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2020-06-05
Su Floyd la sinistra Usa perde la testa. Adesso abbatterà le statue «sudiste»
John Lamparski/SOPA Images/LightRocket via Getty Images
La politica americana continua a spaccarsi sul caso di George Floyd, l'afroamericano ucciso durante un controllo di polizia la scorsa settimana. Ieri, a Minneapolis, si è tenuta una prima commemorazione funebre in suo onore. Altre commemorazioni sono state fissate, nei prossimi giorni, a Raeford (in North Carolina) e a Houston (in Texas), dove - lunedì - è prevista la partecipazione del (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden. La vicenda Floyd ha del resto fatto da tempo irruzione nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre. Sia l'ex vicepresidente che Donald Trump hanno riconosciuto la legittimità delle manifestazioni pacifiche. Su tutto il resto, i due tuttavia divergono. E Biden sta tenendo una posizione invero poco chiara. Da una parte, ha criticato i saccheggi e i vandalismi, ma - dall'altra - ha attaccato Trump per aver invocato la linea dura, ventilando l'ipotesi di ricorrere all'esercito. Il paradosso si spiega con il fatto che l'ex vicepresidente stia cercando di non scontentare tanto i moderati quanto la sinistra più radicale: un'esigenza che lo ha tuttavia condotto su una posizione di profondo strabismo politico. Tra l'altro, l'imbarazzo di Biden è dettato anche dal fatto che Minneapolis abbia sindaci democratici dal 1978: sindaci che sono responsabili delle nomine dei vertici di una polizia cittadina che ha alle spalle una storia trentennale di controversie e denunce.
Polemiche sulla linea dura invocata da Trump sono arrivate anche dall'attuale capo del Pentagono, Mark Esper, che si è espresso contro l'ipotesi di ricorrere all'esercito per sedare i saccheggi. Ancora più duro si è rivelato l'ex segretario alla Difesa, James Mattis, che ha accusato il presidente di violare i diritti costituzionali dei cittadini americani, contestandogli la possibilità dell'uso delle forze militari. Tesi un po' azzardata, visto che la Casa Bianca è autorizzata a invocare l'Insurrection act: una legge federale del 1807, che consente al presidente - in caso di sedizione - di utilizzare l'esercito all'interno dei confini degli Stati Uniti. Una legge che, per inciso, è stata applicata due volte da George H. W. Bush, quattro volte da Lyndon Johnson, due volte da John Kennedy e una da Dwight Eisenhower. Senza poi dimenticare che, nel caso di Kennedy e Eisenhower, fu invocata contro il parere dei governatori locali interessati. Ragion per cui - contrariamente a quanto asserito da Mattis - il presidente non è obbligato ad attendere la richiesta dei governatori per inviare eventualmente truppe sul territorio. Tutto questo, mentre il ministro della Giustizia, William Barr, ha contemporaneamente condannato la brutalità di cui è rimasto vittima Floyd e la violenza dei saccheggi in corso.
Ieri, l'Associated Press ha frattanto riportato che, in tutto il Paese, il numero degli arresti ha superato la soglia dei 10.000: Los Angeles risulta la città più colpita, seguita da New York, Dallas e Filadelfia. Molti dei fermati sono accusati di violazione del coprifuoco, ma si contano anche centinaia di arresti per saccheggio e furto con scasso. In tutto questo, la filiale sudcaliforniana dell'American civil liberties union ha intentato una causa a nome dell'organizzazione Black Lives Matter per il coprifuoco «draconiano», istituito nelle città di Los Angeles e San Bernadino. Ricordiamo, per inciso, che l'American civil liberties union intrattenga storici legami con il miliardario, George Soros, il quale - come ricordato due anni fa dal Los Angeles Times - le fornì 50 milioni di dollari nel 2014 per progetti sul sistema giudiziario penale. In tutto questo, non dimentichiamo neppure che, negli ultimi cinque giorni, svariate autorità locali abbiano parlato di «outsider» facinorosi nel mezzo delle manifestazioni: in tal senso, si sono per esempio espressi il procuratore generale del Minnesota, il democratico Keith Ellison, e il sindaco di Dallas, l'altrettanto democratico Eric Johnson.
