True
2021-12-13
Strade piene negozi vuoti
Restrizioni, inflazione, paura dei rincari delle bollette e non ultimo il fattore concorrenza dei giganti del Web rischiano di affossare anche questo Natale. Con la vaccinazione su larga scala, gli operatori del commercio speravano di recuperare un periodo festivo di normalità nella ripresa dei consumi. Invece con l’Immacolata siamo entrati nel momento clou delle feste e i negozi sono ancora vuoti. Per le strade delle grandi città, con festoni e luminarie ridotte all’osso, le persone guardano le vetrine ma tirano dritto. Nelle località d’arte come Roma, Firenze, Venezia, si sente la mancanza del turismo che di solito rappresenta circa il 50% dei clienti.
La recrudescenza del contagio oltre frontiera ma anche il timore di nuove restrizioni e il caos del super green pass - che esclude da una serie di attività chi ha il semplice tampone e gli immunizzati con vaccini non riconosciuti dall’Ema - hanno indotto i turisti più motivati a non spostarsi, a congelare le prenotazioni o a guardare ad altre mete.
Anche i tradizionali mercatini piangono. In tante città le autorità stanno pensando a regolamentare i flussi dei curiosi, con la creazione di speciali corridoi per non creare assembramenti. A Roma è stata estesa per tutte le feste la Ztl, ovvero la zona con circolazione del traffico limitata, anche nei fine settimana. L’Ufficio studi di Confcommercio stima che la spesa per i regali natalizi si attesterà a circa 6,9 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi dello scorso anno caratterizzato dal lockdown e ancora inferiore rispetto al 2019 pre-Covid. I consumi complessivi di dicembre (compresi affitti, utenze, servizi) sono stimati in 110 miliardi di euro, valore inferiore di 10 miliardi a quanto speso nel 2019. La ripresa che ci si aspettava per quest’anno, quindi, non ci sarà.
Nel periodo natalizio si concentra l’11,6% delle spese degli italiani per l’abbigliamento, il 13% di quelle relative agli elettrodomestici, il 12,3% per informatica e tlc. Novembre e dicembre sono pertanto mesi cruciali per il commercio. La quota di tredicesima tradizionalmente destinata alla spesa per i regali si confermerà intorno ai 160 euro pro capite, sostanzialmente in linea con l’anno scorso quando l’Italia era sotto il secondo lockdown. Per il lavoro autonomo, complessivamente la spesa media per famiglia a dicembre -inclusi affitti, bollette e utenze - si posiziona a 1.645 euro, lo 0,5% in più rispetto all’anno scorso, ma ancora molto al di sotto rispetto al 2019 (7,5%).
Secondo Assoutenti il crollo degli acquisti sarà pari in media a 230 euro a famiglia e una contrazione di spesa per complessivi 4,6 miliardi. Si stima un taglio delle spese legate a viaggi e vacanze di fine anno del 25% sul 2019 e minori consumi per 3,25 miliardi. Mentre nel 2019 sono andati in regali circa 169 euro pro capite, con un giro d’affari di circa 9 miliardi di euro, quest’anno ci saranno minori consumi per circa 1 miliardo con una contrazione del 12% rispetto al pre Covid.
Passeggiare tra le vetrine e fare acquisti non è più una consuetudine di massa, osteggiata da diversi fattori. «Allora meglio sedersi su un divano e sfogliare le piattaforme dei colossi del Web e affidarsi ad Amazon nella scelta dei regali», commenta ironico Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma. Le stime dell’associazione rilevano che il 40% degli acquisti natalizi si farà online. Anzi, si sono già fatti. Il Black Friday ha bruciato la tradizione della passeggiata tra i negozi. «Il venerdì delle grandi offerte a cui è seguito il Cyber Monday ha esteso a oltre una settimana i grandi sconti e gran parte degli acquisti vengono fatti online», commenta Guasco.
Patrizio Bertin, presidente veneto di Confcommercio, si scaglia contro questa moda: «Otto anni fa era il venerdì, aveva regole precise, poi tutto è degenerato e i giorni di sconto sono diventati due, tre, una settimana, in alcuni casi quasi un mese. Vendere sempre in sconto nel mezzo della stagione non ha alcun senso. Un negozio non può vivere di sconti». Il Politecnico di Milano, che ha studiato il fenomeno dell’e-commerce, ha rilevato che tra il 2010 e il 2021 sono quintuplicate le spese attraverso il Web da 8 miliardi a quasi 40 miliardi. Nello stesso periodo i consumi complessivi sono scesi. Quindi si vede perfettamente la divaricazione tra commercio elettronico e tradizionale.
Dai dati Istat di ottobre sulle vendite emerge che rispetto a ottobre 2020 c’è una crescita per la grande distribuzione (+2,7%) e per i negozi (+5,8%) mentre si registra un calo del 3,7% per il commercio elettronico. Questo ha indotto molti a tirare un sospiro di sollievo e a commentare lo scampato pericolo per i negozi. Ma Guasco spiega che il ridimensionamento è apparente: «Il 2020 è stato un anno eccezionale con un boom di acquisti online dovuto alle chiusure. Se si considera l’andamento pluriennale, l’e-commerce non scende in termini assoluti. C’è una normalizzazione che è ancora più preoccupante perché significa un radicamento delle abitudini. Quando la situazione migliorerà, difficilmente si tornerà indietro per quei prodotti che prima erano acquistati nei punti fisici».
Secondo l’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm-Politecnico di Milano, tra Black Friday e Cyber Monday l’incremento delle vendite online è stimato in crescita del 21% (per un totale di 1,8 miliardi) rispetto al 2020, che è stato l’anno delle chiusure. Coldiretti prevede che oltre un italiano su due, il 54%, si rivolgerà al Web per i regali di Natale. Quindi gli acquisti online da condizione forzata dalle chiusure della pandemia, sono diventati un’abitudine radicata favorita, come commenta Coldiretti, anche dalle varie misure di restrizione decise dal governo per limitare la diffusione del contagio, dalle mascherine obbligatorie al contingentamento nei centri storici. Le piattaforme Web sono preferite non solo per i prodotti tecnologici. Il negozio è tradito a Natale anche per panettoni e spumanti. Quale è la soluzione per i negozi? Confcommercio indica la direzione: «Non c’è un piano B. Chi vuole stare sul mercato deve avere un’omnicanalità. Bisogna partecipare a questa agguerrita competizione».
«La gente chiusa a fare acquisti da casa»
«Ci avevano detto che questa doveva essere la fase due, nella quale avremmo dovuto convivere con il virus, la fase successiva alla vaccinazione. Invece si continuano a lanciare messaggi allarmistici come se gli immunizzati fossero ancora pochi e le terapie intensive degli ospedali intasate. È evidente che in questa situazione di incertezza le persone si muovono meno, riducono le passeggiate per lo shopping, preferendo acquistare da casa sul Web». È un grido di allarme quello di Massimo Bertoni, presidente di Federmoda Roma. E punta il dito contro il nemico numero uno del commercio: «Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i big tech, i colossi delle vendite online, che peraltro non pagano nemmeno le tasse nei Paesi dove vendono».
In che modo si favoriscono i giganti dell’e-commerce?
«Le persone sono spaventate. Si paventano cambi di colore, nuove restrizioni. A questo si aggiunge che a Roma è stato introdotto, oltre all’obbligo della mascherina nelle strade dello shopping, anche il traffico limitato nel fine settimana. Un ulteriore disincentivo a uscire per fare gli acquisti natalizi. Il risultato è che la famiglia si accomoda sul divano e lì compra i regali».
Il Black Friday non vi ha dato una mano?
«Tutt’altro. Ha indotto i consumatori ad anticipare gli acquisti depotenziando lo shopping nelle settimane precedenti il Natale. E poi gli acquisti sono stati soprattutto online. Si sta sommando un insieme di fattori che penalizzano i negozi fisici nella totale indifferenza delle autorità. Nessuno si rende conto che il centro storico della capitale si sta desertificando e se i negozi chiudono la città sprofonda nel degrado. Vuole la mia esperienza?»
Sì, ci dica.
«Ho un negozio in via Nazionale che un tempo era considerata una strada dello shopping di lusso. Ora invece non è stata nemmeno inserita nell’elenco delle aree dove è obbligatorio l’uso della mascherina. Questo vuol dire che non si prevede un particolare flusso di persone per gli acquisti. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto di essere accompagnati alla loro auto da un commesso perché in orario di chiusura avevano paura a camminare nella strada deserta. I barboni si accampano davanti ai negozi chiusi per fine attività. Ecco come è ridotta Roma».
In tutto questo cosa fanno le istituzioni?
«Invece di rilanciare i consumi, seminano la paura tra le persone, le invitano a ridurre al massimo gli spostamenti e, nel caso della capitale, estendono la limitazione del traffico anche ai fine settimana».
I romani sono ottimisti o pessimisti per il Natale?
«In base a un recente report dell’Osservatorio economico di Confcommercio Roma, il 58% dei cittadini teme nuove chiusure e restrizioni o che il Lazio torni in zona gialla nel periodo delle festività. Il 10% dà una valutazione negativa del green pass come strumento per contenere la pandemia e solo il 60% ritiene che contribuirà in modo decisivo a vivere le festività in maniera più libera rispetto a quelle del 2020. Poi c’è un 83,9% che teme l’aumento dei prezzi e ritiene più prudente non esporsi con le spese natalizie, rinviando quelle necessarie a tempi migliori. Il 97% spenderà per i regali meno di 300 euro. La media sarà di circa 150 euro. Infine c’è il boom dell’e-commerce. Il 64,3% ha dichiarato che acquisterà i regali sul Web. Solo il 19,3% tornerà a fare shopping nei negozi. C’è un 25% che non acquisterà doni».
Quali sono le motivazioni degli acquisti online, perché si preferiscono ai negozi?
«Le ragioni prevalenti sono i prezzi più bassi e il risparmio di tempo per il 38,7% e il 32,1%. C’è un 13% che ha paura del contagio. Per concludere, servirebbe una politica per incentivare i consumi nei negozi fisici».
Non pesa anche la mancanza di turisti?
«Certo. Roma è una città che vive di turismo e con la pandemia gli arrivi sono crollati. Ma nella normalità, al turista vanno offerte oltre alle meraviglie storico artistiche, anche piacevoli strade per lo shopping. Invece le belle vetrine stanno scomparendo. In questi anni di pandemia, hanno chiuso circa 3.000 negozi solo nel centro storico. Alcuni di lunga tradizione. Al loro posto botteghe di souvenir e paccottiglia».
Milano punta al pareggio con il 2019
«Contiamo di pareggiare la situazione con quella del 2019 e rispetto al 2020 abbiamo registrato un aumento del 15%». La situazione delle vendite natalizie a Milano nel Black Friday, secondo quanto riferisce il presidente rete associativa vie Confcommercio Milano, Gabriel Meghnagi, è in ripresa. Milano però è un caso in controtendenza. Non è legata più di tanto all’andamento del turismo e vive soprattutto di presenze business. Le vendite sono uno degli aspetti della ripresa di questa città che si conferma un traino dell’economia nazionale. Anche se l’uscita dal tunnel è ancora lontana. «È evidente che se continuano gli allarmi sull’aumento delle bollette, con quelle elettriche che dovrebbero addirittura triplicare, i consumi potrebbero ridursi. L’economia si nutre di ottimismo e fiducia ed è ciò che dobbiamo trasmettere in questo momento».
Gli acquisti, dice Meghnagi, «sono andati bene. La voglia di comprare c’è e le maggiori vendite si registrano nell’abbigliamento donna. Sono andate benissimo le vie principali dello shopping a Milano e anche Monza». Gli acquisti online sono in crescita ma, osserva Meghnagi, riguardano soprattutto i prodotti tecnologici e i libri. «Le librerie sono sparite a Milano e il Web propone soluzioni di prezzo vantaggiose. Lo stesso si può dire per la tecnologia. Quanto all’abbigliamento la preferenza resta per il negozio fisico, dove si possono misurare i capi e c’è il commesso che dà un consiglio».
