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2018-10-02
Strage in Indonesia, l'Unicef cerca soldi. «Chiedete a Conticini»
ANSA
L'annuncio ufficiale dell'altro giorno avrà fatto tirare un sospiro di sollievo ai Conticini, ma sembra aver aperto una crepa profonda nell'autorevolezza dell'Unicef. Basta dare un'occhiata alla pagina Facebook di Unicef Italia e ai commenti degli utenti. Da una parte c'è la Procura di Firenze, che ipotizza un'appropriazione indebita, con 6,6 milioni di dollari (3,9 milioni di dollari sono dell'Unicef) destinati ad attività di assistenza di bambini africani che sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini, fratello maggiore di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzati in gran parte per investimenti immobiliari e in misura minore per l'acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi.
Dall'altra c'è l'Unicef che, l'altro giorno, tramite il suo direttore generale Paolo Rozera ha fatto sapere, durante una contestatissima diretta Facebook, che l'organizzazione umanitaria non querelerà i Conticini. Alle 17.56 di domenica, però, i vertici dell'Unicef hanno deciso che era il momento della prova di forza. E hanno postato sulla pagina social questo messaggio: «Terremoto e tsunami in Indonesia, il bilancio delle vittime sale a 832, ma centinaia sono ancora i dispersi. Il governo indonesiano chiede aiuto all'Unicef per proteggere i bambini rimasti soli e per interventi di soccorso umanitario». La parte finale del messaggio è eloquente: «Anche tu puoi aiutare. Dona ora». In altre occasioni l'Unicef sarebbe stata inondata di complimenti. Questa volta, dopo il caso Conticini, la pagina Facebook è diventata bersaglio di pesanti messaggi di contestazione. Mirella Selmanaj, ad esempio, risponde: «Neanche per sogno». Pierdomenico Amico è molto esplicito: «Denunciate la presunta appropriazione, poi se ne parla». Michele Ballerini: «Avete realmente coraggio da vendere per chiedere donazioni ora».
Molti commenti, nel corso della giornata, però, spariscono. E quando qualcuno, come Paola Testa, ne chiede conto, Unicef risponde: «I commenti che non vedete sono di troll, gente che va in giro sui nostri post pubblicando volgarità e offese di vario tenore, e, in altri casi, di persone che ricevono risposte in modalità privata, in quanto intervengono fuori tema rispetto all'argomento. Sulla nostra pagina ci sono delle regole, e noi le facciamo rispettare. Tutto qui». Un modo abbastanza esplicito per dire: non accettiamo contestazioni. E così è sparito, ad esempio, un post che invitava l'Unicef a chiedere al parente di Renzi i fondi per l'aiuto all'Indonesia. Ma Paola Testa insiste. E chiede ancora: «Non è chiaro perché, se i 3,8 milioni costituiscono il corrispettivo di prestazioni effettuate, diciate di non sapere quale uso sia stato fatto delle somme». Unicef se ne esce con una novella: «Non dovrebbe esserti arduo capirlo con un esempio di vita quotidiana. Tu chiami un idraulico a fare un lavoro. Lo esegue e ti rilascia regolare fattura. Sei soddisfatta, lo chiami altre volte, a un certo punto però ti rendi conto che la qualità è calata sotto gli standard per te accettabili, lui ti rilascia lo stesso regolare fattura, ma decidi che non lo chiamerai più e la volta successiva cercherai un altro idraulico. A questo punto, pensi di avere motivi per accusarlo di furto? Pensi che una querela starebbe in piedi, visto che hai sempre ricevuto regolare fattura? Pensi che se lo denuncerai ne trarrai un risarcimento o più probabilmente una contro-denuncia per diffamazione?».
Unicef a questo punto introduce un nuovo tema: non querela per paura di una controdenuncia. Un altro tassello che mostra l'atteggiamento ambiguo mantenuto dell'organizzazione in questa vicenda è contenuto in una risposta, sprezzante, arrivata in privato a Patrizia Schizzerotto: «(...) secondo te Patrizia a una organizzazione Onu come Unicef (...) può minimamente interessare la sorte di questo o quel politico italiano?». E dopo aver tergiversato sui perché di una risposta copia e incolla inviata anche ad altri utenti, Unicef in conclusione conferma: «In questa vicenda siamo parte lesa». Proprio come sostiene la Procura di Firenze. Senza querela però. Meglio evitare che i Conticini se la prendano.
