Nucleare e sanzioni, Usa e Iran si parlano. Trump: «Vittoria». C’è Vance ai negoziati
2026-03-25
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«Il nucleare di quarta generazione, pulito, sicuro e sostenibile, è il futuro. Lo sarà nei prossimi dieci anni in gran parte dell’Europa, negli Stati Uniti, in Canada. Da noi ci vorrà di più, ma quando tutti vedranno i vantaggi che derivano da questa tecnologia arriverà anche qui».
Stefano Buono è sicuro della sua previsione e quando si tratta di futuro, lui sa di che cosa si parla. Fisico nucleare, già stretto collaboratore di Carlo Rubbia fin dai tempi del Cern, nel 2002 ha lasciato il centro di ricerca europeo per creare una sua società, l’Advanced Accelerator Applications e dare corpo concreto alle sue idee di ricerca e a quelle degli altri scienziati che lo hanno seguito. E così è stato. In pochi anni la AAA ha brevettato diversi prodotti diagnostici e farmaceutici in campi che spaziano dall’oncologia, alla cardiologia e alla neurologia, allargando i confini della medicina nucleare teragnostica, ossia di quella branca innovativa che ha unito l’approccio diagnostico a quello terapeutico.
I suoi farmaci, per esempio, non servono solo a diagnosticare alcuni tumori, ma anche a tenerne sotto controllo la loro evoluzione e nel caso a trattare quelli non operabili. Il biotech però, non è l’unico interesse di Buono, dopo aver quotato AAA al Nasdaq nel 2015 (Ipo da 150 milioni di dollari), nel 2018 l’ha venduta a Novartis per 3,9 miliardi di dollari e circa tre anni immediatamente dopo ha dato vita a una nuova start up, la Newcleo con l’obiettivo di realizzare proprio quel nuovo nucleare pulito, sicuro e sostenibile.
Quanto tempo ci vorrà?
«Tra sette anni dovremmo essere in grado di avviare la produzione in serie, ma già prima partiremo in Inghilterra e Francia. Del resto su questo progetto, in qualche modo, ci sto lavorando dal 1995, quando insieme ad altri scienziati europei cominciai a confrontarmi con alcuni colleghi russi sull’utilizzo del piombo liquido come refrigerante all’interno dei reattori nucleari, una soluzione che era stata testata proprio dai russi nei loro sommergibili atomici. Da lì è iniziata un percorso di ricerca, durato un ventennio. Il governo italiano aveva stanziato anche 30 miliardi di lire affidando al mio gruppo di lavoro e ad Ansaldo un primo progetto di design, che abbiamo realizzato in tre anni, poi con l’Enea avremmo dovuto realizzare anche il primo prototipo da costruire alla Casaccia, ma nel 2002 l’idea è stata abbandonata. E’ stato allora che ho deciso di proseguire privatamente, nella convinzione che ormai l’industria fosse pronta per questo salto in avanti. E fortunatamente non ero il solo a crederlo».
Chi altri?
«Per esempio il capo progetto di allora dell’Ansaldo, Luciano Cinotti, che ha continuato a lavorarci anche da coordinatore mondiale del gruppo Generation four dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea) per poi entrare, insieme a un gruppo di altri ex Ansaldo, in una società americana chiamata Hydromine e cominciare a brevettare le soluzioni e realizzare il design di una nuova macchina a piombo liquido e proprio qui ci siamo incontrati di nuovo. La prima operazione di newcleo è stata proprio l’acquisto di questa società americana, con i suoi 12 brevetti e con i venti anni di ricerca che c’erano alle spalle. Io e gli altri cofondatori abbiamo messo i primi 100 milioni di euro e il 1 settembre 2021 ne abbiamo raccolti altri 100 da gruppi d’investimento come Exor Seeds, Liftt, il Club degli investitori, fondi di venture capital internazionali e personalità della finanza italiana e internazionale come la famiglia Drago (De Agostini), Claudio Costamagna, Victor Massiah, la famiglia Rovati, Davide e Vittorio Malacalza, Novacapital di Paolo Meloni e la famiglia svedese Lundin. In tutto abbiamo circa 170 soci, nessuno dei quali ha più del 10% del capitale e tra un mese concluderemo il secondo round di fund raising ma già nelle prime settimane abbiamo raccolto circa 250 dei 300 milioni di euro che ci siamo prefissi».
