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2024-04-07
Stangata e fermo per la nave di Casarini
Ansa
Un copione già scritto. Tutto altamente prevedibile. Eppure per la Ong Mediterranea, che con la nave Mare Jonio lo scorso 4 aprile ha recuperato in mare 56 migranti, sotto il naso e i presunti spari della Guardia costiera libica, l’epilogo sarebbe «l’ennesima rappresaglia di un sistema criminale» e un governo disumano. Un governo, quello italiano, che ha notificato alla Ong un fermo amministrativo di 20 giorni e una multa di 10.000 euro, come previsto dal decreto Piantedosi del gennaio 2023.
A quanto si apprende, gli operatori della Mare Jonio, sarebbero responsabili di aver istigato la fuga dei migranti per sottrarsi alla Guardia costiera libica. Non solo, secondo le autorità italiane, uno dei gommoni di soccorso si sarebbe avvicinato alla motovedetta libica Fezzan e avrebbe incitato i migranti già soccorsi in precedenza a lanciarsi in mare così da interrompere le operazioni dei libici. Una ricostruzione contestata dall’equipaggio guidato da Luca Casarini che ieri ha indetto una conferenza stampa sull’accaduto, nella quale si è rivolto direttamente a Giorgia Meloni: «Non ci fai paura» ha detto l’ex capo delle tute bianche, già al centro di una inchiesta della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione del codice della navigazione. «È una rappresaglia. Noi continueremo a pensare che è giusto salvare vite, questi provvedimenti non ci fermeranno, noi continueremo».
Mentre Mediterranea parla di criminalizzazione del soccorso in mare, secondo le autorità italiane la dinamica sarebbe piuttosto lineare. Il soccorso infatti è avvenuto in area Sar libica, ossia di competenza della Guardia costiera libica. Il che significa che salvo specifiche indicazioni del centro di Ricerca e Soccorso della Guardia costiera di Roma, il recupero dei migranti in mare spetta ai libici. Nonostante Casarini e compagnia si ostinino a parlare di «cosiddetta» Guardia costiera libica o addirittura di «bande di miliziani», dal 2018 la Libia ha un suo Mrcc (centro di coordinamento) regolarmente riconosciuto a livello internazionale. È la stessa Unione Europea inoltre a ritenere le Libia un interlocutore credibile, visto che la sostiene nella gestione delle frontiere terrestri, aeree e marittime, tramite la missione Eubam- Libia, da poco rinnovata fino al 2025.
Ma le leggi internazionali, cui la Ong tanto si appella, evidentemente valgono solo quando fanno comodo. Perché a dirla tutta, secondo Casarini, la Libia non dovrebbe nemmeno avere una sua zona Sar visto che «non si può dare una zona di ricerca e soccorso a un Paese che non è in grado di assicurare un porto sicuro alle persone». Visto che la responsabilità delle operazioni di soccorso, piaccia o meno, spetta alla Libia, va da sé che ogni operazione non autorizzata da parte di una nave straniera, possa apparire come un’interferenza. Di qui il tentativo dei libici di allontanare la Ong dalle imbarcazioni dei migranti, anche sparando colpi in aria. Alla vista della Mare Jonio infatti, i migranti già recuperati dai libici avrebbero cercato una via di fuga. Dinamica del tutto prevedibile: poiché nessuno di quanti hanno pagato migliaia di dollari ai trafficanti per garantirsi un ticket verso l’Europa vuole tornare in Libia, non appena la Ong compare all’orizzonte si crea il caos. Comprensibilmente. Il capo missione di Mediterranea Denny Castiglione invece si dichiara basito. «Dicono che abbiamo creato pericolo per la vita umana durante l’operazione. È assurdo».
Secondo gli operatori umanitari infatti, la Ong sarebbe stata la prima ad arrivare nel punto di mare in cui si trovano i migranti, motivo per cui il suo team legale starebbe lavorando ad un esposto per fare chiarezza su quanto accaduto.
