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2019-10-30
Spygate, il pizzino Usa: «Grandi progressi»
Getty Images
L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma».
Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario».
E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio.
C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma.
Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta.
Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. Si configurerebbe così un gigantesco regolamento di conti interno, capace di influire in maniera decisiva sull'esito della prossima campagna presidenziale.
Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit
Arrivano dagli Usa le picconate che aprono una breccia nella linea di difesa sull'appendice nostrana del Russiagate. Davanti al Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti, il direttore del Dis Gennaro Vecchione avrebbe sbandato sotto la pressione delle notizie provenienti da oltreoceano. È un filo rosso quello che collega Roma a Washington. La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump.
Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale.
A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
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Il procuratore generale William Barr svela che il collega John Durham, a capo delle indagini sugli 007, ha trovato «informazioni utili in Italia». E aggiunge: «Prima dell'inchiesta ho creato un canale con i Paesi coinvolti». Giuseppe Conte però ha negato rapporti. Allora con chi ha parlato? Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit. Nell'audizione durata 3 ore anche il ruolo dell'ambasciatore a Washington Armando Varricchio. Lo speciale comprende due articoli. L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma». Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario». E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio. C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma. Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta. Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. 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La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump. Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale. A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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Manifestanti a sostegno di Henry Nowak (Getty Images)
Il caso, ormai noto a livello mondiale, ha suscitato profonda indignazione dopo la recente diffusione dei filmati delle bodycam dei poliziotti. Le immagini mostrano Nowak che ripete più volte di essere stato accoltellato e di non riuscire a respirare, mentre gli agenti lo ammanettano dopo che Digwa aveva sostenuto di essere stato vittima di un’aggressione a sfondo razziale. Nel corso del processo, tuttavia, questa versione è stata smentita dalle prove presentate dall’accusa, che hanno portato alla condanna dell’aggressore.
Il capo della polizia dell’Hampshire, Alexis Boon, ha chiesto pubblicamente scusa alla famiglia del giovane, definendo il video «una tragedia assoluta». Boon ha riconosciuto l’errore commesso nell’ammanettare Nowak, ma ha respinto le accuse di una «politica dei due pesi e due misure». Dopo lo scoppio di numerose proteste in tutto il Paese, la vicenda è arrivata fino a Downing Street. Ieri il premier Keir Starmer ha incontrato la famiglia di Nowak, così come ha fatto la leader conservatrice Kemi Badenoch. Entrambi hanno espresso vicinanza ai familiari e chiesto che sia fatta piena luce sull’accaduto.
Sul piano politico, tuttavia, le letture restano profondamente diverse. Nigel Farage, leader di Reform Uk (oggi primo partito nei sondaggi britannici), ha accusato le forze dell’ordine di aver dato credito alle accuse di razzismo formulate da Digwa senza verificare adeguatamente i fatti, denunciando una «politica dei due pesi e due misure» destinata a minare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Starmer, da parte sua, ha replicato accusando Farage, Elon Musk e altri commentatori di «alimentare le divisioni» nel Paese. Il premier ha ribadito che la Gran Bretagna resta una nazione composta in larga maggioranza da persone «ragionevoli e tolleranti», invitando a non strumentalizzare la tragedia.
Mentre Starmer tenta di gettare acqua sul fuoco, il dibattito si è già esteso all’intera architettura delle «politiche di diversità, equità e inclusione» (Dei) adottate negli ultimi anni dalle forze dell’ordine britanniche. Un sondaggio dell’Università di Reading, condotto su oltre 2.600 membri della polizia dell’Hampshire, ha rilevato che una parte degli agenti sottoposti ai corsi obbligatori del programma «L’inclusione conta» si sentiva «sotto pressione» e temeva di «dire la cosa sbagliata» o di subire conseguenze professionali in caso di errori.
Le critiche, peraltro, non arrivano soltanto dall’opposizione conservatrice. Jack Straw, ex ministro laburista dell’Interno e tra i principali promotori delle riforme antirazziste introdotte negli ultimi decenni, ha sostenuto che queste politiche sono «andate troppo oltre». Straw ha inoltre criticato alcune linee guida emanate dal National police chiefs’ council che, nel perseguire la cosiddetta «equità razziale», sostengono che trattare tutti allo stesso modo non sempre produrrebbe risultati equi. Anche il ministro della Polizia, Sarah Jones, ha definito quel documento «sbagliato», mentre lo stesso organismo ha annunciato una prossima revisione del testo.
Le accuse più dure, però, sono arrivate dalle pagine del Telegraph. In un editoriale destinato a far discutere, la nota opinionista Allison Pearson ha affermato che la morte di Nowak rappresenta il risultato estremo di una cultura istituzionale ormai ossessionata dalle accuse di razzismo. La Pearson ha parlato apertamente di «razzismo antibianco», accusando i programmi Dei di aver fatto «il lavaggio del cervello» agli agenti e chiedendo una profonda riforma del College of policing, l’organismo che sovrintende alla formazione delle forze dell’ordine britanniche.
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