True
2021-12-13
Strade piene negozi vuoti
Restrizioni, inflazione, paura dei rincari delle bollette e non ultimo il fattore concorrenza dei giganti del Web rischiano di affossare anche questo Natale. Con la vaccinazione su larga scala, gli operatori del commercio speravano di recuperare un periodo festivo di normalità nella ripresa dei consumi. Invece con l’Immacolata siamo entrati nel momento clou delle feste e i negozi sono ancora vuoti. Per le strade delle grandi città, con festoni e luminarie ridotte all’osso, le persone guardano le vetrine ma tirano dritto. Nelle località d’arte come Roma, Firenze, Venezia, si sente la mancanza del turismo che di solito rappresenta circa il 50% dei clienti.
La recrudescenza del contagio oltre frontiera ma anche il timore di nuove restrizioni e il caos del super green pass - che esclude da una serie di attività chi ha il semplice tampone e gli immunizzati con vaccini non riconosciuti dall’Ema - hanno indotto i turisti più motivati a non spostarsi, a congelare le prenotazioni o a guardare ad altre mete.
Anche i tradizionali mercatini piangono. In tante città le autorità stanno pensando a regolamentare i flussi dei curiosi, con la creazione di speciali corridoi per non creare assembramenti. A Roma è stata estesa per tutte le feste la Ztl, ovvero la zona con circolazione del traffico limitata, anche nei fine settimana. L’Ufficio studi di Confcommercio stima che la spesa per i regali natalizi si attesterà a circa 6,9 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi dello scorso anno caratterizzato dal lockdown e ancora inferiore rispetto al 2019 pre-Covid. I consumi complessivi di dicembre (compresi affitti, utenze, servizi) sono stimati in 110 miliardi di euro, valore inferiore di 10 miliardi a quanto speso nel 2019. La ripresa che ci si aspettava per quest’anno, quindi, non ci sarà.
Nel periodo natalizio si concentra l’11,6% delle spese degli italiani per l’abbigliamento, il 13% di quelle relative agli elettrodomestici, il 12,3% per informatica e tlc. Novembre e dicembre sono pertanto mesi cruciali per il commercio. La quota di tredicesima tradizionalmente destinata alla spesa per i regali si confermerà intorno ai 160 euro pro capite, sostanzialmente in linea con l’anno scorso quando l’Italia era sotto il secondo lockdown. Per il lavoro autonomo, complessivamente la spesa media per famiglia a dicembre -inclusi affitti, bollette e utenze - si posiziona a 1.645 euro, lo 0,5% in più rispetto all’anno scorso, ma ancora molto al di sotto rispetto al 2019 (7,5%).
Secondo Assoutenti il crollo degli acquisti sarà pari in media a 230 euro a famiglia e una contrazione di spesa per complessivi 4,6 miliardi. Si stima un taglio delle spese legate a viaggi e vacanze di fine anno del 25% sul 2019 e minori consumi per 3,25 miliardi. Mentre nel 2019 sono andati in regali circa 169 euro pro capite, con un giro d’affari di circa 9 miliardi di euro, quest’anno ci saranno minori consumi per circa 1 miliardo con una contrazione del 12% rispetto al pre Covid.
Passeggiare tra le vetrine e fare acquisti non è più una consuetudine di massa, osteggiata da diversi fattori. «Allora meglio sedersi su un divano e sfogliare le piattaforme dei colossi del Web e affidarsi ad Amazon nella scelta dei regali», commenta ironico Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma. Le stime dell’associazione rilevano che il 40% degli acquisti natalizi si farà online. Anzi, si sono già fatti. Il Black Friday ha bruciato la tradizione della passeggiata tra i negozi. «Il venerdì delle grandi offerte a cui è seguito il Cyber Monday ha esteso a oltre una settimana i grandi sconti e gran parte degli acquisti vengono fatti online», commenta Guasco.
Patrizio Bertin, presidente veneto di Confcommercio, si scaglia contro questa moda: «Otto anni fa era il venerdì, aveva regole precise, poi tutto è degenerato e i giorni di sconto sono diventati due, tre, una settimana, in alcuni casi quasi un mese. Vendere sempre in sconto nel mezzo della stagione non ha alcun senso. Un negozio non può vivere di sconti». Il Politecnico di Milano, che ha studiato il fenomeno dell’e-commerce, ha rilevato che tra il 2010 e il 2021 sono quintuplicate le spese attraverso il Web da 8 miliardi a quasi 40 miliardi. Nello stesso periodo i consumi complessivi sono scesi. Quindi si vede perfettamente la divaricazione tra commercio elettronico e tradizionale.
