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2019-11-15
Subito stato di emergenza e indennizzi per i danni. Ma Venezia ora ha paura
Getty Images
Venezia prova a rialzarsi, con fatica, una fatica immane. Il maltempo che ha dato qualche ora di tregua, ieri sera torna a diventare un incubo, quando vengono diffuse le previsioni per la notte e la giornata di oggi: acqua alta, con una punta massima di 145/150 cm. Il picco raggiunto alle 22.50 di martedì sera, 187 centimetri di marea, la seconda misura nella storia, dopo i 194 centimetri del 1966, ha provocato un morto e danni incalcolabili. Non sarà raggiunto di nuovo, ma gli argini sono stati indeboliti dall'ondata di martedì scorso. La paura è tanta, le scuole di ogni ordine e grado del centro storico, delle isole, del Lido e di Pellestrina resteranno chiuse anche oggi, mentre le farmacie garantiranno i servizi minimi di assistenza, nonostante i gravissimi danni subiti. È un bollettino di guerra. L'unica vittima collegabile direttamente all'alluvione è un anziano di 78 anni rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella casa sommersa, a Pellestrina. L'altro morto è un uomo probabilmente colpito da un malore. L'unità di crisi per avversità atmosferiche si riunisce a Treviso, convocata dalla Regione Veneto: Città metropolitana di Venezia, province, vigili del fuoco, protezione civile e concessionarie di servizi pubblici si preparano ad affrontare una nuova perturbazione, che si dovrebbe intensificare nelle prime ore di questa mattina e protrarsi per tutta la giornata.
Alle 18 a Roma inizia il Consiglio dei ministri con all'ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza per le aree del Veneto, a partire da Venezia, e della provincia di Alessandria, colpite dal maltempo. Si conclude in meno di un'ora, con lo stanziamento di 20 milioni di euro per i primi interventi. Il premier, Giuseppe Conte, arrivato martedì sera, prima di far ritorno a Roma per il Cdm , trascorre l'intera giornata a Venezia, incontrando commercianti, cittadini, imprenditori e istituzioni. «Per Venezia», dice in mattinata, «c'è un impegno a 360 gradi, c'è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere. Siamo vicini ai veneziani, e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perché non si ripetano più». Conte, al termine di una riunione in Prefettura con il ministro dei Trasporti Paola De Micheli, il governatore Luca Zaia e il sindaco Luigi Brugnaro, annuncia per il 26 novembre la riunione del Comitatone interministeriale per la salvaguardia di Venezia. «Con il Cdm», spiega il premier, «adottiamo il decreto che dichiara lo stato di emergenza per Venezia. Questo ci consentirà di varare già la prima dotazioni finanziarie per quanto riguarda le spese di primo soccorso volte a ripristinare le funzionalità dei servizi».
Il presidente del Consiglio spiega anche quali saranno i primi passi per quel che riguarda gli aiuti economici: «Ci saranno due fasi», dice Conte, «la prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino ad un limite per i primi di 5mila euro e per i secondi di 20mila euro. I soldi potranno arrivare subito e ovviamente saranno utilizzati per ristorare i danni. Poi per chi ha subito danni più consistenti», aggiunge, «li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona al sindaco Brugnaro, per manifestare la sua solidarietà e chiede informazioni.
La Giunta comunale di Venezia si riunisce nel pomeriggio, e adotta un provvedimento, su indicazione del sindaco Brugnaro e predisposto dall'Assessore al Bilancio e tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo di un mese dell'imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell'intero Comune. La nuova scadenza sarà fissata per il 16 dicembre. Alcuni istituti bancari, Intesa, Crédit Agricole FriulAdria, Banco Bpm, Bnl Gruppo Bnp Paribas, annunciano di essere pronti ad accogliere le richieste di sospensione del pagamento delle rate dei mutui per chi è stato danneggiato dall'alluvione.
A Venezia arriva anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Accompagnato dal governatore Zaia e dal sindaco Brugnaro, Berlusconi attraversa Piazza San Marco, completamente allagata, munito di stivaloni di gomma.
