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2020-07-12
Sui detenuti morti durante le rivolte Bonafede e la sinistra fan spallucce
Alfonso Bonafede (Ansa)
Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14.
Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche.
Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.
Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni.
La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva.
Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie.
Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni.
La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese.
Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.
Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. È l'unico, in questo silenzio vergognoso.
Battisti per uscire si lagna del menù
Come sa rendersi simpatico Cesare Battisti, nessuno mai. Sarà per quell'espressione perennemente ghignante, sarà per quel collegio difensivo mediatico in servizio permanente effettivo, sarà per l'alternanza strategica di toni sfrontati e lacrimevoli, a seconda delle convenienze. Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista.
Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde.
Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni.
Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato.
Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo.
Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...).
Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
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Le cause dei decessi di 13 carcerati durante i disordini scoppiati a marzo non sono state chiarite. Ma il Pd preferisce inginocchiarsi per George Floyd, e la stampa tacere. Pensate se invece al governo ci fosse il centrodestra.L'ex terrorista dei Pac, arrestato dopo 37 anni di latitanza, si lamenta per il cibo scadente dell'istituto di pena dove è rinchiuso: «Il mio stato di salute è peggiorato».Lo speciale contiene due articoli.Dalle rivolte carcerarie del 7-10 marzo sono trascorsi quattro mesi esatti, ma di quel che è accaduto in quei giorni di violenze e distruzione ancora non si sa praticamente nulla. In quattro mesi, nessun quotidiano ha mai chiesto ragione nemmeno dei morti tra i detenuti. Eppure sono stati tanti: 13, forse 14. Da quattro mesi, la maggioranza di governo tace. Per protestare contro la morte di George Floyd, il nero di Minneapolis soffocato dal poliziotto che lo stava arrestando, Laura Boldrini s'è addirittura inginocchiata in Parlamento, ma sulla strage dei detenuti italiani l'ex presidente della Camera e la sinistra di cui è parte fanno finta di nulla. Il Partito democratico di Nicola Zingaretti ha già archiviato la pratica, nemmeno si fosse trattato di 13 o 14 mosche. Sulla strage, che pure non ha precedenti nella storia repubblicana, in Parlamento nessuno ha chiesto chiarezza se non il deputato della Lega Roberto Turri, con un'interrogazione rimasta senza risposta da parte del ministero della Giustizia. Lo stesso ministro grillino, Alfonso Bonafede, s'è limitato a riferire in Senato, l'11 marzo, che «dai primi rilievi i morti sembrano perlopiù riconducibili all'abuso di sostanze sottratte alle infermerie nei disordini». La sola espressione usata dal guardasigilli, «per lo più», ha espresso perfettamente il suo interesse per la materia.Da allora, sulla strage è caduto un silenzio vergognoso. Se la morte di 13-14 detenuti è uno scandalo, il silenzio che lo sta coprendo è però uno scandalo anche peggiore. Provate solo a immaginare che cosa sarebbe accaduto se, sotto un governo di centrodestra, si fosse scatenata una rivolta carceraria capace di provocare 13 o 14 morti tra i detenuti, con danni per 30-40 milioni di euro. Riuscite a immaginarlo? I giornali sarebbero partiti all'attacco, giustamente pretendendo chiarezza; le piazze si sarebbero riempite dell'indignazione democratica; e il ministro della Giustizia sarebbe stato travolto dalle polemiche e costretto alle dimissioni. La rivolta di marzo, del resto, è stata innescata proprio dalle decisioni del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, alle strette dipendenze del ministero della Giustizia. Di fronte alla rapida espansione del Covid-19, il Dap si era mostrato incapace d'individuare contromisure razionali e aveva sospeso di colpo i permessi-premio e il lavoro esterno dei detenuti, impedendo anche gli incontri con i familiari. A peggiorare le cose, le 189 prigioni italiane in quel momento scoppiavano: il 29 febbraio i reclusi erano 61.230, 10.000 in più rispetto alla «capienza regolamentare» e 16.000 in più rispetto a quella effettiva. Nelle celle sovraffollate, la paura era stata decisamente rinfocolata dalle decisioni del Dap, all'epoca guidato da Francesco Basentini, il magistrato che due mesi più tardi Bonafede avrebbe indotto alle dimissioni per un altro scandalo, quello delle scarcerazioni di centinaia tra detenuti pericolosi e boss mafiosi. A marzo, nelle prigioni mancavano mascherine, disinfettanti, tamponi. I detenuti si sentivano abbandonati, esposti al contagio e separati dalle famiglie. Da qui sono partite le proteste in 49 