A difesa della nave umanitaria si è schierato Antonio Nicita del Pd che ha chiesto una interrogazione urgente in Senato. La sua colpa, osserva, è «aver salvato vite, sotto gli spari di una motovedetta libica, pur essendo i primi ad arrivare ed essendo on scene coordinator». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, dell’Alleanza Verdi Sinistra. «Invece di perseguire chi spara contro dei naufraghi e chi, come è stato documentato dalla ong, frusta degli esseri umani sulle imbarcazioni regalate e finanziate dal governo italiano - rileva - si accaniscono contro chi salva delle vite. Meloni, Piantedosi, Crosetto non hanno nulla da dichiarare?». Per la nave di Mediterranea, che dal 2021 ha ricevuto più di 2 milioni di euro di contributi dalla Cei e alcuni diocesi italiane, è il secondo stop in pochi mesi. Ma c’è da giurarci che sia stato messo tutto in conto o «sul conto». Conseguenze delle proprie operazioni comprese. Del resto, come Casarini ha più volte dichiarato, l’obiettivo di Mediterranea e quindi della Mare Jonio, prima che umanitario è politico. Ieri, intanto, si sono registrati nove sbarchi a Lampedusa, per un totale di 394 persone. L’hotspot dell’isola è strapieno, con 1.141 ospiti.
Parroco in aiuto dei musulmani: «Loro diritto riunirsi per pregare»
A Turbigo, in provincia di Milano, prosegue lo scontro tra la giunta e la comunità mussulmana locale, Moschea Essa. L’oggetto della disputa è la non concessione, da parte del Comune, di uno spazio pubblico per celebrare la fine del Ramadan. Ieri è intervenuto anche il parroco, don Carlo Rossini. La decisione era arrivata lo scorso venerdì in seguito a un ricorso al Tar presentato dal legale della comunità islamica, Luca Bauccio, per via delle mancate risposte del Comune alle loro richieste. Le ragioni portate dalla giunta sono state l’impossibilità di trovare un posto adeguato, a fronte anche della carenza di organico per garantire la sicurezza e della non specificazione di un numero preciso di partecipanti. La comunità islamica non ha gradito il rifiuto, accusando la giunta di xenofobia e rimettendosi nuovamente al Tar.
«Io sono venuto a conoscenza di questa situazione solo qualche giorno fa, dopo Pasqua», ha dichiarato don Carlo Rossini. «Credo ci sia sicuramente il diritto, da parte della comunità islamica, di avere dei luoghi e che ci sia il dovere, da parte delle istituzioni, di rispondere alle richieste. Detto questo, se il Comune non ha spazi, non può certo inventarseli». Il parroco ha spiegato che a Turbigo c’è una «discreta percentuale» di abitanti mussulmani, nell’ordine di qualche centinaia, e che finora «non ci sono mai stati problemi» nei rapporti tra le comunità. Il curato d’altra parte riconosce «il loro diritto di ritrovarsi e il dovere del Comune di rispondere», ma «se il Comune non ha i posti, non può costruirli in una settimana». Parole in linea con quelle pronunciate l’altro giorno dallo stesso sindaco, quando aveva affermato che la sua «amministrazione si trova nell’impossibilità di assegnare uno spazio non per volontà dell’ente, che intende invece garantire e tutelare la libertà religiosa e di culto di tutte le comunità», e per tale ragione aveva invitato a cercare uno spazio privato, «per dar luogo a un evento che consenta la piena condivisione e la valorizzazione della tradizione della comunità islamica».
Versione rifiutata, però, dall’associazione mussulmana, che si è rivolta nuovamente al Tar, il quale ha ora disposto l’intervento del Prefetto di Milano. Questi - si legge nel decreto visionato dall’Agi - dovrà «avviare un confronto tra le parti», amministrazione e Moschea Essa, «anche attraverso la convocazione di un’apposita riunione entro la giornata di lunedì 8 aprile». In tale circostanza, dovrà valutare «la sussistenza o meno di «comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica» che impediscano la celebrazione religiosa «nel campo sportivo e negli spazi scoperti e, se in caso negativo, in quelli coperti». «È ciò che avevamo chiesto», ha dichiarato l’avvocato Luca Bauccio, autore del ricorso insieme con il collega Aldo Russo. «Adesso sarà il prefetto a trovare una soluzione. Da parte nostra vi è sempre stata la volontà di collaborare». Tra gli elementi evidenziati nel ricorso, anche una festa che ogni anno si celebra a Turbigo, il gran falò della gioia, in uno spazio che invece secondo i legali verrebbe negato ai mussulmani.