Berlusconi lancia una proposta per raccogliere i fondi necessari a riparare i danni subiti da Venezia: «Noi», dice il Cav, «vogliamo interessare tutte le entità che possono intervenire. Venezia è una delle capitali del mondo, uno dei pilastri della storia dell'Occidente e quindi credo che tutti abbiano l'interesse ma anche la voglia di fare ciò che è necessario per conservarla e per preservarla al meglio. Io penso», aggiunge Berlusconi, «che se ci fosse una spesa di 200 milioni, tre quarti di questa potrebbe essere sostenuta dai singoli Stati, che poi si guarderebbero uno con l'altro per non fare brutta figura, e un quarto circa da privati. Il grosso della spesa, però, credo debba essere versato dai più grandi Stati del mondo».
Il supercommissario per il gigante che dorme
La prima mossa del governo dopo l'alluvione è piazzare un commissario per il Mose. Anzi, un supercommissario visto che il Consorzio Venezia nuova, l'ente incaricato dal governo di realizzare l'opera, è già commissariato dal 2014 dopo l'ondata di arresti per l'enorme giro di mazzette sui lavori. Fu l'allora premier Matteo Renzi a sollecitare Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, a nominare i commissari. Oggi Palazzo Chigi ritiene doveroso commissariare i commissari per mostrare ai veneziani e al resto d'Italia lo scatto d'orgoglio dopo il disastro e i ritardi.
Il supercommissario è una donna, Elisabetta Spitz. Una top manager di Stato abituata sia a maneggiare grandi lavori sia a sbrogliare matasse intricate. Spitz, architetto, moglie separata dell'ex segretario Udc Marco Follini, ha diretto l'Agenzia del demanio per 8 anni, dal 2000 al 2008: gli immobili pubblici erano il suo pane quotidiano. L'aveva scelta Vincenzo Visco, allora ministro «Dracula» delle Finanze, che nel 1999 l'aveva anche inserita nel comitato di 7 esperti incaricato di elaborare una riforma del ministero. Chiusa l'esperienza al Demanio, Spitz ha continuato a occuparsi dello sterminato patrimonio immobiliare italiano come capo di Invimit, la società a capitale pubblico che deve vendere una parte degli edifici dello Stato. Fino all'altro giorno era commissaria straordinaria di Sorgente sgr, la società del gruppo Sorgente dell'immobiliarista Valter Mainetti (gestione di fondi immobiliari per un valore di 2,5 miliardi di euro) in lite con Enasarco, l'ente di previdenza e assistenza degli agenti di commercio.
Spitz ha già lavorato in laguna. Dal 1992 al 1999 ha presieduto il consorzio di progettazione per la salvaguardia delle aree abitate di Venezia e nel periodo 2009-2010 è stata consulente dell'Autorità portuale per formulare il piano di gestione del porto. Ora torna per la terza volta per il compito più difficile: completare nei tempi previsti (31 dicembre 2021) il sistema di 78 dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. E l'avrebbe salvata anche l'altro giorno, se solo i lavori di costruzione fossero stati terminati entro il 2016 come prevedeva il progetto originale.
Le paratoie sono tutte incernierate sui fondali delle tre bocche di porto che mettono in comunicazione il mare Adriatico e la laguna veneziana. Sono enormi cassoni vuoti che nella normalità giacciono sul fondo, ma quando la marea supera i 110 centimetri vengono svuotati dall'acqua con potenti flussi di aria compressa e così alleggeriti si posizionano in verticale erigendo una barriera. Cessato l'allarme, ritornano a fondo. La posa delle dighe è stata completata a gennaio. Ora sono in corso i test di sollevamento per tarare le parti meccaniche e verificare il funzionamento dei meccanismi elettronici di regolazione.
