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2019-11-15
Subito stato di emergenza e indennizzi per i danni. Ma Venezia ora ha paura
Getty Images
Venezia prova a rialzarsi, con fatica, una fatica immane. Il maltempo che ha dato qualche ora di tregua, ieri sera torna a diventare un incubo, quando vengono diffuse le previsioni per la notte e la giornata di oggi: acqua alta, con una punta massima di 145/150 cm. Il picco raggiunto alle 22.50 di martedì sera, 187 centimetri di marea, la seconda misura nella storia, dopo i 194 centimetri del 1966, ha provocato un morto e danni incalcolabili. Non sarà raggiunto di nuovo, ma gli argini sono stati indeboliti dall'ondata di martedì scorso. La paura è tanta, le scuole di ogni ordine e grado del centro storico, delle isole, del Lido e di Pellestrina resteranno chiuse anche oggi, mentre le farmacie garantiranno i servizi minimi di assistenza, nonostante i gravissimi danni subiti. È un bollettino di guerra. L'unica vittima collegabile direttamente all'alluvione è un anziano di 78 anni rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella casa sommersa, a Pellestrina. L'altro morto è un uomo probabilmente colpito da un malore. L'unità di crisi per avversità atmosferiche si riunisce a Treviso, convocata dalla Regione Veneto: Città metropolitana di Venezia, province, vigili del fuoco, protezione civile e concessionarie di servizi pubblici si preparano ad affrontare una nuova perturbazione, che si dovrebbe intensificare nelle prime ore di questa mattina e protrarsi per tutta la giornata.
Alle 18 a Roma inizia il Consiglio dei ministri con all'ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza per le aree del Veneto, a partire da Venezia, e della provincia di Alessandria, colpite dal maltempo. Si conclude in meno di un'ora, con lo stanziamento di 20 milioni di euro per i primi interventi. Il premier, Giuseppe Conte, arrivato martedì sera, prima di far ritorno a Roma per il Cdm , trascorre l'intera giornata a Venezia, incontrando commercianti, cittadini, imprenditori e istituzioni. «Per Venezia», dice in mattinata, «c'è un impegno a 360 gradi, c'è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere. Siamo vicini ai veneziani, e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perché non si ripetano più». Conte, al termine di una riunione in Prefettura con il ministro dei Trasporti Paola De Micheli, il governatore Luca Zaia e il sindaco Luigi Brugnaro, annuncia per il 26 novembre la riunione del Comitatone interministeriale per la salvaguardia di Venezia. «Con il Cdm», spiega il premier, «adottiamo il decreto che dichiara lo stato di emergenza per Venezia. Questo ci consentirà di varare già la prima dotazioni finanziarie per quanto riguarda le spese di primo soccorso volte a ripristinare le funzionalità dei servizi».
Il presidente del Consiglio spiega anche quali saranno i primi passi per quel che riguarda gli aiuti economici: «Ci saranno due fasi», dice Conte, «la prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino ad un limite per i primi di 5mila euro e per i secondi di 20mila euro. I soldi potranno arrivare subito e ovviamente saranno utilizzati per ristorare i danni. Poi per chi ha subito danni più consistenti», aggiunge, «li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona al sindaco Brugnaro, per manifestare la sua solidarietà e chiede informazioni.
La Giunta comunale di Venezia si riunisce nel pomeriggio, e adotta un provvedimento, su indicazione del sindaco Brugnaro e predisposto dall'Assessore al Bilancio e tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo di un mese dell'imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell'intero Comune. La nuova scadenza sarà fissata per il 16 dicembre. Alcuni istituti bancari, Intesa, Crédit Agricole FriulAdria, Banco Bpm, Bnl Gruppo Bnp Paribas, annunciano di essere pronti ad accogliere le richieste di sospensione del pagamento delle rate dei mutui per chi è stato danneggiato dall'alluvione.
A Venezia arriva anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Accompagnato dal governatore Zaia e dal sindaco Brugnaro, Berlusconi attraversa Piazza San Marco, completamente allagata, munito di stivaloni di gomma.