Al Congresso intanto è partito il dibattito per limitare le violenze della polizia. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, e il senatore repubblicano, Chuck Grassley, hanno sostenuto nelle scorse ore la necessità di intervenire sulla questione, mentre Biden ha invocato una legge che vieti il ricorso alla «stretta al collo»: la brutale pratica di cui è stato vittima Floyd. Come tuttavia notava ieri Politico, sono anni che riforme di questo tipo restano fondamentalmente bloccate al Campidoglio, per l'incapacità di trovare un accordo tra i partiti. Pare comunque che tornerà adesso in discussione alla Camera una proposta di legge, avanzata nel 2019 dal deputato democratico Hakeem Jeffries, che ha l'obiettivo di mettere fuori legge proprio la pratica della «stretta al collo». Nelle scorse ore, tutti gli agenti coinvolti nella morte di Floyd sono intanto stati arrestati e, nel frattempo, è ripreso il dibattito sulle statue confederate, con il governatore della Virginia, il democratico Ralph Northam, che ha dichiarato ieri di voler rimuovere il monumento dedicato al generale Lee nella città di Richmond.
Obamagate, per i dem si mette male
Le nubi di Obamagate rischiano di addensarsi su Roma. Il Senato americano si prepara ad accendere i riflettori su John Phillips: ambasciatore americano in Italia dal 2013 al 2017. La commissione per la Sicurezza interna ha concesso ieri al suo presidente, Ron Johnson, la facoltà di emettere ordini di comparizione per quei funzionari dell'amministrazione Obama che chiesero di svelare il nome di Mike Flynn nelle conversazioni intercettate, in cui era rimasto coinvolto. Nei giorni scorsi, Cnn aveva diffuso la lista dei soggetti interessati: una lista che include 35 nomi e -tra questi-quello di Phillips: figura all'epoca molto vicina a Matteo Renzi, tanto da dargli il proprio endorsement in occasione del referendum costituzionale del 2016. Tra i nomi spunta poi anche quello di Kelly Degnan, ex vice capo missione all'ambasciata di Roma. Ulteriori figure dell'era Obama messe sotto esame dalla commissione sono - tra gli altri - l'ex capo della Cia, John Brennan, l'ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Susan Rice, l'ex Director of national intelligence, James Clapper, e l'ex direttore dell'Fbi, James Comey. Del resto, Phillips e la Degnan comparivano nell'elenco, pubblicato a maggio, dei funzionari che avevano chiesto il disvelamento del nome di Flynn: un fattore che, già all'epoca, aveva stabilito una controversa connessione tra il caso Russiagate e il nostro Paese. E adesso il fatto che entrambi i diplomatici potranno essere chiamati a deporre al Senato lascia aperta l'ipotesi che possa emergere un coinvolgimento di Roma nelle sempre più opache origini dell'inchiesta russa. Senza poi dimenticare che, sul disvelamento del nome di Flynn, sta intanto indagando anche il procuratore John Bash, per conto del Dipartimento di Giustizia.
Nel frattempo, il lato repubblicano del Russiagate inizia ad avere i suoi problemi. Mercoledì, la commissione giudiziaria del Senato ha interrogato l'ex viceministro della Giustizia di Trump: quel Rod Rosenstein che, nel maggio 2017, aveva nominato Robert Mueller come procuratore speciale per il Russiagate. Ebbene, pur difendendo quella nomina, Rosenstein ha ammesso che nell'indagine dell'Fbi sulla Russia si sia verificata una cattiva gestione, aggiungendo che non avrebbe firmato una richiesta di rinnovo del mandato di sorveglianza per Carter Page (all'epoca consigliere di Trump), se avesse saputo delle irregolarità commesse dal Bureau nell'ottenere quel mandato: irregolarità appurate a dicembre dall'ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz. È emerso di recente tra l'altro che Rosenstein avesse conferito ampio potere a Mueller, includendo indagini approfondite sul comitato elettorale di Trump. Tutto questo, nonostante - per sua stessa ammissione- evidenze di collusione con i russi non ce ne fossero: evidenze che anche le alte sfere dell'amministrazione Obama negarono di possedere, nel corso di audizioni alla Camera tra il 2017 e il 2018. Vale forse la pena ricordare che Rosenstein iniziò la sua carriera come procuratore distrettuale del Maryland su nomina di George W. Bush. E legati all'ex presidente repubblicano sono anche molti degli alti funzionari di Obama coinvolti nel Russiagate: Bush jr ebbe Comey come viceministro della Giustizia, Clapper come sottosegretario alla Difesa e Mueller come direttore dell'Fbi. Senza infine dimenticare che, nel 2016, i Bush condividevano con Obama la medesima avversione per l'ascesa politica di Trump. Oltre che su Roma, Obamagate rischia insomma di abbattersi anche sul mondo repubblicano dei Never Trump.
