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2025-03-17
Suicidio assistito. Non aprite quella porta
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Non aprite quella porta, recita il titolo del celebre film horror del 1974 diretto da Tobe Hooper. Ed analogo appello si potrebbe rivolgere - trattandosi comunque di tema macabro - contro il suicidio assistito, se la «porta» alla pratica non fosse già stata schiusa, sia pure solo parzialmente, dalla Corte costituzionale con il pronunciamento 242 del 2019, più nota come sentenza Cappato. Certo, in cinque anni e mezzo a questa parte, in realtà, in Italia si sono verificati appena sei casi di suicidio assistito, l’ultimo il 14 febbraio scorso, con il decesso programmato di «Serena», nome di fantasia di una signora lombarda di 50 anni affetta da sclerosi multipla progressiva. Questo però non è un buon motivo per tirare un sospiro di sollievo, date le numerose evidenze internazionali circa le disastrose conseguenze sociali che comporta la morte on demand.
Anzitutto, c’è da dire che il suicidio assistito una volta legalizzato sembra favorire il dilagare di... tutti i suicidi. Non è un caso che l’Oregon - che nell’ottobre 1997 divenne il primo Stato americano a dotarsi di una legislazione in materia - non solo abbia il secondo tasso di suicidi più elevato degli Stati Uniti, ma sia anche il Paese dove si registra una maggiore crescita del fenomeno; se infatti tra il 1999 e il 2010 il tasso di suicidio tra uomini e donne di età compresa tra 34 e 65 anni negli Stati Uniti è lievitato del 28%, nell’Oregon quell’aumento è stato addirittura del 50%. Tuttavia, anche limitandosi ai suicidi assistiti propriamente detti sono molte le perplessità che emergono e che fanno pensare che «aprire quella porta», ormai oltre un quarto di secolo fa, sia stato quanto meno incauto.
Fa testo, su questo, una indagine realizzata da Claud Regnard, Ana Worthington e Ilora Finlay - pubblicata sulla rivista Bmj supportive & palliative care - con cui si sono esaminati i circa 2.500 casi di suicidio assistito verificatisi nello Stato americano tra il 1998 e il 2022. Un arco di temporale pluridecennale, esaminando il quale si è visto come, spesso, manchino informazioni sulle complicazioni cliniche degli aspiranti suicidi, mentre non vengono nemmeno raccolti i dati fondamentali alla base delle decisioni mediche, sull’efficacia dei farmaci letali utilizzati e sull’entità del supporto alle cure palliative. Non solo. Regnard e colleghi hanno visto come, man mano che passa il tempo, i rinvii alla valutazione psichiatrica - cruciale per stabilire le motivazioni della richiesta di morte on demand - tendano a ridursi; così, se nei primi tre anni di legislazione i medici avevano richiesto una valutazione psichiatrica dei pazienti nel 28% dei casi, nel 2004 questa stessa percentuale era crollata al 5% e nel 2022 all’1% appena. In pratica, non ci si pone neppure più il problema se chi chiede di morire sia mentalmente sano, depresso e davvero capace di intendere e volere. Lo si asseconda e addio.
È nebbia pure sulle cure palliative, come noto indispensabili per arginare il dolore di chi soffre. Eppure, nell’Oregon, se da un lato risultano - almeno formalmente - assicurate a oltre il 90% di quanti poi accedono al suicidio assistito, dall’altro non è ben chiaro chi le abbia fornite loro. Il suicidio assistito nello Stato americano avviene non di rado attraverso l’assunzione di un cocktail di farmaci letali, il che non è affatto detto che assicuri un decesso indolore e istantaneo. Anzi: il tempo necessario a morire è in costante crescita, se si pensa che è lievitato dai 30 minuti del 1998 ai 53 nel 2023, anno in cui un aspirante suicida è rimasto in agonia per qualcosa come 137 ore: oltre cinque giorni. E questa sarebbe «una dolce morte»? Ci si permetta di dubitarne. Ovvio, si può sempre replicare che gli Stati Uniti sono un mondo a sé. Il punto è che gli effetti sociali -purtroppo esiziali - della legalizzazione del suicidio assistito sono ampiamente documentati anche in Europa.