istituti di pena: prima in sordina; poi, dal 7 marzo, con violenza. I disordini peggiori si sono verificati a Modena, dove tra l'8 e il 9 marzo i morti sono stati cinque, tutti tunisini. Il carcere, in quei giorni, è stato devastato e reso inagibile. Antigone, un'associazione di volontari che da anni tutela i detenuti, denuncia che altri quattro carcerati (un italiano che avrebbe dovuto essere liberato in agosto, un moldavo e due marocchini) sarebbero morti nei trasferimenti verso altre prigioni. La procura di Modena ha avviato un'inchiesta contro ignoti per omicidio colposo. Giuseppe Di Giorgio, il procuratore aggiunto, ha dichiarato che i primi cinque decessi sono da attribuire a un'overdose di metadone e di psicofarmaci, saccheggiati nell'infermeria del carcere, e che «non emergono segni di violenza di alcun tipo». Sui quattro morti nei trasferimenti le autopsie sono ancora in corso, tanto che un funerale si è svolto pochi giorni fa, in provincia di Varese. Altri tre detenuti sono morti nel carcere di Terni, e uno in quello di Bologna. Cronache di quattro mesi fa riferivano di un quattordicesimo morto, ma senza individuarne la prigione. Di loro non si sa nulla.Il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, annuncia che seguirà le indagini «attraverso la nomina di un difensore e di un consulente medico legale per le analisi degli esiti autoptici»: ha scelto Cristina Cattaneo, anatomopatologa di grido. 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Sarà per prese di posizione come l'ultima dell'ex membro dei Proletari armati per il comunismo, rientrato in Italia il 14 gennaio 2019 dopo 37 anni di latitanza: un ricorso presentato al tribunale di sorveglianza di Cagliari per il cibo scadente che gli viene somministrato nel carcere di Massama, a Oristano. Vitto poco e di scarsa qualità, dice l'ex terrorista. Una dieta forzata che rischia di compromettere la sua già minata salute. Dall'inizio del 2019, Battisti è detenuto nell'istituto penitenziario di Oristano dove, ancora in regime di isolamento, sta scontando i due ergastoli cui è stato condannato per quattro omicidi commessi alla fine degli anni Settanta. Non aveva però fatto i calcoli con la mensa locale, che parrebbe non all'altezza delle tradizioni culinarie sarde. Ecco quindi che Battisti, assistito dall'avvocato Gianfranco Sollai, ha presentato un reclamo in cui ha richiesto ulteriori esami clinici per ottenere pasti adeguati. «Gli altri detenuti di Massama hanno la possibilità di cucinare, mentre lui no, perché è in isolamento e, dunque, non può che servirsi dei cibi preconfezionati che passa la struttura», ha precisato il legale dell'ex terrorista. L'avvocato assicura che non si tratta di un capriccio, ma di un'esigenza reale. E in assenza di controperizie mediche ci sarà magari anche da credergli, per carità. Del resto il carcere non è facile per nessuno, tanto meno se lo si affronta all'età non più verdissima di 65 anni. Il problema è che quando Battisti era giovane e in salute, talmente forte e vigoroso da poter persino affrontare le terribili cucine del carcere di Massama, se ne è stato per 37 anni tra Parigi e il Brasile, facendo la spola tra salotti e spiagge, dove invece pare che il menù fosse all'altezza delle aspettative e infatti non risulta se ne sia mai lamentato. Ora, che al carcerato vada inflitta anche una pena culinaria, per carità, non sta scritto da nessuna parte, né nella Costituzione né nel Beccaria. Tanto più che, assicura il suo avvocato, Battisti avrebbe dovuto scontare in isolamento solo sei mesi, ma il regime speciale sarebbe ancora in corso per carenze strutturali. Capirai, questo è già uno che ci prova, se poi lo Stato gli dà una mano con le solite inadeguatezze, è fatta. Insomma, fategliele più abbondanti, queste porzioni. Anche perché il personaggio non sembra disposto a far cadere nessuna chance per fregare l'Italia. Si trattasse anche di ricorrere all'Artusi, anziché alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo. Ci aveva provato già a gennaio 2019, appena arrivato nel penitenziario sardo: «Mi dite in quale parte del mondo mi trovo? Ormai è tutto finito, ho 64 anni, sono malato, sono cambiato», le sue prime parole riferite dall'ex parlamentare sardo Mauro Pili che lo aveva appreso da «fonti qualificate». Una strategia chiara sin da subito, insomma (e quell'«in quale parte del mondo mi trovo?» era un vero colpo di genio narrativo, d'altra parte quando uno è scrittore di vaglia mica smette di esserlo così...). Lo scorso maggio era stata respinta dal magistrato di sorveglianza di Cagliari la richiesta di detenzione domiciliare che era stata avanzata dall'ex terrorista dei Pac in relazione all'emergenza Covid-19. Il che pone di diritto Battisti tra i non pochi fan della famosa «seconda ondata», sia mai che al secondo tentativo si riesca a sfangarla. Certo è che Battisti sta al dibattito sulle carceri come Mario Balotelli sta a quello sul razzismo: è il testimonial peggiore possibile per le sue stesse battaglie. Anche quando, come nel caso delle condizioni di certi penitenziari italiani, si tratterebbe in teoria di battaglie sacrosante.