Sarà dunque il prefetto a dirimere la questione, dopo la straordinaria solerzia con cui - certamente in ragione dell’imminente fine del Ramadan - è intervenuto per ben due volte il Tar.
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Multa di 10.000 euro e stop di 20 giorni per la Mare Jonio, attraccata a Pozzallo dopo i presunti spari della Guardia costiera libica. L’ex tuta bianca: «Rappresaglia, Meloni non ci fai paura, faremo un esposto». Intanto, l’hotspot di Lampedusa è al collasso.Il curato di Turbigo sugli spazi negati per il Ramadan: «Dovere del Comune rispondere».Lo speciale contiene due articoli.Un copione già scritto. Tutto altamente prevedibile. Eppure per la Ong Mediterranea, che con la nave Mare Jonio lo scorso 4 aprile ha recuperato in mare 56 migranti, sotto il naso e i presunti spari della Guardia costiera libica, l’epilogo sarebbe «l’ennesima rappresaglia di un sistema criminale» e un governo disumano. Un governo, quello italiano, che ha notificato alla Ong un fermo amministrativo di 20 giorni e una multa di 10.000 euro, come previsto dal decreto Piantedosi del gennaio 2023. A quanto si apprende, gli operatori della Mare Jonio, sarebbero responsabili di aver istigato la fuga dei migranti per sottrarsi alla Guardia costiera libica. Non solo, secondo le autorità italiane, uno dei gommoni di soccorso si sarebbe avvicinato alla motovedetta libica Fezzan e avrebbe incitato i migranti già soccorsi in precedenza a lanciarsi in mare così da interrompere le operazioni dei libici. Una ricostruzione contestata dall’equipaggio guidato da Luca Casarini che ieri ha indetto una conferenza stampa sull’accaduto, nella quale si è rivolto direttamente a Giorgia Meloni: «Non ci fai paura» ha detto l’ex capo delle tute bianche, già al centro di una inchiesta della Procura di Ragusa per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e violazione del codice della navigazione. «È una rappresaglia. Noi continueremo a pensare che è giusto salvare vite, questi provvedimenti non ci fermeranno, noi continueremo». Mentre Mediterranea parla di criminalizzazione del soccorso in mare, secondo le autorità italiane la dinamica sarebbe piuttosto lineare. Il soccorso infatti è avvenuto in area Sar libica, ossia di competenza della Guardia costiera libica. Il che significa che salvo specifiche indicazioni del centro di Ricerca e Soccorso della Guardia costiera di Roma, il recupero dei migranti in mare spetta ai libici. Nonostante Casarini e compagnia si ostinino a parlare di «cosiddetta» Guardia costiera libica o addirittura di «bande di miliziani», dal 2018 la Libia ha un suo Mrcc (centro di coordinamento) regolarmente riconosciuto a livello internazionale. È la stessa Unione Europea inoltre a ritenere le Libia un interlocutore credibile, visto che la sostiene nella gestione delle frontiere terrestri, aeree e marittime, tramite la missione Eubam- Libia, da poco rinnovata fino al 2025. Ma le leggi internazionali, cui la Ong tanto si appella, evidentemente valgono solo quando fanno comodo. Perché a dirla tutta, secondo Casarini, la Libia non dovrebbe nemmeno avere una sua zona Sar visto che «non si può dare una zona di ricerca e soccorso a un Paese che non è in grado di assicurare un porto sicuro alle persone». Visto che la responsabilità delle operazioni di soccorso, piaccia o meno, spetta alla Libia, va da sé che ogni operazione non autorizzata da parte di una nave straniera, possa apparire come un’interferenza. Di qui il tentativo dei libici di allontanare la Ong dalle imbarcazioni dei migranti, anche sparando colpi in aria. Alla vista della Mare Jonio infatti, i migranti già recuperati dai libici avrebbero cercato una via di fuga. Dinamica del tutto prevedibile: poiché nessuno di quanti hanno pagato migliaia di dollari ai trafficanti per garantirsi un ticket verso l’Europa vuole tornare in Libia, non appena la Ong compare all’orizzonte si crea il caos. Comprensibilmente. Il capo missione di Mediterranea Denny Castiglione invece si dichiara basito. «Dicono che abbiamo creato pericolo per la vita umana durante l’operazione. È assurdo». Secondo gli operatori umanitari infatti, la Ong sarebbe stata la prima ad arrivare nel punto di mare in cui si trovano i