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2019-10-30
Spygate, il pizzino Usa: «Grandi progressi»
Getty Images
L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma».
Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario».
E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio.
C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma.
Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta.
Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. Si configurerebbe così un gigantesco regolamento di conti interno, capace di influire in maniera decisiva sull'esito della prossima campagna presidenziale.
Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit
Arrivano dagli Usa le picconate che aprono una breccia nella linea di difesa sull'appendice nostrana del Russiagate. Davanti al Copasir, l'organismo parlamentare di controllo sui servizi segreti, il direttore del Dis Gennaro Vecchione avrebbe sbandato sotto la pressione delle notizie provenienti da oltreoceano. È un filo rosso quello che collega Roma a Washington. La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump.
Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale.
A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
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Il procuratore generale William Barr svela che il collega John Durham, a capo delle indagini sugli 007, ha trovato «informazioni utili in Italia». E aggiunge: «Prima dell'inchiesta ho creato un canale con i Paesi coinvolti». Giuseppe Conte però ha negato rapporti. Allora con chi ha parlato? Il capo del Dis torchiato dal Copasir su Mifsud, 5G e il dossier Retelit. Nell'audizione durata 3 ore anche il ruolo dell'ambasciatore a Washington Armando Varricchio. Lo speciale comprende due articoli. L'inchiesta sulle origini del Russiagate sta facendo «grandi progressi». Parola del ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William Barr, intervenuto lunedì sul canale Fox News per la prima volta da quando la vicenda Spygate è stata promossa al rango di investigazione penale. L'attorney general ha poi aggiunto che il procuratore incaricato di seguire l'indagine, John Durham, è convinto che in Italia ci siano «informazioni utili». Una dritta che conferma in parte l'indiscrezione riportata qualche giorno fa dalla stessa Fox News, secondo la quale dietro al passaggio di livello all'inchiesta penale ci sarebbero appunto le nuove e determinanti «prove raccolte durante il viaggio a Roma». Ma è proprio alla luce delle nuove dichiarazioni del numero uno del Doj che si infittisce il mistero intorno al ruolo svolto dal nostro premier Giuseppe Conte. «Alcuni dei Paesi che Durham pensa possano avere informazioni utili all'indagine hanno voluto parlare con me in via preliminare sugli scopi dell'inchiesta», ha proseguito Barr, «per questo motivo ho prima discusso di questo argomento con questi Paesi, per poi creare un canale affinché Durham potesse ricevere da loro l'aiuto necessario». E l'Italia? La settimana scorsa, Conte ha spiegato a margine dell'audizione del Copasir di non avere «mai parlato con Barr». Forse il presidente del Consiglio ha semplicemente preso sottogamba la questione, ma viene comunque da chiedersi perché quando lo scorso giugno questi gli indirizzò una lettera nella quale invitava a «verificare il ruolo svolto da personale Usa in servizio in Italia», Conte non si sia nemmeno posto il problema di fare uno squillo a Washington per capire dalla viva voce di Barr cosa stesse accadendo. Soprattutto dal momento che il destinatario della missiva era proprio lui, e in virtù del fatto che Giuseppi ha tenuto gelosamente per sé la delega ai servizi segreti. Anzi, come ci ha tenuto a rimarcare nella conferenza stampa della scorsa settimana, «la responsabilità della sicurezza il premier non la può dividere con ministri o leader». Banale ingenuità, madornale svista diplomatica o cos'altro? Fatto sta che Conte, una volta ricevuta la richiesta degli Usa per mano dell'ambasciatore Armando Varicchio, non ci ha pensato due volte e ha autorizzato il capo del Dis Gennaro Vecchione a svolgere i colloqui. Due incontri, svoltisi rispettivamente il 15 agosto e il 27 settembre di quest'anno, e sui quali Vecchione è stato chiamato a riferire davanti al Copasir proprio ieri pomeriggio. C'è però un altro elemento che non torna nella narrazione di Palazzo Chigi. Se è vero - come ha detto il premier - che in entrambe le occasioni gli americani sono andati via dall'Italia a mani vuote, quali sono allora le prove che avrebbero determinato la trasformazione dello Spygate in indagine penale? Fonti ben informate suggeriscono alla Verità che in realtà la mossa da parte di Conte di far «accomodare» Barr e Durham al Dis sia servita solo a prendere tempo, mentre gli elementi più importanti i due li avrebbero raccolti presso l'Ambasciata americana a Roma. Tutte ipotesi, certo. Ma se tre indizi