E Macron a Bologna ci spiega la solidarietà
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Le reazioni degli italiani sul Web alla nuova raccolta fondi sono feroci. E ai cittadini che chiedono lumi l'organizzazione risponde con fastidio.Il presidente francese invitato dalla Comunità di Sant'Egidio per un incontro sul dialogo fra culture.Lo speciale contiene due articoli.L'annuncio ufficiale dell'altro giorno avrà fatto tirare un sospiro di sollievo ai Conticini, ma sembra aver aperto una crepa profonda nell'autorevolezza dell'Unicef. Basta dare un'occhiata alla pagina Facebook di Unicef Italia e ai commenti degli utenti. Da una parte c'è la Procura di Firenze, che ipotizza un'appropriazione indebita, con 6,6 milioni di dollari (3,9 milioni di dollari sono dell'Unicef) destinati ad attività di assistenza di bambini africani che sarebbero transitati sui conti privati di Alessandro Conticini, fratello maggiore di uno dei cognati di Matteo Renzi, e utilizzati in gran parte per investimenti immobiliari e in misura minore per l'acquisto di quote di alcune società della famiglia Renzi. Dall'altra c'è l'Unicef che, l'altro giorno, tramite il suo direttore generale Paolo Rozera ha fatto sapere, durante una contestatissima diretta Facebook, che l'organizzazione umanitaria non querelerà i Conticini. Alle 17.56 di domenica, però, i vertici dell'Unicef hanno deciso che era il momento della prova di forza. E hanno postato sulla pagina social questo messaggio: «Terremoto e tsunami in Indonesia, il bilancio delle vittime sale a 832, ma centinaia sono ancora i dispersi. Il governo indonesiano chiede aiuto all'Unicef per proteggere i bambini rimasti soli e per interventi di soccorso umanitario». La parte finale del messaggio è eloquente: «Anche tu puoi aiutare. Dona ora». In altre occasioni l'Unicef sarebbe stata inondata di complimenti. Questa volta, dopo il caso Conticini, la pagina Facebook è diventata bersaglio di pesanti messaggi di contestazione. Mirella Selmanaj, ad esempio, risponde: «Neanche per sogno». Pierdomenico Amico è molto esplicito: «Denunciate la presunta appropriazione, poi se ne parla». Michele Ballerini: «Avete realmente coraggio da vendere per chiedere donazioni ora».Molti commenti, nel corso della giornata, però, spariscono. E quando qualcuno, come Paola Testa, ne chiede conto, Unicef risponde: «I commenti che non vedete sono di troll, gente che va in giro sui nostri post pubblicando volgarità e offese di vario tenore, e, in altri casi, di persone che ricevono risposte in modalità privata, in quanto intervengono fuori tema rispetto all'argomento. Sulla nostra pagina ci sono delle regole, e noi le facciamo rispettare. Tutto qui». Un modo abbastanza esplicito per dire: non accettiamo contestazioni. E così è sparito, ad esempio, un post che invitava l'Unicef a chiedere al parente di Renzi i fondi per l'aiuto all'Indonesia. Ma Paola Testa insiste. E chiede ancora: «Non è chiaro perché, se i 3,8 milioni costituiscono il corrispettivo di prestazioni effettuate, diciate di non sapere quale uso sia stato fatto delle somme». Unicef se ne esce con una novella: «Non dovrebbe esserti arduo capirlo con un esempio di vita quotidiana. Tu chiami un idraulico a fare un lavoro. Lo esegue e ti rilascia regolare fattura. Sei soddisfatta, lo chiami altre volte, a un certo punto però ti rendi conto che la qualità è calata sotto gli standard per te accettabili, lui ti rilascia lo stesso regolare fattura, ma decidi che non lo chiamerai più e la volta successiva cercherai un altro idraulico. A questo punto, pensi di avere motivi per accusarlo di furto? Pensi che una querela starebbe in piedi, visto che hai sempre ricevuto regolare fattura? Pensi che se lo denuncerai ne trarrai un risarcimento o più probabilmente una contro-denuncia per diffamazione?». Unicef a questo punto introduce un nuovo tema: non querela per paura di una controdenuncia. Un altro tassello che mostra l'atteggiamento ambiguo mantenuto dell'organizzazione in questa vicenda è contenuto in una risposta, sprezzante, arrivata in privato a Patrizia Schizzerotto: «(...) secondo te Patrizia a una organizzazione Onu come Unicef (...) può minimamente interessare la sorte di questo o quel politico italiano?». E dopo aver tergiversato sui perché di una risposta copia e incolla inviata anche ad altri utenti, Unicef in conclusione conferma: «In questa vicenda siamo parte lesa». Proprio come sostiene la Procura di Firenze. Senza querela però. Meglio evitare che i Conticini se la prendano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strage-in-indonesia-unicef-cerca-soldi-chiedete-a-conticini-2609330592.