Berlusconi lancia una proposta per raccogliere i fondi necessari a riparare i danni subiti da Venezia: «Noi», dice il Cav, «vogliamo interessare tutte le entità che possono intervenire. Venezia è una delle capitali del mondo, uno dei pilastri della storia dell'Occidente e quindi credo che tutti abbiano l'interesse ma anche la voglia di fare ciò che è necessario per conservarla e per preservarla al meglio. Io penso», aggiunge Berlusconi, «che se ci fosse una spesa di 200 milioni, tre quarti di questa potrebbe essere sostenuta dai singoli Stati, che poi si guarderebbero uno con l'altro per non fare brutta figura, e un quarto circa da privati. Il grosso della spesa, però, credo debba essere versato dai più grandi Stati del mondo».
Il supercommissario per il gigante che dorme
La prima mossa del governo dopo l'alluvione è piazzare un commissario per il Mose. Anzi, un supercommissario visto che il Consorzio Venezia nuova, l'ente incaricato dal governo di realizzare l'opera, è già commissariato dal 2014 dopo l'ondata di arresti per l'enorme giro di mazzette sui lavori. Fu l'allora premier Matteo Renzi a sollecitare Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, a nominare i commissari. Oggi Palazzo Chigi ritiene doveroso commissariare i commissari per mostrare ai veneziani e al resto d'Italia lo scatto d'orgoglio dopo il disastro e i ritardi.
Il supercommissario è una donna, Elisabetta Spitz. Una top manager di Stato abituata sia a maneggiare grandi lavori sia a sbrogliare matasse intricate. Spitz, architetto, moglie separata dell'ex segretario Udc Marco Follini, ha diretto l'Agenzia del demanio per 8 anni, dal 2000 al 2008: gli immobili pubblici erano il suo pane quotidiano. L'aveva scelta Vincenzo Visco, allora ministro «Dracula» delle Finanze, che nel 1999 l'aveva anche inserita nel comitato di 7 esperti incaricato di elaborare una riforma del ministero. Chiusa l'esperienza al Demanio, Spitz ha continuato a occuparsi dello sterminato patrimonio immobiliare italiano come capo di Invimit, la società a capitale pubblico che deve vendere una parte degli edifici dello Stato. Fino all'altro giorno era commissaria straordinaria di Sorgente sgr, la società del gruppo Sorgente dell'immobiliarista Valter Mainetti (gestione di fondi immobiliari per un valore di 2,5 miliardi di euro) in lite con Enasarco, l'ente di previdenza e assistenza degli agenti di commercio.
Spitz ha già lavorato in laguna. Dal 1992 al 1999 ha presieduto il consorzio di progettazione per la salvaguardia delle aree abitate di Venezia e nel periodo 2009-2010 è stata consulente dell'Autorità portuale per formulare il piano di gestione del porto. Ora torna per la terza volta per il compito più difficile: completare nei tempi previsti (31 dicembre 2021) il sistema di 78 dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. E l'avrebbe salvata anche l'altro giorno, se solo i lavori di costruzione fossero stati terminati entro il 2016 come prevedeva il progetto originale.
Le paratoie sono tutte incernierate sui fondali delle tre bocche di porto che mettono in comunicazione il mare Adriatico e la laguna veneziana. Sono enormi cassoni vuoti che nella normalità giacciono sul fondo, ma quando la marea supera i 110 centimetri vengono svuotati dall'acqua con potenti flussi di aria compressa e così alleggeriti si posizionano in verticale erigendo una barriera. Cessato l'allarme, ritornano a fondo. La posa delle dighe è stata completata a gennaio. Ora sono in corso i test di sollevamento per tarare le parti meccaniche e verificare il funzionamento dei meccanismi elettronici di regolazione.
Il problema è che per sollevare le dighe ci vogliono dalle 4 alle 5 ore e in questo frangente le paratoie lavorano nel mare agitato e con venti fortissimi: l'altro giorno le raffiche hanno raggiunto i 126 chilometri orari. Le onde sbattono con violenza contro i cassoni, tendono ad abbassarli e il rischio è che, senza un sistema di correzione, li scavalchino creando ancora più danno. Ma non c'è soltanto una questione ingegneristica. Serve un coordinamento tra gli enti coinvolti (Comune, Regione, Provveditorato alle acque, Capitaneria di porto, prefettura) per fare funzionare il Mose. E infine occorrono braccia: ora il numero di addetti disponibili è quello reclutato per i test, sufficiente a far funzionare soltanto una delle 4 schiere in cui sono articolate le dighe mobili. Gli altri tecnici vanno trovati, assunti e preparati per le manovre.
