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2020-07-12
Sui detenuti morti durante le rivolte Bonafede e la sinistra fan spallucce
Alfonso Bonafede (Ansa)
Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14.
Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche.
Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.
Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni.
La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva.
Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie.
Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni.
La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese.
Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. È l'unico, in questo silenzio vergognoso.
Battisti per uscire si lagna del menù
Come sa rendersi simpatico Cesare Battisti, nessuno mai. Sarà per quell'espressione perennemente ghignante, sarà per quel collegio difensivo mediatico in servizio permanente effettivo, sarà per l'alternanza strategica di toni sfrontati e lacrimevoli, a seconda delle convenienze. Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista.
Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde.
Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni.
Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato.
Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...).
Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Le cause dei decessi di 13 carcerati durante i disordini scoppiati a marzo non sono state chiarite. Ma il Pd preferisce inginocchiarsi per George Floyd, e la stampa tacere. Pensate se invece al governo ci fosse il centrodestra.L'ex terrorista dei Pac, arrestato dopo 37 anni di latitanza, si lamenta per il cibo scadente dell'istituto di pena dove è rinchiuso: «Il mio stato di salute è peggiorato».Lo speciale contiene due articoli.Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14. Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche. Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni. La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva. Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie. Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni. La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese. Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. 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Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista. Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde. Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni. Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato. Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...). Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
Ditonellapiaga e Tony Pitony si esibiscono sul palco del teatro Ariston (Ansa)
La serata delle cover, con i duetti tra concorrenti e ospiti, è la più attesa del Festival. A incuriosire sono gli abbinamenti e la scelta dei brani. L’Ariston risponde con entusiasmo: tra omaggi, energia e qualche azzardo, ecco le pagelle della serata.
Elettra Lamborghini con Las Ketchup 6,5 Aserejé, tormentone primi Duemila, è perfetta per tenere vivo il clima di festa creato dal medley di Laura Pausini. L’Ariston ha voglia di divertirsi. Fasciate in uno sgargiante abito lungo trasmettono spensieratezza. Frizzanti.
Alessandro Siani 6,5 Arriva da Napoli, come cinque dei cantanti in gara e chissà se c’entra la caccia all’audience. Il ping-pong con Carlo Conti sui motivi, istituzionali e giocosi, perché Sanremo è Sanremo è una bella idea, ma è appena abbozzata. Timido.
Bianca Balti 8 Un anno dopo, con i capelli, elegante e sorridente. «Sono qua per godermela, non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto come me». E «sono innamoratissima». Entusiasta.
Malika Ayane con Claudio Santamaria 4,5 Quando si sceglie Mi sei scoppiato dentro il cuore di Mina bisogna pensarci 10 volte. Inevitabile balzi all’orecchio ciò che manca. E lo scoppio floppa. Temerari.
Bambole di pezza con Cristina D’Avena 6 per l’impegno Sembrano copiare i Maneskin senza riuscirci e questo la dice tutta. Infatti, il meglio lo danno quando citano Whole lotta love dei Led Zeppelin. Ma perché non hanno proposto quella? Confuse.
Tommaso Paradiso con Stadio 7,5 Una sferzata di rock visionario e apocalittico atterra all’Ariston con L’ultima luna di Lucio Dalla. Gaetano Curreri non ha la voce giusta, Tommaso sì. Di culto.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia 5 Per la scelta di Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni vale quanto detto per il brano di Mina: si sente il vuoto. Non c’è il carisma, non c’è la drammaticità, non c’è la voce piena dell’interprete originale. Pazienza.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & The Band 8,5 Il figlio d’arte cresce e si muove meglio ogni sera. Figurarsi se spunta papà Gianni che Vita la cantava con Lucio Dalla. Chissenefregadeimoralisti.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas 8 la voce di Colombre si avvicina a quella di Jimmy Fontana di Il mondo e il confronto con una delle più belle canzoni della musica italiana non è penalizzante. Plausibili.
Fulminacci con Francesca Fagnani 6,5 Qui è più teatro che musica, ma citare Mina e Alberto Lupo di Parole parole dà i brividi. Si può accettare solo in un copione scanzonato e autoironico. Coraggiosi.
LDA e Aka 7even con Tullio De Piscopo 7,5 A 80 anni l’energia e il feeling di De Piscopo sono intatti. E fa tutta la differenza cantare la cover con il suo inventore. L’Ariston continua a fare festa. Andamento veloce.
