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2022-11-20
Sul tavolo il raddoppio della tassa sul Web
Maurizio Gasparri (Ansa)
«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta).
Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra.
Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni.
A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi.
Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.
Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo»
Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano.
Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli.
L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli.
Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
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La manovra potrebbe alzare l’aliquota dal 3 al 6%: la misura colpirebbe gruppi italiani e società di software, non solo multinazionali. Senza fondamento le indiscrezioni giornalistiche sulla gabella sulle consegne con mezzi inquinanti, che punirebbe i piccoli corrieri.Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo». Legge di bilancio domani in cdm. Circa 21 miliardi per le bollette, solo 10 per il resto.Lo speciale comprende due articoli.«Spunta la Amazon tax» in manovra, ha rilanciato ieri con un titolone a pagina 2 il Corriere della Sera riportando poi con sole due righe nell’articolo l’ipotesi, per altro già «spuntata» a fine ottobre sulle pagine de La Stampa, di una tassa sulle consegne a domicilio per gli acquisti ecommerce effettuate con mezzi non ecologici. Una sorta di delivery tax, o Web green tax, sul modello di quella che è stata studiata dalla Catalogna (una sorta di tassa di scopo legata anche all’inquinamento) di cui si sarebbe discusso nel corso di una riunione dei capigruppo tenuta il 18 novembre. E che quindi forse è solo spinta da qualcuno in maggioranza ma che alla fine potrebbe rimanere solo un desiderata. Difficile, però, immaginare che il governo parta mettendo una nuova tassa legata al green che non servirebbe a favorire il commercio di prossimità, né a stangare un colosso come Amazon (che ha già elettrificato quasi tutta la sua flotta). Ma, anzi, penalizzerebbe i corrieri più piccoli o di medie dimensioni, nonché quelli di Poste (partecipata dalla Stato attraverso Cassa depositi e prestiti) che a luglio 2021 ha rinnovato la partnership triennale con il gruppo di Jeff Bezos per la consegna di prodotti sul territorio nazionale. Oltretutto i negozi tradizionali stessi si avvalgono di servizi di consegna a domicilio e gli effetti di un’ulteriore tassazione avrebbero conseguenze negative pure sui costi delle loro attività, oltre che sui prezzi per i consumatori. Una tassa del genere andrebbe comunque accompagnata con degli incentivi sull’elettrico. Per il presidente di Netcomm (l’associazione di riferimento del settore ecommerce in Italia), Roberto Liscia, occorre inoltre considerare recenti studi della società di consulenza Oliver Wyman e Lae secondo i quali le consegne ai clienti rappresentano lo 0,5% del traffico totale nelle aree urbane e l’ecommerce consente di ridurre da quattro a nove volte il traffico provocato dallo shopping nei negozi, generando da 1,5 a 2,9 volte in meno di emissioni di gas serra. Piuttosto, nella manovra da 30-35 miliardi che il Consiglio dei ministri esaminerà domani o martedì, potrebbe essere inserito il raddoppio secco della digital tax introdotta con la legge di bilancio del 2019 ed entrata in vigore nel 2020. Che sarebbe un provvedimento ben diverso da quello rispuntato sul Corriere, ma dagli effetti altrettanto discutibili. Si passerebbe dall’attuale aliquota del 3% a una del 6% per tassare i servizi pubblicitari veicolati su siti e social network, la profilazione di dati degli utenti, l’accesso alle piattaforme digitali e i corrispettivi percepiti dai gestori delle piattaforme. L’obiettivo sarebbe quello di portare nelle casse dello Stato circa 300 milioni di euro in più, almeno sulla carta. A dover pagare la digital service tax sarebbero sempre le attività di impresa che, nel corso dell’anno solare precedente a quello in cui è dovuta l’imposta, realizzano ovunque nel mondo, sia singolarmente sia a livello di gruppo, ricavi complessivi non inferiori a 750 milioni di euro. Se l’attività di impresa è svolta nel territorio italiano l’ammontare dei ricavi «digitali», per definire i soggetti obbligati al versamento dell’imposta, scende a 5,5 milioni. A spingere per il raddoppio sarebbe Forza Italia. Tanto che ieri il senatore di Fi e vicepresidente a Palazzo Madama Maurizio Gasparri ha definito «giustissima» una tassa che riguardi Amazon e annunciato che presenterà «emendamenti per rafforzare questa scelta e per introdurre finalmente in Italia una vera e propria imposta su tutte le transazioni che avvengono via rete per far pagare ad Amazon il 20-25% di tasse, non soltanto una parte delle imposte che dovrebbe versare». La digital service tax però è una materia da maneggiare con attenzione anche per il possibile effetto sui rapporti con gli Usa - suggellati anche con l’incontro bilaterale Giorgia Meloni-Joe Biden al recente G20 di Bali - visto che colpirebbe gli