Nel 2020 il bioeticista David Albert Jones, in un articolo intitolato Euthanasia, assisted suicide, and suicide rates in Europe, ha esaminato le conseguenze sociali della legalizzazione del suicidio. Ebbene, prendendo l’arco temporale che va dal 2010 al 2017, Jones ha osservato come il tasso suicidario in Austria - Paese che non ammette suicidio assistito - sia diminuito mentre lo stesso valore, nella vicina Svizzera, non solo non sia calato, ma sia addirittura aumentato; forse perché quest’ultima è meta, come mostrano casi anche della cronaca italiana - si pensi a dj Fabo - di persone intenzionate a farla finita? Difficile non misurarsi con questo dilemma.
A proposito di Svizzera, quello elvetico è senza dubbio un altro esempio di cosa comporti la legalizzazione del suicidio assistito; e cioè svariate e non esattamente piacevoli conseguenze. In primo luogo, un aumento sostanzioso dei casi, lievitati dai 63 del 1999 ai 1.252 del 2023: un boom pari a quasi +1900% in meno di un quarto di secolo. In seconda battuta, spaventa constatare come molti di questi decessi assistiti siano esito di un turismo della morte che non ha nulla a che vedere con insopportabili sofferenze fisiche. Qualche esempio? Nel febbraio 2022, due sorelle americane di 54 e 49 anni hanno chiesto e ottenuto un suicidio assistito congiunto affermando di soffrire di disagi come insonnia cronica, vertigini e mal di schiena, aggiungendo semplicemente di essere «stanche di vivere». Qualche anno prima, nel novembre 2016, due fratelli hanno fatto ricorso al tribunale civile di Ginevra per impedire il suicidio assistito del loro terzo fratello - che l’ha poi ottenuto - perché era affetto da depressione, ma non da gravi patologie; il che non è un caso isolato. Uno studio pubblicato sul Journal of medical ethics ha infatti scoperto, esaminando i suicidi assisti elvetici tra il 2008 e il 2012, come il 34% di quanti vi avevano fatto ricorso non fosse affetto da alcuna malattia mortale. In effetti, già nel 2003 in Svizzera si era data morte assista a un fratello e una sorella francesi, di 29 e 32 anni, affetti da schizofrenia; e l’anno dopo ad avvalersi di analogo servizio - agendo all’insaputa dei familiari, rimasti sconvolti per l’accaduto - era stata una coppia britannica affetta da diabete ed epilessia, ma non certo in fin di vita.
In tutto ciò, non manca chi ci guadagna. Eloquente, al riguardo, un’inchiesta uscita il 7 maggio 2019 sulle colonne della Neue Zürcher Zeitung a firma di Erich Aschwanden in cui si raccontava come il patrimonio dell’associazione Exit - attiva nell’accompagnamento al suicidio e con sempre più iscritti (oggi oltre 150.000) - in pochi anni sia triplicato, passando dai 9,4 milioni di franchi svizzeri del 2013 a quasi 30 milioni. Ma di questo i media non parlano, anzi. In uno studio di Kalima Carrigan - realizzato considerando gli articoli della stampa internazionale tra il 2002 e il 2021, intitolato One-way ticket to Zürich - si è visto come i «principali media» tendano a raccontare l’obbligo di recarsi in Svizzera per ottenere il suicidio assistito come una faccenda «obsoleta e ingiusta», a danno «delle persone vulnerabili e delle loro famiglie», costretti ad agire quasi da «criminali per evitare sofferenze inutili».
Sui frutti sociali amarissimi della morte on demand, silenzio. Guai a raccontarlo, il lato oscuro della cosiddetta autodeterminazione. E sì che basterebbe riferire, come sia pure sinteticamente fatto qui, le esperienze dell’Oregon o della Svizzera per farsi venire delle domande. Le stesse che attivisti e politici italiani che spingono per il cosiddetto di diritto di morire evitano accuratamente che i cittadini si pongano.
