
La Corte costituzionale ha stabilito che la riforma attuata dal governo del reato di traffico di influenze illecite è legittima. Con la nuova disciplina, il reato esiste solo se la mediazione è finalizzata alla commissione di un vero e proprio reato da parte di un pubblico ufficiale: non basta più una generica influenza o intermediazione.
La Corte costituzionale ha, invece, chiarito che la scelta del legislatore italiano non viola alcun obbligo internazionale e rientra nella sua piena discrezionalità, anche perché in Italia manca una legge sul lobbying capace di distinguere con chiarezza ciò che è lecito da ciò che non lo è.
Con questa decisione, molte condotte che in passato erano state considerate penalmente rilevanti oggi non lo sono più, perché il quadro normativo è cambiato. Una delle prime e più rilevanti ripercussioni della sentenza riguarderà anche le decisioni di patteggiamento che hanno coinvolto Luca Palamara. Caduta la principale accusa di corruzione, Palamara aveva patteggiato la residuale ipotesi di traffico di influenze illecite. Oggi, alla luce della nuova disciplina e della pronuncia della Corte, anche questa residua imputazione è destinata a cadere, aprendo la strada a una piena riabilitazione. Palamara, con La Verità, commenta i riflessi di questa decisione: «Non ho mai commesso alcun reato e mai avrei potuto farlo per il ruolo e le responsabilità ricoperte all’interno della magistratura. Dopo la decisione della Corte costituzionale, ho conferito mandato ai miei difensori per chiedere la revoca del patteggiamento, relativo a un reato che, a mio giudizio, era inconsistente sin dall’inizio e che oggi non esiste più nemmeno nei termini formali in cui era stato contestato».
L’ex presidente dell’Anm, impegnato nella stesura di un nuovo libro-intervista con Alessandro Sallusti, annuncia la sua prossima battaglia: «Questo percorso è solo all’inizio: chiederò la revoca di tutti i provvedimenti che mi hanno danneggiato, a partire da quelli adottati dall’Associazione nazionale magistrati fino a quello della Corte dei conti, incredibilmente fondato sul presupposto della commissione di un reato che oggi l’ordinamento non riconosce più. Il mio obiettivo è di fare definitivamente chiarezza su quanto accaduto nel maggio del 2019, una vicenda che ha avuto effetti profondi non solo sulla mia posizione personale, ma anche sul funzionamento di una parte della magistratura». Una questione che potrebbe entrare a pieno titolo nella campagna referendaria sulla riforma della giustizia.