In sette mesi avete raccolto 400 milioni di capitale, ma ora qual è la vostra strategia industriale?
«Costruiremo in Italia un prototipo non nucleare per testare la macchina mentre i primi reattori sperimentali saranno costruiti in Inghilterra e Francia e già questi produrranno energia per il mercato. L’obiettivo, però, è di avviare in sette anni la produzione industriale dei nuovi reattori. Saranno di due tipi. Uno piccolo (3 metri per 5) da 30 MW, pensato soprattutto per le grandi navi portacontainer o da crociera o per esempio in un impianto di cogenerazione e un altro, modulare ma sempre di dimensioni ridotte, un cilindro di sei metri di base e sei di altezza, che produrrà 200 MW, che potrà funzionare da solo, o anche in linea con altri reattori, a seconda dell’esigenza di produzione d’energia».
Quali sono i vantaggi di questi reattori?
«Cominciamo da quello base: emissioni zero di Co2, come tutta l’energia nucleare, ma qui andiamo oltre. Per alimentare i reattori a piombo liquido si usa il mox (Mixed oxide fuel) una miscela di ossido di uranio naturale ed ossido di plutonio che si ricava dalle scorie prodotte dalle centrali tradizionali, quelle che così difficili da stoccare, anche perché perdono la loro radioattività solo dopo centinaia di migliaia di anni. Nel mondo se ne sono accumulate una quantità enorme e noi le possiamo smaltire bruciandole per produrre energia. I residui di questa produzione, cioè i frammenti di fissione, sono molto meno ingombranti e soprattutto perdono ogni radioattività in 2-300 anni, quindi, non c’è più bisogno di stoccarli nella profondità del suolo, bastano piccoli depositi. Magari potessimo smaltire così le scorie di carbone e petrolio, quelle ce le respiriamo e non parlo solo della Co2, ma anche della fuliggine, quelle particelle incombuste che finiscono nell’aria».
Perché le dimensioni ridotte sarebbero un vantaggio?
«Oggi i componenti di una centrale sono talmente grandi da dover essere costruiti direttamente nel sito di destinazione. I nostri, invece, sono trasportabili e i moduli si possono mettere in linea per aumentare la produzione di MW. I costi dei due sistemi, come può capire, non sono paragonabili. I nostri sono decisamente inferiori, come del resto anche i tempi di realizzazione».
La chiave del successo, insomma, sarebbero solo i costi più bassi e la trasportabilità?
«No, anche l’efficienza e la sicurezza. Il piombo liquido rispetto all’acqua pressurizzata mantiene gli elettroni molto più veloci rompendo con più facilità il plutonio e gli altri combustibili e liberando l’energia. Alla fine restano solo quei frammenti di fissione che, come detto, sono decisamente meno pericolosi dei rifiuti nucleari. Questo, però, non è il solo aspetto che rende più sicuro il nucleare di quarta generazione. Con il piombo liquido incidenti come quello di Three Mile Island o di Chernobyl sarebbero impossibili, anche di fronte di una serie di errori umani il reattore si spegnerebbe senza problemi. A differenza di un reattore raffreddato ad acqua, visti i limiti altissimi di temperatura del metallo liquido, uno spegnimento improvviso dell’impianto non porterebbe mai il nucleo al punto critico».
Dall’86 il nucleare è bandito dall’Italia. E’ bastata una timida apertura del ministro Cingolani a quello di quarta generazione per far scatenare le polemiche. Lei pensa davvero che ci sia spazio in Italia per questi impianti?