Oggi dunque il Mose è un gigante che dorme in fondo al mare. E che resterà in letargo per altri due anni. Soltanto la Protezione civile o il prefetto (cioè il governo) avrebbero potuto ordinare di alzare l'unica schiera di cassoni al momento azionabile. Ma, secondo uno dei commissari in carica, l'ingegner Francesco Ossola, un'azione parziale avrebbe fatto peggio. «La chiusura di una sola bocca di porto, quella di Chioggia o del Lido», ha spiegato, «avrebbe “insaccato" l'acqua creando danni maggiori. E le simulazioni del passato parlano di un effetto molto limitato, soltanto 10 o 20 centimetri». Altra cosa sarebbe stato potere azionare tutte le paratoie: «Il sistema risponde bene ai test, il Mose funzionerà, ne sono convinto, altrimenti non sarei qui», ha garantito Ossola.
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Per oggi si prevede acqua alta fino a 150 centimetri. Il problema è come reagiranno gli argini già indeboliti. Stanziati 20 milioni per i primi interventi.Il supercommissario per il gigante che dorme. Nominata la Spitz, manager che ha già lavorato in laguna. Perché il letargo del Mose non superi i due anni.Lo speciale comprende due articoli. Venezia prova a rialzarsi, con fatica, una fatica immane. Il maltempo che ha dato qualche ora di tregua, ieri sera torna a diventare un incubo, quando vengono diffuse le previsioni per la notte e la giornata di oggi: acqua alta, con una punta massima di 145/150 cm. Il picco raggiunto alle 22.50 di martedì sera, 187 centimetri di marea, la seconda misura nella storia, dopo i 194 centimetri del 1966, ha provocato un morto e danni incalcolabili. Non sarà raggiunto di nuovo, ma gli argini sono stati indeboliti dall'ondata di martedì scorso. La paura è tanta, le scuole di ogni ordine e grado del centro storico, delle isole, del Lido e di Pellestrina resteranno chiuse anche oggi, mentre le farmacie garantiranno i servizi minimi di assistenza, nonostante i gravissimi danni subiti. È un bollettino di guerra. L'unica vittima collegabile direttamente all'alluvione è un anziano di 78 anni rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella casa sommersa, a Pellestrina. L'altro morto è un uomo probabilmente colpito da un malore. L'unità di crisi per avversità atmosferiche si riunisce a Treviso, convocata dalla Regione Veneto: Città metropolitana di Venezia, province, vigili del fuoco, protezione civile e concessionarie di servizi pubblici si preparano ad affrontare una nuova perturbazione, che si dovrebbe intensificare nelle prime ore di questa mattina e protrarsi per tutta la giornata. Alle 18 a Roma inizia il Consiglio dei ministri con all'ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza per le aree del Veneto, a partire da Venezia, e della provincia di Alessandria, colpite dal maltempo. Si conclude in meno di un'ora, con lo stanziamento di 20 milioni di euro per i primi interventi. Il premier, Giuseppe Conte, arrivato martedì sera, prima di far ritorno a Roma per il Cdm , trascorre l'intera giornata a Venezia, incontrando commercianti, cittadini, imprenditori e istituzioni. «Per Venezia», dice in mattinata, «c'è un impegno a 360 gradi, c'è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere. Siamo vicini ai veneziani, e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perché non si ripetano più». Conte, al termine di una riunione in Prefettura con il ministro dei Trasporti Paola De Micheli, il governatore Luca Zaia e il sindaco Luigi Brugnaro, annuncia per il 26 novembre la riunione del Comitatone interministeriale per la salvaguardia di Venezia. «Con il Cdm», spiega il premier, «adottiamo il decreto che dichiara lo stato di emergenza per Venezia. Questo ci consentirà di varare già la prima dotazioni finanziarie per quanto riguarda le spese di primo soccorso volte a ripristinare le funzionalità dei servizi». Il presidente del Consiglio spiega anche quali saranno i primi passi per quel che riguarda gli aiuti economici: «Ci saranno due fasi», dice Conte, «la prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino ad un limite per i primi di 5mila euro e per i secondi di 20mila euro. I soldi potranno arrivare subito e ovviamente saranno utilizzati per ristorare i danni. Poi per chi ha subito danni più consistenti», aggiunge, «li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona al sindaco Brugnaro, per manifestare la sua solidarietà e chiede informazioni. La Giunta comunale di Venezia