Dai dati Istat di ottobre sulle vendite emerge che rispetto a ottobre 2020 c’è una crescita per la grande distribuzione (+2,7%) e per i negozi (+5,8%) mentre si registra un calo del 3,7% per il commercio elettronico. Questo ha indotto molti a tirare un sospiro di sollievo e a commentare lo scampato pericolo per i negozi. Ma Guasco spiega che il ridimensionamento è apparente: «Il 2020 è stato un anno eccezionale con un boom di acquisti online dovuto alle chiusure. Se si considera l’andamento pluriennale, l’e-commerce non scende in termini assoluti. C’è una normalizzazione che è ancora più preoccupante perché significa un radicamento delle abitudini. Quando la situazione migliorerà, difficilmente si tornerà indietro per quei prodotti che prima erano acquistati nei punti fisici».
Secondo l’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm-Politecnico di Milano, tra Black Friday e Cyber Monday l’incremento delle vendite online è stimato in crescita del 21% (per un totale di 1,8 miliardi) rispetto al 2020, che è stato l’anno delle chiusure. Coldiretti prevede che oltre un italiano su due, il 54%, si rivolgerà al Web per i regali di Natale. Quindi gli acquisti online da condizione forzata dalle chiusure della pandemia, sono diventati un’abitudine radicata favorita, come commenta Coldiretti, anche dalle varie misure di restrizione decise dal governo per limitare la diffusione del contagio, dalle mascherine obbligatorie al contingentamento nei centri storici. Le piattaforme Web sono preferite non solo per i prodotti tecnologici. Il negozio è tradito a Natale anche per panettoni e spumanti. Quale è la soluzione per i negozi? Confcommercio indica la direzione: «Non c’è un piano B. Chi vuole stare sul mercato deve avere un’omnicanalità. Bisogna partecipare a questa agguerrita competizione».
«La gente chiusa a fare acquisti da casa»
«Ci avevano detto che questa doveva essere la fase due, nella quale avremmo dovuto convivere con il virus, la fase successiva alla vaccinazione. Invece si continuano a lanciare messaggi allarmistici come se gli immunizzati fossero ancora pochi e le terapie intensive degli ospedali intasate. È evidente che in questa situazione di incertezza le persone si muovono meno, riducono le passeggiate per lo shopping, preferendo acquistare da casa sul Web». È un grido di allarme quello di Massimo Bertoni, presidente di Federmoda Roma. E punta il dito contro il nemico numero uno del commercio: «Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i big tech, i colossi delle vendite online, che peraltro non pagano nemmeno le tasse nei Paesi dove vendono».
In che modo si favoriscono i giganti dell’e-commerce?
«Le persone sono spaventate. Si paventano cambi di colore, nuove restrizioni. A questo si aggiunge che a Roma è stato introdotto, oltre all’obbligo della mascherina nelle strade dello shopping, anche il traffico limitato nel fine settimana. Un ulteriore disincentivo a uscire per fare gli acquisti natalizi. Il risultato è che la famiglia si accomoda sul divano e lì compra i regali».
Il Black Friday non vi ha dato una mano?
«Tutt’altro. Ha indotto i consumatori ad anticipare gli acquisti depotenziando lo shopping nelle settimane precedenti il Natale. E poi gli acquisti sono stati soprattutto online. Si sta sommando un insieme di fattori che penalizzano i negozi fisici nella totale indifferenza delle autorità. Nessuno si rende conto che il centro storico della capitale si sta desertificando e se i negozi chiudono la città sprofonda nel degrado. Vuole la mia esperienza?»
Sì, ci dica.
«Ho un negozio in via Nazionale che un tempo era considerata una strada dello shopping di lusso. Ora invece non è stata nemmeno inserita nell’elenco delle aree dove è obbligatorio l’uso della mascherina. Questo vuol dire che non si prevede un particolare flusso di persone per gli acquisti. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto di essere accompagnati alla loro auto da un commesso perché in orario di chiusura avevano paura a camminare nella strada deserta. I barboni si accampano davanti ai negozi chiusi per fine attività. Ecco come è ridotta Roma».
In tutto questo cosa fanno le istituzioni?
«Invece di rilanciare i consumi, seminano la paura tra le persone, le invitano a ridurre al massimo gli spostamenti e, nel caso della capitale, estendono la limitazione del traffico anche ai fine settimana».