L’ufficio studi di Confcommercio di Milano, Lodi, Monza e Brianza, ha stimato che con la tredicesima si spenderanno 3,436 miliardi di euro, in crescita del 6,7% (5,4% al netto dell’inflazione) rispetto al 2020 ma in calo del 10% in confronto con il 2019. Nella destinazione delle risorse è ancora elevato (13,9%) il livello della propensione al risparmio: sceso rispetto al 2020 (era 15,8%), ma ampiamente superiore rispetto al 2019 (8,3%). «C’è ancora un atteggiamento di prudenza legato al timore di una recrudescenza della pandemia e per l’andamento dell’economia a causa dell’inflazione», commenta Meghnagi. C’è un aumento del 15,1% nell’acquisto di beni rispetto al 2019, ma c’è ancora distanza dai livelli di fatturato pre-Covid per turismo, ristorazione, spettacoli, concerti e manifestazioni.
Gli acquisti natalizi si concentrano sul settore tecnologico (smartphone, tablet, pc) con 119 milioni di euro e un +24,5% rispetto al 2019. In crescita anche abbigliamento e calzature (327 milioni di euro, + 22,3%). Protagonisti nel carrello natalizio anche giocattoli e articoli sportivi con una stima di spesa di 55 milioni di euro, in aumento del 9,5%. I regali nell’alimentare si attestano sui 241 milioni, in crescita del 6,3% sul 2019.
Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, spiega che dalla fotografia dell’ufficio studi «emerge una ripresa nell’acquisto di beni e nella propensione generale alla spesa con le risorse della tredicesima, ma anche la difficoltà di comparti duramente colpiti dalla pandemia, in particolare il turismo, nel ritrovare i livelli di fatturato pre-Covid. Le imprese non possono più permettersi il ritorno a situazioni di lockdown e chiusure».
Continua a leggereRiduci
Previsioni nere per il commercio, ripresa zero rispetto al flop del 2020. Invece che strumento per garantire le aperture, il green pass si sta rivelando il grande nemico degli esercenti.«La gente chiusa a fare acquisti da casa». Il presidente di Federmoda Roma Massimo Bertoni: «Altro che normalità, arrivano soltanto messaggi allarmistici e l’incertezza regna sovrana. Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i colossi delle vendite online. Che poi non pagano nemmeno le tasse qui».Milano punta al pareggio con il 2019. Bene l’abbigliamento ma le associazioni dei venditori sono contente soltanto in parte: «Nella città della moda viviamo delle presenze d’affari che non sono ancora ripartite».Lo speciale comprende due articoli.Restrizioni, inflazione, paura dei rincari delle bollette e non ultimo il fattore concorrenza dei giganti del Web rischiano di affossare anche questo Natale. Con la vaccinazione su larga scala, gli operatori del commercio speravano di recuperare un periodo festivo di normalità nella ripresa dei consumi. Invece con l’Immacolata siamo entrati nel momento clou delle feste e i negozi sono ancora vuoti. Per le strade delle grandi città, con festoni e luminarie ridotte all’osso, le persone guardano le vetrine ma tirano dritto. Nelle località d’arte come Roma, Firenze, Venezia, si sente la mancanza del turismo che di solito rappresenta circa il 50% dei clienti. La recrudescenza del contagio oltre frontiera ma anche il timore di nuove restrizioni e il caos del super green pass - che esclude da una serie di attività chi ha il semplice tampone e gli immunizzati con vaccini non riconosciuti dall’Ema - hanno indotto i turisti più motivati a non spostarsi, a congelare le prenotazioni o a guardare ad altre mete. Anche i tradizionali mercatini piangono. In tante città le autorità stanno pensando a regolamentare i flussi dei curiosi, con la creazione di speciali corridoi per non creare assembramenti. A Roma è stata estesa per tutte le feste la Ztl, ovvero la zona con circolazione del traffico limitata, anche nei fine settimana. L’Ufficio studi di Confcommercio stima che la spesa per i regali natalizi si attesterà a circa 6,9 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi dello scorso anno caratterizzato dal lockdown e ancora inferiore rispetto al 2019 pre-Covid. I consumi complessivi di dicembre (compresi affitti, utenze, servizi) sono stimati in 110 miliardi di euro, valore inferiore di 10 miliardi a quanto speso nel 2019. La ripresa che ci si aspettava per quest’anno, quindi, non ci sarà.Nel periodo natalizio si concentra l’11,6% delle spese degli italiani per l’abbigliamento, il 13% di quelle relative agli elettrodomestici, il 12,3% per informatica e tlc. Novembre e dicembre sono pertanto mesi cruciali per il commercio. La quota di tredicesima tradizionalmente destinata alla spesa per i regali si confermerà intorno ai 160 euro pro capite, sostanzialmente in linea con l’anno scorso quando l’Italia era sotto il secondo lockdown. Per il lavoro autonomo, complessivamente la spesa media per famiglia a dicembre -inclusi affitti, bollette e utenze - si posiziona a 1.645 euro, lo 0,5% in più rispetto all’anno scorso, ma ancora molto al di sotto rispetto al 2019 (7,5%).Secondo Assoutenti il crollo degli acquisti sarà pari in media a 230 euro a famiglia e una contrazione di spesa per complessivi 4,6 miliardi. Si stima un taglio delle spese legate a viaggi e vacanze di fine anno del 25% sul 2019 e minori consumi per 3,25 miliardi. Mentre nel 2019 sono andati in regali circa 169 euro pro capite, con un giro d’affari di circa 9 miliardi di euro, quest’anno ci saranno minori consumi per circa 1 miliardo con una contrazione del 12% rispetto al pre Covid.Passeggiare tra le vetrine e fare acquisti non è più una consuetudine di massa, osteggiata da diversi fattori. «Allora meglio sedersi su un divano e sfogliare le piattaforme dei colossi del Web e affidarsi ad Amazon nella scelta dei regali», commenta ironico Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma. Le stime dell’associazione rilevano che il 40% degli acquisti natalizi si farà online. Anzi, si sono già fatti. Il Black Friday ha bruciato la tradizione della passeggiata tra i negozi. «Il venerdì delle grandi offerte a cui è seguito il Cyber Monday ha esteso a oltre una settimana i grandi sconti e gran parte degli acquisti vengono fatti online», commenta Guasco. Patrizio Bertin, presidente veneto