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2022-11-20
Sul tavolo il raddoppio della tassa sul Web
Maurizio Gasparri (Ansa)
«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta).
Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra.
Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni.
A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi.
Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.
Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo»
Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano.
Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli.
L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli.
Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
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La manovra potrebbe alzare l’aliquota dal 3 al 6%: la misura colpirebbe gruppi italiani e società di software, non solo multinazionali. Senza fondamento le indiscrezioni giornalistiche sulla gabella sulle consegne con mezzi inquinanti, che punirebbe i piccoli corrieri.Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo». Legge di bilancio domani in cdm. Circa 21 miliardi per le bollette, solo 10 per il resto.Lo speciale comprende due articoli.«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta). Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra. Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni. A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi. Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-il-raddoppio-della-tassa-sul-web-2658723283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-liva-azzerata-su-pane-e-latte-amplieremo-il-taglio-del-cuneo" data-post-id="2658723283" data-published-at="1668891638" data-use-pagination="False"> Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo» Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano. Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli. L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli. Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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La strategia di Trump in Medio Oriente vacilla, Netanyahu insegue una vittoria che non arriva e l'Europa risponde alla crisi con l'austerity. Maurizio Belpietro analizza il caos geopolitico del 2026: rincari energetici, la prospettiva di un disimpegno Usa dalla Nato e Bruxelles che dà istruzioni per risparmiare gasolio. Intanto, all'orizzonte, spunta l'ombra di un Giuseppe Conte pronto a tutto pur di tornare a Palazzo Chigi.