migranti, motivo per cui il suo team legale starebbe lavorando ad un esposto per fare chiarezza su quanto accaduto. A difesa della nave umanitaria si è schierato Antonio Nicita del Pd che ha chiesto una interrogazione urgente in Senato. La sua colpa, osserva, è «aver salvato vite, sotto gli spari di una motovedetta libica, pur essendo i primi ad arrivare ed essendo on scene coordinator». Sulla stessa linea Nicola Fratoianni, dell’Alleanza Verdi Sinistra. «Invece di perseguire chi spara contro dei naufraghi e chi, come è stato documentato dalla ong, frusta degli esseri umani sulle imbarcazioni regalate e finanziate dal governo italiano - rileva - si accaniscono contro chi salva delle vite. Meloni, Piantedosi, Crosetto non hanno nulla da dichiarare?». Per la nave di Mediterranea, che dal 2021 ha ricevuto più di 2 milioni di euro di contributi dalla Cei e alcuni diocesi italiane, è il secondo stop in pochi mesi. Ma c’è da giurarci che sia stato messo tutto in conto o «sul conto». Conseguenze delle proprie operazioni comprese. Del resto, come Casarini ha più volte dichiarato, l’obiettivo di Mediterranea e quindi della Mare Jonio, prima che umanitario è politico. Ieri, intanto, si sono registrati nove sbarchi a Lampedusa, per un totale di 394 persone. 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Le ragioni portate dalla giunta sono state l’impossibilità di trovare un posto adeguato, a fronte anche della carenza di organico per garantire la sicurezza e della non specificazione di un numero preciso di partecipanti. La comunità islamica non ha gradito il rifiuto, accusando la giunta di xenofobia e rimettendosi nuovamente al Tar. «Io sono venuto a conoscenza di questa situazione solo qualche giorno fa, dopo Pasqua», ha dichiarato don Carlo Rossini. «Credo ci sia sicuramente il diritto, da parte della comunità islamica, di avere dei luoghi e che ci sia il dovere, da parte delle istituzioni, di rispondere alle richieste. Detto questo, se il Comune non ha spazi, non può certo inventarseli». Il parroco ha spiegato che a Turbigo c’è una «discreta percentuale» di abitanti mussulmani, nell’ordine di qualche centinaia, e che finora «non ci sono mai stati problemi» nei rapporti tra le comunità. Il curato d’altra parte riconosce «il loro diritto di ritrovarsi e il dovere del Comune di rispondere», ma «se il Comune non ha i posti, non può costruirli in una settimana». Parole in linea con quelle pronunciate l’altro giorno dallo stesso sindaco, quando aveva affermato che la sua «amministrazione si trova nell’impossibilità di assegnare uno spazio non per volontà dell’ente, che intende invece garantire e tutelare la libertà religiosa e di culto di tutte le comunità», e per tale ragione aveva invitato a cercare uno spazio privato, «per dar luogo a un evento che consenta la piena condivisione e la valorizzazione della tradizione della comunità islamica». Versione rifiutata, però, dall’associazione mussulmana, che si è rivolta nuovamente al Tar, il quale ha ora disposto l’intervento del Prefetto di Milano. Questi - si legge nel decreto visionato dall’Agi - dovrà «avviare un confronto tra le parti», amministrazione e Moschea Essa, «anche attraverso la convocazione di un’apposita riunione entro la giornata di lunedì 8 aprile». In tale circostanza, dovrà valutare «la sussistenza o meno di «comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica» che impediscano la celebrazione religiosa «nel campo sportivo e negli spazi scoperti e, se in caso negativo, in quelli coperti». «È ciò che avevamo chiesto», ha dichiarato l’avvocato Luca Bauccio, autore del ricorso insieme con il collega Aldo Russo. «Adesso sarà il prefetto a trovare una soluzione. Da parte nostra vi è sempre stata la volontà di collaborare». Tra gli elementi evidenziati nel ricorso, anche una festa che ogni anno si celebra a Turbigo, il gran falò della gioia, in uno spazio che invece secondo i legali verrebbe negato ai mussulmani. Sarà dunque il prefetto a dirimere la questione, dopo la straordinaria solerzia con cui - certamente in ragione dell’imminente fine del Ramadan - è intervenuto per ben due volte il Tar.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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