si riunisce nel pomeriggio, e adotta un provvedimento, su indicazione del sindaco Brugnaro e predisposto dall'Assessore al Bilancio e tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo di un mese dell'imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell'intero Comune. La nuova scadenza sarà fissata per il 16 dicembre. Alcuni istituti bancari, Intesa, Crédit Agricole FriulAdria, Banco Bpm, Bnl Gruppo Bnp Paribas, annunciano di essere pronti ad accogliere le richieste di sospensione del pagamento delle rate dei mutui per chi è stato danneggiato dall'alluvione. A Venezia arriva anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Accompagnato dal governatore Zaia e dal sindaco Brugnaro, Berlusconi attraversa Piazza San Marco, completamente allagata, munito di stivaloni di gomma. Berlusconi lancia una proposta per raccogliere i fondi necessari a riparare i danni subiti da Venezia: «Noi», dice il Cav, «vogliamo interessare tutte le entità che possono intervenire. Venezia è una delle capitali del mondo, uno dei pilastri della storia dell'Occidente e quindi credo che tutti abbiano l'interesse ma anche la voglia di fare ciò che è necessario per conservarla e per preservarla al meglio. Io penso», aggiunge Berlusconi, «che se ci fosse una spesa di 200 milioni, tre quarti di questa potrebbe essere sostenuta dai singoli Stati, che poi si guarderebbero uno con l'altro per non fare brutta figura, e un quarto circa da privati. Il grosso della spesa, però, credo debba essere versato dai più grandi Stati del mondo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/subito-stato-di-emergenza-e-indennizzi-per-i-danni-ma-venezia-ora-ha-paura-2641343359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-supercommissario-per-il-gigante-che-dorme" data-post-id="2641343359" data-published-at="1770121639" data-use-pagination="False"> Il supercommissario per il gigante che dorme La prima mossa del governo dopo l'alluvione è piazzare un commissario per il Mose. Anzi, un supercommissario visto che il Consorzio Venezia nuova, l'ente incaricato dal governo di realizzare l'opera, è già commissariato dal 2014 dopo l'ondata di arresti per l'enorme giro di mazzette sui lavori. Fu l'allora premier Matteo Renzi a sollecitare Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, a nominare i commissari. Oggi Palazzo Chigi ritiene doveroso commissariare i commissari per mostrare ai veneziani e al resto d'Italia lo scatto d'orgoglio dopo il disastro e i ritardi. Il supercommissario è una donna, Elisabetta Spitz. Una top manager di Stato abituata sia a maneggiare grandi lavori sia a sbrogliare matasse intricate. Spitz, architetto, moglie separata dell'ex segretario Udc Marco Follini, ha diretto l'Agenzia del demanio per 8 anni, dal 2000 al 2008: gli immobili pubblici erano il suo pane quotidiano. L'aveva scelta Vincenzo Visco, allora ministro «Dracula» delle Finanze, che nel 1999 l'aveva anche inserita nel comitato di 7 esperti incaricato di elaborare una riforma del ministero. Chiusa l'esperienza al Demanio, Spitz ha continuato a occuparsi dello sterminato patrimonio immobiliare italiano come capo di Invimit, la società a capitale pubblico che deve vendere una parte degli edifici dello Stato. Fino all'altro giorno era commissaria straordinaria di Sorgente sgr, la società del gruppo Sorgente dell'immobiliarista Valter Mainetti (gestione di fondi immobiliari per un valore di 2,5 miliardi di euro) in lite con Enasarco, l'ente di previdenza e assistenza degli agenti di commercio. Spitz ha già lavorato in laguna. Dal 1992 al 1999 ha presieduto il consorzio di progettazione per la salvaguardia delle aree abitate di Venezia e nel periodo 2009-2010 è stata consulente dell'Autorità portuale per formulare il piano di gestione del porto. Ora torna per la terza volta per il compito più difficile: completare nei tempi previsti (31 dicembre 2021) il sistema di 78 dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. E l'avrebbe salvata anche l'altro giorno, se solo i lavori di costruzione fossero stati terminati entro il 2016 come prevedeva il progetto originale. Le paratoie sono tutte incernierate sui fondali delle tre bocche di porto che mettono in comunicazione il mare Adriatico e la laguna veneziana. Sono enormi cassoni vuoti che nella normalità giacciono sul fondo, ma quando la marea supera i 110 centimetri vengono svuotati dall'acqua con potenti flussi di aria compressa e così