«Il disegno di legge? Un pendio scivoloso Le norme ci sono già»
Classe 1991, professoressa presso l’Universidad Anáhuac (Messico) e la Faculdade Internacional Cidade Viva (Brasile) - e associate researcher della cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani (Roma) -, Giulia Bovassi è forse la più promettente bioeticista italiana della sua generazione. La Verità l’ha avvicinata per capire meglio cosa bolle in pentola, col suicidio assistito.
Professoressa, qual è lo stato dell’arte circa le proposte di legge in Parlamento sul fine vita?
«Negli scorsi giorni ho appreso dagli organi di stampa un “balzo in avanti” inaspettato - su questo, devo dire, sono amaramente d’accordo - con la bozza di un ddl sul fine vita a due firme di centrodestra. Testo che si aggiunge ai cinque ddl già depositati e discussi. Da quanto emerge sembra una sorta di compromesso poco credibile, soprattutto dal punto di vista “conservatore”».
Perché?
«La storia ci insegna che aprire uno spiraglio sulla base dell’eccezione è la strada maestra per il pendio scivoloso, ossia aperture via via indiscriminate. Inoltre è una contraddizione redigere un ddl sul suicidio assistito, ad oggi reato, parlando del valore inviolabile della vita: significa non conoscere i significati etici dei termini in gioco. I ddl precedentemente depositati in materia si propongono di amministrare quel che la Corte costituzionale ha posto con la sentenza 242 del 2019, ossia un’apertura al suicidio assistito in determinate condizioni. In realtà non è così: la sentenza va in senso restrittivo, circoscritto e subordinato a precise condizioni; i ddl vanno in senso estensivo aprendo all’eutanasia e a condizioni di natura psichica, non terminali, a prognosi infausta o patologie invalidanti».
Cosa dice davvero questa sentenza, nota anche come sentenza Cappato?
«La sentenza sottolinea la gerarchia di valori di riferimento, primo fra tutti il diritto alla vita, richiamando l’articolo 2 della Cedu che richiama lo Stato al dovere di tutelarlo per ogni individuo e lo pone come diametralmente opposto al riconoscimento della possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. La sentenza specifica che dal diritto alla vita non può derivare un diritto a morire; al contrario la maggior parte dei ddl non lo citano, parlando solo di autodeterminazione, dignità e qualità della vita. La sentenza pone poi come prerequisito il passaggio mediante il percorso palliativo - molti ddl invece no - e non pone alcun obbligo in capo al medico, il quale deve vedersi tutelato mediante strumenti come l’obiezione di coscienza; cosa che non avviene in tutti i ddl. Infine, dalla sentenza non consegue alcun vuoto normativo: gli strumenti deontologici e giuridici ci sono già tutti».
Cosa c’è in gioco col suicidio assistito?
«La posta in gioco è alta perché questo tema tocca le radici antropologiche ed etiche della civiltà che ben ritroviamo nelle preoccupazioni espresse dalla sentenza della Consulta 135 del 2024 nel merito, la quale parla della possibilità che una legalizzazione porti a una “pressione sociale indiretta” su persone fragili che, convinte di essere un peso, potrebbero trovare nel suicidio assistito - o nell’eutanasia - una soluzione per farsi da parte. Sarebbe una grave forma di incentivazione al suicidio. Questo è un rischio fondato sull’evidenza dell’esperienza internazionale di Canada, Paesi Bassi, Belgio, Olanda, dove la legalizzazione è nata guardando a singole eccezioni per poi scivolare rapidamente nel protocollo di Groningen - l’eutanasia su neonati gravemente malati -, nell’eutanasia su minori - il che dovrebbe far riflettere sul senso dell’autodeterminazione -, o su pazienti sani perché “si sentivano un peso” o “abbandonati”, malati oncologici e psichiatrici o su coppie che hanno ottenuto la “dolce morte” perché volevano morire assieme».
Cosa pensa della recente legge toscana sul suicidio assistito?
«Penso sia stato un grave precedente data l’incompetenza legislativa delle regioni su temi che riguardano i diritti fondamentali della persona e rimandano, pertanto, alla competenza esclusiva dello Stato».
Anche in Veneto il governatore Zaia intende almeno per via amministrativa fare qualcosa...
