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2020-07-12
Sui detenuti morti durante le rivolte Bonafede e la sinistra fan spallucce
Alfonso Bonafede (Ansa)
Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14.
Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche.
Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.
Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni.
La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva.
Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie.
Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni.
La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese.
Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. È l'unico, in questo silenzio vergognoso.
Battisti per uscire si lagna del menù
Come sa rendersi simpatico Cesare Battisti, nessuno mai. Sarà per quell'espressione perennemente ghignante, sarà per quel collegio difensivo mediatico in servizio permanente effettivo, sarà per l'alternanza strategica di toni sfrontati e lacrimevoli, a seconda delle convenienze. Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista.
Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde.
Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni.
Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato.
Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...).
Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Le cause dei decessi di 13 carcerati durante i disordini scoppiati a marzo non sono state chiarite. Ma il Pd preferisce inginocchiarsi per George Floyd, e la stampa tacere. Pensate se invece al governo ci fosse il centrodestra.L'ex terrorista dei Pac, arrestato dopo 37 anni di latitanza, si lamenta per il cibo scadente dell'istituto di pena dove è rinchiuso: «Il mio stato di salute è peggiorato».Lo speciale contiene due articoli.Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14. Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche. Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni. La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva. Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie. Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni. La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese. Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. 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Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista. Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde. Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni. Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato. Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...). Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Carlo Nordio (Imagoeconomica)
Detto ciò, il Guardasigilli non teme di fare autocritica, mostrando una sensibilità e onestà intellettuale fuori dal comune rispetto al panorama politico italiano: «Abbiamo tutti esagerato nei toni», sottolinea, «devo dire che alcuni toni sono stati particolarmente antipatici, soprattutto quando arrivano da magistrati. Parliamo ora in avanti solo di contenuti. Auspico che il confronto avvenga in termini pacati, razionali ed esclusivamente sui contenuti. Il governo non ha paura di perdere, non ha bisogno di essere rinforzato da una vittoria».
Autocritica sì, ma nessun pentimento per qualche considerazione apparsa abbastanza aspra, come quelle sul Csm che hanno provocato l’intervento del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Spero che questa polemica sia chiusa e sono in perfetta e rispettosissima sintonia con il capo dello Stato», argomenta Nordio, «sono dispiaciuto perché l’intervento, che ripeto io condivido e per il quale ringrazio il presidente della Repubblica, è stato interpretato come una sorta di rimprovero per una frase che era stata attribuita a me e che effettivamente ho pronunciato io, ma non in quanto mia. Io avevo citato un’espressione di un noto magistrato. Spero che questa polemica sia chiusa. Rivendico tutte le frasi dette in questa campagna elettorale», aggiunge ancora il ministro, e «mi dolgo del fatto che molto spesso, e non voglio dare la colpa ai giornalisti, le cose non vengano riferite in perfetta esattezza. Sicuramente, se dovessi rileggerle, è molto probabile che in un certo senso abbia esagerato. Il giusto pecca sette volte al giorno», ricorda Nordio citando la Bibbia, «la persona perbene fa errori sette volte al giorno. Guai se pensassi che non sbaglio mai».
Detto ciò, Nordio mette in guardia da una eventuale vittoria dei No: «Ho detto che converrebbe anche alla Schlein che vincesse il Sì. Con un Sì le cose cambierebbero in meglio», osserva Nordio, «se dovesse vincere il No sarebbe una vittoria dell’ala estrema della magistratura, che ipotecherebbe la politica. Se dovesse vincere il No temo che, politicizzandosi il referendum anche attraverso l’intervento molto forte dalla magistratura, la politica in generale sarebbe sconfitta. La magistratura, forte di una vittoria alla quale ha conferito un forte significato politico, si sentirebbe nella facoltà di mantenere l’ipoteca sulla politica».
Dall’opposizione, attacca frontalmente Nordio il leader del M5s Giuseppe Conte: «Io inorridisco», dice Conte nel corso di un dibattito con il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè di Forza Italia, «di fronte al ministro Nordio che parla di tangenti come di mazzette che non meritano approfondimento investigativo. Rafforziamo la pianta organica dei magistrati. Rafforziamo le piattaforme informatiche. Queste sono le urgenze della giustizia». «La Costituzione parla», replica Mulè, «e solo chi fa finta di non sentire può metterne in discussione la chiarezza cristallina. I fatti inchiodano la verità all’assoluta certezza che la riforma che voteremo il 22 e 23 marzo preserva e anzi rafforza autonomia e indipendenza della magistratura superando definitivamente il retaggio dell’ordinamento fascista con il giudice terzo e imparziale. Chi dice il contrario mente spudoratamente».
In campo anche la segretaria del Pd Elly Schlein: «Anzitutto», argomenta la Schlein, «non è una riforma della giustizia per una ragione banale: che non migliora l’efficienza della giustizia italiana. Questo l’ha detto il ministro Nordio e lo ringraziamo per la sincerità. L’ha detto anche Giulia Bongiorno in Parlamento: ha detto che bisogna essere degli ignoranti per pensare che questa riforma migliori l’efficienza della giustizia italiana, che acceleri i processi. Guardate che la giustizia in Italia non è perfetta, lo sappiamo. Abbiamo una lentezza dei processi, un lento adeguamento al processo telematico, abbiamo una carenza di organico negli uffici giudiziari, abbiamo 12.000 precari che vanno stabilizzati nella giustizia; e questa riforma non tocca nemmeno uno, nemmeno di lontano, nemmeno uno di questi aspetti. Nessuno. Allora», aggiunge la Schlein, «questa non è una riforma che migliora la giustizia per i cittadini, che accelera quei processi, che assume quell’organico, che stabilizza quei precari. E se posso aggiungere, nemmeno incide su altri problemi della giustizia che ci sono: lo scarso ricorso alle misure alternative alla detenzione in carcere, ad esempio; o ancora, il sovraffollamento carcerario che è arrivato a punte del 138,5% e negli ultimi anni con un triste, tragico record che è quello dei suicidi in carcere, non solo tra i detenuti ma anche tra gli agenti di polizia penitenziaria».
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