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2018-10-02
Strage in Indonesia, l'Unicef cerca soldi. «Chiedete a Conticini»
ANSA
L'annuncio ufficiale dell'altro giorno avrà fatto tirare un sospiro di sollievo ai Conticini, ma sembra aver aperto una crepa profonda nell'autorevolezza dell'Unicef. Basta dare un'occhiata alla pagina Facebook di Unicef Italia e ai commenti degli utenti. Da una parte c'è la Procura di Firenze, che ipotizza un'appropriazione indebita, con 6,6 milioni di dollari (3,9 milioni di dollari sono dell'Unicef) destinati ad attività di assistenza di bambini africani che sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini, fratello maggiore di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzati in gran parte per investimenti immobiliari e in misura minore per l'acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi.
Dall'altra c'è l'Unicef che, l'altro giorno, tramite il suo direttore generale Paolo Rozera ha fatto sapere, durante una contestatissima diretta Facebook, che l'organizzazione umanitaria non querelerà i Conticini. Alle 17.56 di domenica, però, i vertici dell'Unicef hanno deciso che era il momento della prova di forza. E hanno postato sulla pagina social questo messaggio: «Terremoto e tsunami in Indonesia, il bilancio delle vittime sale a 832, ma centinaia sono ancora i dispersi. Il governo indonesiano chiede aiuto all'Unicef per proteggere i bambini rimasti soli e per interventi di soccorso umanitario». La parte finale del messaggio è eloquente: «Anche tu puoi aiutare. Dona ora». In altre occasioni l'Unicef sarebbe stata inondata di complimenti. Questa volta, dopo il caso Conticini, la pagina Facebook è diventata bersaglio di pesanti messaggi di contestazione. Mirella Selmanaj, ad esempio, risponde: «Neanche per sogno». Pierdomenico Amico è molto esplicito: «Denunciate la presunta appropriazione, poi se ne parla». Michele Ballerini: «Avete realmente coraggio da vendere per chiedere donazioni ora».
Molti commenti, nel corso della giornata, però, spariscono. E quando qualcuno, come Paola Testa, ne chiede conto, Unicef risponde: «I commenti che non vedete sono di troll, gente che va in giro sui nostri post pubblicando volgarità e offese di vario tenore, e, in altri casi, di persone che ricevono risposte in modalità privata, in quanto intervengono fuori tema rispetto all'argomento. Sulla nostra pagina ci sono delle regole, e noi le facciamo rispettare. Tutto qui». Un modo abbastanza esplicito per dire: non accettiamo contestazioni. E così è sparito, ad esempio, un post che invitava l'Unicef a chiedere al parente di Renzi i fondi per l'aiuto all'Indonesia. Ma Paola Testa insiste. E chiede ancora: «Non è chiaro perché, se i 3,8 milioni costituiscono il corrispettivo di prestazioni effettuate, diciate di non sapere quale uso sia stato fatto delle somme». Unicef se ne esce con una novella: «Non dovrebbe esserti arduo capirlo con un esempio di vita quotidiana. Tu chiami un idraulico a fare un lavoro. Lo esegue e ti rilascia regolare fattura. Sei soddisfatta, lo chiami altre volte, a un certo punto però ti rendi conto che la qualità è calata sotto gli standard per te accettabili, lui ti rilascia lo stesso regolare fattura, ma decidi che non lo chiamerai più e la volta successiva cercherai un altro idraulico. A questo punto, pensi di avere motivi per accusarlo di furto? Pensi che una querela starebbe in piedi, visto che hai sempre ricevuto regolare fattura? Pensi che se lo denuncerai ne trarrai un risarcimento o più probabilmente una contro-denuncia per diffamazione?».
Unicef a questo punto introduce un nuovo tema: non querela per paura di una controdenuncia. Un altro tassello che mostra l'atteggiamento ambiguo mantenuto dell'organizzazione in questa vicenda è contenuto in una risposta, sprezzante, arrivata in privato a Patrizia Schizzerotto: «(...) secondo te Patrizia a una organizzazione Onu come Unicef (...) può minimamente interessare la sorte di questo o quel politico italiano?». E dopo aver tergiversato sui perché di una risposta copia e incolla inviata anche ad altri utenti, Unicef in conclusione conferma: «In questa vicenda siamo parte lesa». Proprio come sostiene la Procura di Firenze. Senza querela però. Meglio evitare che i Conticini se la prendano.
E Macron a Bologna ci spiega la solidarietà
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Le reazioni degli italiani sul Web alla nuova raccolta fondi sono feroci. E ai cittadini che chiedono lumi l'organizzazione risponde con fastidio.Il presidente francese invitato dalla Comunità di Sant'Egidio per un incontro sul dialogo fra culture.Lo speciale contiene due articoli.L'annuncio ufficiale dell'altro giorno avrà fatto tirare un sospiro di sollievo ai Conticini, ma sembra aver aperto una crepa profonda nell'autorevolezza dell'Unicef. Basta dare un'occhiata alla pagina Facebook di Unicef Italia e ai commenti degli utenti. Da una parte c'è la Procura di Firenze, che ipotizza un'appropriazione indebita, con 6,6 milioni di dollari (3,9 milioni di dollari sono dell'Unicef) destinati ad attività di assistenza di bambini africani che sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini, fratello maggiore di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzati in gran parte per investimenti immobiliari e in misura minore per l'acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi. Dall'altra c'è l'Unicef che, l'altro giorno, tramite il suo direttore generale Paolo Rozera ha fatto sapere, durante una contestatissima diretta Facebook, che l'organizzazione umanitaria non querelerà i Conticini. Alle 17.56 di domenica, però, i vertici dell'Unicef hanno deciso che era il momento della prova di forza. E hanno postato sulla pagina social questo messaggio: «Terremoto e tsunami in Indonesia, il bilancio delle vittime sale a 832, ma centinaia sono ancora i dispersi. Il governo indonesiano chiede aiuto all'Unicef per proteggere i bambini rimasti soli e per interventi di soccorso umanitario». La parte finale del messaggio è eloquente: «Anche tu puoi aiutare. Dona ora». In altre occasioni l'Unicef sarebbe stata inondata di complimenti. Questa volta, dopo il caso Conticini, la pagina Facebook è diventata bersaglio di pesanti messaggi di contestazione. Mirella Selmanaj, ad esempio, risponde: «Neanche per sogno». Pierdomenico Amico è molto esplicito: «Denunciate la presunta appropriazione, poi se ne parla». Michele Ballerini: «Avete realmente coraggio da vendere per chiedere donazioni ora».Molti commenti, nel corso della giornata, però, spariscono. E quando qualcuno, come Paola Testa, ne chiede conto, Unicef risponde: «I commenti che non vedete sono di troll, gente che va in giro sui nostri post pubblicando volgarità e offese di vario tenore, e, in altri casi, di persone che ricevono risposte in modalità privata, in quanto intervengono fuori tema rispetto all'argomento. Sulla nostra pagina ci sono delle regole, e noi le facciamo rispettare. Tutto qui». Un modo abbastanza esplicito per dire: non accettiamo contestazioni. E così è sparito, ad esempio, un post che invitava l'Unicef a chiedere al parente di Renzi i fondi per l'aiuto all'Indonesia. Ma Paola Testa insiste. E chiede ancora: «Non è chiaro perché, se i 3,8 milioni costituiscono il corrispettivo di prestazioni effettuate, diciate di non sapere quale uso sia stato fatto delle somme». Unicef se ne esce con una novella: «Non dovrebbe esserti arduo capirlo con un esempio di vita quotidiana. Tu chiami un idraulico a fare un lavoro. Lo esegue e ti rilascia regolare fattura. Sei soddisfatta, lo chiami altre volte, a un certo punto però ti rendi conto che la qualità è calata sotto gli standard per te accettabili, lui ti rilascia lo stesso regolare fattura, ma decidi che non lo chiamerai più e la volta successiva cercherai un altro idraulico. A questo punto, pensi di avere motivi per accusarlo di furto? Pensi che una querela starebbe in piedi, visto che hai sempre ricevuto regolare fattura? Pensi che se lo denuncerai ne trarrai un risarcimento o più probabilmente una contro-denuncia per diffamazione?». Unicef a questo punto introduce un nuovo tema: non querela per paura di una controdenuncia. Un altro tassello che mostra l'atteggiamento ambiguo mantenuto dell'organizzazione in questa vicenda è contenuto in una risposta, sprezzante, arrivata in privato a Patrizia Schizzerotto: «(...) secondo te Patrizia a una organizzazione Onu come Unicef (...) può minimamente interessare la sorte di questo o quel politico italiano?». E dopo aver tergiversato sui perché di una risposta copia e incolla inviata anche ad altri utenti, Unicef in conclusione conferma: «In questa vicenda siamo parte lesa». Proprio come sostiene la Procura di Firenze. Senza querela però. Meglio evitare che i Conticini se la prendano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strage-in-indonesia-unicef-cerca-soldi-chiedete-a-conticini-2609330592.