«Il governatore Zaia - lo prova il consenso ricevuto - svolge bene il ruolo di amministratore, ma gli interventi che di anno in anno ha rilasciato su diverse tematiche bioetiche non hanno dimostrato altrettanta competenza in materia; ma questo è un problema di buona parte della politica. Inoltre, osserverei che il programma elettorale 2022 del suo partito, a pagina 74, prometteva un fermo “no” alla morte medicalmente assistita».
Dalla sentenza Cappato sono passati quasi sei anni. Eppure ci sono stati, in Italia, meno di dieci casi di suicidio assistito: come mai?
«Forse la generosità e solidarietà italiana contribuiscono a rafforzare l’attitudine alla cura e non all’abbandono, ma non credo sia questa la ragione fondamentale. Quando tratto il tema vedo persone colpite positivamente dalla ragionevolezza delle posizioni che difendono la vita; altre aperturiste verso suicidio assistito ed eutanasia per timore, ansia, paura della malattia, della sofferenza e della morte propria o dei propri cari. Pochi sanno ciò che accade davvero, a letto dei pazienti».
Cosa succede?
«Succede, come testimoniano i medici palliativisti, che nella sofferenza l’uomo si aggrappa alla vita con una forza che nemmeno sa di avere».
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Svizzera e Oregon mostrano le gravi conseguenze sociali di questa pratica: anche chi è depresso o si sente un peso opta per l’autoeliminazione. E con il «turismo della morte» c’è chi si fa i soldini.La bioeticista Giulia Bovassi: «Dalla sentenza Cappato non consegue alcun vuoto legislativo. E con il ddl rischiamo un’eutanasia estesa».Lo speciale contiene due articoliNon aprite quella porta, recita il titolo del celebre film horror del 1974 diretto da Tobe Hooper. Ed analogo appello si potrebbe rivolgere - trattandosi comunque di tema macabro - contro il suicidio assistito, se la «porta» alla pratica non fosse già stata schiusa, sia pure solo parzialmente, dalla Corte costituzionale con il pronunciamento 242 del 2019, più nota come sentenza Cappato. Certo, in cinque anni e mezzo a questa parte, in realtà, in Italia si sono verificati appena sei casi di suicidio assistito, l’ultimo il 14 febbraio scorso, con il decesso programmato di «Serena», nome di fantasia di una signora lombarda di 50 anni affetta da sclerosi multipla progressiva. Questo però non è un buon motivo per tirare un sospiro di sollievo, date le numerose evidenze internazionali circa le disastrose conseguenze sociali che comporta la morte on demand.Anzitutto, c’è da dire che il suicidio assistito una volta legalizzato sembra favorire il dilagare di... tutti i suicidi. Non è un caso che l’Oregon - che nell’ottobre 1997 divenne il primo Stato americano a dotarsi di una legislazione in materia - non solo abbia il secondo tasso di suicidi più elevato degli Stati Uniti, ma sia anche il Paese dove si registra una maggiore crescita del fenomeno; se infatti tra il 1999 e il 2010 il tasso di suicidio tra uomini e donne di età compresa tra 34 e 65 anni negli Stati Uniti è lievitato del 28%, nell’Oregon quell’aumento è stato addirittura del 50%. Tuttavia, anche limitandosi ai suicidi assistiti propriamente detti sono molte le perplessità che emergono e che fanno pensare che «aprire quella porta», ormai oltre un quarto di secolo fa, sia stato quanto meno incauto. Fa testo, su questo, una indagine realizzata da Claud Regnard, Ana Worthington e Ilora Finlay - pubblicata sulla rivista Bmj supportive & palliative care - con cui si sono esaminati i circa 2.500 casi di suicidio assistito verificatisi nello Stato americano tra il 1998 e il 2022. Un arco di temporale pluridecennale, esaminando il quale si è visto come, spesso, manchino informazioni sulle complicazioni cliniche degli aspiranti suicidi, mentre non vengono nemmeno raccolti i dati fondamentali alla base delle decisioni mediche, sull’efficacia dei farmaci letali utilizzati e sull’entità del supporto alle cure palliative. Non solo. Regnard