I romani sono ottimisti o pessimisti per il Natale?
«In base a un recente report dell’Osservatorio economico di Confcommercio Roma, il 58% dei cittadini teme nuove chiusure e restrizioni o che il Lazio torni in zona gialla nel periodo delle festività. Il 10% dà una valutazione negativa del green pass come strumento per contenere la pandemia e solo il 60% ritiene che contribuirà in modo decisivo a vivere le festività in maniera più libera rispetto a quelle del 2020. Poi c’è un 83,9% che teme l’aumento dei prezzi e ritiene più prudente non esporsi con le spese natalizie, rinviando quelle necessarie a tempi migliori. Il 97% spenderà per i regali meno di 300 euro. La media sarà di circa 150 euro. Infine c’è il boom dell’e-commerce. Il 64,3% ha dichiarato che acquisterà i regali sul Web. Solo il 19,3% tornerà a fare shopping nei negozi. C’è un 25% che non acquisterà doni».
Quali sono le motivazioni degli acquisti online, perché si preferiscono ai negozi?
«Le ragioni prevalenti sono i prezzi più bassi e il risparmio di tempo per il 38,7% e il 32,1%. C’è un 13% che ha paura del contagio. Per concludere, servirebbe una politica per incentivare i consumi nei negozi fisici».
Non pesa anche la mancanza di turisti?
«Certo. Roma è una città che vive di turismo e con la pandemia gli arrivi sono crollati. Ma nella normalità, al turista vanno offerte oltre alle meraviglie storico artistiche, anche piacevoli strade per lo shopping. Invece le belle vetrine stanno scomparendo. In questi anni di pandemia, hanno chiuso circa 3.000 negozi solo nel centro storico. Alcuni di lunga tradizione. Al loro posto botteghe di souvenir e paccottiglia».
Milano punta al pareggio con il 2019
«Contiamo di pareggiare la situazione con quella del 2019 e rispetto al 2020 abbiamo registrato un aumento del 15%». La situazione delle vendite natalizie a Milano nel Black Friday, secondo quanto riferisce il presidente rete associativa vie Confcommercio Milano, Gabriel Meghnagi, è in ripresa. Milano però è un caso in controtendenza. Non è legata più di tanto all’andamento del turismo e vive soprattutto di presenze business. Le vendite sono uno degli aspetti della ripresa di questa città che si conferma un traino dell’economia nazionale. Anche se l’uscita dal tunnel è ancora lontana. «È evidente che se continuano gli allarmi sull’aumento delle bollette, con quelle elettriche che dovrebbero addirittura triplicare, i consumi potrebbero ridursi. L’economia si nutre di ottimismo e fiducia ed è ciò che dobbiamo trasmettere in questo momento».
Gli acquisti, dice Meghnagi, «sono andati bene. La voglia di comprare c’è e le maggiori vendite si registrano nell’abbigliamento donna. Sono andate benissimo le vie principali dello shopping a Milano e anche Monza». Gli acquisti online sono in crescita ma, osserva Meghnagi, riguardano soprattutto i prodotti tecnologici e i libri. «Le librerie sono sparite a Milano e il Web propone soluzioni di prezzo vantaggiose. Lo stesso si può dire per la tecnologia. Quanto all’abbigliamento la preferenza resta per il negozio fisico, dove si possono misurare i capi e c’è il commesso che dà un consiglio».
L’ufficio studi di Confcommercio di Milano, Lodi, Monza e Brianza, ha stimato che con la tredicesima si spenderanno 3,436 miliardi di euro, in crescita del 6,7% (5,4% al netto dell’inflazione) rispetto al 2020 ma in calo del 10% in confronto con il 2019. Nella destinazione delle risorse è ancora elevato (13,9%) il livello della propensione al risparmio: sceso rispetto al 2020 (era 15,8%), ma ampiamente superiore rispetto al 2019 (8,3%). «C’è ancora un atteggiamento di prudenza legato al timore di una recrudescenza della pandemia e per l’andamento dell’economia a causa dell’inflazione», commenta Meghnagi. C’è un aumento del 15,1% nell’acquisto di beni rispetto al 2019, ma c’è ancora distanza dai livelli di fatturato pre-Covid per turismo, ristorazione, spettacoli, concerti e manifestazioni.
