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2020-07-12
Sui detenuti morti durante le rivolte Bonafede e la sinistra fan spallucce
Alfonso Bonafede (Ansa)
Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14.
Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche.
Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.
Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni.
La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva.
Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie.
Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni.
La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese.
Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. È l'unico, in questo silenzio vergognoso.
Battisti per uscire si lagna del menù
Come sa rendersi simpatico Cesare Battisti, nessuno mai. Sarà per quell'espressione perennemente ghignante, sarà per quel collegio difensivo mediatico in servizio permanente effettivo, sarà per l'alternanza strategica di toni sfrontati e lacrimevoli, a seconda delle convenienze. Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista.
Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde.
Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni.
Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato.
Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...).
Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Le cause dei decessi di 13 carcerati durante i disordini scoppiati a marzo non sono state chiarite. Ma il Pd preferisce inginocchiarsi per George Floyd, e la stampa tacere. Pensate se invece al governo ci fosse il centrodestra.L'ex terrorista dei Pac, arrestato dopo 37 anni di latitanza, si lamenta per il cibo scadente dell'istituto di pena dove è rinchiuso: «Il mio stato di salute è peggiorato».Lo speciale contiene due articoli.Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14. Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche. Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni. La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva. Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie. Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni. La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese. Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. 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Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista. Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde. Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni. Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato. Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...). Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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