J-Ax con Ligera County Fam 8 All star de Milan: Cochi Ponzoni (senza Renato Pozzetto) Paolo Rossi, Paolo Jannacci, Ale & Franz accompagnano il rapper. Felicemente sgangherati.
Ditonellapiaga con Tony Pitony 8,5 Parrucca rosa e maschera di plastica. Cabaret anni Quaranta, jazz americano, Broadway, Quartetto Cetra. Con The Lady is a tramp un’altra scarica di energia. E si balla.
Caterina Caselli 9 Emozionata. Ancora con la sua voce metallica e contundente. Non smette di ringraziare le persone dalle quali ha imparato. Interprete, scopritrice di talenti, produttrice discografica, artista completa. Magnetica.
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I veicoli dei talebani controllano la sicurezza a un posto di blocco vicino al confine tra Pakistan e Afghanistan a Nangarhar (Ansa)
L’aviazione pachistana la settimana scorsa aveva condotto una serie di attacchi aerei in Afghanistan, colpendo alcuni campi di addestramento per terroristi. Il bilancio era stato di 18 morti e 7 feriti secondo il governo talebano, che aveva convocato l'ambasciatore del Pakistan a Kabul. Era così iniziata quella che in gergo si definisce come una guerra a bassa intensità con continue «scaramucce» sul confine che avvevano comunque provocato morti e feriti. Il governo del primo ministro Shehbaz Sharif ha deciso per un attacco in grande stile con missili terra-aria su uffici, caserme e centri di addestramento del regime talebano che non ha una contraerea in grado di difendere il territorio. Gli studenti coranici avevano «ereditato» dagli americani, al loro abbandono dell’Afghanistan, una serie di aerei ed elicotteri, molti dei quali danneggiati e ormai inservibili. Sul confine si sono moltiplicate le battaglie fra le truppe di terra, ma le cifre di morti e feriti divergono sensibilmente. Islamabad ha dichiarato di aver colpito 22 obiettivi militari e che sono stati uccisi 274 funzionari e militanti talebani. Stando a quanto dichiarato dal portavoce delle forze armate pachistane sarebbero stati solamente 12 i militari caduti negli scontri. Il ministro della Difesa dei talebani ha detto che l’aeronautica militare del ministero della Difesa nazionale ha condotto attacchi aerei coordinati contro un accampamento militare vicino a Faizabad, a Islamabad, una base militare a Nowshera, posizioni militari a Jamrud, mentre Zabihullah Mujahid, portavoce del governo talebano, ha subito indetto una conferenza stampa per annunciare che 55 soldati pachistani erano stati uccisi e 19 postazioni conquistate, mentre 8 combattenti talebani erano caduti. Numeri ovviamente incontrollabili, ma appare difficile credere che la cadente aviazione dell’Afghanistan possa aver ottenuto questi risultati. Zabihullah Mujahid, ha aggiunto di voler subito ricorrere al dialogo per risolvere il conflitto con il vicino Pakistan, sottolineando la necessità di una soluzione pacifica e continuando a sperare che il problema venga risolto senza altra violenza. Il portavoce talebano ha respinto le accuse di Islamabad di essere coinvolti negli attacchi terroristici, rispondendo che sono invece loro che sostengono lo Stato islamico che combatte, sotto il nome di Isis K, per abbattere l’emirato dei talebani. Se proseguisse, lo scontro militare sembrerebbe avere un esito certo, perché le forze armate pachistane dispongono di oltre mezzo milione di uomini e di una forza aerea efficiente, oltre ad un arsenale atomico. L’Afghanistan dichiara di avere 150.000 combattenti, ma non si tratta di un vero e proprio esercito, bensì di milizie abituate soltanto alla guerriglia irregolare. Il fronte però è più ampio di quello che potrebbe sembrare perché il ministro della Difesa di Islamabad ha accusato l’India di avere influenza politica sui talebani. Nuova Delhi ha respinto le accuse, denunciando un piano pachistano per destabilizzare il subcontinente indiano. La Cina e la Russia, unica nazione che ha ufficialmente riconosciuto l’emirato dell’Afghanistan, sono al lavoro per una soluzione diplomatica di un conflitto che potrebbe destabilizzare l’intera Asia centrale.
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Matteo Del Fante (Ansa)
L’amministratore delegato sorride tra numeri e strategie, mentre la stima per il 2026 promette ulteriori crescite: «Abbiamo rafforzato la nostra politica dei dividendi», dice, e non è un dettaglio da poco: la cedola proposta sale del 16%, arrivando a 1,25 euro per azione, a testimonianza di un’azienda che non vuole solo correre, ma premiare chi le ha dato fiducia. A dare contenuto a questo risultati soprattutto la finanza e la logistica, con il primato nella consegna dei pacchi.