e colleghi hanno visto come, man mano che passa il tempo, i rinvii alla valutazione psichiatrica - cruciale per stabilire le motivazioni della richiesta di morte on demand - tendano a ridursi; così, se nei primi tre anni di legislazione i medici avevano richiesto una valutazione psichiatrica dei pazienti nel 28% dei casi, nel 2004 questa stessa percentuale era crollata al 5% e nel 2022 all’1% appena. In pratica, non ci si pone neppure più il problema se chi chiede di morire sia mentalmente sano, depresso e davvero capace di intendere e volere. Lo si asseconda e addio. È nebbia pure sulle cure palliative, come noto indispensabili per arginare il dolore di chi soffre. Eppure, nell’Oregon, se da un lato risultano - almeno formalmente - assicurate a oltre il 90% di quanti poi accedono al suicidio assistito, dall’altro non è ben chiaro chi le abbia fornite loro. Il suicidio assistito nello Stato americano avviene non di rado attraverso l’assunzione di un cocktail di farmaci letali, il che non è affatto detto che assicuri un decesso indolore e istantaneo. Anzi: il tempo necessario a morire è in costante crescita, se si pensa che è lievitato dai 30 minuti del 1998 ai 53 nel 2023, anno in cui un aspirante suicida è rimasto in agonia per qualcosa come 137 ore: oltre cinque giorni. E questa sarebbe «una dolce morte»? Ci si permetta di dubitarne. Ovvio, si può sempre replicare che gli Stati Uniti sono un mondo a sé. Il punto è che gli effetti sociali -purtroppo esiziali - della legalizzazione del suicidio assistito sono ampiamente documentati anche in Europa.Nel 2020 il bioeticista David Albert Jones, in un articolo intitolato Euthanasia, assisted suicide, and suicide rates in Europe, ha esaminato le conseguenze sociali della legalizzazione del suicidio. Ebbene, prendendo l’arco temporale che va dal 2010 al 2017, Jones ha osservato come il tasso suicidario in Austria - Paese che non ammette suicidio assistito - sia diminuito mentre lo stesso valore, nella vicina Svizzera, non solo non sia calato, ma sia addirittura aumentato; forse perché quest’ultima è meta, come mostrano casi anche della cronaca italiana - si pensi a dj Fabo - di persone intenzionate a farla finita? Difficile non misurarsi con questo dilemma. A proposito di Svizzera, quello elvetico è senza dubbio un altro esempio di cosa comporti la legalizzazione del suicidio assistito; e cioè svariate e non esattamente piacevoli conseguenze. In primo luogo, un aumento sostanzioso dei casi, lievitati dai 63 del 1999 ai 1.252 del 2023: un boom pari a quasi +1900% in meno di un quarto di secolo. In seconda battuta, spaventa constatare come molti di questi decessi assistiti siano esito di un turismo della morte che non ha nulla a che vedere con insopportabili sofferenze fisiche. Qualche esempio? Nel febbraio 2022, due sorelle americane di 54 e 49 anni hanno chiesto e ottenuto un suicidio assistito congiunto affermando di soffrire di disagi come insonnia cronica, vertigini e mal di schiena, aggiungendo semplicemente di essere «stanche di vivere». Qualche anno prima, nel novembre 2016, due fratelli hanno fatto ricorso al tribunale civile di Ginevra per impedire il suicidio assistito del loro terzo fratello - che l’ha poi ottenuto - perché era affetto da depressione, ma non da gravi patologie; il che non è un caso isolato. Uno studio pubblicato sul Journal of medical ethics ha infatti scoperto, esaminando i suicidi assisti elvetici tra il 2008 e il 2012, come il 34% di quanti vi avevano fatto ricorso non fosse affetto da alcuna malattia mortale. In effetti, già nel 2003 in Svizzera si era data morte assista a un fratello e una sorella francesi, di 29 e 32 anni, affetti da schizofrenia; e l’anno dopo ad avvalersi di analogo servizio - agendo all’insaputa dei familiari, rimasti sconvolti per l’accaduto - era stata una coppia britannica affetta da diabete ed epilessia, ma non certo in fin di vita. In tutto ciò, non manca chi ci guadagna. Eloquente, al