Gli acquisti natalizi si concentrano sul settore tecnologico (smartphone, tablet, pc) con 119 milioni di euro e un +24,5% rispetto al 2019. In crescita anche abbigliamento e calzature (327 milioni di euro, + 22,3%). Protagonisti nel carrello natalizio anche giocattoli e articoli sportivi con una stima di spesa di 55 milioni di euro, in aumento del 9,5%. I regali nell’alimentare si attestano sui 241 milioni, in crescita del 6,3% sul 2019.
Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, spiega che dalla fotografia dell’ufficio studi «emerge una ripresa nell’acquisto di beni e nella propensione generale alla spesa con le risorse della tredicesima, ma anche la difficoltà di comparti duramente colpiti dalla pandemia, in particolare il turismo, nel ritrovare i livelli di fatturato pre-Covid. Le imprese non possono più permettersi il ritorno a situazioni di lockdown e chiusure».
Continua a leggereRiduci
Previsioni nere per il commercio, ripresa zero rispetto al flop del 2020. Invece che strumento per garantire le aperture, il green pass si sta rivelando il grande nemico degli esercenti.«La gente chiusa a fare acquisti da casa». Il presidente di Federmoda Roma Massimo Bertoni: «Altro che normalità, arrivano soltanto messaggi allarmistici e l’incertezza regna sovrana. Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i colossi delle vendite online. Che poi non pagano nemmeno le tasse qui».Milano punta al pareggio con il 2019. Bene l’abbigliamento ma le associazioni dei venditori sono contente soltanto in parte: «Nella città della moda viviamo delle presenze d’affari che non sono ancora ripartite».Lo speciale comprende due articoli.Restrizioni, inflazione, paura dei rincari delle bollette e non ultimo il fattore concorrenza dei giganti del Web rischiano di affossare anche questo Natale. Con la vaccinazione su larga scala, gli operatori del commercio speravano di recuperare un periodo festivo di normalità nella ripresa dei consumi. Invece con l’Immacolata siamo entrati nel momento clou delle feste e i negozi sono ancora vuoti. Per le strade delle grandi città, con festoni e luminarie ridotte all’osso, le persone guardano le vetrine ma tirano dritto. Nelle località d’arte come Roma, Firenze, Venezia, si sente la mancanza del turismo che di solito rappresenta circa il 50% dei clienti. La recrudescenza del contagio oltre frontiera ma anche il timore di nuove restrizioni e il caos del super green pass - che esclude da una serie di attività chi ha il semplice tampone e gli immunizzati con vaccini non riconosciuti dall’Ema - hanno indotto i turisti più motivati a non spostarsi, a congelare le prenotazioni o a guardare ad altre mete. Anche i tradizionali mercatini piangono. In tante città le autorità stanno pensando a regolamentare i flussi dei curiosi, con la creazione di speciali corridoi per non creare assembramenti. A Roma è stata estesa per tutte le feste la Ztl, ovvero la zona con circolazione del traffico limitata, anche nei fine settimana. L’Ufficio studi di Confcommercio stima che la spesa per i regali natalizi si attesterà a circa 6,9 miliardi di euro rispetto ai 7,4 miliardi dello scorso anno caratterizzato dal lockdown e ancora inferiore rispetto al 2019 pre-Covid. I consumi complessivi di dicembre (compresi affitti, utenze, servizi) sono stimati in 110 miliardi di euro, valore inferiore di 10 miliardi a quanto speso nel 2019. La ripresa che ci si aspettava per quest’anno, quindi, non ci sarà.Nel periodo natalizio si concentra l’11,6% delle spese degli italiani per l’abbigliamento, il 13% di quelle relative agli elettrodomestici, il 12,3% per informatica e tlc. Novembre e dicembre sono pertanto mesi cruciali per il commercio. La quota di tredicesima tradizionalmente destinata alla spesa per i regali si confermerà intorno ai 160 euro pro capite, sostanzialmente in linea con l’anno scorso quando l’Italia era sotto il secondo lockdown. Per il lavoro autonomo, complessivamente la spesa media per famiglia a dicembre -inclusi affitti, bollette e utenze - si posiziona a 1.645 euro, lo 0,5% in più rispetto all’anno scorso, ma ancora molto al di sotto rispetto al 2019 (7,5%).Secondo Assoutenti il crollo degli acquisti sarà pari in media a 230 euro a famiglia e una contrazione di spesa per complessivi 4,6 miliardi. Si stima un taglio delle spese legate a viaggi e vacanze di fine anno del 25% sul 