di Confcommercio, si scaglia contro questa moda: «Otto anni fa era il venerdì, aveva regole precise, poi tutto è degenerato e i giorni di sconto sono diventati due, tre, una settimana, in alcuni casi quasi un mese. Vendere sempre in sconto nel mezzo della stagione non ha alcun senso. Un negozio non può vivere di sconti». Il Politecnico di Milano, che ha studiato il fenomeno dell’e-commerce, ha rilevato che tra il 2010 e il 2021 sono quintuplicate le spese attraverso il Web da 8 miliardi a quasi 40 miliardi. Nello stesso periodo i consumi complessivi sono scesi. Quindi si vede perfettamente la divaricazione tra commercio elettronico e tradizionale. Dai dati Istat di ottobre sulle vendite emerge che rispetto a ottobre 2020 c’è una crescita per la grande distribuzione (+2,7%) e per i negozi (+5,8%) mentre si registra un calo del 3,7% per il commercio elettronico. Questo ha indotto molti a tirare un sospiro di sollievo e a commentare lo scampato pericolo per i negozi. Ma Guasco spiega che il ridimensionamento è apparente: «Il 2020 è stato un anno eccezionale con un boom di acquisti online dovuto alle chiusure. Se si considera l’andamento pluriennale, l’e-commerce non scende in termini assoluti. C’è una normalizzazione che è ancora più preoccupante perché significa un radicamento delle abitudini. Quando la situazione migliorerà, difficilmente si tornerà indietro per quei prodotti che prima erano acquistati nei punti fisici».Secondo l’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm-Politecnico di Milano, tra Black Friday e Cyber Monday l’incremento delle vendite online è stimato in crescita del 21% (per un totale di 1,8 miliardi) rispetto al 2020, che è stato l’anno delle chiusure. Coldiretti prevede che oltre un italiano su due, il 54%, si rivolgerà al Web per i regali di Natale. Quindi gli acquisti online da condizione forzata dalle chiusure della pandemia, sono diventati un’abitudine radicata favorita, come commenta Coldiretti, anche dalle varie misure di restrizione decise dal governo per limitare la diffusione del contagio, dalle mascherine obbligatorie al contingentamento nei centri storici. Le piattaforme Web sono preferite non solo per i prodotti tecnologici. Il negozio è tradito a Natale anche per panettoni e spumanti. Quale è la soluzione per i negozi? Confcommercio indica la direzione: «Non c’è un piano B. Chi vuole stare sul mercato deve avere un’omnicanalità. Bisogna partecipare a questa agguerrita competizione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strade-piene-negozi-vuoti-2656006798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-gente-chiusa-a-fare-acquisti-da-casa" data-post-id="2656006798" data-published-at="1639344075" data-use-pagination="False"> «La gente chiusa a fare acquisti da casa» «Ci avevano detto che questa doveva essere la fase due, nella quale avremmo dovuto convivere con il virus, la fase successiva alla vaccinazione. Invece si continuano a lanciare messaggi allarmistici come se gli immunizzati fossero ancora pochi e le terapie intensive degli ospedali intasate. È evidente che in questa situazione di incertezza le persone si muovono meno, riducono le passeggiate per lo shopping, preferendo acquistare da casa sul Web». È un grido di allarme quello di Massimo Bertoni, presidente di Federmoda Roma. E punta il dito contro il nemico numero uno del commercio: «Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i big tech, i colossi delle vendite online, che peraltro non pagano nemmeno le tasse nei Paesi dove vendono». In che modo si favoriscono i giganti dell’e-commerce? «Le persone sono spaventate. Si paventano cambi di colore, nuove restrizioni. A questo si aggiunge che a Roma è stato introdotto, oltre all’obbligo della mascherina nelle strade dello shopping, anche il traffico limitato nel fine settimana. Un ulteriore disincentivo a uscire per fare gli acquisti natalizi. Il risultato è che la famiglia si accomoda sul divano e lì compra i regali». Il Black Friday non vi ha dato una mano? «Tutt’altro. Ha indotto i consumatori ad anticipare gli acquisti depotenziando lo shopping nelle settimane precedenti il Natale. E poi gli acquisti sono stati soprattutto online. Si sta sommando un insieme di fattori che penalizzano i negozi fisici nella totale indifferenza delle autorità. Nessuno si rende conto che il centro storico della capitale si sta desertificando e se i negozi chiudono la città sprofonda nel degrado. Vuole la mia esperienza?» Sì, ci dica. «Ho un negozio in via Nazionale che un tempo era considerata una strada dello shopping di lusso. Ora invece non è stata nemmeno inserita nell’elenco delle aree dove è obbligatorio l’uso della mascherina. Questo vuol dire che non si prevede un particolare flusso di persone per gli acquisti. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto di essere accompagnati alla loro auto da un commesso perché in orario di chiusura avevano paura a camminare nella strada deserta. I barboni si accampano davanti ai negozi chiusi per fine attività. Ecco come è ridotta Roma». In tutto questo cosa fanno le istituzioni? «Invece di rilanciare i consumi, seminano la paura tra le persone, le invitano a ridurre al massimo gli spostamenti e, nel caso della capitale, estendono la limitazione del traffico anche ai fine settimana». I romani sono ottimisti o pessimisti per il Natale? «In base a un recente report dell’Osservatorio economico di Confcommercio Roma, il 58% dei cittadini teme nuove chiusure e restrizioni o che il Lazio torni in zona gialla nel periodo delle festività. Il 10% dà una valutazione negativa del green pass come strumento per contenere la pandemia e solo il 60% ritiene che contribuirà in modo decisivo a vivere le festività in maniera più libera rispetto a quelle del 2020. Poi c’è un 83,9% che teme l’aumento dei prezzi e ritiene più prudente non esporsi con le spese natalizie, rinviando quelle necessarie a tempi migliori. Il 97% spenderà per i regali meno di 300 euro. La media sarà di circa 150 euro. Infine c’è il boom dell’e-commerce. Il 64,3% ha dichiarato che acquisterà i regali sul Web. Solo il 19,3% tornerà a fare shopping nei negozi. C’è un 25% che non acquisterà doni». Quali sono le motivazioni degli acquisti online, perché si preferiscono ai negozi? «Le ragioni prevalenti sono i prezzi più bassi e il risparmio di tempo per il 38,7% e il 32,1%. C’è un 13% che ha paura del contagio. Per concludere, servirebbe una politica per incentivare i consumi nei negozi fisici». Non pesa anche la mancanza di turisti? «Certo. Roma è una città che vive di turismo e con la pandemia gli arrivi sono crollati. Ma nella normalità, al turista vanno offerte oltre alle meraviglie storico artistiche, anche piacevoli strade per lo shopping. Invece le belle vetrine stanno scomparendo. In questi anni di pandemia, hanno chiuso circa 3.000 negozi solo nel centro storico. Alcuni di lunga tradizione. Al loro posto botteghe di souvenir e paccottiglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strade-piene-negozi-vuoti-2656006798.