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-macron-a-bologna-ci-spiega-la-solidarieta" data-post-id="2609330592" data-published-at="1778199053" data-use-pagination="False"> E Macron a Bologna ci spiega la solidarietà Un bel selfie stretto tra un ex delinquente e un ragazzotto che fa il dito medio e, poi, tra due settimane, eccolo in Italia, pronto ad insegnarci come si fa accoglienza. Emmanuel Macron, il presidente francese che ha definito gli italiani «vomitevoli» e «cinici», che ha ingaggiato una sfida aperta con il ministro dell'Interno Matteo Salvini, quello che disprezza ma poi imita le politiche dell'Italia in materia d'immigrazione, sarà a Bologna il prossimo 14 ottobre. A fare cosa? La morale, comme d'habitude, salendo su un palco per insegnarci come si accoglie, come si integra, come si gettano ponti verso chi scappa dall'Africa. Quella che, due secoli fa, la Francia ha colonizzato. Chi lo ha invitato? Il fronte interno più attivo di opposizione alle politiche sull'immigrazione del ministro Salvini, quello che fa capo a papa Bergoglio e che schiera, dove può, uomini di fede e di politica. L'enfant prodige, infatti, aprirà insieme ad altri, la trentaduesima edizione dell'Incontro interreligioso per la pace organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio che quest'anno si tiene a Bologna. Con il benestare dell'Arcivescovo del capoluogo emiliano, Matteo Zuppi, strettamente legato alla Comunità e per nulla nuovo a giudizi (esclusivamente critici) sulle politiche ministeriali del governo giallo blu, l'ultimo dei quali risale ad appena qualche giorno fa e riguarda, nemmeno a dirlo, il decreto Salvini. La manifestazione, quest'anno, porta il titolo «Ponti di Pace», e l'idea degli organizzatori è quella di rafforzare il concetto tanto caro a Bergoglio di «costruire un ponte che consenta ai profughi di fuggire dalle zone di guerra per arrivare a quei territori dove la pace è garantita dalla civiltà». A spiegare come dovrà essere questo ponte, sarà tra gli altri, Macron, primo della classe in accoglienza, ma presidente di un Paese con le frontiere chiuse ai profughi, che tre settimane fa ha sgomberato il campo di Dunkerque con 800 persone accampate in attesa di attraversare la Manica e che, dopo aver criticato l'Italia, ha detto no all'Aquarius, quando questa ha fatto rotta verso Marsiglia con il suo carico di sedicenti profughi. Comunque sia, in attesa di spiegare agli italiani come si apre il cuore al prossimo, per mantenere alta l'immagine del paladino dell'immigrazione il presidente francese, lo scorso weekend ha puntato sulle Antille francesi. Per celebrare l'anniversario del disastro provocato dagli uragani Irma e Maria, Macron ha fatto visita alle zone distrutte e ancora degradate. Nel quartiere di Saint-Martin ha incontrato i giovani del posto, con i quali ha scambiato calorosi saluti e scatti sorridenti. In uno di questi il presidente è immortalato stretto tra due baldi giovani del posto. Uno, abbracciando a torso nudo il presidente, ha messo in primo piano un bel dito medio, mentre il secondo pare abbia confessato al presidente di essere un ex ladro. Le immagini sono finite su Intstagram e i francesi, a quanto pare, non hanno apprezzato. Soprattutto per un fatto, accaduto lo scorso giugno. In una occasione ufficiale Macron aveva rigidamente ripreso un adolescente che, sporgendosi dalla folla e tendendogli la mano, lo aveva chiamato con il diminutivo, Manu. «Sei qui in una cerimonia ufficiale e ti comporti bene. Puoi fare l'imbecille quando vuoi ma oggi c'è la Marsigliese e tu mi chiami signor presidente della Repubblica», aveva detto invitando il giovane a «prendersi una laurea» prima di «fare la rivoluzione». Ma quel giovane era un semplice francese e a nulla poteva servire in termini di propaganda sull'immigrazione. Domenica scorsa, dalle Antille, infatti, i toni erano ben diversi. «Bisogna smettere di pensare che non ci sia nulla di buono da trarre dalla nostra gioventù solo perché è di un certo colore o ha fatto una stupidaggine», ha tentato di spiegare il presidente in una conferenza stampa organizzata dopo la pubblicazione delle foto, per rispondere a chi lo criticava. «Marine Le Pen non è con il popolo, l'estrema destra non è il popolo. Io sono il presidente e non lascerò il popolo a nessuno», ha aggiunto rispondendo alla leader di Rassemblement national, che si era detta indignata per le immagini.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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