2019 e minori consumi per 3,25 miliardi. Mentre nel 2019 sono andati in regali circa 169 euro pro capite, con un giro d’affari di circa 9 miliardi di euro, quest’anno ci saranno minori consumi per circa 1 miliardo con una contrazione del 12% rispetto al pre Covid.Passeggiare tra le vetrine e fare acquisti non è più una consuetudine di massa, osteggiata da diversi fattori. «Allora meglio sedersi su un divano e sfogliare le piattaforme dei colossi del Web e affidarsi ad Amazon nella scelta dei regali», commenta ironico Romolo Guasco, direttore di Confcommercio Roma. Le stime dell’associazione rilevano che il 40% degli acquisti natalizi si farà online. Anzi, si sono già fatti. Il Black Friday ha bruciato la tradizione della passeggiata tra i negozi. «Il venerdì delle grandi offerte a cui è seguito il Cyber Monday ha esteso a oltre una settimana i grandi sconti e gran parte degli acquisti vengono fatti online», commenta Guasco. Patrizio Bertin, presidente veneto di Confcommercio, si scaglia contro questa moda: «Otto anni fa era il venerdì, aveva regole precise, poi tutto è degenerato e i giorni di sconto sono diventati due, tre, una settimana, in alcuni casi quasi un mese. Vendere sempre in sconto nel mezzo della stagione non ha alcun senso. Un negozio non può vivere di sconti». Il Politecnico di Milano, che ha studiato il fenomeno dell’e-commerce, ha rilevato che tra il 2010 e il 2021 sono quintuplicate le spese attraverso il Web da 8 miliardi a quasi 40 miliardi. Nello stesso periodo i consumi complessivi sono scesi. Quindi si vede perfettamente la divaricazione tra commercio elettronico e tradizionale. Dai dati Istat di ottobre sulle vendite emerge che rispetto a ottobre 2020 c’è una crescita per la grande distribuzione (+2,7%) e per i negozi (+5,8%) mentre si registra un calo del 3,7% per il commercio elettronico. Questo ha indotto molti a tirare un sospiro di sollievo e a commentare lo scampato pericolo per i negozi. Ma Guasco spiega che il ridimensionamento è apparente: «Il 2020 è stato un anno eccezionale con un boom di acquisti online dovuto alle chiusure. Se si considera l’andamento pluriennale, l’e-commerce non scende in termini assoluti. C’è una normalizzazione che è ancora più preoccupante perché significa un radicamento delle abitudini. Quando la situazione migliorerà, difficilmente si tornerà indietro per quei prodotti che prima erano acquistati nei punti fisici».Secondo l’Osservatorio e-commerce B2c Netcomm-Politecnico di Milano, tra Black Friday e Cyber Monday l’incremento delle vendite online è stimato in crescita del 21% (per un totale di 1,8 miliardi) rispetto al 2020, che è stato l’anno delle chiusure. Coldiretti prevede che oltre un italiano su due, il 54%, si rivolgerà al Web per i regali di Natale. Quindi gli acquisti online da condizione forzata dalle chiusure della pandemia, sono diventati un’abitudine radicata favorita, come commenta Coldiretti, anche dalle varie misure di restrizione decise dal governo per limitare la diffusione del contagio, dalle mascherine obbligatorie al contingentamento nei centri storici. Le piattaforme Web sono preferite non solo per i prodotti tecnologici. Il negozio è tradito a Natale anche per panettoni e spumanti. Quale è la soluzione per i negozi? Confcommercio indica la direzione: «Non c’è un piano B. Chi vuole stare sul mercato deve avere un’omnicanalità. Bisogna partecipare a questa agguerrita competizione».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strade-piene-negozi-vuoti-2656006798.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-gente-chiusa-a-fare-acquisti-da-casa" data-post-id="2656006798" data-published-at="1639344075" data-use-pagination="False"> «La gente chiusa a fare acquisti da casa» «Ci avevano detto che questa doveva essere la fase due, nella quale avremmo dovuto convivere con il virus, la fase successiva alla vaccinazione. Invece si continuano a lanciare messaggi allarmistici come se gli immunizzati fossero ancora pochi e le terapie intensive degli ospedali intasate. È evidente che in questa situazione di incertezza le persone si muovono meno, riducono le passeggiate per lo shopping, preferendo acquistare da casa sul Web». È un grido di allarme quello di Massimo Bertoni, presidente di Federmoda Roma. E punta il dito contro il nemico numero uno del commercio: «Sembra che le istituzioni facciano di tutto per