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="milano-punta-al-pareggio-con-il-2019" data-post-id="2656006798" data-published-at="1639344075" data-use-pagination="False"> Milano punta al pareggio con il 2019 «Contiamo di pareggiare la situazione con quella del 2019 e rispetto al 2020 abbiamo registrato un aumento del 15%». La situazione delle vendite natalizie a Milano nel Black Friday, secondo quanto riferisce il presidente rete associativa vie Confcommercio Milano, Gabriel Meghnagi, è in ripresa. Milano però è un caso in controtendenza. Non è legata più di tanto all’andamento del turismo e vive soprattutto di presenze business. Le vendite sono uno degli aspetti della ripresa di questa città che si conferma un traino dell’economia nazionale. Anche se l’uscita dal tunnel è ancora lontana. «È evidente che se continuano gli allarmi sull’aumento delle bollette, con quelle elettriche che dovrebbero addirittura triplicare, i consumi potrebbero ridursi. L’economia si nutre di ottimismo e fiducia ed è ciò che dobbiamo trasmettere in questo momento». Gli acquisti, dice Meghnagi, «sono andati bene. La voglia di comprare c’è e le maggiori vendite si registrano nell’abbigliamento donna. Sono andate benissimo le vie principali dello shopping a Milano e anche Monza». Gli acquisti online sono in crescita ma, osserva Meghnagi, riguardano soprattutto i prodotti tecnologici e i libri. «Le librerie sono sparite a Milano e il Web propone soluzioni di prezzo vantaggiose. Lo stesso si può dire per la tecnologia. Quanto all’abbigliamento la preferenza resta per il negozio fisico, dove si possono misurare i capi e c’è il commesso che dà un consiglio». L’ufficio studi di Confcommercio di Milano, Lodi, Monza e Brianza, ha stimato che con la tredicesima si spenderanno 3,436 miliardi di euro, in crescita del 6,7% (5,4% al netto dell’inflazione) rispetto al 2020 ma in calo del 10% in confronto con il 2019. Nella destinazione delle risorse è ancora elevato (13,9%) il livello della propensione al risparmio: sceso rispetto al 2020 (era 15,8%), ma ampiamente superiore rispetto al 2019 (8,3%). «C’è ancora un atteggiamento di prudenza legato al timore di una recrudescenza della pandemia e per l’andamento dell’economia a causa dell’inflazione», commenta Meghnagi. C’è un aumento del 15,1% nell’acquisto di beni rispetto al 2019, ma c’è ancora distanza dai livelli di fatturato pre-Covid per turismo, ristorazione, spettacoli, concerti e manifestazioni. Gli acquisti natalizi si concentrano sul settore tecnologico (smartphone, tablet, pc) con 119 milioni di euro e un +24,5% rispetto al 2019. In crescita anche abbigliamento e calzature (327 milioni di euro, + 22,3%). Protagonisti nel carrello natalizio anche giocattoli e articoli sportivi con una stima di spesa di 55 milioni di euro, in aumento del 9,5%. I regali nell’alimentare si attestano sui 241 milioni, in crescita del 6,3% sul 2019. Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, spiega che dalla fotografia dell’ufficio studi «emerge una ripresa nell’acquisto di beni e nella propensione generale alla spesa con le risorse della tredicesima, ma anche la difficoltà di comparti duramente colpiti dalla pandemia, in particolare il turismo, nel ritrovare i livelli di fatturato pre-Covid. Le imprese non possono più permettersi il ritorno a situazioni di lockdown e chiusure».
Agra, Utar Pradesh, India, 1999 ©Steve McCurry
Chi di noi, almeno una volta, non si è imbattuto negli occhi grigio verdi di quella splendida bambina afghana che, a metà tra lo spaventato e l’attonito, guardano dritti qualcuno o qualcosa? L’immagine è iconica, talmente straordinario da guadagnarsi l’appellativo di Monna Lisa afghana e dal lontano 1985, quando fu scelta per la copertina del numero di giugno della nota rivista National Geographic, non solo è diventata una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta, ma anche lo scatto che ha regalato eterna notorietà al suo autore, il fotoreporter (anche se lui ama definirsi storyteller) statunitense Steve McCurry , dal 1986 membro della prestigiosa agenzia Magnum e autore di straordinari reportage in ogni parte del mondo, dall’India all’Afghanistan , dal Myanmar all’Africa, dalla Cina alla Cambogia, passando per Cuba, il Sud America e il Giappone.
Viaggi avventurosi, spesso pericolosi, fuori dalle rotte comuni, alla ricerca di realtà nascoste e di umanità dimenticate. Viaggi che documentano guerre e le loro tragiche conseguenze, che Mc Curry coglie nei volti tristi e disperati di bambini, donne e uomini, segnati nel corpo e nello spirito, esuli lontani dalle loro terre e relegati nei campi profughi ; ma anche viaggi che raccontano di luoghi remoti, di usi, costumi e tradizioni che il suo occhio attento ed esperto ha colto nella loro straordinaria bellezza di colori densi e accesi, che sembrano trasmettere suoni, odori e profumi. Scatti talmente perfetti da sembrare irreali ( e per questo criticati dai molti suoi detrattori, che lo accusano di fare un uso eccessivo della post produzione), così forti e potenti da arrivare immediatamente ai sensi di chi le osserva, che superano i confini geografici e sociali e vanno oltre le diverse etnie, le latitudini e le longitudini, per parlare un linguaggio universale, fatto non di parole ma di immagini.