«Noi li stiamo realizzando per i Paesi che già usano il nucleare, ma sono sicuro che quando la produzione sarà partita e sarà chiaro che quell’energia è la più sicura di tutte, la più sostenibile e la meno cara, anche qui da noi ci sarà un generale ripensamento. Le faccio l’esempio di una nave, che ora brucia tonnellate di combustibile fossile, con un reattore come il nostro, da 30 MW, un armatore spenderà 100-150 milioni per l’impianto e poi più niente per i successivi 15 anni, il tempo di durata della macchina stessa. Il combustibile sarà all’interno e per l’intera vita del reattore non dovrà essere sostituito. Nessuna spesa aggiuntiva, nessun problema di rifornimento, nessun rischio di fuoriuscita di radiazioni per un arresto dell’impianto, nessuna emissione nociva, come si fa a non vedere i vantaggi di questa tecnologia? Mi creda, lo capiranno anche in Italia».
Donald Trump tira dritto con l’iniziativa diplomatica iraniana. E, per portarla avanti, sembra puntare molto su JD Vance che, dopo tre settimane fuori dai radar, pare stia tornando in auge. Secondo il Guardian, potrebbe infatti essere lui a guidare il team negoziale di Washington nei colloqui con i rappresentanti di Teheran: colloqui che, in caso di risposta positiva dell’Iran, potrebbero tenersi domani (probabilmente a Islamabad, dove è volato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, «con il benestare eccezionale delle autorità statunitensi e israeliane, fanno sapere i media pakistani). Inoltre, l’altro ieri, Vance ha avuto una telefonata con Benjamin Netanyahu sulla crisi iraniana. Ora, non è un mistero che il numero due della Casa Bianca sia sempre stato scettico verso un’operazione militare di vasta portata contro la Repubblica islamica. Tra l’altro, a ottobre, era emerso come, nell’attuale amministrazione statunitense, Vance fosse una delle figure meno morbide nei confronti del premier israeliano.
Non si può quindi escludere che, con la rinnovata centralità del suo vice, Trump voglia mettere sotto pressione il premier israeliano per convincerlo ad allinearsi all’iniziativa diplomatica di Washington. Non dimentichiamo che, pochi giorni dopo l’inizio del conflitto, proprio Netanyahu aveva chiesto spiegazioni agli americani su loro presunti contatti segreti con Teheran. Non è un mistero che Stati Uniti e Israele non siano pienamente convergenti sugli obiettivi del conflitto in corso. Certo, Trump e Netanyahu sono accomunati dalla volontà di impedire all’Iran sia di acquisire l’arma nucleare sia di continuare a foraggiare i suoi proxy regionali.
Dall’altra parte, però, il premier israeliano propende per un regime change in piena regola, laddove la Casa Bianca punta a una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio regime dopo averlo adeguatamente addomesticato. In questo modo, Trump, che ieri si è sentito con il premier indiano Narendra Modi per parlare della crisi iraniana, spera di evitare d’impelagarsi in costosi processi di nation building e di cooperare con Teheran in futuro nel settore petrolifero. Più nell’immediato, il presidente americano ha bisogno di riaprire Hormuz per abbassare il prezzo della benzina negli Stati Uniti in vista delle Midterm di novembre. Tanto più che ieri è stato reso noto che i pasdaran hanno imposto il pagamento di un pedaggio per attraversare lo Stretto. Vance, agli occhi di Trump, potrebbe allora garantire il conseguimento di due obiettivi: arrivare a una soluzione venezuelana e, al contempo, rassicurare internamente quel pezzo di base Maga, preoccupato dal prolungarsi del conflitto iraniano. Vance è politicamente vicino a quei colletti blu della Rust belt che rappresentano un bacino elettorale cruciale per il Partito repubblicano. Dal canto suo, Trump ha bisogno di sbloccare Hormuz o per via diplomatica o tramite l’uso della forza: il presidente potrebbe presto annunciare una coalizione che si occuperebbe di scortare le navi nello Stretto oppure potrebbe invadere l’isola di Kharg per costringere i pasdaran a riaprirlo. Trump non sta rinunciando alla pressione militare e sarebbe pronto a schierare altri 3.000 soldati in Medio Oriente.