Il problema è che per sollevare le dighe ci vogliono dalle 4 alle 5 ore e in questo frangente le paratoie lavorano nel mare agitato e con venti fortissimi: l'altro giorno le raffiche hanno raggiunto i 126 chilometri orari. Le onde sbattono con violenza contro i cassoni, tendono ad abbassarli e il rischio è che, senza un sistema di correzione, li scavalchino creando ancora più danno. Ma non c'è soltanto una questione ingegneristica. Serve un coordinamento tra gli enti coinvolti (Comune, Regione, Provveditorato alle acque, Capitaneria di porto, prefettura) per fare funzionare il Mose. E infine occorrono braccia: ora il numero di addetti disponibili è quello reclutato per i test, sufficiente a far funzionare soltanto una delle 4 schiere in cui sono articolate le dighe mobili. Gli altri tecnici vanno trovati, assunti e preparati per le manovre.
Oggi dunque il Mose è un gigante che dorme in fondo al mare. E che resterà in letargo per altri due anni. Soltanto la Protezione civile o il prefetto (cioè il governo) avrebbero potuto ordinare di alzare l'unica schiera di cassoni al momento azionabile. Ma, secondo uno dei commissari in carica, l'ingegner Francesco Ossola, un'azione parziale avrebbe fatto peggio. «La chiusura di una sola bocca di porto, quella di Chioggia o del Lido», ha spiegato, «avrebbe “insaccato" l'acqua creando danni maggiori. E le simulazioni del passato parlano di un effetto molto limitato, soltanto 10 o 20 centimetri». Altra cosa sarebbe stato potere azionare tutte le paratoie: «Il sistema risponde bene ai test, il Mose funzionerà, ne sono convinto, altrimenti non sarei qui», ha garantito Ossola.
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Per oggi si prevede acqua alta fino a 150 centimetri. Il problema è come reagiranno gli argini già indeboliti. Stanziati 20 milioni per i primi interventi.Il supercommissario per il gigante che dorme. Nominata la Spitz, manager che ha già lavorato in laguna. Perché il letargo del Mose non superi i due anni.Lo speciale comprende due articoli. Venezia prova a rialzarsi, con fatica, una fatica immane. Il maltempo che ha dato qualche ora di tregua, ieri sera torna a diventare un incubo, quando vengono diffuse le previsioni per la notte e la giornata di oggi: acqua alta, con una punta massima di 145/150 cm. Il picco raggiunto alle 22.50 di martedì sera, 187 centimetri di marea, la seconda misura nella storia, dopo i 194 centimetri del 1966, ha provocato un morto e danni incalcolabili. Non sarà raggiunto di nuovo, ma gli argini sono stati indeboliti dall'ondata di martedì scorso. La paura è tanta, le scuole di ogni ordine e grado del centro storico, delle isole, del Lido e di Pellestrina resteranno chiuse anche oggi, mentre le farmacie garantiranno i servizi minimi di assistenza, nonostante i gravissimi danni subiti. È un bollettino di guerra. L'unica vittima collegabile direttamente all'alluvione è un anziano di 78 anni rimasto fulminato mentre cercava di far ripartire le elettropompe nella casa sommersa, a Pellestrina. L'altro morto è un uomo probabilmente colpito da un malore. L'unità di crisi per avversità atmosferiche si riunisce a Treviso, convocata dalla Regione Veneto: Città metropolitana di Venezia, province, vigili del fuoco, protezione civile e concessionarie di servizi pubblici si preparano ad affrontare una nuova perturbazione, che si dovrebbe intensificare nelle prime ore di questa mattina e protrarsi per tutta la giornata. Alle 18 a Roma inizia il Consiglio dei ministri con all'ordine del giorno la dichiarazione dello stato di emergenza per le aree del Veneto, a partire da Venezia, e della provincia di Alessandria, colpite dal maltempo. Si conclude in meno di un'ora, con lo stanziamento di 20 milioni di euro per i primi interventi. Il premier, Giuseppe Conte, arrivato martedì sera, prima di far ritorno a Roma per il Cdm , trascorre l'intera giornata a Venezia, incontrando commercianti, cittadini, imprenditori e istituzioni. «Per Venezia», dice in