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Mentre tutti gli agenti coinvolti nella morte dell'afroamericano sono stati arrestati, i governatori democratici vogliono cancellare i simboli del generale Lee. Joe Biden farà passerella «funebre». Saccheggi, più di 10.000 fermi.Obamagate, per i dem si mette male. La Commissione per la Sicurezza interna del Senato convocherà gli ex funzionari implicati. Tra questi anche l'ex ambasciatore a Roma John Phillips, vicinissimo a Matteo Renzi. La politica americana continua a spaccarsi sul caso di George Floyd, l'afroamericano ucciso durante un controllo di polizia la scorsa settimana. Ieri, a Minneapolis, si è tenuta una prima commemorazione funebre in suo onore. Altre commemorazioni sono state fissate, nei prossimi giorni, a Raeford (in North Carolina) e a Houston (in Texas), dove - lunedì - è prevista la partecipazione del (probabile) candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden. La vicenda Floyd ha del resto fatto da tempo irruzione nella campagna elettorale in vista delle presidenziali di novembre. Sia l'ex vicepresidente che Donald Trump hanno riconosciuto la legittimità delle manifestazioni pacifiche. Su tutto il resto, i due tuttavia divergono. E Biden sta tenendo una posizione invero poco chiara. Da una parte, ha criticato i saccheggi e i vandalismi, ma - dall'altra - ha attaccato Trump per aver invocato la linea dura, ventilando l'ipotesi di ricorrere all'esercito. Il paradosso si spiega con il fatto che l'ex vicepresidente stia cercando di non scontentare tanto i moderati quanto la sinistra più radicale: un'esigenza che lo ha tuttavia condotto su una posizione di profondo strabismo politico. Tra l'altro, l'imbarazzo di Biden è dettato anche dal fatto che Minneapolis abbia sindaci democratici dal 1978: sindaci che sono responsabili delle nomine dei vertici di una polizia cittadina che ha alle spalle una storia trentennale di controversie e denunce. Polemiche sulla linea dura invocata da Trump sono arrivate anche dall'attuale capo del Pentagono, Mark Esper, che si è espresso contro l'ipotesi di ricorrere all'esercito per sedare i saccheggi. Ancora più duro si è rivelato l'ex segretario alla Difesa, James Mattis, che ha accusato il presidente di violare i diritti costituzionali dei cittadini americani, contestandogli la possibilità dell'uso delle forze militari. Tesi un po' azzardata, visto che la Casa Bianca è autorizzata a invocare l'Insurrection act: una legge federale del 1807, che consente al presidente - in caso di sedizione - di utilizzare l'esercito all'interno dei confini degli Stati Uniti. Una legge che, per inciso, è stata applicata due volte da George H. W. Bush, quattro volte da Lyndon Johnson, due volte da John Kennedy e una da Dwight Eisenhower. Senza poi dimenticare che, nel caso di Kennedy e Eisenhower, fu invocata contro il parere dei governatori locali interessati. Ragion per cui - contrariamente a quanto asserito da Mattis - il presidente non è obbligato ad attendere la richiesta dei governatori per inviare eventualmente truppe sul territorio. Tutto questo, mentre il ministro della Giustizia, William Barr, ha contemporaneamente condannato la brutalità di cui è rimasto vittima Floyd e la violenza dei saccheggi in corso. Ieri, l'Associated Press ha frattanto riportato che, in tutto il Paese, il numero degli arresti ha superato la soglia dei 10.000: Los Angeles risulta la città più colpita, seguita da New York, Dallas e Filadelfia. Molti dei fermati sono accusati di violazione del coprifuoco, ma si contano anche centinaia di arresti per saccheggio e furto con scasso. In tutto questo, la filiale sudcaliforniana dell'American civil liberties union ha intentato una causa a nome dell'organizzazione Black Lives Matter per il coprifuoco «draconiano», istituito nelle città di Los Angeles e San Bernadino. Ricordiamo, per inciso, che l'American civil liberties union intrattenga storici legami con il miliardario, George Soros, il quale - come ricordato due anni fa dal Los Angeles Times - le fornì 50 milioni di dollari nel 2014 per progetti sul sistema giudiziario penale. In tutto questo, non dimentichiamo neppure che, negli ultimi cinque giorni, svariate autorità locali abbiano parlato di «outsider» facinorosi nel mezzo delle manifestazioni: in tal senso, si sono per esempio espressi il procuratore generale del Minnesota, il democratico Keith Ellison, e il sindaco di Dallas, l'altrettanto democratico Eric Johnson. Al Congresso intanto è partito il dibattito per limitare le violenze della polizia. La Speaker della Camera, Nancy Pelosi, e il senatore repubblicano, Chuck Grassley, hanno sostenuto nelle scorse ore la necessità di intervenire sulla questione, mentre Biden ha invocato una legge che vieti il ricorso alla «stretta al