alleggeriti si posizionano in verticale erigendo una barriera. Cessato l'allarme, ritornano a fondo. La posa delle dighe è stata completata a gennaio. Ora sono in corso i test di sollevamento per tarare le parti meccaniche e verificare il funzionamento dei meccanismi elettronici di regolazione. Il problema è che per sollevare le dighe ci vogliono dalle 4 alle 5 ore e in questo frangente le paratoie lavorano nel mare agitato e con venti fortissimi: l'altro giorno le raffiche hanno raggiunto i 126 chilometri orari. Le onde sbattono con violenza contro i cassoni, tendono ad abbassarli e il rischio è che, senza un sistema di correzione, li scavalchino creando ancora più danno. Ma non c'è soltanto una questione ingegneristica. Serve un coordinamento tra gli enti coinvolti (Comune, Regione, Provveditorato alle acque, Capitaneria di porto, prefettura) per fare funzionare il Mose. E infine occorrono braccia: ora il numero di addetti disponibili è quello reclutato per i test, sufficiente a far funzionare soltanto una delle 4 schiere in cui sono articolate le dighe mobili. Gli altri tecnici vanno trovati, assunti e preparati per le manovre. Oggi dunque il Mose è un gigante che dorme in fondo al mare. E che resterà in letargo per altri due anni. Soltanto la Protezione civile o il prefetto (cioè il governo) avrebbero potuto ordinare di alzare l'unica schiera di cassoni al momento azionabile. Ma, secondo uno dei commissari in carica, l'ingegner Francesco Ossola, un'azione parziale avrebbe fatto peggio. «La chiusura di una sola bocca di porto, quella di Chioggia o del Lido», ha spiegato, «avrebbe “insaccato" l'acqua creando danni maggiori. E le simulazioni del passato parlano di un effetto molto limitato, soltanto 10 o 20 centimetri». Altra cosa sarebbe stato potere azionare tutte le paratoie: «Il sistema risponde bene ai test, il Mose funzionerà, ne sono convinto, altrimenti non sarei qui», ha garantito Ossola.
Come se non avesse fatto parte delle élite che li hanno traghettati entrambi verso il fallimento: è stato presidente del Financial stability board, governatore di Bankitalia, presidente della Bce (celebrato perché fece fare alla Banca centrale europea quel che tutte le banche centrali del mondo facevano e solo la nostra si rifiutava di fare), infine inquilino di Palazzo Chigi. Non proprio un passante. E se, da quell’ottica privilegiata, l’analisi della patologia è stata sostanzialmente corretta, la terapia che Draghi propone rischia di essere peggiore della malattia: trasformare l’Ue da una «confederazione», una comunità di nazioni sovrane che cooperano su alcune materie strategiche, in una «federazione». Un superstato, che avoca a sé più competenze e finisce per attribuirle al consueto comitato di burocrati.
Per insospettirsi, bastava ascoltare l’ex banchiere sostenere che «l’euro è l’esempio di maggior successo» di un «approccio» difeso, giorni fa, pure da Romano Prodi: «Chi decide va avanti e gli altri si arrangino», aveva detto alla Stampa il fondatore dell’Ulivo; di «federalismo pragmatico» ha parlato ieri Draghi, suggerendo di «compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente interessati». Il che si tradurrà nell’imporre l’agenda dei più forti ai più deboli, neutralizzando il loro diritto di veto.
Finora, soltanto la sfrontatezza di Mario Monti gli aveva consentito di affermare che «la Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro», capace di diffondere nel Vecchio continente «la cultura tedesca della stabilità». Secondo Draghi, al contempo più felpato del bocconiano e più radicale nelle conclusioni, «laddove l’Europa si è federata - nel commercio, nella concorrenza, nel mercato unico, nella politica monetaria - siamo rispettati come potenza e negoziamo come un’entità unica». Negli altri settori, «difesa», «politica industriale», «affari esteri», «siamo trattati come un’assemblea frammentata di Stati di medie dimensioni, da dividere e gestire di conseguenza». Il tutto, a uso e consumo degli Usa, i quali «cercano insieme dominio e alleanza»; e della Cina, che «sostiene il proprio modello di crescita esportando i suoi costi sugli altri», senza farsi scrupolo di «sfruttare» la «leva» del controllo dei «nodi critici nelle catene di approvvigionamento globali». Tanto che, nella ricostruzione storica accennata da Mr Bce, l’idea di perseguire l’integrazione del Dragone, lasciandolo entrare nel Wto, appare, se non un errore, almeno un’ingenuità.