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-macron-a-bologna-ci-spiega-la-solidarieta" data-post-id="2609330592" data-published-at="1780834850" data-use-pagination="False"> E Macron a Bologna ci spiega la solidarietà Un bel selfie stretto tra un ex delinquente e un ragazzotto che fa il dito medio e, poi, tra due settimane, eccolo in Italia, pronto ad insegnarci come si fa accoglienza. Emmanuel Macron, il presidente francese che ha definito gli italiani «vomitevoli» e «cinici», che ha ingaggiato una sfida aperta con il ministro dell'Interno Matteo Salvini, quello che disprezza ma poi imita le politiche dell'Italia in materia d'immigrazione, sarà a Bologna il prossimo 14 ottobre. A fare cosa? La morale, comme d'habitude, salendo su un palco per insegnarci come si accoglie, come si integra, come si gettano ponti verso chi scappa dall'Africa. Quella che, due secoli fa, la Francia ha colonizzato. Chi lo ha invitato? Il fronte interno più attivo di opposizione alle politiche sull'immigrazione del ministro Salvini, quello che fa capo a papa Bergoglio e che schiera, dove può, uomini di fede e di politica. L'enfant prodige, infatti, aprirà insieme ad altri, la trentaduesima edizione dell'Incontro interreligioso per la pace organizzato dalla Comunità di Sant'Egidio che quest'anno si tiene a Bologna. Con il benestare dell'Arcivescovo del capoluogo emiliano, Matteo Zuppi, strettamente legato alla Comunità e per nulla nuovo a giudizi (esclusivamente critici) sulle politiche ministeriali del governo giallo blu, l'ultimo dei quali risale ad appena qualche giorno fa e riguarda, nemmeno a dirlo, il decreto Salvini. La manifestazione, quest'anno, porta il titolo «Ponti di Pace», e l'idea degli organizzatori è quella di rafforzare il concetto tanto caro a Bergoglio di «costruire un ponte che consenta ai profughi di fuggire dalle zone di guerra per arrivare a quei territori dove la pace è garantita dalla civiltà». A spiegare come dovrà essere questo ponte, sarà tra gli altri, Macron, primo della classe in accoglienza, ma presidente di un Paese con le frontiere chiuse ai profughi, che tre settimane fa ha sgomberato il campo di Dunkerque con 800 persone accampate in attesa di attraversare la Manica e che, dopo aver criticato l'Italia, ha detto no all'Aquarius, quando questa ha fatto rotta verso Marsiglia con il suo carico di sedicenti profughi. Comunque sia, in attesa di spiegare agli italiani come si apre il cuore al prossimo, per mantenere alta l'immagine del paladino dell'immigrazione il presidente francese, lo scorso weekend ha puntato sulle Antille francesi. Per celebrare l'anniversario del disastro provocato dagli uragani Irma e Maria, Macron ha fatto visita alle zone distrutte e ancora degradate. Nel quartiere di Saint-Martin ha incontrato i giovani del posto, con i quali ha scambiato calorosi saluti e scatti sorridenti. In uno di questi il presidente è immortalato stretto tra due baldi giovani del posto. Uno, abbracciando a torso nudo il presidente, ha messo in primo piano un bel dito medio, mentre il secondo pare abbia confessato al presidente di essere un ex ladro. Le immagini sono finite su Intstagram e i francesi, a quanto pare, non hanno apprezzato. Soprattutto per un fatto, accaduto lo scorso giugno. In una occasione ufficiale Macron aveva rigidamente ripreso un adolescente che, sporgendosi dalla folla e tendendogli la mano, lo aveva chiamato con il diminutivo, Manu. «Sei qui in una cerimonia ufficiale e ti comporti bene. Puoi fare l'imbecille quando vuoi ma oggi c'è la Marsigliese e tu mi chiami signor presidente della Repubblica», aveva detto invitando il giovane a «prendersi una laurea» prima di «fare la rivoluzione». Ma quel giovane era un semplice francese e a nulla poteva servire in termini di propaganda sull'immigrazione. Domenica scorsa, dalle Antille, infatti, i toni erano ben diversi. «Bisogna smettere di pensare che non ci sia nulla di buono da trarre dalla nostra gioventù solo perché è di un certo colore o ha fatto una stupidaggine», ha tentato di spiegare il presidente in una conferenza stampa organizzata dopo la pubblicazione delle foto, per rispondere a chi lo criticava. «Marine Le Pen non è con il popolo, l'estrema destra non è il popolo. Io sono il presidente e non lascerò il popolo a nessuno», ha aggiunto rispondendo alla leader di Rassemblement national, che si era detta indignata per le immagini.