collo»: la brutale pratica di cui è stato vittima Floyd. Come tuttavia notava ieri Politico, sono anni che riforme di questo tipo restano fondamentalmente bloccate al Campidoglio, per l'incapacità di trovare un accordo tra i partiti. Pare comunque che tornerà adesso in discussione alla Camera una proposta di legge, avanzata nel 2019 dal deputato democratico Hakeem Jeffries, che ha l'obiettivo di mettere fuori legge proprio la pratica della «stretta al collo». Nelle scorse ore, tutti gli agenti coinvolti nella morte di Floyd sono intanto stati arrestati e, nel frattempo, è ripreso il dibattito sulle statue confederate, con il governatore della Virginia, il democratico Ralph Northam, che ha dichiarato ieri di voler rimuovere il monumento dedicato al generale Lee nella città di Richmond. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/su-floyd-la-sinistra-usa-perde-la-testa-adesso-abbattera-le-statue-sudiste-2646153639.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="obamagate-per-i-dem-si-mette-male" data-post-id="2646153639" data-published-at="1591295825" data-use-pagination="False"> Obamagate, per i dem si mette male Le nubi di Obamagate rischiano di addensarsi su Roma. Il Senato americano si prepara ad accendere i riflettori su John Phillips: ambasciatore americano in Italia dal 2013 al 2017. La commissione per la Sicurezza interna ha concesso ieri al suo presidente, Ron Johnson, la facoltà di emettere ordini di comparizione per quei funzionari dell'amministrazione Obama che chiesero di svelare il nome di Mike Flynn nelle conversazioni intercettate, in cui era rimasto coinvolto. Nei giorni scorsi, Cnn aveva diffuso la lista dei soggetti interessati: una lista che include 35 nomi e -tra questi-quello di Phillips: figura all'epoca molto vicina a Matteo Renzi, tanto da dargli il proprio endorsement in occasione del referendum costituzionale del 2016. Tra i nomi spunta poi anche quello di Kelly Degnan, ex vice capo missione all'ambasciata di Roma. Ulteriori figure dell'era Obama messe sotto esame dalla commissione sono - tra gli altri - l'ex capo della Cia, John Brennan, l'ex consigliere per la Sicurezza nazionale, Susan Rice, l'ex Director of national intelligence, James Clapper, e l'ex direttore dell'Fbi, James Comey. Del resto, Phillips e la Degnan comparivano nell'elenco, pubblicato a maggio, dei funzionari che avevano chiesto il disvelamento del nome di Flynn: un fattore che, già all'epoca, aveva stabilito una controversa connessione tra il caso Russiagate e il nostro Paese. E adesso il fatto che entrambi i diplomatici potranno essere chiamati a deporre al Senato lascia aperta l'ipotesi che possa emergere un coinvolgimento di Roma nelle sempre più opache origini dell'inchiesta russa. Senza poi dimenticare che, sul disvelamento del nome di Flynn, sta intanto indagando anche il procuratore John Bash, per conto del Dipartimento di Giustizia. Nel frattempo, il lato repubblicano del Russiagate inizia ad avere i suoi problemi. Mercoledì, la commissione giudiziaria del Senato ha interrogato l'ex viceministro della Giustizia di Trump: quel Rod Rosenstein che, nel maggio 2017, aveva nominato Robert Mueller come procuratore speciale per il Russiagate. Ebbene, pur difendendo quella nomina, Rosenstein ha ammesso che nell'indagine dell'Fbi sulla Russia si sia verificata una cattiva gestione, aggiungendo che non avrebbe firmato una richiesta di rinnovo del mandato di sorveglianza per Carter Page (all'epoca consigliere di Trump), se avesse saputo delle irregolarità commesse dal Bureau nell'ottenere quel mandato: irregolarità appurate a dicembre dall'ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz. È emerso di recente tra l'altro che Rosenstein avesse conferito ampio potere a Mueller, includendo indagini approfondite sul comitato elettorale di Trump. Tutto questo, nonostante - per sua stessa ammissione- evidenze di collusione con i russi non ce ne fossero: evidenze che anche le alte sfere dell'amministrazione Obama negarono di possedere, nel corso di audizioni alla Camera tra il 2017 e il 2018. Vale forse la pena ricordare che Rosenstein iniziò la sua carriera come procuratore distrettuale del Maryland su nomina di George W. Bush. E legati all'ex presidente repubblicano sono anche molti degli alti funzionari di Obama coinvolti nel Russiagate: Bush jr ebbe Comey come viceministro della Giustizia, Clapper come sottosegretario alla Difesa e Mueller come direttore dell'Fbi. Senza infine dimenticare che, nel 2016, i Bush condividevano con Obama la medesima avversione per l'ascesa politica di Trump. Oltre che su Roma, Obamagate rischia insomma di abbattersi anche sul mondo repubblicano dei Never Trump.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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