Dunque, il modello sarebbe l’euro? Guardiamo in faccia la realtà: il «pragmatismo» in virtù del quale l’Europa si è «federata» sulla moneta unica non solo non ha «forgiato» l’«unità», come pretende Draghi, ma anzi, ha avvicinato l’Unione all’implosione definitiva. Un esito che la «cultura tedesca della stabilità», per dirla con Monti, avrebbe quasi sicuramente prodotto, se la scelta dell’ex banchiere centrale - costringere Francoforte a comportarsi come la Fed o la Bank of England, diventando prestatore di ultima istanza - non lo avesse scongiurato. Non è comunque bastato il «whatever it takes» a impedire la crescita progressiva dei movimenti populisti e sovranisti. Che non sono un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica di un sistema congegnato per depauperare le classi medie, cinesizzare il mercato del lavoro e veicolare l’imperialismo di Berlino sulla periferia dell’Ue. Per capirci: prima dell’euro (e dell’invasione di migrnati), sarebbe stato impensabile avere una Giorgia Meloni al governo, un Rassemblement national sopra il 30% e una Afd primo partito di Germania. Anche di questi temi, Draghi aveva avuto l’occasione di discutere, sempre col piglio di chi si sente estraneo ai fatti: a dicembre 2024, bacchettò la «costellazione economica» «basata sullo sfruttamento della domanda estera e sull’esportazione di capitale con bassi livelli salariali». Risultato: a Lovanio, l’ex premier celebra gli accordi commerciali stipulati con sudamericani e indiani dall’Ue in quanto «unica potenza»; intanto, il glorioso mercato interno si contrae. È la «distruzione della domanda interna», un altro cavallo di battaglia montiano.
L’ex capo della Bce ci ha visto giusto: la «minaccia» non sta tanto nella fine dell’ordine costruito dopo il 1945, quanto in «ciò che lo sostituisce». Ed è vero che, per l’Europa, «la transizione non sarà facile», che essa «rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata». Ma siamo certi che la soluzione sia allevare un Leviatano? Il Green deal che ci ha consegnati a Pechino è stato una trovata degli Stati sovrani o della Commissione, che il laureato honoris causa vorrebbe far comandare di più?
Ieri, mentre Draghi pontificava e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, informava che lui ed Enrico Letta saranno invitati al vertice del 12 febbraio, affinché illustrino - sarà la centesima volta? - i loro piani per la competitività, Kaja Kallas si abbandonava a un bagno di realtà. L’Unione europea è dipendente dagli Stati Uniti per la sicurezza, ha ammesso l’Alto rappresentante; e la sua «strategia per l’Artico» è «un po’ datata».
Domanda: la colpa è dei veti dell’Ungheria, oppure di una classe dirigente miope e insipiente? E se, anche solo per un secondo, riconoscessimo che la responsabilità è degli eurocrati, in che modo dare loro più potere ci potrebbe salvare dal mondo cattivo che ci aspetta?
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Roberto Vannacci e Francesco Giubilei (Ansa)
Giubilei avanza una «violazione di un diritto anteriore», in quanto la sua creatura è nata nel 2017. «Un progetto come quello di Vannacci che parte con queste premesse di poca correttezza, nasce già azzoppato», attacca Giubilei, «il nome Futuro Nazionale e il logo scelto (blu con scritta bianca e tricolore stilizzato) sono in modo evidente presi a spunto dall’associazione Nazione Futura».
«Non si può nemmeno pensare a una casualità», insiste, «avendo Vannacci, prima che scendesse in politica, partecipato come ospite a vari eventi della nostra associazione». Secondo Giubilei, il logo di Vannacci risulterebbe privo dei requisiti di novità e distintività, previsti dalla normativa europea, essendo composto dalle stesse componenti verbali, semplicemente invertite nell’ordine.