Roberto Vannacci (Ansa)
«Quattro deputati entrano con noi e sposano il nostro progetto. Saranno Davide Bergamini, Attilio Pierro, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof. Con loro entra anche Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato».
I nuovi nomi sono stati presentati in una conferenza stampa a Viareggio (Lucca). Si tratta di cinque ex leghisti, due dei quali, Pierro e Bergamini, passati già in Forza Italia dopo l’addio al Carroccio a Montecitorio. «Il 6 giugno ricorre lo sbarco in Normandia, oggi celebriamo lo sbarco in Futuro nazionale. Sono persone che vivono i territori, amministratori locali che hanno un seguito», fa notare il generale, evidenziando che si tratta di nomi che portano voti e consensi. Quindi comincia a farsi i conti. «Non facciamo la questua. Sono loro stessi che si sono rivolti a noi, perché credono nel progetto. E ci raggiungono per portare avanti quella che è la novità politica degli ultimi 15 anni in Italia». La conferenza stampa diventa occasione anche per entrare nel merito del dibattito politico del momento: «Fn vuole portare la proposta di una nuova legge elettorale e si batte perché torni a dare dignità ai cittadini sui territori, torni cioè a includere le preferenze».
L’ingresso che fa più clamore forse è quello di Rinaldi, economista, euroscettico, nei mesi scorsi la Lega lo aveva immaginato candidato sindaco di Roma. «Non aderisco a Futuro nazionale perché ho cambiato idea», ha spiegato, «ma perché trovo oggi una realtà politica nella quale continuare a riconoscermi. Le idee che difendevo ieri sono le stesse che continuo a difendere oggi e che difenderò domani. Idee che da anni sintetizzo nello slogan “Riprendiamoci le chiavi di casa”». Rinaldi, europarlamentare leghista dal 2019 al 2024, denuncia un «vuoto di rappresentanza», in cui va letto «il successo crescente di Fn». L’economista, quindi, rimarca: «In questa scelta ha avuto un ruolo importante anche la figura di Vannacci. Lo conosco da tempo e ne ho sempre apprezzato una qualità che considero rara e preziosa: la coerenza».
Domenico Furgiuele, che era entrato nella Lega nel 2014, è uno dei membri più noti del neopartito e in un lungo post sui social ha spiegato le ragioni della sua scelta. «Non è una decisione improvvisa. È una scelta meditata, rinviata più volte. Ho cercato motivi per restare, ma non ne ho trovati». E poi: «Scelgo ancora una volta la trincea e il generale Vannacci». Pierro, dopo «12 anni di militanza nella Lega», dice di aver «scelto la coerenza».
Al di là dei proclami, sono i numeri quelli che contano e che in questo momento continuano a crescere e a tenere il centrodestra in allerta e non solo in ottica elettorale, ma anche per la fine della legislatura. Infatti più passa il tempo e più cresce il peso dei vannacciani, fuori e dentro i palazzi. Pierro e Bergamini, sono in forza alla Camera, ma ci sarebbero anche i senatori leghisti Manfredi Potenti ed Elena Murelli a essere considerati sempre più vicini al reclutamento. E si sa, in Senato, bastano pochi voti per spostare tutto. Vannacci poi sfida Marina Berlusconi: «Mi può stare simpaticissima, ma non capisco perché parli a nome di Fi quando non svolge un ruolo politico». In serata viene fatta trapelare la replica della figlia del Cav. Fi non avrebbe alcun rammarico per i due deputati uscenti. Si tratterebbe di un errore del passato, che ha portato dentro al partito esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Nicola Fratoianni durante la manifestazione organizzata dalla Cgil per le strade di Amendolara marina dopo l'omicidio di 4 braccianti - tre afghani e un pachistano - avvenuto lunedì scorso (Ansa)
Pakistane e afghane le vittime, pakistani i caporali (meglio dire gli assassini), italianissime le code di paglia che reggono lo striscione del giorno: «Mai più. Chi reclama i propri diritti non può finire così».