mattinata, «c'è un impegno a 360 gradi, c'è una situazione drammatica in una città unica, ci dobbiamo essere. Siamo vicini ai veneziani, e speriamo di prevenire queste situazioni drammatiche, perché non si ripetano più». Conte, al termine di una riunione in Prefettura con il ministro dei Trasporti Paola De Micheli, il governatore Luca Zaia e il sindaco Luigi Brugnaro, annuncia per il 26 novembre la riunione del Comitatone interministeriale per la salvaguardia di Venezia. «Con il Cdm», spiega il premier, «adottiamo il decreto che dichiara lo stato di emergenza per Venezia. Questo ci consentirà di varare già la prima dotazioni finanziarie per quanto riguarda le spese di primo soccorso volte a ripristinare le funzionalità dei servizi». Il presidente del Consiglio spiega anche quali saranno i primi passi per quel che riguarda gli aiuti economici: «Ci saranno due fasi», dice Conte, «la prima ci consentirà di indennizzare i privati e gli esercenti commerciali sino ad un limite per i primi di 5mila euro e per i secondi di 20mila euro. I soldi potranno arrivare subito e ovviamente saranno utilizzati per ristorare i danni. Poi per chi ha subito danni più consistenti», aggiunge, «li quantificheremo con più calma e dietro istruttoria tecnica potranno essere liquidati». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, telefona al sindaco Brugnaro, per manifestare la sua solidarietà e chiede informazioni. La Giunta comunale di Venezia si riunisce nel pomeriggio, e adotta un provvedimento, su indicazione del sindaco Brugnaro e predisposto dall'Assessore al Bilancio e tributi Michele Zuin, che dispone il posticipo di un mese dell'imminente scadenza della quarta rata della Tari, prevista per il 16 novembre, per tutti i cittadini e le imprese dell'intero Comune. La nuova scadenza sarà fissata per il 16 dicembre. Alcuni istituti bancari, Intesa, Crédit Agricole FriulAdria, Banco Bpm, Bnl Gruppo Bnp Paribas, annunciano di essere pronti ad accogliere le richieste di sospensione del pagamento delle rate dei mutui per chi è stato danneggiato dall'alluvione. A Venezia arriva anche il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Accompagnato dal governatore Zaia e dal sindaco Brugnaro, Berlusconi attraversa Piazza San Marco, completamente allagata, munito di stivaloni di gomma. Berlusconi lancia una proposta per raccogliere i fondi necessari a riparare i danni subiti da Venezia: «Noi», dice il Cav, «vogliamo interessare tutte le entità che possono intervenire. Venezia è una delle capitali del mondo, uno dei pilastri della storia dell'Occidente e quindi credo che tutti abbiano l'interesse ma anche la voglia di fare ciò che è necessario per conservarla e per preservarla al meglio. Io penso», aggiunge Berlusconi, «che se ci fosse una spesa di 200 milioni, tre quarti di questa potrebbe essere sostenuta dai singoli Stati, che poi si guarderebbero uno con l'altro per non fare brutta figura, e un quarto circa da privati. Il grosso della spesa, però, credo debba essere versato dai più grandi Stati del mondo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/subito-stato-di-emergenza-e-indennizzi-per-i-danni-ma-venezia-ora-ha-paura-2641343359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-supercommissario-per-il-gigante-che-dorme" data-post-id="2641343359" data-published-at="1774144252" data-use-pagination="False"> Il supercommissario per il gigante che dorme La prima mossa del governo dopo l'alluvione è piazzare un commissario per il Mose. Anzi, un supercommissario visto che il Consorzio Venezia nuova, l'ente incaricato dal governo di realizzare l'opera, è già commissariato dal 2014 dopo l'ondata di arresti per l'enorme giro di mazzette sui lavori. Fu l'allora premier Matteo Renzi a sollecitare Raffaele Cantone, presidente dell'Autorità anticorruzione, a nominare i commissari. Oggi Palazzo Chigi ritiene doveroso commissariare i commissari per mostrare ai veneziani e al resto d'Italia lo scatto d'orgoglio dopo il disastro e i ritardi. Il