Ad animare Mc Curry non è solo la passione smisurata per il proprio lavoro (che coincide con la sua stessa vita…), ma anche la speranza che i suoi lavori possano far prendere coscienza (e anche smuovere le coscienze..) del mondo in cui viviamo, della sua bellezza ma anche delle sue contraddizioni e dei suoi rapidi cambiamenti («… la fotografia, anche se piccola, può avere un ruolo importante nell’alzare l’attenzione e incoraggiare la riflessione…la mia speranza è quella che possa far risplendere una luce su chi siamo e approfondire la nostra conoscenza di un mondo in continuo cambiamento…», ha dichiarato in una recente intervista). Instancabile viaggiatore («Il solo fatto di viaggiare e conoscere culture diverse mi dà gioia e una carica inesauribile»), ogni sua avventura si è «tradotta » in libri, volumi, mostre allestite in ogni parte del globo, tantissime e seguitissime. E se anche, diciamolo, Mc Curry è ’ inflazionato, visto e stravisto, ogni sua mostra è un regalo agli occhi e al cuore. Proprio come la monografica allestita a Parma, nelle sale di Palazzo Pigorini, celebre per essere stato a residenza del poeta Angelo Mazza e dell’esploratore Vittorio Bottego ( che immagino avrebbe sicuramente apprezzato i lavori del reporter di Philadelphia…).
La Mostra
Curata da Biba Giacchetti, esperta conoscitrice dei lavori di McCurry, il percorso espositivo è un’alternanza di immagini iconiche (in primis, la già citata Afghan Girl ) e di scatti meno visti, di foto che incantono ( come lo straordinario Tāj Maḥal riflesso nel’acqua) e di scene che impressionano e fanno riflettere ( come il bambino peruviano che piange mentre si punta il revolver alla tempia). Immagini, tante, che risaltano sulle pareti color pastello delle sale e si susseguono come una storia scandita non dal tempo ma dalle emozioni, accostate per affinità di soggetti e atmosfere, come se fili invisibili legassero fra loro luoghi e persone distanti anni luce. A colpire particolarmente i volti, potenti concentrati di storie, emozioni, dolore, speranza, paura e bellezza. Volti che ti guardano e sembrano parlarti, che mettono a nudo la loro anima per arrivare al cuore: «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te», ha raccontato lo stesso McCurry nel corso di un'intervista.
Personalmente, di questo grande Maestro che amo moltissimo, ho visto mostre un po’ ovunque, in Italia e all'estero. Non ho visto tutto - ovviamente e purtroppo - ma sicuramente ho avuto la fortuna di ammirare i suoi reportage più famosi e i suoi lavori più noti, quelli entrati «prepotentemente» e di diritto nell’immaginario collettivo, quasi «patrimonio dell’umanità». E poco importa se ho visto dieci volte la ragazza afghana, i templi indiani, le donne del Bengala o le strade sconnesse dell’Havana: Mc Curry ogni volta sa sorprendermi e incantarmi. E poi, come dicevano i latini, repetita iuvant...
Continua a leggereRiduci
Nel riquadro, un ritratto di Giacomo Casanova (IStock)
Giacomo Casanova era un palato libero, poteva frequentare indifferentemente le osterie popolari come le cucine nobiliari, andare al mercato o a pesca. Per lui il piacere della gola godeva di pari apprezzamento come altri per i quali è passato alla storia. Una conferma tra le pagine del suo diario, Histoire de ma vie, scritto nel rifugio boemo del Castello di Dux dove gli aveva donato ospitalità l’amico conte di Waldstein. «Amai i piatti dai sapori forti, come il pasticcio di maccheroni, il vischioso merluzzo, la cacciagione il cui aroma spesso confina con sentori fetidi, così come i formaggi, la cui perfezione si rivela quando i piccoli esseri che li abitano cominciano a diventare visibili», forse un cenno al caciomarcetto abruzzese che leggenda vuole come, deposto nella madia la sera, lo si trovasse parcheggiato altrove il giorno dopo.
Il diario goloso di Giacomo Casanova è una antologia di saperi e sapori narrata con abile penna e occhio curioso. Non ancora ventenne, incontra a Chioggia un amico di studi veneziani che lo invita ad un picnic di accademici maccheronici durante il quale, abbinato ai piatti, ciascun membro avrebbe recitato un brano di sua composizione. «Accettai e, dopo aver letto dieci stanze composte per l’occasione, fui nominato membro per acclamazione». Ma questo è solo l’inizio. «Fui ancor più brillante a tavola e mangiai tanti maccheroni che mi giudicarono degno di essere proclamato principe». Uno pensa: basta e avanza. E invece no. «Presi il mestolo forato e cominciai a riempire i piatti, spargendo sopra ognuno burro e formaggio» in dosi talmente generose che «i maccheroni nuotavano nel burro che arrivava agli orli del piatto».
I maccheroni veneziani del tempo nulla avevano a che fare con quelli preparati all’ombra del Vesuvio. In realtà erano degli gnocchi impastati con farina di grano o pane raffermo, sorta di dischetti conditi con burro e formaggio e passati al forno. Le ostriche coltivate in Laguna godevano di larga e meritata fama, tanto che Ludovico Manin, l’ultimo doge Serenissimo, aveva riservato loro un’area dedicata, le valli dell’Arsenale. Casanova ne fece presto tesoro, ad esempio con una giovane monaca a Murano. Era il tempo in cui, nelle famiglie nobili, molte giovani venivano spedite nei monasteri indipendentemente dalla loro possibile vocazione per una questione di salvaguardia dei relativi rami ereditari. Il rituale ostricante con un protocollo di valorizzazione multisensoriale: «Ci divertimmo a mangiare ostriche passandocele quando le avevamo già in bocca. Lei mi offriva sulla lingua la sua, mentre io le mettevo in bocca la mia». Uno scambio di amorosi sensi ad alto tasso ormonale.
Come ha ben descritto Vincenzo Corrado nel suo Il cuoco galante, uscito nel 1773, al tempo le ostriche si potevano gustare in vari modi. Crude appena pescate. Cotte alla brace, con pangrattato, sale, pepe e succo di limone così come infarinate e fritte, ma per Casanova vi erano solo quelle crude, gustate in purezza, accompagnate esclusivamente «da quella salsa che le accompagna succhiata dalla bocca del proprio amore» e ricambiata di conseguenza. Nei suoi saliscendi di una vita avventurosa senza pari, Casanova dovette anche affrontare oltre un anno di prigionia ai Piombi. Assieme ai maccheroni, il piatto che era sempre presente nella sua dieta quotidiana era la minestra di riso. Riso che, nella tradizione veneziana, riveste un ruolo importante nel contesto socioeconomico del tempo.