Giusto, ci mancherebbe. Ma sarà il ventesimo «mai più» dell’ultimo decennio, dai tempi del ministro e sottosegretario Teresa Bellanova (governi Renzi e Conte 2) e Nunzia Catalfo (governo Conte 2) che dicevano: «Il contrasto al caporalato è una priorità sociale». La rete criminale non è invisibile, è qualcosa di evidente e squallido, è uno schiaffo quotidiano alla dignità del lavoro e non può diventare - con la magia di un transformer - «indignazione» e «manifestazione» solo in presenza dei cadaveri. Con il rischio scontato di ammainare le coscienze una volta ammainate le bandiere.
Quelle rosse sventolano attorno a Landini, Schlein, Nicola Fratoianni (Avs), Pasquale Tridico in rappresentanza del Movimento 5 stelle, con il consueto contorno di associazioni come Libera e Anpi. Non manca nessuno, a sinistra si marcano a uomo. E il campo largo è senza dubbio più comodo di un campo di fragole e di ortaggi a tre euro in nero all’ora. «I lavoratori invisibili, le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura, necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie», tuona Landini come se fosse arrivato da Marte. E ancora: «Serve una rivolta morale»
Dov’era fino a ieri il segretario della Cgil, vale a dire il più importante difensore dei lavoratori? A occuparsi di pro Pal, di diritti Lgbtq+, di droni russi; a organizzare «la rivolta sociale» contro il governo, a dare a Giorgia Meloni della «cortigiana di Trump» in Tv. Per questo, pronunciate alla stazione di servizio Ip (luogo della strage) davanti ai 5.000 fedelissimi calati su Amendolara, le sue parole stridono. Lui si chiama fuori: «Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema». Dicano, gli altri. Sembra che la cosa non lo riguardi.
Ad ascoltarlo in prima fila c’è Elly Schlein, segretaria di un partito che nei dieci anni al governo non ha fatto nulla per arginare il fenomeno, se non moltiplicarlo con i porti aperti e l’accoglienza diffusa, autentiche fabbriche di disperati destinati alla schiavitù del lavoro clandestino. Lady Pd punta direttamente sulle aziende: «Non si può solo parlare di caporalato ma di padronato. Allora bisogna prevedere il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime del caporalato». Qualcuno dovrebbe spiegarle che alcune inchieste sono arrivate fino alle cooperative, alle società di accoglienza, a opache associazioni-carrozzone specializzate nel drenare fondi pubblici, a chi campa sul business del migrante. Il dramma riguarda tutti, anche chi ha aperto le porte del Parlamento ad Aboubakar Soumahoro con gli stivali infangati e le Vuitton della moglie.
Non basta. Bisogna allargare l’orizzonte a livello nazionale per vedere i danni del grande abbraccio all’immigrazione voluto dalla sinistra con la benedizione della Chiesa. Landini, Schlein, Fratoianni, Conte: quando la maestra spiegava la legge di «causa ed effetto» avevano tutti la varicella. Importare disperati senza regole e fingere di non vedere che sono destinati alla schiavitù 2.0 è colpevole. Chi è fortunato finisce per pedalare sulle rotaie del tram a Milano con la borsa frigo sulla schiena per portare gli «udon con verdure e gamberi» ai fighetti radical che si puliscono la coscienza col «restiamo umani». Chi è meno fortunato viene intruppato nei maranza. Chi non ha neppure la forza di delinquere si ferma a raccogliere arance e ortaggi a tre euro al giorno, sempre che il caporale pakistano sia di buon umore.
Nessuno può impartire lezioni ad Amendolara, neppure nel giorno del lutto. Forse l’unico è don Giacomo Panizza che da anni con «Progetto Sud» si impegna a umanizzare il lavoro nella piana di Sibari. E oggi dice: «La manifestazione non basta. C’è bisogno di tutela dei diritti umani, di solidarietà sociale, di coesione territoriale e di contrasto allo sfruttamento. La vera domanda è un’altra: vogliamo occuparci di sfruttamento lavorativo soltanto quando produce morti oppure vogliamo costruire sistemi capaci di intercettarlo, contrastarlo e proteggere le persone prima? Una strage non nasce il giorno della strage».