supercommissario è una donna, Elisabetta Spitz. Una top manager di Stato abituata sia a maneggiare grandi lavori sia a sbrogliare matasse intricate. Spitz, architetto, moglie separata dell'ex segretario Udc Marco Follini, ha diretto l'Agenzia del demanio per 8 anni, dal 2000 al 2008: gli immobili pubblici erano il suo pane quotidiano. L'aveva scelta Vincenzo Visco, allora ministro «Dracula» delle Finanze, che nel 1999 l'aveva anche inserita nel comitato di 7 esperti incaricato di elaborare una riforma del ministero. Chiusa l'esperienza al Demanio, Spitz ha continuato a occuparsi dello sterminato patrimonio immobiliare italiano come capo di Invimit, la società a capitale pubblico che deve vendere una parte degli edifici dello Stato. Fino all'altro giorno era commissaria straordinaria di Sorgente sgr, la società del gruppo Sorgente dell'immobiliarista Valter Mainetti (gestione di fondi immobiliari per un valore di 2,5 miliardi di euro) in lite con Enasarco, l'ente di previdenza e assistenza degli agenti di commercio. Spitz ha già lavorato in laguna. Dal 1992 al 1999 ha presieduto il consorzio di progettazione per la salvaguardia delle aree abitate di Venezia e nel periodo 2009-2010 è stata consulente dell'Autorità portuale per formulare il piano di gestione del porto. Ora torna per la terza volta per il compito più difficile: completare nei tempi previsti (31 dicembre 2021) il sistema di 78 dighe mobili che dovrebbe salvare Venezia dall'acqua alta. E l'avrebbe salvata anche l'altro giorno, se solo i lavori di costruzione fossero stati terminati entro il 2016 come prevedeva il progetto originale. Le paratoie sono tutte incernierate sui fondali delle tre bocche di porto che mettono in comunicazione il mare Adriatico e la laguna veneziana. Sono enormi cassoni vuoti che nella normalità giacciono sul fondo, ma quando la marea supera i 110 centimetri vengono svuotati dall'acqua con potenti flussi di aria compressa e così alleggeriti si posizionano in verticale erigendo una barriera. Cessato l'allarme, ritornano a fondo. La posa delle dighe è stata completata a gennaio. Ora sono in corso i test di sollevamento per tarare le parti meccaniche e verificare il funzionamento dei meccanismi elettronici di regolazione. Il problema è che per sollevare le dighe ci vogliono dalle 4 alle 5 ore e in questo frangente le paratoie lavorano nel mare agitato e con venti fortissimi: l'altro giorno le raffiche hanno raggiunto i 126 chilometri orari. Le onde sbattono con violenza contro i cassoni, tendono ad abbassarli e il rischio è che, senza un sistema di correzione, li scavalchino creando ancora più danno. Ma non c'è soltanto una questione ingegneristica. Serve un coordinamento tra gli enti coinvolti (Comune, Regione, Provveditorato alle acque, Capitaneria di porto, prefettura) per fare funzionare il Mose. E infine occorrono braccia: ora il numero di addetti disponibili è quello reclutato per i test, sufficiente a far funzionare soltanto una delle 4 schiere in cui sono articolate le dighe mobili. Gli altri tecnici vanno trovati, assunti e preparati per le manovre. Oggi dunque il Mose è un gigante che dorme in fondo al mare. E che resterà in letargo per altri due anni. Soltanto la Protezione civile o il prefetto (cioè il governo) avrebbero potuto ordinare di alzare l'unica schiera di cassoni al momento azionabile. Ma, secondo uno dei commissari in carica, l'ingegner Francesco Ossola, un'azione parziale avrebbe fatto peggio. «La chiusura di una sola bocca di porto, quella di Chioggia o del Lido», ha spiegato, «avrebbe “insaccato" l'acqua creando danni maggiori. E le simulazioni del passato parlano di un effetto molto limitato, soltanto 10 o 20 centimetri». Altra cosa sarebbe stato potere azionare tutte le paratoie: «Il sistema risponde bene ai test, il Mose funzionerà, ne sono convinto, altrimenti non sarei qui», ha garantito Ossola.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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