La sua coltivazione iniziò sul finire del Quattrocento, nelle vicine terre degli Estensi. Il Consiglio dei Dieci vide l’opportunità di implementare questa produzione così da integrare quanto già si faceva con la coltivazione dei legumi al fine di dare un miglior benessere alimentare a una popolazione che aveva difficoltà a nutrirsi di carne e pesce e, quindi, di proteine, al di fuori dei centri urbani. Tanto che, nel 1533, lo stesso Consiglio dei Dieci emise una legge per cui non vi sarebbe stata alcuna tassa per chi si dedicava a questa nuova coltivazione. Oltre ai classici risi e bisi, altri piatti storici giunti a noi di quell’epoca, e che Casanova amava condividere con i suoi compagni di avventure, sono la castradina così come la fongadina.
La prima è di origine dalmata, giunta dall’altro versante Adriatico con l’epidemia di peste del 1630. Un cosciotto di montone, salato, essiccato e affumicato, consumato in zuppa con verze e cipolle. Immancabile con la Festa della Madonna della salute il 21 novembre. L’altro, la fongadina, è composto da frattaglie di agnello e capretto di cui storica ambasciata al giorno d’oggi si trova «Da Procida», nella trevigiana San Biagio di Callalta. Non stupitevi se, a uno dei tavoli, trovate assorto a gustarsela un certo Arrigo Cipriani. Ma torniamo a bomba, cioè al lover gourmet Casanova.
Dopo le ostriche non poteva mancare il tartufo, nero come si trovava lungo tutta la dorsale appenninica. Il primo incontro quando, diciottenne, diretto a Roma lungo la via Flaminia con l’amico frate francescano Stefano da Belluno, si ferma per una sosta in terra umbra. «Cenammo a Somma, dove la padrona dell’albergo, donna di rara bellezza, ci preparò dell’ottimo cibo che innaffiammo con del vino di Cipro che le davano i suoi corrieri veneziani in cambio degli eccellenti tartufi che lei donava loro … partii lasciando un pezzo del mio cuore a quell’ottima donna». Anche qui ci soccorre il ricettario di Vincenzo Corrado con una variante curiosa, il purè di tartufi. Pestati assieme a pane fritto, con aglio e aromi, sciogliendo il tutto in un brodo di pesce. Chissà mai se anche Casanova lo esibì, assieme al suo talento coinvolgente, nelle cene che via via organizzò, abbinato a pregiati vini conseguenti, nelle varie città europee dove passò lunghe tappe della sua vita errabonda.
Un capitolo a parte merita lo storione, «amato e ricercato anche per la grandezza rara per un pesce d’acqua dolce», oltre che la squisitezza delle sue carni e anche per quel prezioso tesoretto rappresentato dalle uova di caviale. A quel tempo lo storione risaliva per lunghi tratti i maggiori corsi d’acqua della terraferma veneziana, tanto che molte famiglie patrizie, accanto al parco delle loro ville palladiane, avevano delle ampie peschiere dove gli storioni venivano coccolati prima del sacrificio finale. Era il protagonista di pranzi che rivelavano lo status dei proprietari. Per cuocerlo un apposito contenitore di ampie dimensioni dal quale veniva poi estratto, mostrato nella sua bellezza e infine tagliato a fette con adeguata salsa di contorno.
Casanova era una «carnivoro a 360°». Usava molte metafore ripescate dalla cucina per descrivere le realtà con cui si misurava. A volte incontrava «individui che hanno un po’ dello stoccafisso», così quando lo apprezzavano per una buona citazione, precisava che «era farina del mio sacco». Ma la citazione «stellata» era per il ragù: «Noi affrontiamo la fame per meglio assaporare poi salse come il ragù». Uno comincia a chiedersi con quale ricetta, ma la precisazione non lascia dubbi, riservata al dopocena con la bella di turno. «Ogni donna è un ragù differente dall’altro, anche se molte volte… lo si capisce soltanto dopo». Erotofago? Divoratore della bellezza femminile? Sempre con stile. Come quella volta, a Corfù. Era reduce da una performance che possiamo solo immaginare tanto che chiese alla sua dama di lasciargli una ciocca di capelli come ricordo. Richiesta mirata. Conosceva un confettiere ebreo che ridusse quasi in polvere le ciocche sapientemente tagliuzzate e poi diede loro ulteriore fascino con «una pasta zuccherata di essenze d’ambra, angelica, vaniglie e altri aromi fino a farne tanti piccoli confetti». Cui rese poi degno onore abbinandoli a robusti calici di champagne. Noblescse oblige. C’est dommage.
Continua a leggereRiduci
Come raccontato dal vicedirettore Francesco Borgonovo a Tivù Verità, nuovo scontro nel caso della famiglia nel bosco: l’assistente sociale ha denunciato per violenza privata gli avvocati dei Trevallion. Intanto la garante dell’infanzia Marina Terragni replica duramente ai servizi sociali e parla di segnali di disagio nei bambini.
Nuovo capitolo nello scontro ormai aperto attorno al caso della cosiddetta «famiglia nel bosco». L’assistente sociale che segue la vicenda avrebbe presentato una denuncia per violenza privata contro gli avvocati dei Trevallion, Danila Solinas e Marco Femminella. Una mossa che segna un ulteriore irrigidimento dei rapporti tra i servizi sociali e la famiglia, già al centro di forti tensioni negli ultimi mesi.
L’intera vicenda era partita dalla relazione redatta dall’assistente sociale Veruska D’Angelo, nella quale venivano segnalate diverse criticità legate alla situazione familiare. Da allora il confronto con Catherine Trevallion, madre dei bambini, si è progressivamente trasformato in un conflitto sempre più duro.
Negli ultimi giorni si è aggiunto un altro episodio. Durante la visita a Vasto della garante nazionale per l’infanzia, Marina Terragni, l’assistente sociale non si sarebbe presentata all’incontro fissato. La stessa Terragni ha raccontato di aver avuto difficoltà anche a contattarla telefonicamente. Secondo alcune fonti, tuttavia, quella stessa mattina sarebbe stato organizzato un incontro con Nathan Trevallion e con la garante abruzzese per l’infanzia, dal quale la madre sarebbe rimasta esclusa. In quell’occasione si sarebbe parlato dei possibili passi futuri e di un percorso per riavvicinare i bambini. A stretto giro è intervenuto anche l’avvocato incaricato di tutelare i servizi sociali. Il legale ha contestato le dichiarazioni della garante nazionale, sostenendo che l’assistente sociale non avrebbe partecipato all’incontro perché impegnata in attività legate proprio alla gestione della vicenda. Nella stessa nota si ribadisce inoltre che i servizi sociali avrebbero operato correttamente. Sempre secondo questa ricostruzione, il tribunale aveva disposto non solo l’allontanamento della madre dalla struttura protetta di Vasto ma anche il trasferimento dei bambini. Tuttavia, dopo l’uscita della madre dalla comunità, i rapporti tra il personale della struttura e i minori sarebbero tornati sereni, circostanza che avrebbe consentito ai bambini di restare lì. L’assistente sociale avrebbe inoltre inviato una lettera al tribunale dell’Aquila nella quale ribadisce la correttezza del proprio operato. Nella comunicazione si sostiene che, al momento dell’allontanamento della madre dalla struttura, i bambini fossero tranquilli e che le tensioni sarebbero nate dal comportamento della donna.