riguardo, un’inchiesta uscita il 7 maggio 2019 sulle colonne della Neue Zürcher Zeitung a firma di Erich Aschwanden in cui si raccontava come il patrimonio dell’associazione Exit - attiva nell’accompagnamento al suicidio e con sempre più iscritti (oggi oltre 150.000) - in pochi anni sia triplicato, passando dai 9,4 milioni di franchi svizzeri del 2013 a quasi 30 milioni. Ma di questo i media non parlano, anzi. In uno studio di Kalima Carrigan - realizzato considerando gli articoli della stampa internazionale tra il 2002 e il 2021, intitolato One-way ticket to Zürich - si è visto come i «principali media» tendano a raccontare l’obbligo di recarsi in Svizzera per ottenere il suicidio assistito come una faccenda «obsoleta e ingiusta», a danno «delle persone vulnerabili e delle loro famiglie», costretti ad agire quasi da «criminali per evitare sofferenze inutili». Sui frutti sociali amarissimi della morte on demand, silenzio. Guai a raccontarlo, il lato oscuro della cosiddetta autodeterminazione. E sì che basterebbe riferire, come sia pure sinteticamente fatto qui, le esperienze dell’Oregon o della Svizzera per farsi venire delle domande. Le stesse che attivisti e politici italiani che spingono per il cosiddetto di diritto di morire evitano accuratamente che i cittadini si pongano. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/suicidio-assistito-non-aprite-quella-porta-2671337399.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-disegno-di-legge-un-pendio-scivoloso-le-norme-ci-sono-gia" data-post-id="2671337399" data-published-at="1742119920" data-use-pagination="False"> «Il disegno di legge? Un pendio scivoloso Le norme ci sono già» Classe 1991, professoressa presso l’Universidad Anáhuac (Messico) e la Faculdade Internacional Cidade Viva (Brasile) - e associate researcher della cattedra Unesco in Bioetica e diritti umani (Roma) -, Giulia Bovassi è forse la più promettente bioeticista italiana della sua generazione. La Verità l’ha avvicinata per capire meglio cosa bolle in pentola, col suicidio assistito. Professoressa, qual è lo stato dell’arte circa le proposte di legge in Parlamento sul fine vita? «Negli scorsi giorni ho appreso dagli organi di stampa un “balzo in avanti” inaspettato - su questo, devo dire, sono amaramente d’accordo - con la bozza di un ddl sul fine vita a due firme di centrodestra. Testo che si aggiunge ai cinque ddl già depositati e discussi. Da quanto emerge sembra una sorta di compromesso poco credibile, soprattutto dal punto di vista “conservatore”». Perché? «La storia ci insegna che aprire uno spiraglio sulla base dell’eccezione è la strada maestra per il pendio scivoloso, ossia aperture via via indiscriminate. Inoltre è una contraddizione redigere un ddl sul suicidio assistito, ad oggi reato, parlando del valore inviolabile della vita: significa non conoscere i significati etici dei termini in gioco. I ddl precedentemente depositati in materia si propongono di amministrare quel che la Corte costituzionale ha posto con la sentenza 242 del 2019, ossia un’apertura al suicidio assistito in determinate condizioni. In realtà non è così: la sentenza va in senso restrittivo, circoscritto e subordinato a precise condizioni; i ddl vanno in senso estensivo aprendo all’eutanasia e a condizioni di natura psichica, non terminali, a prognosi infausta o patologie invalidanti». Cosa dice davvero questa sentenza, nota anche come sentenza Cappato? «La sentenza sottolinea la gerarchia di valori di riferimento, primo fra tutti il diritto alla vita, richiamando l’articolo 2 della Cedu che richiama lo Stato al dovere di tutelarlo per ogni individuo e lo pone come diametralmente opposto al riconoscimento della possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire. La sentenza specifica che dal diritto alla vita non può derivare un diritto a morire; al contrario la maggior parte dei ddl non lo citano, parlando solo di autodeterminazione, dignità e qualità della vita. La