Il punto è capire come si comporterà Teheran. Il regime khomeinista appare spaccato tra chi auspica la linea dura con Washington e chi, al contrario, è su posizioni più dialoganti. Stando a Reuters, sarebbero proprio i pasdaran, che ieri hanno annunciato delle «operazioni mirate», a spingere per un ulteriore irrigidimento della posizione negoziale di Teheran. Dall’altra parte, però, una fonte iraniana ha riferito alla Cnn che il regime sarebbe disposto ad accogliere un «accordo sostenibile», purché includa lo stop alle sanzioni e permetta a Teheran l’uso della tecnologia nucleare a scopo pacifico.
È in questo quadro che Islamabad continua a cercare di ritagliarsi un ruolo centrale nel processo diplomatico. Ieri, il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, si è detto pronto a ospitare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. «Previo accordo tra Stati Uniti e Iran, il Pakistan si dichiara pronto e onorato di ospitare colloqui significativi e definitivi per una soluzione globale del conflitto in corso», ha affermato in un post, poi rilanciato da Trump, il quale, sempre ieri, oltre a dichiarare vittoria, ha detto che gli iraniani avrebbero «accettato di non avere mai un’arma nucleare» e che sarebbero desiderosi di un’intesa. Il presidente, oltre a confermare che le trattative vedono coinvolti Vance e Marco Rubio, ha altresì asserito di aver ricevuto da Teheran un non meglio precisato «regalo» attinente a Hormuz. «Abbiamo a che fare con un gruppo di persone che, a mio parere, si sono dimostrate all’altezza. Abbiamo ucciso tutti i leader dell’Iran, ora c’è un nuovo gruppo. C’è stato un cambio di regime», ha aggiunto.
Lo stesso ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, ha esortato l’omologo di Teheran, Abbas Aragchi, a privilegiare «il dialogo e il negoziato». Dall’altra parte, secondo il New York Times, il principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman, starebbe spingendo la Casa Bianca a proseguire il conflitto contro Teheran. Se confermato, ciò sarebbe in linea con il doppiogioco condotto da Riad nelle settimane prima dell’inizio della guerra, quando, a parole, auspicava la diplomazia e, a porte chiuse, premeva per un attacco statunitense contro il regime khomeinista
Non si può, quindi, escludere che possa delinearsi un asse sotterraneo tra Riad e Gerusalemme, volto a promuovere il proseguimento del conflitto con Teheran. Tra l’altro, Bloomberg riportava ieri che l’Arabia Saudita e gli Emirati potrebbero presto unirsi a Usa e Israele nella guerra contro l’Iran. Il margine negoziale di Trump è quindi stretto tra il massimalismo dei pasdaran e la volontà degli alleati di proseguire le operazioni belliche. Vance è chiamato a sciogliere il nodo. E da questo potrebbe passare il suo destino politico in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028.
Era prevedibile. Le interruzioni parziali dei flussi di approvvigionamento del gas provenienti dal Golfo, i mercati europei che restano esposti a squilibri dell’offerta e la corsa dei Paesi europei a cercare alternative rapide, hanno posto l’Algeria nella posizione strategica di rivedere i prezzi del gas.
In contemporanea la QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore sui contratti di Gil anche in Italia, il che vuol dire la revisione degli impegni di fornitura già stipulati.
Non sarà una missione facile quella della premier, Giorgia Meloni, oggi ad Algeri per discutere il dossier del gas. Proprio alla vigilia del viaggio, la piattaforma specializzata «Attaqa», citando fonti informate, ha riferito che le autorità algerine si avviano a rivedere i meccanismi di determinazione dei prezzi delle proprie esportazioni di gas naturale e Gnl verso l’Europa, con l’obiettivo di massimizzare i ricavi. Eventuali aumenti delle quantità esportate saranno subordinate a una rinegoziazione dei prezzi, in linea con le quotazioni internazionali. In sostanza, l’incremento delle forniture sarebbe legato a condizioni economiche più favorevoli.
L’Algeria è già il principale fornitore energetico dell’Italia. Nel 2025 ha esportato verso il nostro Paese circa 20,1 miliardi di metri cubi di gas tramite il gasdotto TransMed, ovvero circa il 31% delle importazioni complessive italiane. Sono già in corso i negoziati tra Eni e Sonatrach, per rinegoziare i contratti di fornitura in scadenza nel 2027. Algeri è strategica anche per il gas naturale liquefatto: nel 2025 sono arrivati in Italia 47 carichi di Gnl algerino su un totale di 221, contro i 31 su 150 del 2024, con un incremento di oltre il 50% su base annua.