Il futuro, però, non sono solo conti e percentuali: è anche digitale, innovativo e strategico. Del Fante non si limita a parlare di numeri, ma racconta un percorso di trasformazione che intreccia Poste con Tim, «una partnership che non è mirata a un guadagno immediato ma alla creazione di valore durevole e sostenibile per entrambi i gruppi». Il filo conduttore? Sinergie, integrazione e visione a lungo termine. E per dare concretezza alle parole, la riorganizzazione di gruppo in corso prevede un hub finanziario integrato, dove PostePay e BancoPosta dialogheranno fianco a fianco attraverso la fusione delle rispettive attività. Business come energia e telecomunicazioni saranno distribuiti dalla rete degli sportelli Poste. E non si tratta di semplice fantasia digitale: la nuova super-app di Poste, fiore all’occhiello del 2025, è diventata un fenomeno nazionale, con oltre quattro milioni di utenti giornalieri, la più utilizzata tra gli algoritmi proposti da un’azienda italiana. L’Intelligenza artificiale non è un concetto fumoso: Del Fante la indica come «un acceleratore di crescita chiave» del piano strategico pluriennale che verrà presentato entro il 2026, pronto a inaugurare una nuova stagione dopo nove anni di evoluzioni continue.
I numeri del bilancio restano sotto i riflettori: i ricavi di gruppo hanno raggiunto 13,1 miliardi, in crescita del 4% rispetto al 2024. Il margine operativo tocca i 3,2 miliardi, con un balzo del 10%, e l’utile netto segna 2,2 miliardi, anche questo con un +10%, in anticipo sui target del piano 2024-28. Dalle parole di Del Fante emerge che Poste non solo cresce, ma lo fa stabilmente, costruendo le basi per guardare oltre, fino al 2026: i ricavi sono previsti a 13,5 miliardi, il margine operativo superiore a 3,3 miliardi e l’utile netto (esclusa la partecipazione in Tim) a 2,3 miliardi. Anche i dividendi resteranno generosi, con una percentuale di assegnazione ai soci superiore al 70% degli utili. Da aggiungere un piccolo extra legato all’arrivo del dividendo Tim stimato in cento milioni di euro a partire dal 2027.
Proprio dal gruppo telefonico arriva una novità nella governance. Adrian Calaza, ex direttore finanziario di Tim, è il nuovo presidente di Tim Brasil dove già ricopriva il ruolo di consigliere. Prende il posto di Nicandro Durante. In consiglio entra anche Camillo Greco, direttore finanziario di Poste Italiane. Nell’illustrazione dei conti da parte di Matteo Del Fante manca, naturalmente, il capitolo «grandi manovre»: tra le priorità c’è l’acquisizione del 20% del Polo strategico nazionale da Cdp, un investimento contenuto ma strategico per supportare Tim nella migrazione della pubblica amministrazione italiana verso il cloud. Insomma, tra numeri da record e strategie a lungo termine, Poste italiane si conferma un gigante in movimento: non solo un’azienda di servizi postali e finanziari, ma un ecosistema digitale in piena espansione, pronto a cavalcare la tecnologia, l’Intelligenza artificiale e le sinergie industriali. Matteo Del Fante lo annuncia a tutta la comunità finanziaria che l’ascolta durante la conference call: il 2025 è stato eccezionale, ma l’avventura è appena all’inizio.
Il riflesso dell’uso dell’Ia si vedrà anche sul fronte dei dipendenti: le assunzioni annuali nei centri aziendali nel 2026 si stimano in calo del 15% rispetto alla media degli ultimi quattro anni. Con Tim, di cui è primo socio, Poste ha aperto vari tavoli. I risparmi attesi si aggirano sui cento milioni.
A inizio del prossimo anno, Poste attende, inoltre, completare la riorganizzazione con la creazione di un hub finanziario e la fusione di BancoPosta con PostePay. «A seguito di questa fusione deterremo il business energia e tlc a livello di capogruppo», ha detto l’ad, spiegando il progetto di creazione dell’hub finanziario. L’Intelligenza artificiale sarà cruciale nello sviluppo previsto. Nel servizio clienti ha permesso la riduzione dei costi del 30%. Sono attesi altri 30 milioni entro i prossimi quattro anni. Inoltre, sono stimati fino a circa 100 milioni di euro di risparmio annuo sui costi It.
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