fanno una prova, c'è da dire che il premier parrebbe aver evitato il confronto diretto con Barr e con il presidente Donald Trump anche a seguito di un'altra lettera, quella spedita il 2 ottobre (dunque dopo l'ultima visita della delegazione Usa a Roma) dal presidente della commissione Giustizia Lindsey Graham. «Vi scrivo per invitare il vostro Paese a continuare a collaborare con il procuratore generale Barr nell'indagine condotta dal Dipartimento di Giustizia sulle origini delle influenze straniere sulle elezioni presidenziali del 2016», scriveva meno di un mese fa Graham a Giuseppe Conte, al primo ministro britannico Boris Johnson e a quello australiano Scott Morrison. Possibile che nemmeno dopo questo segnale «Giuseppi» abbia ritenuto opportuno farsi avanti nei confronti dell'amministrazione Usa? Tutti interrogativi che senza dubbio meritano una risposta. Sul versante americano, nell'intervista rilasciata a Fox News William Barr ha difeso il suo operato, rigettando l'accusa di utilizzare il Doj come arma contro i nemici di Trump: «È totalmente assurdo, io agisco per conto e nell'interesse degli Stati Uniti». Ma al di là delle critiche, ora tutti aspettano di conoscere la prossima mossa. Secondo alcune voci di corridoio, nel mirino del Doj ci sarebbero personaggi finora rimasti ai margini dello Spygate, tra cui l'ex agente dell'Fbi Peter Strzok (licenziato dopo un suo sms compromettente: «Impediremo a Trump di diventare presidente»), Christopher Steele (autore dell'omonimo dossier contro il presidente Usa) e l'ex direttore dell'Fbi John Brennan. 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La traccia italiana l'ha ribadita, ancora una volta, proprio il ministro della Giustizia americano, William Barr, protagonista di un duplice viaggio, nel nostro Paese, tra agosto e settembre di quest'anno, a caccia di indizi per smontare l'inchiesta del procuratore Robert Mueller su Donald Trump. Secondo il politico degli Stati Uniti, infatti, «alcuni dei Paesi che John Durham riteneva potessero avere alcune informazioni utili all'indagine, volevano discutere preliminarmente con me della portata dell'indagine, della sua natura e di come io intendessi gestire informazioni confidenziali e via dicendo». Parlando con Fox News, l'attorney general ha rivelato di aver «inizialmente discusso queste questioni con quei Paesi e ho presentato loro a John Durham e stabilito un canale attraverso il quale Durham può ottenere assistenza da quei Paesi». Dichiarazioni che demoliscono non solo la versione, offerta sempre al Copasir la settimana scorsa, del premier Giuseppe Conte, ma anche il contenuto della stessa audizione di Vecchione. Il quale si troverà a fare i conti, da qui a qualche settimana, con le evidenze investigative che emergeranno negli Usa dove la contro-indagine del procuratore Durham non ha più carattere amministrativo, ma penale. A quanto apprende La Verità, Vecchione si sarebbe confrontato a lungo con il nuovo vice del Dis Bruno Valensise prima dell'audizione. Valensise è professore alla Link Campus, tra gli architetti delle relazioni tra l'ateneo di Vincenzo Scotti e la nostra intelligence. Tra i temi più rilevanti affrontati durante le tre ore di faccia a faccia, oltre al caso del professore scomparso Joseph Milfsud, c'è di certo la figura dell'ambasciatore Armando Varricchio. Il diplomatico di lungo corso è stato quello che avrebbe ricevuto dallo staff di Trump la richiesta di collaborazione da parte di Barr. Qui le notizie si fanno confuse. C'è chi sostiene che Varricchio - nominato dal governo di Matteo Renzi a inizio 2016 ambasciatore a Washington proprio in concomitanza con lo spygate - abbia prima avvertito il presidente del Consiglio Conte, invece di riferire all'allora ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Perché? Ma soprattutto Vecchione ha dovuto ricostruire di fronte al presidente Volpi i successivi passaggi, ovvero la lettera inviata dallo stesso Barr e la visita dell'attorney general il 15 agosto nella nuova sede dei servizi segreti di piazza Dante. Per di più ancora poco chiaro è il modo in cui Vecchione ha coinvolto i direttori di Aise e Aisi, Luciano Carta e Mario Parente. Nelle tre ore di colloquio è stato poi discusso l'ultimo articolo del Financial Times sui possibili conflitti di interesse di Conte nel caso Retelit-Vaticano-Mincione. L'articolo, i cui contenuti erano già stati anticipati dalla Verità, punta il dito sulle indagini oltre Tevere e in particolare sul parere che il Conte avvocato avrebbe dato prima di diventare premier a favore di Fiber 4.0, un gruppo impegnato a scalare Retelit, compagnia di telecomunicazioni che gestisce 8.000 chilometri di rete in fibra ottica. Vecchione avrebbe fornito una relazione molto dettagliata in merito, anche questa secretata.
@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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