Per chi si chiedesse chi sia questo Giubilei, è un ragazzo di Cesena di 34 anni, puntiglioso e pignolo, collaboratore del Giornale, editore di Historica e Giubilei Regnani, professore all’Università̀ Giustino Fortunato di Benevento e anche presidente della Fondazione Tatarella. Essendo un noto rompiscatole c’è da immaginarsi che non mollerà la presa. Ma ha trovato davanti a sé uno altrettanto accanito. Infatti, la risposta di Vannacci è stata sobria: «Giubilei è prolisso, io rispondo molto più succintamente al suo ricorso: me ne frego. La paura fa 90!». Accusandolo di strumentalizzare la vicenda per ottenere visibilità. In effetti, a seguito di questo polverone, Nazione Futura ha annunciato la campagna di tesseramento 2026 con lo slogan «Leali e coerenti» rivolgendosi ai delusi da Vannacci. Giubilei si riferisce ai responsabili dei team di Milano, Varese e Verona che, qualche giorno fa, hanno abbandonato l’ex generale con un aspro comunicato definendo «Il mondo al contrario», «un bluff politico e organizzativo».
Su Instagram Giubilei risponde a Vannacci definendolo «a corto di idee» e ironizza sul fatto che, non contento di aver copiato nome e logo dalla sua associazione, si sia appropriato anche dello slogan «me ne frego» degli Arditi e di D’Annunzio. «Lo vedo abbastanza nervoso, lo saremmo anche noi se fossimo in lui, visti i fuoriusciti da Il mondo al contrario che si stanno iscrivendo a Nazione Futura. Ormai Vannacci ha più amici a sinistra che a destra», graffia. Il profeta Giubilei si riferisce alle notizie non confermate, anzi smentite dai diretti interessati, di fantomatici incontri tra Vannacci, Renzi e Conte. «Dopo Renzi, ora anche il M5s!», scrive Vannacci su Facebook commentando un articolo del Giornale, «di questo passo i giornali di Angelucci ci diranno che, nel mio tutto ipotetico nuovo partito, sono pronto a prendere come portavoce Luxuria, come responsabile della sicurezza Ilaria Salis e come tesoriere Mimmo Lucano. Sumahoro sarebbe naturalmente ministro dell’Agricoltura». Lo stesso Renzi smentisce: «Il Corriere scrive che io vedo regolarmente Vannacci in un circolo canottieri di Roma. Non solo falso ma ridicolo».
Analizzando meglio questa contesa, che sta assumendo sempre più i toni di una rissa da bar, condita da rancore personale e invidia, sembra che più del logo «copiato», a Giubilei interessi fare le scarpe a Vannacci sul piano politico. Lo si evince da certe sue considerazioni, non richieste, che nulla hanno a che vedere con la forma e il colore del simbolo. La ramanzina di Giubilei è che Vannacci vedrebbe «nemici ovunque» avvisandolo che se «attacca il governo e assume posizioni divergenti rispetto alla linea del suo partito, fa il gioco della sinistra». E ammonisce: «Se si è all’interno di un partito e di una coalizione ci sono delle regole da rispettare e continuare pubblicamente ad assumere posizioni diverse dal proprio segretario e dal leader della coalizione, provando a metterli in difficoltà, non è un comportamento né costruttivo né leale». Su una paventata espulsione di Vannacci dalla Lega, di cui è ancora vicesegretario, oggi Salvini ha convocato un consiglio federale d’urgenza, per fare il punto della situazione politica.
Il pretesto è il pacchetto sicurezza e il referendum giustizia, ma Vannacci è il vero tema rovente.
Nel centrodestra c’è fermento. Ieri, sul Foglio, Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, non si perita a dire che, se glielo chiedessero, sarebbe disponibile a fare il segretario di Forza Italia perché «al partito serve più turnover» e che Tajani lo vedrebbe bene «come presidente della Repubblica».
Anche Mark Zuckerberg lo incolparono di aver copiato Facebook. E sappiamo tutti com’è andata a finire.
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Gli immigrati sono parte fondamentale del progetto della sinistra mondiale che vuole sostituire etnicamente il bacino di elettori dell’Emisfero occidentale. Il caso più eclatante è quello britannico, dove gli immigrati hanno cessato di essere minoranza e sono arrivati ai vertici della politica.