sentenza pone poi come prerequisito il passaggio mediante il percorso palliativo - molti ddl invece no - e non pone alcun obbligo in capo al medico, il quale deve vedersi tutelato mediante strumenti come l’obiezione di coscienza; cosa che non avviene in tutti i ddl. Infine, dalla sentenza non consegue alcun vuoto normativo: gli strumenti deontologici e giuridici ci sono già tutti». Cosa c’è in gioco col suicidio assistito? «La posta in gioco è alta perché questo tema tocca le radici antropologiche ed etiche della civiltà che ben ritroviamo nelle preoccupazioni espresse dalla sentenza della Consulta 135 del 2024 nel merito, la quale parla della possibilità che una legalizzazione porti a una “pressione sociale indiretta” su persone fragili che, convinte di essere un peso, potrebbero trovare nel suicidio assistito - o nell’eutanasia - una soluzione per farsi da parte. Sarebbe una grave forma di incentivazione al suicidio. Questo è un rischio fondato sull’evidenza dell’esperienza internazionale di Canada, Paesi Bassi, Belgio, Olanda, dove la legalizzazione è nata guardando a singole eccezioni per poi scivolare rapidamente nel protocollo di Groningen - l’eutanasia su neonati gravemente malati -, nell’eutanasia su minori - il che dovrebbe far riflettere sul senso dell’autodeterminazione -, o su pazienti sani perché “si sentivano un peso” o “abbandonati”, malati oncologici e psichiatrici o su coppie che hanno ottenuto la “dolce morte” perché volevano morire assieme». Cosa pensa della recente legge toscana sul suicidio assistito? «Penso sia stato un grave precedente data l’incompetenza legislativa delle regioni su temi che riguardano i diritti fondamentali della persona e rimandano, pertanto, alla competenza esclusiva dello Stato». Anche in Veneto il governatore Zaia intende almeno per via amministrativa fare qualcosa... «Il governatore Zaia - lo prova il consenso ricevuto - svolge bene il ruolo di amministratore, ma gli interventi che di anno in anno ha rilasciato su diverse tematiche bioetiche non hanno dimostrato altrettanta competenza in materia; ma questo è un problema di buona parte della politica. Inoltre, osserverei che il programma elettorale 2022 del suo partito, a pagina 74, prometteva un fermo “no” alla morte medicalmente assistita». Dalla sentenza Cappato sono passati quasi sei anni. Eppure ci sono stati, in Italia, meno di dieci casi di suicidio assistito: come mai? «Forse la generosità e solidarietà italiana contribuiscono a rafforzare l’attitudine alla cura e non all’abbandono, ma non credo sia questa la ragione fondamentale. Quando tratto il tema vedo persone colpite positivamente dalla ragionevolezza delle posizioni che difendono la vita; altre aperturiste verso suicidio assistito ed eutanasia per timore, ansia, paura della malattia, della sofferenza e della morte propria o dei propri cari. Pochi sanno ciò che accade davvero, a letto dei pazienti». Cosa succede? «Succede, come testimoniano i medici palliativisti, che nella sofferenza l’uomo si aggrappa alla vita con una forza che nemmeno sa di avere».
La villetta di Jonathan Rivolta a Lonate Pozzolo. Nel riquadro, Adamo Massa (Ansa)
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
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(IStock)
Questa fogna è stata scoperta da Mario Giordano, e dalla trasmissione Fuori dal Coro, che l’ha brevemente illustrato ieri su questo giornale. Ha raccontato della signora Marisa che vive a Ischia e ha un figlio di 19 anni di nome Riccardo, con un grave problema agli occhi, che dovrà fare un trapianto di cornea e che, rivoltosi all’Asl il 12 dicembre 2025, gli è stato fissato l’esame il 7 gennaio 2027. Sul foglio di prenotazione c’è scritto: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026» ma, come scrive Giordano, «con un piccolo particolare: Marisa e Riccardo non hanno mai rinunciato a quella visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. Li hanno presi in giro».