Una versione che però viene contestata da alcune testimonianze, secondo le quali durante quel momento i bambini avrebbero reagito con forte agitazione e pianto. Nel frattempo è arrivata anche la replica di Marina Terragni, che ha smentito in modo netto le ricostruzioni dei servizi sociali. La garante ha dichiarato di non aver mai sostenuto che i bambini stiano bene, ma soltanto che si trovano in buone condizioni fisiche. Al tempo stesso ha parlato di una «notevole agitazione psicomotoria» e di atteggiamenti di paura e diffidenza verso gli estranei, segnali che indicherebbero un evidente disagio.
Il risultato è uno scontro sempre più duro: da una parte i servizi sociali, dall’altra la famiglia Trevallion con i propri legali e l’attenzione della garante nazionale. Un conflitto istituzionale che, mentre le posizioni si irrigidiscono, rischia di lasciare in secondo piano proprio i protagonisti più fragili di tutta la vicenda: i bambini.
Continua a leggereRiduci
Kulsum Shadab Wahab, fondatrice di Ara Lumiere, tra i capi della collezione «Wounds of Gold»
Da anni impegnata nel sostegno alle donne sopravvissute alla violenza di genere, Wahab ha fondato Ara Lumiere con l’obiettivo di offrire dignità, autonomia economica e nuove opportunità a chi è stata vittima di attacchi con l’acido.
Nel novembre scorso è stata inoltre nominata Women empowerment ambassador per la Camera nazionale della moda italiana, riconoscimento che rafforza il legame tra il suo impegno sociale e il sistema della moda. Il progetto Ara Lumiere si fonda su un modello produttivo preciso: l’atelier impiega esclusivamente donne sopravvissute ad attacchi con acido, coinvolgendole in ogni fase della creazione. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di una scelta strutturale che integra artigianalità, formazione e indipendenza economica. Da questa esperienza concreta nasce «Wounds of Gold». La collezione trasforma la memoria in linguaggio visivo: le cicatrici non vengono nascoste né attenuate, ma diventano costruzione, superficie e architettura del capo. Linee irregolari, interruzioni materiche e contrasti tattili traducono l’idea di resilienza in forme sartoriali. La collezione attinge alla forza espressiva dei tessuti indiani, interpretati come materiali vivi, plasmati dal tempo e dall’intervento umano.
Le tradizioni della tessitura vengono rilette attraverso una sartorialità contemporanea che unisce radici culturali e visione futura. Ricami in zari e broccati vengono trattati e manipolati per evocare abrasioni e fratture, creando superfici che ricordano metalli consumati. Il risultato sono texture segnate ma risolute, capaci di raccontare una storia senza rinunciare alla raffinatezza. La palette cromatica è intensa e simbolica. L’oro emerge come elemento narrativo centrale: non semplice ornamento, ma segno di dignità riconquistata. L’argento introduce tensione e modernità, l’avorio suggerisce rinascita, mentre il nero ancora la collezione alla realtà, riconoscendo il trauma senza lasciargli dominare il racconto. Insieme, questi colori costruiscono un percorso visivo che va dalla frattura alla ricomposizione, dall’ombra alla luce. Le silhouette si distinguono per una struttura quasi architettonica, che tuttavia conserva una dimensione intima. Giacche e blazer sartoriali assumono la forma di corazze contemporanee: protettive ma eleganti, rigorose ma sensibili. Le linee volutamente irregolari, le proporzioni leggermente alterate e le texture stratificate riflettono corpi modellati dall’esperienza, lontani dall’idea di perfezione idealizzata che spesso domina la moda. A sostenere il percorso di Ara Lumiere è anche l’agenzia Negri Firman Pr & Communications, guidata da Silvia Negri. La collaborazione nasce da una visione comune: valorizzare un progetto che fonde moda etica, sostenibilità e impegno sociale, trasformando l’abbigliamento in uno strumento di advocacy e cambiamento. L’agenzia ha inoltre sviluppato il concept dell’evento di presentazione della collezione, curandone il posizionamento creativo, l’art direction e la produzione, con l’obiettivo di tradurre i valori del brand in un’esperienza immersiva.
Kulsum Shadab Wahab, originaria dell’India, è una filantropa e imprenditrice impegnata nel supporto alle donne sopravvissute alla violenza di genere e agli attacchi con l’acido. La sua attività filantropica e imprenditoriale nasce proprio in India, dove il progetto Ara Lumiere coinvolge donne sopravvissute a queste aggressioni nella produzione artigianale dei capi, offrendo formazione e indipendenza economica. Con «Wounds of Gold», Ara Lumiere dimostra come il processo creativo possa generare opportunità concrete oltre l’estetica. Ogni capo porta con sé una presenza e una storia, trasformando l’abito in una testimonianza viva.
La collezione invita a riconsiderare i concetti di bellezza, forza e lusso, mostrando come anche una cicatrice possa diventare forma, struttura e luce. In questo modo la moda si afferma non solo come espressione stilistica, ma come strumento di autonomia, dignità e rinascita. «Lo spirito delle donne, il loro coraggio, la loro resilienza e quella forza silenziosa saranno sempre la mia guida. Nel mio ruolo di ambasciatrice custodisco le loro storie e vado avanti con determinazione e responsabilità. Attraverso la moda e l’impegno sociale mi adopero per promuovere un mondo in cui ogni donna possa sentirsi libera, forte e capace di costruire il proprio destino, generando un cambiamento globale», ha concluso Kulsum Shadab Wahab.
Continua a leggereRiduci