iStock
Ricapitoliamo: il governo italiano ha pronto un decreto-legge che dovrebbe intervenire sul costo dell’energia, con l’intenzione di abbassarlo. Oltre ad alcuni sgravi per i bassi redditi, che complessivamente potrebbero valere tra i 2 e i 3 miliardi di euro, l’articolato prevede un intervento sul sistema che oggi obbliga i produttori termoelettrici a pagare per la CO2 emessa dalla combustione del gas per produrre energia elettrica, ovvero il sistema Ets. Tale intervento consiste nel rimborso ai produttori termoelettrici dei costi sostenuti per l’Ets, tramite l’applicazione di una nuova componente in bolletta su tutti i consumatori. In tal modo, il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso potrebbe scendere di qualcosa come 25-30 euro/MWh, mentre l’onere medio sulla platea complessiva gravata dalla nuova componente sarebbe molto inferiore. Ai produttori termoelettrici verrebbero rimborsate anche alcune voci di costo accessorie che gravano sul trasporto del gas.
L’effetto netto, dunque, dovrebbe essere quello di un generale abbassamento delle bollette per famiglie e imprese, almeno di quella parte dei consumatori che ha prezzi indicizzati al prezzo spot. Secondo il presidente di Confindustria Emanuele Orsini il decreto energia «è indispensabile perché essere competitivi in un’Europa dove purtroppo non esiste un mercato unico europeo dell’energia è un problema enorme». Ovviamente i consumatori sono molto favorevoli a qualunque forma di abbassamento dei costi dell’energia. Per una azienda che consuma 2 GWh all’anno di energia il risparmio può arrivare a 50-60.000 euro all’anno, sulla parte energia in un contratto indicizzato al prezzo spot.
Ma il dispositivo pensato dal governo non è di facile applicazione e vede un fronte contrario piuttosto compatto. Posto che ancora si sta discutendo di ipotesi perché il decreto ufficialmente non esiste ancora, sono soprattutto le imprese attive nelle fonti rinnovabili ad opporsi all’articolo 5 della bozza di decreto, quello contenente la norma sul rimborso dei costi Ets ai termoelettrici.
L’Ets deriva da una normativa europea e dunque la sua sospensione de facto contenuta del decreto (peraltro limitata solo ad una parte degli obbligati) potrebbe essere rigettata dalla Commissione. Bruxelles ha fatto sapere ieri, tramite una portavoce, che valuterà «la compatibilità» del decreto energia con la legislazione Ue una volta che questo sarà approvato. «Si tratta ancora di un progetto di legge e non ho commenti da fare. Non abbiamo visto i contenuti e non ne conosciamo i dettagli», ha concluso la portavoce. Stando a queste parole non ci sarebbe dunque stata una interlocuzione preventiva con gli uffici della Commissione sul tema. Il che apre a scenari di una futura discussione con Bruxelles. Una discussione che potrebbe anche avere esito positivo, considerato che a livello di Consiglio il tema di un allentamento dell’Ets è all’ordine del giorno. Il problema in questo caso sarebbe rappresentato da tempi e modi. A livello europeo si parla infatti di una riduzione del prezzo dei permessi di emissione Ets attraverso un meccanismo di corridoio per confinare i prezzi della CO2 tra i 20 e i 40 euro a tonnellata, la metà del valore attuale. A questo meccanismo si affiancherebbe un allungamento del periodo di concessione delle quote gratuite.