favorire i big tech, i colossi delle vendite online, che peraltro non pagano nemmeno le tasse nei Paesi dove vendono». In che modo si favoriscono i giganti dell’e-commerce? «Le persone sono spaventate. Si paventano cambi di colore, nuove restrizioni. A questo si aggiunge che a Roma è stato introdotto, oltre all’obbligo della mascherina nelle strade dello shopping, anche il traffico limitato nel fine settimana. Un ulteriore disincentivo a uscire per fare gli acquisti natalizi. Il risultato è che la famiglia si accomoda sul divano e lì compra i regali». Il Black Friday non vi ha dato una mano? «Tutt’altro. Ha indotto i consumatori ad anticipare gli acquisti depotenziando lo shopping nelle settimane precedenti il Natale. E poi gli acquisti sono stati soprattutto online. Si sta sommando un insieme di fattori che penalizzano i negozi fisici nella totale indifferenza delle autorità. Nessuno si rende conto che il centro storico della capitale si sta desertificando e se i negozi chiudono la città sprofonda nel degrado. Vuole la mia esperienza?» Sì, ci dica. «Ho un negozio in via Nazionale che un tempo era considerata una strada dello shopping di lusso. Ora invece non è stata nemmeno inserita nell’elenco delle aree dove è obbligatorio l’uso della mascherina. Questo vuol dire che non si prevede un particolare flusso di persone per gli acquisti. Ho avuto clienti che mi hanno chiesto di essere accompagnati alla loro auto da un commesso perché in orario di chiusura avevano paura a camminare nella strada deserta. I barboni si accampano davanti ai negozi chiusi per fine attività. Ecco come è ridotta Roma». In tutto questo cosa fanno le istituzioni? «Invece di rilanciare i consumi, seminano la paura tra le persone, le invitano a ridurre al massimo gli spostamenti e, nel caso della capitale, estendono la limitazione del traffico anche ai fine settimana». I romani sono ottimisti o pessimisti per il Natale? «In base a un recente report dell’Osservatorio economico di Confcommercio Roma, il 58% dei cittadini teme nuove chiusure e restrizioni o che il Lazio torni in zona gialla nel periodo delle festività. Il 10% dà una valutazione negativa del green pass come strumento per contenere la pandemia e solo il 60% ritiene che contribuirà in modo decisivo a vivere le festività in maniera più libera rispetto a quelle del 2020. Poi c’è un 83,9% che teme l’aumento dei prezzi e ritiene più prudente non esporsi con le spese natalizie, rinviando quelle necessarie a tempi migliori. Il 97% spenderà per i regali meno di 300 euro. La media sarà di circa 150 euro. Infine c’è il boom dell’e-commerce. Il 64,3% ha dichiarato che acquisterà i regali sul Web. Solo il 19,3% tornerà a fare shopping nei negozi. C’è un 25% che non acquisterà doni». Quali sono le motivazioni degli acquisti online, perché si preferiscono ai negozi? «Le ragioni prevalenti sono i prezzi più bassi e il risparmio di tempo per il 38,7% e il 32,1%. C’è un 13% che ha paura del contagio. Per concludere, servirebbe una politica per incentivare i consumi nei negozi fisici». Non pesa anche la mancanza di turisti? «Certo. Roma è una città che vive di turismo e con la pandemia gli arrivi sono crollati. Ma nella normalità, al turista vanno offerte oltre alle meraviglie storico artistiche, anche piacevoli strade per lo shopping. Invece le belle vetrine stanno scomparendo. In questi anni di pandemia, hanno chiuso circa 3.000 negozi solo nel centro storico. Alcuni di lunga tradizione. Al loro posto botteghe di souvenir e paccottiglia». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/strade-piene-negozi-vuoti-2656006798.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="milano-punta-al-pareggio-con-il-2019" data-post-id="2656006798" data-published-at="1639344075" data-use-pagination="False"> Milano punta al pareggio con il 2019 «Contiamo di pareggiare la situazione con quella del 2019 e rispetto al 2020 abbiamo registrato un aumento del 15%». La situazione delle vendite natalizie a Milano nel Black Friday, secondo quanto riferisce il presidente rete associativa vie Confcommercio Milano, Gabriel Meghnagi, è in ripresa. Milano però è un caso in controtendenza. Non è legata più di tanto all’andamento del turismo e vive soprattutto di presenze business. Le vendite sono uno degli aspetti della ripresa di questa città che si conferma un traino dell’economia nazionale. Anche