Donald Trump (Ansa)
Non è ancora chiaro se, in caso, i tre avrebbero un colloquio diretto o indiretto. Tuttavia, una fonte iraniana ha riferito al sito qatariota Al-Arabi Al-Jadid che il formato diretto risulterebbe al momento il più probabile. In questo quadro, Witkoff arriverà oggi nello Stato ebraico su richiesta di Benjamin Netanyahu, che vuole coordinarsi con Washington prima della ripresa delle trattative. In particolare, oltre al premier israeliano, l’inviato americano incontrerà, a Gerusalemme, anche il capo di Stato maggiore delle Idf, il generale Eyal Zamir, il quale, ieri, ha affermato che le forze israeliane si trovano attualmente in una «fase di crescente preparazione alla guerra».
Ma quali sono i nodi al centro dei negoziati in via di rilancio? Trump vuole che Teheran rinunci all’arricchimento dell’uranio, riduca sensibilmente il suo programma balistico e rompa i rapporti con i propri proxy (a partire da Hamas, Huthi ed Hezbollah). Si tratta di tre richieste rispetto a cui, almeno finora, il regime khomeinista ha puntato i piedi. Un regime che risulta tuttavia, a sua volta, internamente spaccato. Se Araghchi sta da tempo cercando di tessere una tela diplomatica per scongiurare un’azione militare statunitense contro la Repubblica islamica, i pasdaran hanno continuato a premere per la linea dura. Consapevole di questa dialettica intestina, Trump vuole usare la pressione militare per mettere Teheran con le spalle al muro e costringerla a negoziare da una posizione di debolezza. Negli ultimi giorni, Washington ha infatti schierato in Medio Oriente una decina di navi da guerra, oltreché una serie di sistemi di difesa aerea volti a neutralizzare eventuali rappresaglie iraniane. Non solo. Ieri, gli Stati Uniti hanno tenuto delle esercitazioni navali nel Mar Rosso assieme a Israele. Di contro, le esercitazioni militari che erano state annunciate dai pasdaran nello Stretto di Hormuz, secondo il Wall Street Journal, non si sarebbero più tenute: segno, questo, del fatto che (forse) la linea di Araghchi, almeno per ora, sia riuscita a imporsi.
Nel frattempo, come abbiamo visto, la Turchia punta a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Una linea, quella di Ankara, che rompe le uova nel paniere a Mosca. È infatti dall’anno scorso che Vladimir Putin si è de facto proposto come mediatore tra Washington e Teheran sul nucleare, per cercare di recuperare influenza in Medio Oriente dopo la caduta di un suo storico alleato come Bashar al Assad. Il punto è che l’iperattivismo diplomatico turco riduce i margini di manovra di Mosca. È quindi anche con l’obiettivo di guadagnare terreno che, ieri, il Cremlino si è nuovamente offerto di trasferire l’uranio arricchito iraniano in Russia. «I funzionari iraniani non hanno alcuna intenzione di trasferire scorte nucleari arricchite a nessun Paese e i negoziati non riguardano affatto tale questione», ha tuttavia affermato il vicesegretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Ali Bagheri. Parole, queste, che difficilmente piaceranno a Trump. Così come difficilmente potranno preservare un clima disteso le dichiarazioni postate ieri su X da Ali Khamenei. «La recente sedizione è stata orchestrata dai sionisti e dagli Stati Uniti», ha tuonato l’ayatollah, sostenendo che Cia e Mossad sarebbero stati «sconfitti».
E poi emerge una questione saudita. Axios non cita infatti Riad tra gli attori diplomatici che stanno organizzando il vertice di Istanbul. Ufficialmente, l’Arabia Saudita ha sempre invocato la de-escalation e ha anche vietato agli Stati Uniti l’utilizzo delle proprie basi e del proprio spazio aereo per colpire l’Iran. Tuttavia, Axios ha rivelato che, la settimana scorsa, in un incontro a porte chiuse con dei think tank a Washington, il ministro della Difesa di Riad, Khalid bin Salman, avrebbe detto che, in caso di mancato attacco americano, Teheran si «rafforzerebbe». Domenica, il regno ha smentito lo scoop. Tuttavia non si può escludere che Mohammad bin Salman stia tenendo il piede in due scarpe. Da una parte, il principe ereditario saudita vuole mantenere la sua sponda con Ankara ma, dall’altra, teme le ambizioni nucleari di una Teheran su cui sta intanto aumentando la pressione internazionale. Ieri, infatti, Londra ha imposto sanzioni a dieci alti funzionari iraniani, mentre l’Ucraina si è unita ai Paesi che considerano i pasdaran un’organizzazione terroristica.
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