Diversa è la questione dell’impatto sugli investimenti in fonti rinnovabili. È questo il punto che vede la maggiore opposizione da parte degli operatori del settore.
L’Associazione nazionale energia del vento, Aenev, ha stigmatizzato «l’ennesimo intervento retroattivo che rischia di indebolire il sistema Paese e ridurre l’attrattività per gli investitori nazionali e stranieri, con conseguenze negative per il sistema produttivo italiano e con il rischio di ridurre sensibilmente la possibilità di raggiungere gli obiettivi settoriali in materia di indipendenza energetica, competitività e decarbonizzazione».
Agostino Re Rebaudengo, presidente Asja Energy ed ex presidente di Energia Futura, ha dichiarato al quotidiano La Stampa: «Preoccupa constatare come alcune misure vadano a incentivare l’utilizzo del gas, comprimendone artificialmente il prezzo, peraltro scaricando i costi delle agevolazioni al gas nella bolletta elettrica, invece di intervenire per aumentare in modo strutturale la diffusione dell’elettricità da fonti rinnovabili, l’energia più competitiva e indipendente dall’instabilità geopolitica». La questione è delicata e riguarda la certezza del quadro normativo in un settore che ha un orizzonte temporale lungo. E del resto, l’Ets, che i produttori da fonte rinnovabile non pagano per definizione, rappresenta per essi un margine puro.
Nel frattempo, la Regione Lombardia ha raggiunto un accordo con Edison e A2A per il rinnovo delle concessioni idroelettriche, che prevede la cessione del 15% di energia a prezzi calmierati alle aziende energivore. Il decreto in approvazione però potrebbe precludere l’applicazione dell’accordo, rileva criticamente la Regione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 febbraio 2026. L'eurodeputata della Lega Anna Maria Cisint ha presentato una proposta per bandire i Fratelli Musulmani dai Paesi europei.
Rifiuti tessili sequestrati nell'operazione congiunta (Agenzia delle Dogane e dei Monopoli)
Si sono svolte, rispettivamente, dal 6 al 26 ottobre 2025 e dal 17 al 30 novembre 2025 le due fasi operative della «Jco Demeter XI» operazione doganale congiunta finalizzata alla repressione dei traffici transfrontalieri illegali di rifiuti ai sensi della Convenzione di Basilea e del commercio illegale di sostanze che riducono lo strato di ozono (ODS) e F-GAS controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal.
L’Operazione, coordinata dall’Organizzazione Mondiale delle Dogane (OMD), in collaborazione con l’Amministrazione doganale cinese e con l’Ufficio di collegamento di intelligence regionale dell’OMD per l'Asia/Pacifico (RILO AP), giunta alla sua undicesima edizione, ha visto la partecipazione di un numero record di 120 Paesi.
Le attività di controllo doganale operate sul territorio nazionale, con il coordinamento della Direzione Antifrode dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e del Comando Generale della Guardia di Finanza, hanno consentito di constatare presso gli Uffici doganali violazioni per circa 1.037.137 kg di rifiuti, di cui la quota prevalente — pari a 905.237 kg — costituita da rifiuti tessili.
L’edizione appena conclusa dell’Operazione congiunta ha fatto emergere la crescita esponenziale nel commercio illegale di merce dichiarata di seconda mano, invece di essere classificata come rifiuto tessile, evidenziando una situazione di forte criticità legata principalmente alla cosiddetta fast fashion e alle sfide dell’economia circolare.
Traffici illeciti che, per loro natura, incidono prevalentemente sui Paesi in via di sviluppo, in particolare sulle nazioni del Sud-Est asiatico — tra cui la Thailandia — nonché su altre aree di destinazione come il Pakistan e la Tunisia. I controlli hanno interessato anche i rifiuti derivanti da veicoli e loro componenti, oltre a cascami di acciaio, mettendo in risalto, anche in ambito JCO, un incremento significativo in termini di sequestri rispetto alle precedenti edizioni dell’Operazione.