Di questi casi Giordano ne ha trovati, insieme alla sua brillante redazione, decine e nell’articolo si è rivolto al ministro della Sanità per chiedere conto di tutto questo. Io mi voglio rivolgere a un altro interlocutore che, con tutto questo materiale potrebbe intervenire e aprire un’indagine: il pubblico ministero, il cosiddetto pm. È successo altre volte e, dunque, ci sono precedenti di inchieste giornalistiche, divulgate dalla stampa o sulla televisione, che abbiano costituito materiale sufficiente perché i pm aprissero un fascicolo, iniziassero un’indagine che, tra l’altro, spesso, ha portato all’incriminazione dei soggetti indicati da chi aveva svolto l’inchiesta giornalistica; come si dice in gergo, «il precedente non manca».
In Italia, infatti, a nome del Codice di procedura penale e secondo il diritto processuale penale, a norma dell’articolo 335, appena ricevuta una notizia di reato (in gergo detta notitia criminis), cioè un’informazione che il pm riceve su fatti e circostanze che potrebbero costituire un reato, avvia le indagini preliminari e, magari, l’azione penale. Questa avviene dopo una denuncia, un referto o un’informativa della polizia giudiziaria e viene iscritta in un apposito registro. A mio modesto avviso, questi servizi potrebbero essere acquisiti dal pm attraverso la polizia giudiziaria per dare inizio, dopo le adeguate verifiche, alle indagini vere e proprie. In Italia esiste anche l’«obbligatorietà dell’azione penale» imposta al pm dall’articolo 112 della Costituzione. Esso impone al pm il dovere di avviare le indagini una volta che riceve una notitia criminis. Si è dibattuto molto in Italia su questo articolo-principio, soprattutto per i criteri di priorità e per la mancanza di risorse per le quali i pm non possono dare corso a tutte le notizie di reato ma, in questo caso specifico, si tratta di casi urgenti nei quali vi è in gioco la perdita di funzioni vitali e cognitive del corpo umano, quindi, non c’è dubbio che la priorità sia assolutamente assodata. Proprio per questo è utile citare l’articolo 112 della Costituzione che recita: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». È vero che il pm non può avviare le indagini se non viene a conoscenza di un fatto che potrebbe costituire reato - ovviamente -, ma nel caso in cui ne venisse a conoscenza, può avviare l’azione penale anche senza attendere una denuncia. Quest’azione non è discrezionale salvo, ovviamente, ciò che è stato oggetto di dibattito e cioè la priorità di alcune azioni su altre e le risorse a disposizione perché il pm possa occuparsene.
Ci pare che, nel caso descritto, la polizia giudiziaria possa acquisire questo materiale come notitia criminis da consegnare al pm stesso. È pur vero che il ministero della Salute ha poteri ispettivi e talora anche commissariali, cioè può inviare un commissario là dove, detto in termini semplici, c’è puzza di bruciato. In questo caso non c’è puzza di bruciato, c’è un incendio in cui vengono bruciati i diritti alla salute dei cittadini italiani per scopi ignobili e cioè di riscossione, da parte dei manager pubblici, di premi per l’efficienza delle strutture da loro gestite.
Peccato che, in questo caso, l’efficienza sia falsa o, meglio, falsata. In questo frangente ci preoccupa di più la possibilità che cittadini italiani siano privati del diritto alla salute con gravi conseguenze, come la perdita della vista nel caso che abbiamo citato all’inizio della signora Marisa e di suo figlio Riccardo di 19 anni, che una vera e propria truffa. Ovviamente attendiamo l’indagine della magistratura per confermare questa asserzione, per confermare la presenza di un reato molto grave.
Chi ripagherà questo ragazzo di 19 anni che rischia di perdere la vista? Chi ripagherà Liliana, che vive a Reggio Calabria, cardiopatica invalida che ha bisogno urgente di una visita pneumologica e che si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025 vedendosi concedere solo il 24 marzo 2026 la visita stessa? Anche in questo caso, come scritto da Giordano, «sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: l’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025. Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha proposta». Non c’è materiale a sufficienza perché qualcuno si sbrighi a denunciare questi fatti in modo che il pm possa procedere contro - se tutto verrà confermato dalle indagini stesse e dal rinvio a giudizio che ne seguirà - questi farabutti?
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Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
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