«Basta morti e clandestinità», scandiscono i manifestanti. Slogan, solo vecchi slogan senza vergogna. Come «Abbraccia un cinese» prima della strage pandemica, come «abbraccia una nutria» prima della devastante alluvione in Emilia Romagna. Senza dimenticare un dettaglio: il progressista immacolato che oggi piange le quattro vittime arrivate dal mare, un mese fa ha applaudito alla grazia del Quirinale allo scafista Alaa Faraj, condannato a 30 anni per la morte di 49 persone trovate morte nella stiva. Il solito corto circuito dei buoni per decreto, che non s’accorgono di camminare - senza gli stivali di Soumahoro - dentro la palude.
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Ansa
La vittima, dopo una lite avvenuta circa mezz’ora prima, è stata colpita con coltelli o cocci di bottiglia almeno una trentina di volte. Lo si legge nel decreto di fermo emesso nei confronti di uno degli indagati, un giovane peruviano, dal pm Elio Ramondini che coordina le indagini sul delitto. Il decreto di fermo di indiziato di delitto emesso dalla Procura riguarda anche un secondo indagato, un ventunenne argentino, che al momento risulta irreperibile. Sono in corso le ricerche della polizia per rintracciarlo. Dalle prime informazioni la persona ricercata si troverebbe all’estero. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni. Complessivamente gli indagati identificati sono 8, tutti residenti a Milano o in comuni limitrofi, mentre per le altre 9 persone gli investigatori sono al lavoro per ricostruire la loro identità. Oltre al fermo sono state effettuate anche 7 perquisizioni.
Tra gli indagati c’è anche un giovare trapper, che è stato riconosciuto da alcuni testimoni che si trovavano alla stazione Milano Certosa la sera dell’omicidio. Si tratta di Oma Jair Rey Cordova, 20 anni, popolare sui social come Reyomar su Tiktok e Yo-Rey su Instagram oppure come Reystreetbandana con oltre 10.000 follower. Il ragazzo, raccontano i video delle telecamere, è stato ripreso oltre che notato da persone che hanno assistito in parte all’aggressione.
Dopo un diverbio con la vittima, suo fratello e un amico avvenuto alle 21.50 nel sottopasso e fuori dalla stazione, i 17 complici, che si definivano appartenenti ai Latin King, nome che evoca le gang sudamericane che controllano interi pezzi delle periferie degradate delle metropoli americane, avrebbero messo in atto una «azione preordinata dell’intero gruppo», muovendosi «in modo unitario e compatto».
Secondo la ricostruzione della Procura, che come detto contesta la premeditazione, il gruppo degli aggressori, dopo aver rincorso la vittima, il fratello e un amico «urlando in lingua spagnola “fermatevi, figli di puttana, stronzi”», ha iniziato a lanciare «sassi, bottiglie e coltelli» facendo cadere a terra il ventiduenne, sul quale si sono accaniti «accoltellandolo circa una trentina di volte». Successivamente il giovane ucciso sarebbe stato trascinato e scaraventato «nell’intercapedine esistente tra la sponda dei binari ferroviari e la parete di cinta della stazione ferroviaria».
Lo scenario ricostruito dagli inquirenti si basa il larga misura sulla testimonianza del fratello della vittima il quale dal «suo nascondiglio, attratto dalle urla del fratello aggredito, vedeva a pochi metri di distanza che il gruppo aveva raggiunto» Gianluca «facendolo cadere in avanti e circondandolo, colpendolo con pietre, coltelli e cocci di bottiglie, e dopo che si era girato dalla posizione prona a quella supina, attingendolo ulteriormente con fendenti al tronco ed agli arti superiori e inferiori e, alla fine dell’aggressione, trascinandolo per alcuni metri per buttarlo all’interno di una stretta e profonda intercapedine».
Inquirenti e investigatori stanno cercando di far luce sui motivi che hanno scatenato la furia omicida. Il dato da cui partono è il fatto che durante il diverbio tra due gruppi, gli aggressori, come detto, si sarebbero accreditati come componenti dei Latin King. Sulla loro appartenenza alla pandillas sono in corso approfondimenti.
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