Il viaggio di Giorgia Meloni serve quindi a rafforzare il partenariato tra Italia e Algeria che oltre alle forniture energetiche riguarda anche il potenziamento delle infrastrutture, il rafforzamento degli investimenti italiani e i primi passi per l’istituzione di una Camera di commercio italo-algerina.
Il gas è comunque il tema centrale della visita. Le indicazioni disponibili suggeriscono che Algeri punti a un aumento dei prezzi compreso tra il 15 e il 20% sulle forniture aggiuntive, sia via gasdotto sia sotto forma di Gnl. Una mossa volta a capitalizzare i livelli raggiunti dal mercato europeo, dove le quotazioni hanno recentemente superato i 70 dollari per megawattora. Algeri ha avviato negoziati avanzati con Italia e Spagna per incrementare le forniture. Le mosse algerine si inseriscono nel quadro degli sforzi europei per diversificare le fonti di approvvigionamento. In particolare, operatori energetici italiani, con il sostegno del governo, stanno lavorando alla conclusione di nuovi contratti di medio-lungo termine.
Sul fronte produttivo, l’Algeria sta spingendo per aumentare al massimo le esportazione di Gnl, approfittando del rallentamento parziale di alcuni concorrenti. La capacità complessiva di liquefazione é stimata intorno a 25,3 milioni di tonnellate annue, elemento che consente una certa flessibilità nella destinazione dei carichi. Al contempo, il Paese mira a compensare il calo delle esportazioni registrato nel 2025, pari a circa il 18%, attraverso un miglioramento dell’efficienza operativa e un incremento della produzione. I dati indicano una forte ripresa delle esportazioni nella prima metà di marzo 2026, con un aumento del 74%.
Oltre all’Algeria si apre un altro fronte di criticità per l’Italia. QatarEnergy ha dichiarato la forza maggiore su alcuni dei contratti a lungo termine per la fornitura di gas naturale liquefatto ad Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La mossa era stata anticipata come possibilità qualche giorno fa dal ceo del gruppo, Saad al-Kaabi a seguito degli attacchi iraniani a due dei suoi 14 impianti di liquefazione del gas naturale (Gnl) e a uno dei due impianti di gas-to-liquids (Gtl). Dichiarare la forza maggiore sui contratti a lungo termine, significa l’esonero dalla responsabilità contrattuale fino a cinque anni per le forniture di Gnl. Le riparazioni degli impianti danneggiati, ha spiegato il ceo, mettono fuori uso 12,8 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno per 3-5 anni. Oltre all’Italia, nel giro di vite del Qatar sono coinvolti Belgio, Corea del Sud e Cina.
Intanto sono accesi i riflettori sul prossimo Consiglio dei ministri. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin ha detto che sarà il governo a valutare una eventuale misura per ridurre il prezzo dei carburanti. Sul tavolo la possibilità di una proroga del taglio delle accise oltre i 20 giorni già decisi con scadenza il 7 aprile. Bisognerà però trovare le risorse, un compito non facile che spetta al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Il pressing riguarda anche l’estensione dello sconto ad alcune categorie. C’è poi il decreto bollette che, dopo il confronto a Bruxelles sugli Ets, ripartirà nel proprio iter parlamentare. Al momento è previsto un bonus di 115 euro per i meno abbienti. Non è escluso un intervento per potenziare l’aiuto.
Col referendum perduto avevamo l’occasione di migliorare il nostro sistema giudiziario. Un gran peccato. L’opposizione festeggia. Una parte della magistratura festeggia: li terrorizzava la possibilità di esser chiamati a render conto dei propri errori. Il presidente del Comitato per il No, Enrico Grosso, ha dichiarato che «ha perso chi voleva affievolire l’indipendenza della magistratura». Però, i magistrati a Napoli hanno festeggiato intonando «Bella Ciao», che sono non solo le parole scritte su un bossolo del fucile che ha ucciso Charlie Kirk, ma anche quelle fatte proprie da un preciso colore politico. Insomma, l’indipendenza di quei magistrati festanti è, di tutta evidenza, più una fantasia di Grosso.