Le violazioni sono state rilevate dagli Uffici dell’Agenzia e dai Reparti territoriali della Guardia di Finanza di Livorno, Genova, Venezia, Prato e Milano. Complessivamente, a livello globale, la collaborazione tra le amministrazioni dei 120 Paesi coinvolti ha consentito il sequestro di: 15.509 tonnellate di rifiuti sequestrati e 220.716 pezzi di rifiuti non pesati; 168 tonnellate di ODS e HFC; 13 tonnellate e oltre 5.700 apparecchiature contenenti sostanze controllate nell’ambito del Protocollo di Montreal; 8 tonnellate e più di 30.000 pezzi di altre sostanze chimiche pericolose, tra cui pesticidi e mercurio.
Risultati eccellenti che costituiscono una testimonianza diretta dell’efficace collaborazione tra l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e la Guardia di Finanza, una sinergia ulteriormente consolidata alla luce della stipula del protocollo d’intesa siglato tra le due Istituzioni nel maggio 2025.
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Nel riquadro la copertina del volume scritto da Michele Surian «Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica» (iStock)
Non basta allenare i muscoli. Chi fa sport, sia amatoriale sia agonistico, e desidera ottenere risultati concreti ma a un certo punto con ce la fa più, lo sa: il limite non è fisico, è mentale. Saper gestire ansia, emozioni e concentrazione e fissare obiettivi chiari e realistici, può fare la differenza tra un buon allenamento e uno mediocre, tra una performance vincente e una deludente sconfitta. Ma anche, più banalmente, un semplice allenamento di uno sportivo medio che pratica corsa outdoor, tanto per citare un esempio, e che a un certo punto si trova a fare i conti con la routine dell'allenamento e fatica a trovare dentro se stesso la giusta motivazione per non mollare. È lì, nei meandri della mente che si gioca una partita decisiva e spesso invisibile. Ed è proprio qui che può diventare fondamentale il supporto di un allenatore o un trainer in grado di toccare le corde giuste nel momento in cui chiunque vorrebbe mollare. Ricordo, per esempio, quando praticavo calcio agonistico, avevo un allenatore che insisteva parecchio sulla parte fisica dell'allenamento ad alta intensità con veri circuiti da crossfit. Quando qualcuno del gruppo non ce la faceva più, arrivava puntuale la frase magica: «Ricordate: non è il vostro corpo che sta mollando, ma la vostra mente». E chiunque trovava le forze e le energie per completare l'esercizio.
A spiegarlo è Michele Surian, maestro di numerosi campioni del mondo, nel libro Mental training per sportivi - Strategie e abilità mentali per la performance atletica (Edizioni Lswr). «Le stesse leggi che regolano lo sviluppo delle capacità fisiche valgono anche per quelle mentali – scrive Surian –. Con ripetizione, carichi progressivi e pratica di qualità, è possibile far crescere l’atleta come un sistema integrato, dove mente e corpo, tecnica e tattica si influenzano a vicenda». Il volume di Surian, pubblicato nel 2021, oggi torna particolarmente attuale alla luce del periodo di grande fermento sportivo con le gare delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 in primo piano e le imprese che gli atleti ci stanno regalando ogni giorno, ma anche in concomitanza dell’imminente arrivo della primavera. Una stagione in cui molti decidono di iniziare – o riprendere – a fare attività fisica. Senza una strategia chiara, però, l’entusiasmo iniziale rischia di spegnersi in fretta. Ed è qui che il mental training può rappresentare uno strumento concreto per dare continuità e direzione ai propri obiettivi.
Concentrazione, controllo emotivo e gestione dello stress non sono doti innate: si costruiscono e si consolidano attraverso un percorso graduale. Come nel gesto tecnico, l’apprendimento mentale passa da una fase iniziale di comprensione, alla ripetizione corretta, fino all’automatizzazione. Solo così le competenze mentali diventano affidabili, pronte a emergere nei momenti decisivi della gara. «Chi pensa di ottenere subito risultati concreti con una tecnica mentale appena appresa – avverte Surian – rischia di restare deluso. Serve tempo, pratica e integrazione tra mente e corpo».