se l’uscita dal tunnel è ancora lontana. «È evidente che se continuano gli allarmi sull’aumento delle bollette, con quelle elettriche che dovrebbero addirittura triplicare, i consumi potrebbero ridursi. L’economia si nutre di ottimismo e fiducia ed è ciò che dobbiamo trasmettere in questo momento». Gli acquisti, dice Meghnagi, «sono andati bene. La voglia di comprare c’è e le maggiori vendite si registrano nell’abbigliamento donna. Sono andate benissimo le vie principali dello shopping a Milano e anche Monza». Gli acquisti online sono in crescita ma, osserva Meghnagi, riguardano soprattutto i prodotti tecnologici e i libri. «Le librerie sono sparite a Milano e il Web propone soluzioni di prezzo vantaggiose. Lo stesso si può dire per la tecnologia. Quanto all’abbigliamento la preferenza resta per il negozio fisico, dove si possono misurare i capi e c’è il commesso che dà un consiglio». L’ufficio studi di Confcommercio di Milano, Lodi, Monza e Brianza, ha stimato che con la tredicesima si spenderanno 3,436 miliardi di euro, in crescita del 6,7% (5,4% al netto dell’inflazione) rispetto al 2020 ma in calo del 10% in confronto con il 2019. Nella destinazione delle risorse è ancora elevato (13,9%) il livello della propensione al risparmio: sceso rispetto al 2020 (era 15,8%), ma ampiamente superiore rispetto al 2019 (8,3%). «C’è ancora un atteggiamento di prudenza legato al timore di una recrudescenza della pandemia e per l’andamento dell’economia a causa dell’inflazione», commenta Meghnagi. C’è un aumento del 15,1% nell’acquisto di beni rispetto al 2019, ma c’è ancora distanza dai livelli di fatturato pre-Covid per turismo, ristorazione, spettacoli, concerti e manifestazioni. Gli acquisti natalizi si concentrano sul settore tecnologico (smartphone, tablet, pc) con 119 milioni di euro e un +24,5% rispetto al 2019. In crescita anche abbigliamento e calzature (327 milioni di euro, + 22,3%). Protagonisti nel carrello natalizio anche giocattoli e articoli sportivi con una stima di spesa di 55 milioni di euro, in aumento del 9,5%. I regali nell’alimentare si attestano sui 241 milioni, in crescita del 6,3% sul 2019. Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, spiega che dalla fotografia dell’ufficio studi «emerge una ripresa nell’acquisto di beni e nella propensione generale alla spesa con le risorse della tredicesima, ma anche la difficoltà di comparti duramente colpiti dalla pandemia, in particolare il turismo, nel ritrovare i livelli di fatturato pre-Covid. Le imprese non possono più permettersi il ritorno a situazioni di lockdown e chiusure».
L’Arabia saudita aumenta l’export di petrolio. Trump convoca le Big Tech sull’energia. Gas dall’Artico per l’Ue. Sale il petrolio, inflazione su?
Il giallo è durato per tutta la giornata di ieri, segnata dalla «Furia epica» di Usa e Israele. Un alto funzionario israeliano si era sbilanciato nel pomeriggio: «Cadremmo dalle sedie se Khamenei apparisse in diretta tv». La morte del genero e della nuora del leader, definiti «martiri» dai media iraniani, erano invece già acclarati.
Poi erano state le parole di Benjamin Netanyahu a dare chiari segnali: «Secondo molti segnali Khamenei è morto». Il leader israeliano, che ha detto di aver visto la foto del cadavere, mostrata anche a Donald Trump, ha ringraziato quest’ultimo per l’operazione, «foriera di pace». Non solo, secondo Bibi, «Teheran non può avere armi che ci minacciano, l’operazione continuerà. Il popolo iraniano scenda in piazza». The Donald, dal canto suo, apre invece a un’operazione lampo, di pochi giorni.
Il figlio del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, nel frattempo ha affermato che i tentativi di assassinio del padre sono falliti, assicurando che è in buona salute.
Fonti israeliane annunciano l’eliminazione di Mohammad Pakpour, capo dei Guardiani della rivoluzione, del generale Ali Shamkhani, figura chiave dell’apparato di sicurezza, del ministro della Difesa, Amir Hatami, e del capo della magistratura, Gholam-Hossein Mohseni-Ejei. Si tratta di perdite devastanti per l’architettura politico-militare della Repubblica islamica: una «decapitazione» mirata dei centri nevralgici del potere. Il dato strategico che emerge è la precisione dell’operazione. Americani e israeliani sembrano aver colpito con informazioni puntuali su tempi e luoghi, segno di un’intelligence penetrante.