La vittoria del Sì non avrebbe rafforzato il governo. L’ho scritto più volte: il governo avrebbe solo realizzato un desiderio vecchio di 40 anni. Un desiderio peraltro trasversale giacché, come detto più volte, la riforma era il compimento di un processo avviato dal socialista prof. Giuliano Vassalli e continuato dalla sinistra che, con D’Alema al governo nel 1999, introduceva in Costituzione il giudice «terzo». Alla fine, Meloni e Nordio stavano tagliando il nastro di un lavoro pluridecennale.
La maggioranza dei votanti, aizzati e terrorizzati da una campagna bugiarda, non hanno voluto dare fiducia. Personalmente, avevo preso a cuore la cosa, avevo studiato il caso e, essendomi esposto, ero stato chiamato a dibattere in varie occasioni. I dibattiti sono stati una titanica fatica: una verità veniva contrastata da una menzogna; e quando dimostravo la menzogna, un’altra sbucava, e così all’infinito. Già: la verità è una sola, ma le menzogne sono infinite. Le parole di Grosso e i festeggiamenti a Napoli sopra ricordati sono solo una goccia in questo infinito.
La vittoria del No – che è la vittoria di quei magistrati che trovano comodo aver così preservato il privilegio della impunità – è però la sconfitta dell’opposizione che, più che miope, è stata accecata dal patetico desiderio di poter dire di aver inflitto una sconfitta al governo. Certo, sembrerebbe che abbia vinto, ma questa presunta vittoria attiene ad una battaglia, ma è prodromica della sconfitta della guerra.
Intanto c’è un dato: quasi la metà degli italiani chiede una riforma della magistratura. Certo, il «quasi» è quanto basta per non vincere in democrazia, epperò è un quasi «la metà». Insomma, il problema c’è e, comunque, non può essere ignorato. Non solo: ogni volta che il problema emergerà, la responsabilità avrà un nome. Ed emergerà sicuramente: negli ultimi trent’anni ci sono state 30.000 carcerazioni ingiuste e risarcite, mille l’anno, quasi tre al giorno, figlie di questo sistema bacato. Il baco ora è rimasto e, ogni volta che ne emergerà la testa, gli sconfitti del Sì non avranno da far altro che chieder conto ai vittoriosi del No. Chissà cosa risponderanno.
Non c’è ragione per cui la testa del baco dovrebbe restare nascosta, dicevo. Ma, anche se lo facesse, il baco rimane, ed ecco come. Non sono un giurista, sono un fisico, ma c’è una differenza tra queste due professioni: al giurista è permesso essere ignorante di fisica, mentre al fisico o, meglio, a chiunque di noi, non è concesso essere ignoranti di legge, ché questa non ammette ignoranza. Ciò premesso, vengo al punto: l’articolo 111 della Costituzione prevede che chiunque di noi deve avere il diritto di esser giudicato da un giudice «terzo», distante tanto dal magistrato che ci accusa quanto dal nostro avvocato difensore. Senonché, l’articolo 104 mantiene il giudice collega del magistrato che ci accusa. Tutti i processi celebrati in Italia dal 1999 in poi hanno questo colossale vizio: ad ognuno dei condannati non è stato concesso di essere giudicato da un giudice «terzo». E questo accade da 27 anni, dal 1999 appunto.
Non metto in dubbio che qualche Azzeccagarbugli farà le dovute piroette di latinorum per spiegare che tutto va bene e che i due articoli – il 111 e il 104 – sono compatibili. Ma nessuna piroetta retorica può cancellare questa realtà: giudici e pm – che fanno stesso concorso e sono soggetti a un unico organo che decide le carriere, le regole, le vigilanze – sono di fatto colleghi e vivono tutte le dinamiche che, nel bene e nel male, si instaurano tra colleghi, il giudice non è «terzo», e tutti i processi dal 1999 a oggi sono stati celebrati in odore di incostituzionalità. Fossi il presidente della magistratura non ci dormirei la notte o, almeno, avvertirei un grattacapo.
