• Crolla la narrazione secondo cui il siero «taglia» la mutazioni. E i vaccinati under 60 non sono più protetti dalla malattia grave.
  • L’«editto di Draghi» sul green pass è stato smentito 4,6 milioni di volte. Il premier disse: «Se ti immunizzi, non contagi». Ma i numeri dicono che non è vero.

Lo speciale comprende due articoli.

Due giorni fa, il laboratorio di microbiologia dell’ospedale San Gerardo di Monza ha isolato e identificato la BA.4, nuova sottovariante di Omicron al vaglio dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e che non era ancora stata sequenziata in Italia.

La segnalazione, come sempre, è stata usata per sostenere tesi di una pandemia senza fine, con mutazioni che giustificherebbero misure sanitarie prossime future. «Da qui all’autunno può accadere di tutto. Può anche succedere che il virus muti ancora e salti fuori una variante con caratteristiche meno preoccupanti», ha dichiarato Massimo Galli, ex direttore di malattie infettive all’ospedale Sacco di Milano. Per poi subito allarmare: «Può anche succedere, al contrario, che ci siano varianti più patogene. Non lo sappiamo».

Però sappiamo che, dopo aver sentito il ministero della Salute insistere per mesi sulla necessità di vaccinare quanta più popolazione possibile, così da evitare «che emergano varianti come quella sudafricana. Per questo dobbiamo vaccinare, vaccinare e vaccinare», ripeteva anche lo scorso dicembre Walter Ricciardi, consulente di Roberto Speranza, le mutazioni non sembrano fermarsi, malgrado l’altissima percentuale di immunizzati nel nostro Paese. Il messaggio, ancora una volta, era e rimane sbagliato.

«L’obiettivo varianti zero è ridicolo, al pari della strategia cinese zero Covid», osserva Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze del Sacco. «Presumibilmente, nella coda pandemica, ci sono molte mutazioni che aiutano il virus a rimanere all’interno della specie umana. Non provoca grossi danni, ma si assicura la possibilità di non essere intercettato completamente». Sarebbe come avere periodicamente un nemico diverso, con il quale stabile una forma di convivenza accettabile. «Varianti e sottovarianti continueranno a prodursi, perché questo è un virus a Rna, quindi prima che ci abbandoni passeranno anni e darà ancora tante mutazioni», spiega la professoressa. «Nessun vaccino è mai riuscito a creare un blocco totale della diffusione di virus a Rna», virus che, dopo aver infettato una cellula, ha come scopo quello di costituire nuove copie di sé stesso. Nella copia del materiale genetico originale, l’enzima che forma lunghe catene di Rna può commettere degli errori, le differenze rispetto all’originale sono le mutazioni che hanno conseguenze sul virus, rendendolo più o meno aggressivo. Il virus, dunque, può sfuggire mutando ma non per colpa dei non vaccinati, come ci stanno raccontando. «Le varianti continueranno indisturbate e forse», insistendo con quarte dosi, «si potrebbe effettuare una pressione biologica sulla formazione di nuove mutazioni», avverte la Gismondo. «Abbiamo la costante realtà del virus dell’Hiv, tutte le volte che si sperimenta un’ipotesi di vaccino questo ci sfugge, con delle mutazioni», precisa la professoressa.

Un po’ come succede con la resistenza agli antibiotici, che uccidono i batteri sensibili ma danno spazio biologico a quelli resistenti, facendoli diventare dominanti. «Con i vaccini, che sicuramente sono essenziali e che ci hanno liberato da terribili pandemie, questo fenomeno non è da escludere», osserva.

Che cosa occorre fare, dunque, se la narrazione dei richiami continui risulta così errata? «Fino a poco tempo fa abbiamo agito con l’unica arma disponibile, ovvero il vaccino, elaborato sul virus di Wuhan che non circola più. Eppure ci vacciniamo sempre con quello», ricorda l’esperta. «È cambiato il virus, ed è cambiata la nostra condizione perché stiamo andando verso la stagione calda. Sappiamo che i vaccini non coprono più di tre, quattro mesi, non c’è motivazione a vaccinarsi a maggio, con un vaccino obsoleto».

Se per alcune persone fragili una quarta dose può essere una difesa in più, «non c’è alcuna motivazione per la quale persone che vivono in buona salute debbano fare un richiamo con un vaccino vecchio», insiste la Gismondo. «Diventerebbe uno spreco economico e aumenterebbero i possibili effetti collaterali, per un obiettivo irrealizzabile o inutile. In questa fase si dovrebbe puntare molto di più su antivirali e monoclonali, che sono efficaci».

La nuova variante genotipizzata a Monza, anche se dall’Azienda sanitaria provinciale di Reggio Calabria hanno fatto sapere di averla individuata già qualche giorno prima (il 21 aprile), rivendicando la primogenitura, non dovrebbe, dunque, essere l’ennesimo pretesto per insistere con nuove dosi indiscriminate.

I vaccinati sotto una certa età non sono più protetti nei contagi, lo conferma l’ultimo report esteso dell’Istituto superiore della sanità. Nell’aggiornamento del 27 aprile, il tasso di incidenza settimanale di «malattia severa» da Covid riportato nelle tabelle mostra che nella fascia 12-39 anni i senza vaccino non sono messi peggio dei vaccinati con ciclo completo da meno di 120 giorni. Meglio, in assoluto, va per coloro che hanno concluso le due dosi da più di 120 giorni e questo risulta in controtendenza, rispetto alla raccomandazione di fare il booster per non risultare esposti al contagio. Nella fascia 40-49 anni, il tasso per 100.000 rivela che i non vaccinati stanno infettandosi gravemente con poche variazioni rispetto a chi ha preso entrambe le dosi, perfino rispetto a chi si è già fatto il richiamo. Da quando c’è Omicron, nelle popolazioni più giovani e impegnate nel lavoro il rischio così basso di ammalarsi seriamente di Covid non giustifica l’accanimento vaccinale. Soprattutto perché le reazioni avverse non calano.


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