente ai cambiamenti economici, tecnologici e geopolitici, senza perdere competitività. Le aziende raccontano le proprie direttrici di crescita, basate su innovazione - investimenti in digitalizzazione, automazione, intelligenza artificiale e sostenibilità ambientale -, capitale umano qualificato, strutture flessibili e internazionalizzazione, che oggi significa soprattutto diversificazione dei mercati. Il 2026 sarà un anno di passaggio decisivo, nel quale il Made in Italy è chiamato a correre più velocemente dei suoi competitor. In un mondo segnato da tensioni geopolitiche, costi energetici elevati e nuove regole europee, le aziende italiane puntano su innovazione, crescita dimensionale e integrazione tecnologica. Il nostro futuro industriale non dipenderà solo dalla qualità dei prodotti, ma dalla capacità del sistema Paese di affrontare la Twin Transition, cogliendo le opportunità del Pnrr. Perché meno burocrazia e tempi certi sono condizioni indispensabili per attrarre investimenti. Lo evidenzia l'analisi di Maurizio Tarquini, direttore generale di Confindustria, figura di riferimento per l'elaborazione delle strategie di sviluppo delle imprese, che ripercorre le sfide da affrontare: in primis, il salto tecnologico che devono compiere le Pmi e poi il tema del lavoro, con l'obiettivo di superare l'urgente mismatch tra domanda e offerta di competenze.
A creare condizioni più stabili e rapide contribuisce l'azione della politica. Marco Osnato, presidente della Commissione Finanze della Camera dei deputati, fa il punto sulle riforme strutturali decise a segnare un cambio di passo per l'economia nazionale: dal Piano Casa al ravvedimento speciale 2025 che punta a rafforzare il patto tra Fisco e contribuenti. Spazio anche al tema della giustizia con il sottosegretario Andrea Ostellari e con l'avvocato penalista Nicodemo Gentile, che offre il suo punto di vista sulla riforma della giustizia: «Un esercizio di equilibrio, non di semplificazione». Al centro anche il nodo sicurezza, con l'intervista al sottosegretario del Ministero dell'Interno Wanda Ferro sul recente pacchetto di misure introdotto dall'Esecutivo. Il sottosegretario al Mit, Antonio Iannone, entra nel merito dell'ultimo miglio del percorso del Pnrr per rilanciare la competitività infrastrutturale dell’Italia. Completa la panoramica sulle infrastrutture l'intervento del presidente del Gruppo FS Tommaso Tanzilli. Dopo il significativo riconoscimento dell'Unesco alla cucina italiana, spiegato dal ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida, l'Italia vive il sogno olimpico di Milano-Cortina. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, sottolinea l'importanza per il radicamento della cultura sportiva dell'evento, che avrà un impatto rilevante anche sul turismo italiano, sia nel breve sia nel medio-lungo periodo. Il rapporto tra turismo e territorio è determinante per lo sviluppo economico, sociale e culturale di un Paese multisfaccettato come l’Italia. Riflettono su valori, come sostenibilità e destagionalizzazione, ben cinque presidenti di Regioni italiane: Alberto Cirio (Piemonte), Marco Bucci (Liguria), Francesco Rocca (Lazio), Marco Marsilio (Abruzzo) e Roberto Occhiuto (Calabria). Senza una visione strategica, il territorio perde. La sfida è integrare promozione, tutela e sviluppo, trasformando il patrimonio culturale, paesaggistico e ambientale in leva strutturale di crescita.
Per scaricare il numero di «Osservatorio sul Merito» basta cliccare sul link qui sotto.
Osservatorio sul Merito.pdf
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Il deserto di Wadi Rum in Giordania (iStock)
Il Wadi Rum, una delle aree desertiche più iconiche al mondo e patrimonio dell’Unesco, punta a diventare progressivamente plastic free. Al centro del progetto ci sono la tutela di un ecosistema fragile e la creazione di almeno 100 nuovi posti di lavoro, con un’attenzione particolare all’inclusione femminile. L’iniziativa si svolge nel Sud della Giordania, tra Aqaba e l’area protetta del Wadi Rum, e vede l’Italia protagonista con il contributo di Plastic Free Onlus.
Il percorso è nato dal dialogo con Sua Eccellenza Thabet Al-Nabulsi, Commissario al Turismo e agli Affari del Sud del governo giordano, con l’obiettivo di definire una strategia concreta per ridurre la plastica nelle aree protette del Paese. La strategia si inserisce nella più ampia politica ambientale giordana, guidata dalla Casa Reale, che punta a trasformare la Giordania in uno dei Paesi più green del Medio Oriente.
Plastic Free Onlus, attiva dal 2019 nella lotta contro l’inquinamento da plastica, accompagna il progetto con la sua esperienza sul campo. Dal 2024, le missioni dell’associazione nel Wadi Rum hanno già portato alla rimozione di oltre tre tonnellate di rifiuti, tra plastica, lattine, copertoni e mozziconi di sigaretta, anche nelle zone più remote del deserto. Le operazioni sono state realizzate in collaborazione con i beduini locali e i ranger della riserva naturale.
Una delle operazioni di pulizia ambientale condotte da Plastic Free Onlus in Giordania
«L’incontro con Sua Eccellenza Al-Nabulsi rappresenta un passaggio strategico fondamentale per costruire un modello sostenibile che unisca tutela ambientale e sviluppo sociale – spiega Silvia Pettinicchio, Global strategy director di Plastic Free Onlus –. L’azione concreta sul campo è la base di ogni strategia credibile: abbiamo rimosso tonnellate di rifiuti e costruito relazioni solide con la comunità locale. Rendere plastic free il Wadi Rum significa proteggere uno degli ecosistemi più preziosi della regione e generare nuove opportunità economiche per le persone del territorio. Non c’è vera sostenibilità senza inclusione sociale, e per questo il coinvolgimento delle donne è centrale nel progetto».
Nei prossimi giorni sono previste nuove spedizioni di pulizia congiunte tra Plastic Free e i ranger del Wadi Rum. Saranno il primo passo concreto verso una trasformazione strutturale che punta a coniugare ambiente, sviluppo economico e cooperazione internazionale.
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