Ora si può immaginare uno scenario simile a quello venezuelano, con una parte della leadership pronta a negoziare per sopravvivere? Al momento appare improbabile. Nessuno, nelle élite di Teheran, ben diverse dal quelle di Caracas, ha interesse a esporsi in una fase così fluida. Anche Reza Pahlavi, che ambirebbe a rientrare come figura di transizione, resta divisivo e privo di reale esperienza. La sua eventuale ascesa non rappresenterebbe una soluzione automatica, né garantirebbe coesione. L’interrogativo è un altro: l’operazione mira al regime change o al contenimento definitivo del programma nucleare? Probabilmente entrambe. La Repubblica islamica è costruita attorno alla figura della Guida Suprema. Dal 1989 Khamenei non è soltanto un’autorità religiosa, ma il perno politico, strategico e militare del sistema.
La Costituzione affida all’Assemblea degli Esperti la nomina del successore. In caso di «vacanza del potere», è previsto un consiglio provvisorio. Tuttavia, il meccanismo formale è solo una parte della partita. La vera dinamica si gioca nei rapporti di forza tra clero, apparato e Pasdaran. I Guardiani della rivoluzione costituiscono oggi il pilastro operativo del regime: controllano sicurezza interna, intelligence, programmi missilistici, proiezione regionale e ampie porzioni dell’economia. In una fase di crisi, il loro ruolo diventerebbe decisivo per garantire continuità e deterrenza. Negli ultimi anni il loro peso è cresciuto, accentuando la natura securitaria dello Stato. Una successione malgestita potrebbe rafforzare ulteriormente questa tendenza.
Esistono linee di frattura latenti. La prima riguarda il rapporto tra componente religiosa tradizionale e apparato militare. La seconda concerne l’ipotesi di una successione percepita come dinastica, con il nome di Mojtaba Khamenei spesso evocato negli ambienti diplomatici: una soluzione che potrebbe generare malumori nel clero, poiché contrasterebbe con la narrativa rivoluzionaria del 1979. La terza linea riguarda l’indirizzo strategico: irrigidimento permanente contro l’Occidente oppure gestione tattica delle tensioni per alleggerire sanzioni e isolamento. Non va trascurato il ruolo di Ali Larijani, figura di lungo corso, ex comandante dei Pasdaran e attuale responsabile della sicurezza nazionale, che nelle ultime settimane avrebbe assunto un peso crescente, mettendo in ombra il presidente, Masoud Pezeshkian, alle prese con un mandato fragile e un Paese sotto pressione economica. Storicamente, la narrativa dell’assedio esterno ha rafforzato la coesione delle élite iraniane. In presenza di un’escalation militare, il sistema potrebbe reagire serrando i ranghi e congelando le divisioni interne. La popolazione rappresenta l’incognita più difficile da decifrare: le proteste degli ultimi anni hanno evidenziato un malcontento profondo, ma un conflitto aperto potrebbe temporaneamente alimentare un riflesso nazionalista.
Il rischio maggiore non è una frattura immediata, bensì una transizione mal coordinata che, nel medio periodo, trasformi tensioni latenti in conflitto politico aperto. L’Iran non è un attore isolato: la sua rete di milizie in Medio Oriente, il dossier nucleare e il confronto con Israele e Stati Uniti rendono ogni mutamento al vertice un evento dalle ricadute regionali. Una destabilizzazione interna avrebbe effetti su Libano, Siria, Iraq e Yemen, incidendo sull’intero equilibrio di deterrenza. La possibilità di una frattura esiste, ma non appare imminente. Il sistema iraniano è stato costruito per assorbire choc e gestire transizioni controllate. Molto dipenderà dal comportamento dei Pasdaran. La variabile decisiva non è l’esistenza di divisioni - fisiologiche in ogni sistema - ma se le circostanze attuali siano sufficienti a farle esplodere in modo irreversibile. Ed è su questo crinale che si gioca oggi la stabilità dell’Iran.
Continua a leggereRiduci
L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
Continua a leggereRiduci
L'ex sede del centro popolare occupato «Gramigna» di Padova (Ansa)
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
Continua a leggereRiduci