Al centro del mental training c’è il goal-setting, la capacità di stabilire e perseguire obiettivi specifici e misurabili. Obiettivi chiari danno una direzione alle azioni, permettono di valutare i progressi e mantengono alta la motivazione. Devono essere sfidanti ma realistici, aggiornati continuamente e suddivisi in tappe brevi, medie e lunghe. Per rendere efficace il processo, Surian suggerisce il modello SMARTER: ogni obiettivo deve essere Specifico, Misurabile, Accessibile, Realistico, Temporalmente definito, Emozionante e Registrato. Così si costruisce una mappa concreta dei propri progressi, con piccoli successi che alimentano fiducia e senso di autoefficacia. La strategia del goal-setting non si limita alla performance atletica: può migliorare la qualità della vita, lo studio, il lavoro e le relazioni. Obiettivi ben formulati aiutano a diventare più consapevoli e a crescere, senza trascurare equilibrio e valori personali. Concetti molto cari a Surian, che ha alle spalle una lunga esperienza maturata prima sul tatami e poi in palestra. Ex atleta della Nazionale italiana di kickboxing, campione europeo e nove volte campione italiano, oggi è professore di Scienze motorie e tecnico di IV livello europeo Coni, oltre che Maestro 7° dan, negli anni ha seguito e formato numerosi campioni del mondo, portando nel lavoro quotidiano con gli atleti non solo competenze tecniche, ma una visione che mette al centro la crescita mentale oltre a quella fisica.
Da Jacobs a Federer: gli sportivi e non solo che hanno puntato sul mental coach

Roger Federer (Ansa)
Dietro le grandi vittorie non c’è solo talento o preparazione fisica. Sempre più spesso, al fianco degli atleti di alto livello c’è una figura invisibile ma fondamentale: il mental coach. La sua missione è lavorare sulla mente, su tutti quei processi interni che influenzano la performance ma che non si vedono in campo. Attenzione, dialogo interno, gestione delle emozioni e risposta allo stress competitivo diventano così strumenti concreti per raggiungere il massimo potenziale.
A differenza dello psicologo dello sport, professionista sanitario abilitato e in grado di trattare anche disturbi e patologie, il mental coach si concentra sull’allenamento pratico della mente. Non ha formazione clinica e non può fare diagnosi, ma sa guidare l’atleta nel migliorare la concentrazione, gestire l’ansia, rafforzare la fiducia in sé stesso e costruire autostima. In altre parole, trasforma la forza mentale in prestazioni eccellenti.
Molti atleti famosi, infatti, hanno scelto di affidarsi a questa figura. In Italia, Marcell Jacobs ha riconosciuto il ruolo determinante della sua mental coach Nicoletta Romanazzi nel successo ai 100 metri olimpici di Tokyo, mentre Federica Pellegrini ha lavorato sulla propria mente per ritrovare sicurezza dopo le sconfitte. La sciatrice Sofia Goggia, protagonista a Milano-Cortina 2026, ha dichiarato di aver potuto contare sul supporto psicologico di un mental coach per restare concentrata e motivata e superare infortuni e pressioni mediatiche. Anche nel tennis mondiale, campioni come Roger Federer e Serena Williams hanno sottolineato quanto la preparazione mentale sia fondamentale per mantenere costanza e gestire la pressione delle competizioni. Non solo singoli atleti: intere squadre e allenatori hanno integrato il mental coaching nel loro lavoro. Nel calcio, Roberto Mancini e club come il Barcellona e la Lazio hanno inserito questa figura nei propri staff per supportare giocatori e squadre a gestire l’ansia e le sfide della stagione. Tecniche come la visualizzazione, la meditazione mindfulness, che si pratica rimanendo in assoluto silenzio e rimanendo concentrati esclusivamente sul flusso del proprio respiro, o il self-talk positivo, una sorta di dialogo interiore in grado di convertire pensieri limitanti in affermazioni potenzianti, migliorando così non solo la motivazione, ma anche l'autostima e le prestazioni, aiutano gli sportivi a modulare la propria risposta mentale ed emotiva, facendo la differenza tra una buona prestazione e un risultato eccellente.
Il mental coaching, tuttavia, non si limita allo sport. Vip, musicisti, attori e personaggi pubblici di fama mondiale si affidano sempre più a questa figura per migliorare le proprie performance e raggiungere obiettivi precisi. Da Oprah Winfrey ad Adele, da Madonna a George Michael, passando per attori come Ben Affleck, Tom Hanks e Hugh Jackman, il coaching mentale aiuta a superare limiti personali e mantenere il focus anche in contesti di grande pressione. Nel mondo dello sport, anche figure come Serena Williams, Marcell Jacobs e Matteo Berrettini hanno riconosciuto l’importanza di avere un alleato invisibile ma strategico al proprio fianco.
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