interessi delle multinazionali del Web. La storia recente ante pandemia, ricordava nei giorni scorsi un interessante approfondimento del Sole 24 Ore, ha visto l’amministrazione Trump rilanciare sull’inasprimento dei dazi nei confronti non solo dell’Italia ma anche di altri Stati che hanno introdotto una tassa sui servizi digitali. La tregua è arrivata solo dopo una lunga trattativa che ha visto gli Stati ragionare di comune accordo sull’introduzione di una digital minimum tax destinata a sostituire le differenti imposte digitali dei vari Paesi. Con il raddoppio della digital tax, inoltre, verrebbero colpiti anche i marketplace del software. Da una parte, quindi, si incentiva la digitalizzazione e dall’altra, invece, la si tassa. Un paradosso. Senza dimenticare che se si vuole davvero aiutare i negozi di prossimità, forse è meglio detassare questi ultimi. E non stangare qualcos’altro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sul-tavolo-il-raddoppio-della-tassa-sul-web-2658723283.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="verso-liva-azzerata-su-pane-e-latte-amplieremo-il-taglio-del-cuneo" data-post-id="2658723283" data-published-at="1668891638" data-use-pagination="False"> Verso l’Iva azzerata su pane e latte: «Amplieremo il taglio del cuneo» Mancano poche ore al Consiglio dei ministri che dovrebbe definire gli ultimi dettagli dell’attesissima legge di bilancio. È lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dirlo soddisfatta: «Siamo al lavoro su una legge finanziaria attenta a famiglie e imprese, con particolare attenzione ai redditi bassi. Un provvedimento per fronteggiare il caro bollette e sostenere milioni di cittadini in questo periodo difficile e delicato: queste sono le nostre priorità». Levati i 21 miliardi finanziati con il deficit e destinati alle misure contro il caro energia, ciò che resta è poco, circa altri 10 miliardi. Ipotesi e indiscrezioni su come potrebbero essere spesi ormai non si contano. Le ultime novità riguardano il taglio dell’Iva su pane e latte per un anno, che quindi non sarà più al 4% ma verrà annullata. Difficile che la misura abbia un impatto significativo per le tasche degli italiani. Il risparmio sul pane sarebbe infatti di meno di 20 euro annui a nucleo, visto che in base ai dati Istat una famiglia media italiana spende ogni anno 264,12 euro per il pane e 145,08 euro per il latte.Eppure, come anche per il taglio dell’Iva sui pannolini, si tratta di un messaggio politico forte che mostra l’attenzione dell’esecutivo nei confronti di deboli e famiglie. Sembra certo che, di contro, forse per compensare questa misura, verrà ritirato il bonus da 200 euro. Si prevedono poi assegni familiari più corposi: nello specifico, il raddoppio dell’assegno unico per i nuclei familiari con quattro o più figli, che passerebbe quindi da 100 a 200 euro mensili con l’ipotesi di prevedere, a decorrere dal 2023, una maggiorazione forfettaria di 100 euro mensili per i nuclei familiari con figli gemelli. L’approccio della manovra è «prudente» ribadisce il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che si appella alle forze politiche: «Confido nel fatto che con responsabilità sosterranno questo approccio». Sulla riduzione del cuneo fiscale che dovrebbe essere di tre punti ha chiarito: «Non è attualmente finanziata per il 2023. Volontà del governo è non solo finanziarla e quindi rinnovarla per il prossimo anno ma anche aumentarla per i redditi più bassi dei lavoratori» per poi aggiungere: «Per quanto riguarda altre misure di cui si parla oggi sui quotidiani, si precisa che si tratta di mere ipotesi presentate nel corso della riunione che sono in corso di valutazione politica». Anche il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi è intervenuto sul tema legge di bilancio con una proposta in più per i giovani: «Se per un periodo di tre, quattro o cinque anni dovessimo favorire le imprese dicendo loro “ti togliamo ogni tassa, tutto ciò che ti costa un lavoratore in più rispetto allo stipendio”, in modo che lo stipendio che darai ai giovani dai 18 ai 34 anni sia uguale ai tuoi costi, questo significa che le aziende avranno una grande convenienza ad assumere giovani». Nonostante le buone intenzioni però non è chiaro come verrebbe finanziata la misura. Come già scritto si allontana l’ipotesi di uno scudo fiscale per il rientro dei capitali dall’estero mentre viene confermato un intervento sulle cartelle fino al 2015, ancora da definire nei dettagli. Sul fronte pensioni per il superamento della Fornero l’obiettivo confermato è quota 103 (41 anni di contributi e 62 di età), oltre alla proroga dell’Ape sociale e di Opzione donna. Queste misure saranno garantite dalla stretta sul reddito di cittadinanza. Per quanto riguarda il fisco sembra che la flat tax sarà estesa (la soglia salirà da 65 a 85.000 euro e arriverà la tassa incrementale sui redditi del triennio precedente), ma solo per gli autonomi, mentre per i dipendenti si va verso una riduzione della tassazione sui premi di produttività. Di tutte queste misure dovrebbero discutere domani i ministri a Palazzo Chigi, ma non è escluso uno slittamento a martedì.
Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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Il carcere La Dogaia di Prato (Ansa)
Ciò che ha spinto, fondamentalmente, il tribunale di sorveglianza a intervenire per le suddette condizioni degradanti è consistito nella constatazione dello stato di sovraffollamento. Il tribunale ha accertato che l’uomo è rimasto, secondo quanto riportava ieri QN, per 2.026 giorni nella cella insieme ad altri due detenuti vivendo in spazi troppo angusti e troppo ristretti. Inoltre, come prevede la legge, ha usufruito dello sconto di un giorno in carcere ogni dieci sempre per il medesimo affollamento. In più, riceverà 288 euro a titolo di risarcimento per gli altri 16 giorni di detenzione «degradante».
Non c’è dubbio che il sovraffollamento vada contro il dettato della Costituzione che prevede il carcere come un luogo dove si viva in condizioni di dignità umana e che non sia solo un luogo di pena ma anche di riabilitazione.
Detto questo, il povero pedofilo avrà lo sconto di pena perché la cella è piccola. E la cella dalla quale per anni ha tentato di uscire il minore - non specifichiamo sesso ed età per rispetto - vittima del pedofilo? Quella è stretta o è larga? Noi pensiamo che sia stata una cella strettissima, angusta, angosciante e che, certamente, uscire da quella cella non è stato e non sarà un cammino semplice. Quel minore che risarcimento ha avuto? Non lo sappiamo, ma temiamo nessuno, come l’esperienza ci dice e ci ha insegnato per molti anni. A confronto il pedofilo piglia circa 300 euro che, per carità, sono un nulla, ma si fa un bel po’ meno di carcere perché le condizioni della sua cella, evidentemente, hanno un peso maggiore di quello della cella nella quale ha dovuto convivere quella vittima, che oggi ha più di 20 anni, insieme ai suoi amici e alle sue amiche.
Ora, è ovvio che il problema del sovraffollamento è un problema serio, ma quando senti certe notizie un po’ ti incazzi perché troppe volte assistiamo a trattamenti, in qualche modo, di favore e di risarcimento verso i carnefici e molto meno verso le vittime.
Per non essere manchevoli nell’informazione che volgiamo dare ai nostri lettori, vogliamo riportare alcuni dati pubblicati, non molto tempo fa, da Il Sole 24 Ore. In Quasi l’80% degli istituti penitenziari si superano i limiti di capienza: in alcune strutture (come, ad esempio, Lucca o Milano San Vittore) si superano per il 200-260% i limiti di capienza. Questo, naturalmente, si traduce in celle inadeguate e in spazi vitali ridotti al minimo che violano espressamente i parametri stabiliti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo provocando, ovviamente, problemi di disagio psichico e anche gesti estremi come il suicidio. Per non parlare poi del problema delle mamme detenute con bambini per i quali ci sono già delle strutture detentive appositamente studiate perché i bambini non debbano soffrire le conseguenze della pena per le malefatte della madre, ma non bastano, ce ne vogliono di più. La media nazionale del sovraffollamento supera il tasso del 138%.
Queste sono considerazioni che è d’obbligo fare e di cui si parla da troppo, ma si fa poco o niente.
Però il punto è un altro. Non può la considerazione delle condizioni «degradanti» del detenuto essere dirimente qualora quel detenuto non sia provato che, negli anni di detenzione, abbia compiuto un percorso tale che all’uscita del carcere non sia un soggetto ad alta pericolosità sociale. In particolare, nel caso dei pedofili, la malattia permane spesso nonostante il carcere e, quindi, all’uscita da esso, tendono a reiterare gli atti delinquenziali soprattutto su minorenni. Siamo sicuri che questo signore possiamo reimmetterlo nella società civile con la tranquillità di chi sa che si sta reimmettendo qualcuno che è «guarito»? Se quest’uomo è stato condannato vuol dire che quando ha compiuto quell’orrendo reato era capace di intendere e di volere: lo ha fatto deliberatamente sapendo quello che faceva e volontariamente potando a compimento il suo proposito criminale. Il carcere lo ha guarito? Uno potrebbe dire che in questo momento sto facendo un ragionamento contraddittorio ma, secondo me, contraddittorio non è. Perché se è sacrosanto il diritto di vivere in carceri «vivibili» è altrettanto sacrosanto - e ci permettiamo forse anche di più - nutrire il diritto da parte dei minorenni e, in generale di tutti, soprattutto le donne, di non aver paura di essere attaccati e distrutti psicologicamente da un pedofilo o da un maniaco sessuale.
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