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2019-10-30
Spygate, il pizzino Usa: «Grandi progressi»
Getty Images
L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma».
Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario».
E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio.
C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma.
Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta.
Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. Si configurerebbe così un gigantesco regolamento di conti interno, capace di influire in maniera decisiva sull'esito della prossima campagna presidenziale.
Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit
Arrivano dagli Usa le picconate che aprono una breccia nella linea di difesa sull'appendice nostrana del Russiagate. Davanti al Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti, il direttore del Dis Gennaro Vecchione avrebbe sbandato sotto la pressione delle notizie provenienti da oltreoceano. È un filo rosso quello che collega Roma a Washington. La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump.
Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale.
A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
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Il procuratore generale William Barr svela che il collega John Durham, a capo delle indagini sugli 007, ha trovato «informazioni utili in Italia». E aggiunge: «Prima dell'inchiesta ho creato un canale con i Paesi coinvolti». Giuseppe Conte però ha negato rapporti. Allora con chi ha parlato? Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit. Nell'audizione durata 3 ore anche il ruolo dell'ambasciatore a Washington Armando Varricchio. Lo speciale comprende due articoli. L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma». Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario». E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio. C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma. Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta. Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. 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La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump. Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale. A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV.