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2018-11-05
Ogni 100 giovani, 217 anziani e 130 milioni di sim telefoniche: l'Italia nel 2027
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Al netto della propaganda sui temi dell'immigrazione, il rapporto Coop 2018 offre interessanti spunti di riflessione sullo stato delle famiglie italiane. Infatti, se si guarda oltre la retorica immigrazionista (si legge, tra le altre cose, che l'aumento della quota della popolazione anziana mette a rischio la possibilità di disporre di risorse adeguate per il sostegno alle persone in età avanzata, sia in termini di prestazioni pensionistiche che di servizi di assistenza») si può scoprire un divario emergente nella popolazione italiana, spaccata tra nostalgici ed esploratori. Siamo davanti a un Paese polarizzato e diviso, tra paura del nuovo o voglia di sperimentare, incertezza o fiducia nelle innovazioni tecnologiche e nel futuro.
Sono sicuramente gli effetti della lunga crisi economica che emergono spulciando tra i numeri relativi alla famiglia. Basti pensare che l'Italia è ultima in Europa consumi (dati relativi al 2017), con una riduzione della spesa delle famiglie superiore al 2% rispetto al 2010. Una situazione preoccupante, ancor più preoccupante però se rapportata agli incrementi registrati in Germania (+12,7%) e Francia (+10,2%). E pur in un contesto di segno favorevole, l'ultimo anno restituisce indicazioni non molto diverse, se si considera che l'incremento italiano (+0,7%) è il più basso tra le grandi economie europee. A rafforzare i sospetti di disparità sociali nel nostro Paese c'è un elemento in particolare: le famiglie benestanti spendono infatti quattro volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa. Di conseguenza, si polarizzano anche gli acquisti: crescono da una parte i prodotti ad alto valore aggiunto (quelli biologici e salutistici, per esempio), dall'altra i prodotti low cost.
Guardando invece alla distruzione dei consumi per voce di spesa, insieme a quelle spagnole, le famiglie italiane sono quelle che destinano le minori risorse (43%) all'acquisto dei servizi, soprattutto per effetto dell'importanza che il cibo, contabilizzato nella statistica ufficiale tra i beni, riveste nel modello di consumo nei Paesi dell'area mediterranea. Ma sempre guardando le voci di spese si notano le peculiarità del paradigma di consumo delle famiglie italiane. Posta pari a 100 la spesa in servizi, una quota non distante dal 40% prende la via del tempo libero, a suggerire che viaggi e divertimento, teatro e spettacoli, cinema e sport identificano un modo di vivere tipico delle famiglie italiane. Invece, spendiamo meno, almeno in termini relativi, per la casa e le comunicazioni: merito, da una parte, di una ampia diffusione dell'abitazione di proprietà e di livello degli affitti che risulta tipicamente più contenuto se paragonato al costo di una abitazione nei grandi centri urbani degli altri Paesi europei e, dall'altra, di una maggiore competizione che tende a comprimere i prezzi praticati al consumatore finale.
A mutare è anche la famiglia, un tempo tradizionale, unica e indivisibile, identificata nell'immaginario collettivo come la classica coppia sposata (un uomo e una donna) con figli (almeno due). Forse era un'immagine semplicistica, ma per decenni ha sostanzialmente coinciso con la realtà dei fatti. Tuttavia dagli anni Sessanta e poi nei decenni successivi, molto è cambiato. Il primo fenomeno: sono cresciute rapidamente le famiglie unipersonali, costituite cioè da un solo componente: dal 10% nel 1961 al 20% nel 1991 fino ad arrivare al 30% del totale delle famiglie ai giorni nostri, superando di poco la soglia di 8 milioni di individui. Il secondo fenomeno: il calo delle nascite e, di conseguenza, del numero medio di figli per donna. L'Italia è notoriamente sempre più un Paese senza figli (il 2017 ha fatto registrare l'ennesimo record negativo, con 9.000 bambini nati in meno rispetto al 2016) ma nel contempo è sempre più un Paese «senza madri»: i più recenti dati Istat relativi agli indicatori demografici certificano che in dieci anni la platea delle madri potenziali si è, infatti, ridimensionata in maniera preoccupante (dal 2008 a oggi si contano 900.000 donne in meno in età compresa tra i 15 e i 50 anni, di cui 200.000 solo nell'ultimo anno), mentre le donne che diventano mamme davvero lo fanno sempre più in ritardo, con un'età media al parto salita a più di 33 anni (mentre gli uomini si affacciano alla paternità in media solo dopo aver compiuto 37 anni) e quasi un italiano su due ritiene oramai che le donne non dovrebbero cominciare a pensare di diventare madri prima dei 35 anni.
Ed è proprio il numero di figli ad aver avuto un impatto sul sistema economico nazionale e in particolare sui livelli di consumo di beni e servizi. Elaborando i micro dati dell'indagine Istat sui consumi delle famiglie, è possibile stimare, si legge nel rapporto, che se anche solo un 10% delle famiglie attualmente senza figli accedesse alla condizione di genitorialità, l'impatto sarebbe di circa 2 miliardi di euro di maggiori consumi.
C'è infine un interessante capitolo che riguarda il rapporto degli italiani con il digitale. Con la più alta percentuale di Sim per abitante in Ue (100 milioni sono quelle attive in Italia e si calcola che fra dieci anni saranno 130 milioni), gli italiani dimostrano da tempo di non aver paura delle tecnologie. Dopo lo scandalo Facebook che ha fatto emergere le criticità della Rete circa la sicurezza dei dati personali, siamo ormai coscienti del rischio di dipendenza smartphone, soprattutto nei giovani matura un approccio più critico verso il digitale. E così, dalle foto alla musica, qualcuno riscopre il gusto dell'analogico tra rullini, libri di carta e vinili. O, parlando di telefonini, del vintage: basti pensare al ritorno del brand Nokia, che punta tutto sulla semplicità e le poche funzionalità dei suoi apparecchi.
Gabriele Carrer
Nel 2080 il numero degli italiani scenderà a 53 milioni
GiphyLa crisi economica degli ultimi dieci anni gli italiani non l'hanno ancora pagata del tutto. Oltre alle tasche dei cittadini, a svuotarsi, secondo le previsioni, sarà l'Italia.
Secondo il rapporto Coop, entro il 2080 il numero di italiani scenderà dell'11,5%, passando dagli attuali 60,5 milioni a circa 53.
Come se non bastasse, inoltre, lo studio realizzato dall'Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) guidato dal direttore Albino Russo, sottolinea che questa sarebbe una stima prudenziale e pertanto il calo demografico potrebbe essere anche peggiore.
Non basta: entro il 2066, continua lo studio, al nord vivrà oltre il 50% della popolazione, mentre nel Mezzogiorno vivrà solo il 29% degli italiani, perdendo dunque terreno rispetto a oggi dove al Sud vive il 34% del totale. Le regioni del Centro-Nord, in particolar modo, nei prossimi trent'anni sono le uniche che sperimenteranno una crescita demografica, in buona misura grazie a migrazioni interregionali di italiani che si spostano da una regione all'altra.
In compenso, nei prossimi cinquanta anni il Sud e le Isole perderanno complessivamente circa 5 milioni di abitanti, oltre i tre quarti del calo demografico totale della penisola.
Quel che è peggio è che, mentre lo Stivale si vuota, altri Stati si popolano. Nei prossimi 50-60 anni, spiega lo studio, in Spagna e Francia la popolazione crescerà rispettivamente del +9,8% e del +18,5%. Ancor più nel Regno Unito (+27,1%) e nei Paesi dell'area scandinava (l'incremento in Svezia e Norvegia potrebbe superare il 35%, il più elevato in Europa), che dovrebbero beneficiare del mutamento delle condizioni climatiche e dell'accessibilità di nuove aree per la creazione di nuovi centri urbani. Segno meno, ma di entità minore rispetto all'Italia, per la Germania che in futuro perderà il 4,2% della popolazione.
In questo contesto, inoltre, ad avere la peggio saranno i piccoli centri urbani, da sempre uno degli elementi identitari della geografia italiana.
Infatti, i movimenti demografici futuri, in un contesto di rapidi cambiamenti tecnologici (disponibilità della banda larga, ripensamento degli ambienti urbani in chiave più ecosostenibile) tenderanno a favorire i centri di maggiori dimensioni a svantaggio dei circa 8.000 comuni italiani presenti sul territorio (di cui due terzi con meno di 5.000 abitanti).
Secondo una recente analisi a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, se le tendenze demografiche dovessero seguire gli scenari descritti nei prossimi decenni, il 37% dei Comuni italiani è a rischio estinzione e in quasi tutte le regioni del Sud dove tale incidenza supera il 50%.
C'è poi il tema dell'invecchiamento, spiega l'indagine Coop, che avrà un impatto diretto sui conti pubblici. Secondo le ultime proiezioni dell'Istat, la vita media dovrebbe crescere di oltre cinque anni per entrambi i sessi, raggiungendo 86,1 anni e 90,2 anni rispettivamente per uomini e donne (dagli 80,6 e 85 anni di oggi).
Ciò significa un ulteriore spostamento in alto dell'età media, dagli attuali 44,9 ad oltre 50 anni nel 2066. Per avere un confronto, alla stessa data, francesi e spagnoli avranno in media sette anni di meno: in parole povere, maggiore dinamismo della società e un costo minore sotto il profilo previdenziale
Perché? Quella anziana sarà la componente prevalente della futura popolazione italiana, se è vero che entro dieci anni ad ogni 100 giovani corrisponderanno 217 anziani. In questo contesto gli ultracentenari saliranno esponenzialmente, dalle 17.000 unità attuali agli oltre 120.000. Il saldo naturale passerà dall'attuale -183.000 a -400.000 (con 800.000 decessi e 400.000 nascite all'anno).
Secondo le stime contenute nel Def, questo comporterà un aumento della spesa previdenziale che passerà dall'attuale 15,3% del prodotto interno lordo a circa il 18,4% nel 2040.
Gianluca Baldini
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Al di là dell'ideologia il rapporto Coop 2018 contiene dati interessanti per capire il futuro del nostro Paese. Cresce l'età media: gli ultracentenari saliranno esponenzialmente, dalle 17.000 unità attuali agli oltre 120.000, mentre dal 2008 a oggi si contano 900.000 donne in meno in età compresa tra i 15 e i 50 anni. E il 37% dei Comuni è a rischio estinzione.I consumi si sono ridotti del 2% rispetto al 2010 a differenza di Germania e Francia dove la spesa è aumentata rispettivamente del 12,7% e del 10,2%. Ma se solo un 10% delle famiglie attualmente senza figli accedesse alla condizione di genitorialità, l'impatto sarebbe di circa 2 miliardi di euro di Pil in più.Lo speciale comprende due articoli.!function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Al netto della propaganda sui temi dell'immigrazione, il rapporto Coop 2018 offre interessanti spunti di riflessione sullo stato delle famiglie italiane. Infatti, se si guarda oltre la retorica immigrazionista (si legge, tra le altre cose, che l'aumento della quota della popolazione anziana mette a rischio la possibilità di disporre di risorse adeguate per il sostegno alle persone in età avanzata, sia in termini di prestazioni pensionistiche che di servizi di assistenza») si può scoprire un divario emergente nella popolazione italiana, spaccata tra nostalgici ed esploratori. Siamo davanti a un Paese polarizzato e diviso, tra paura del nuovo o voglia di sperimentare, incertezza o fiducia nelle innovazioni tecnologiche e nel futuro.Sono sicuramente gli effetti della lunga crisi economica che emergono spulciando tra i numeri relativi alla famiglia. Basti pensare che l'Italia è ultima in Europa consumi (dati relativi al 2017), con una riduzione della spesa delle famiglie superiore al 2% rispetto al 2010. Una situazione preoccupante, ancor più preoccupante però se rapportata agli incrementi registrati in Germania (+12,7%) e Francia (+10,2%). E pur in un contesto di segno favorevole, l'ultimo anno restituisce indicazioni non molto diverse, se si considera che l'incremento italiano (+0,7%) è il più basso tra le grandi economie europee. A rafforzare i sospetti di disparità sociali nel nostro Paese c'è un elemento in particolare: le famiglie benestanti spendono infatti quattro volte di più rispetto a quelle con bassa capacità di spesa. Di conseguenza, si polarizzano anche gli acquisti: crescono da una parte i prodotti ad alto valore aggiunto (quelli biologici e salutistici, per esempio), dall'altra i prodotti low cost.Guardando invece alla distruzione dei consumi per voce di spesa, insieme a quelle spagnole, le famiglie italiane sono quelle che destinano le minori risorse (43%) all'acquisto dei servizi, soprattutto per effetto dell'importanza che il cibo, contabilizzato nella statistica ufficiale tra i beni, riveste nel modello di consumo nei Paesi dell'area mediterranea. Ma sempre guardando le voci di spese si notano le peculiarità del paradigma di consumo delle famiglie italiane. Posta pari a 100 la spesa in servizi, una quota non distante dal 40% prende la via del tempo libero, a suggerire che viaggi e divertimento, teatro e spettacoli, cinema e sport identificano un modo di vivere tipico delle famiglie italiane. Invece, spendiamo meno, almeno in termini relativi, per la casa e le comunicazioni: merito, da una parte, di una ampia diffusione dell'abitazione di proprietà e di livello degli affitti che risulta tipicamente più contenuto se paragonato al costo di una abitazione nei grandi centri urbani degli altri Paesi europei e, dall'altra, di una maggiore competizione che tende a comprimere i prezzi praticati al consumatore finale.A mutare è anche la famiglia, un tempo tradizionale, unica e indivisibile, identificata nell'immaginario collettivo come la classica coppia sposata (un uomo e una donna) con figli (almeno due). Forse era un'immagine semplicistica, ma per decenni ha sostanzialmente coinciso con la realtà dei fatti. Tuttavia dagli anni Sessanta e poi nei decenni successivi, molto è cambiato. Il primo fenomeno: sono cresciute rapidamente le famiglie unipersonali, costituite cioè da un solo componente: dal 10% nel 1961 al 20% nel 1991 fino ad arrivare al 30% del totale delle famiglie ai giorni nostri, superando di poco la soglia di 8 milioni di individui. Il secondo fenomeno: il calo delle nascite e, di conseguenza, del numero medio di figli per donna. L'Italia è notoriamente sempre più un Paese senza figli (il 2017 ha fatto registrare l'ennesimo record negativo, con 9.000 bambini nati in meno rispetto al 2016) ma nel contempo è sempre più un Paese «senza madri»: i più recenti dati Istat relativi agli indicatori demografici certificano che in dieci anni la platea delle madri potenziali si è, infatti, ridimensionata in maniera preoccupante (dal 2008 a oggi si contano 900.000 donne in meno in età compresa tra i 15 e i 50 anni, di cui 200.000 solo nell'ultimo anno), mentre le donne che diventano mamme davvero lo fanno sempre più in ritardo, con un'età media al parto salita a più di 33 anni (mentre gli uomini si affacciano alla paternità in media solo dopo aver compiuto 37 anni) e quasi un italiano su due ritiene oramai che le donne non dovrebbero cominciare a pensare di diventare madri prima dei 35 anni. Ed è proprio il numero di figli ad aver avuto un impatto sul sistema economico nazionale e in particolare sui livelli di consumo di beni e servizi. Elaborando i micro dati dell'indagine Istat sui consumi delle famiglie, è possibile stimare, si legge nel rapporto, che se anche solo un 10% delle famiglie attualmente senza figli accedesse alla condizione di genitorialità, l'impatto sarebbe di circa 2 miliardi di euro di maggiori consumi.C'è infine un interessante capitolo che riguarda il rapporto degli italiani con il digitale. Con la più alta percentuale di Sim per abitante in Ue (100 milioni sono quelle attive in Italia e si calcola che fra dieci anni saranno 130 milioni), gli italiani dimostrano da tempo di non aver paura delle tecnologie. Dopo lo scandalo Facebook che ha fatto emergere le criticità della Rete circa la sicurezza dei dati personali, siamo ormai coscienti del rischio di dipendenza smartphone, soprattutto nei giovani matura un approccio più critico verso il digitale. E così, dalle foto alla musica, qualcuno riscopre il gusto dell'analogico tra rullini, libri di carta e vinili. O, parlando di telefonini, del vintage: basti pensare al ritorno del brand Nokia, che punta tutto sulla semplicità e le poche funzionalità dei suoi apparecchi.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/speciale-lunedi-2617669191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="nel-2080-il-numero-degli-italiani-scendera-a-53-milioni" data-post-id="2617669191" data-published-at="1769243890" data-use-pagination="False"> Nel 2080 il numero degli italiani scenderà a 53 milioni Giphy La crisi economica degli ultimi dieci anni gli italiani non l'hanno ancora pagata del tutto. Oltre alle tasche dei cittadini, a svuotarsi, secondo le previsioni, sarà l'Italia.Secondo il rapporto Coop, entro il 2080 il numero di italiani scenderà dell'11,5%, passando dagli attuali 60,5 milioni a circa 53.Come se non bastasse, inoltre, lo studio realizzato dall'Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) guidato dal direttore Albino Russo, sottolinea che questa sarebbe una stima prudenziale e pertanto il calo demografico potrebbe essere anche peggiore.Non basta: entro il 2066, continua lo studio, al nord vivrà oltre il 50% della popolazione, mentre nel Mezzogiorno vivrà solo il 29% degli italiani, perdendo dunque terreno rispetto a oggi dove al Sud vive il 34% del totale. Le regioni del Centro-Nord, in particolar modo, nei prossimi trent'anni sono le uniche che sperimenteranno una crescita demografica, in buona misura grazie a migrazioni interregionali di italiani che si spostano da una regione all'altra.In compenso, nei prossimi cinquanta anni il Sud e le Isole perderanno complessivamente circa 5 milioni di abitanti, oltre i tre quarti del calo demografico totale della penisola.Quel che è peggio è che, mentre lo Stivale si vuota, altri Stati si popolano. Nei prossimi 50-60 anni, spiega lo studio, in Spagna e Francia la popolazione crescerà rispettivamente del +9,8% e del +18,5%. Ancor più nel Regno Unito (+27,1%) e nei Paesi dell'area scandinava (l'incremento in Svezia e Norvegia potrebbe superare il 35%, il più elevato in Europa), che dovrebbero beneficiare del mutamento delle condizioni climatiche e dell'accessibilità di nuove aree per la creazione di nuovi centri urbani. Segno meno, ma di entità minore rispetto all'Italia, per la Germania che in futuro perderà il 4,2% della popolazione.In questo contesto, inoltre, ad avere la peggio saranno i piccoli centri urbani, da sempre uno degli elementi identitari della geografia italiana.Infatti, i movimenti demografici futuri, in un contesto di rapidi cambiamenti tecnologici (disponibilità della banda larga, ripensamento degli ambienti urbani in chiave più ecosostenibile) tenderanno a favorire i centri di maggiori dimensioni a svantaggio dei circa 8.000 comuni italiani presenti sul territorio (di cui due terzi con meno di 5.000 abitanti).Secondo una recente analisi a cura della Fondazione per la Sussidiarietà, se le tendenze demografiche dovessero seguire gli scenari descritti nei prossimi decenni, il 37% dei Comuni italiani è a rischio estinzione e in quasi tutte le regioni del Sud dove tale incidenza supera il 50%.C'è poi il tema dell'invecchiamento, spiega l'indagine Coop, che avrà un impatto diretto sui conti pubblici. Secondo le ultime proiezioni dell'Istat, la vita media dovrebbe crescere di oltre cinque anni per entrambi i sessi, raggiungendo 86,1 anni e 90,2 anni rispettivamente per uomini e donne (dagli 80,6 e 85 anni di oggi).Ciò significa un ulteriore spostamento in alto dell'età media, dagli attuali 44,9 ad oltre 50 anni nel 2066. Per avere un confronto, alla stessa data, francesi e spagnoli avranno in media sette anni di meno: in parole povere, maggiore dinamismo della società e un costo minore sotto il profilo previdenzialePerché? Quella anziana sarà la componente prevalente della futura popolazione italiana, se è vero che entro dieci anni ad ogni 100 giovani corrisponderanno 217 anziani. In questo contesto gli ultracentenari saliranno esponenzialmente, dalle 17.000 unità attuali agli oltre 120.000. Il saldo naturale passerà dall'attuale -183.000 a -400.000 (con 800.000 decessi e 400.000 nascite all'anno).Secondo le stime contenute nel Def, questo comporterà un aumento della spesa previdenziale che passerà dall'attuale 15,3% del prodotto interno lordo a circa il 18,4% nel 2040.Gianluca Baldini
(IStock)
Claudia Serafini e Michele Vincelli, legali di moglie, figli e fratelli di Jamal Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti, ucciso la notte del 20 settembre 2020 durante un tentativo di furto e dopo aver ferito un carabiniere, tentano di battere cassa direttamente alla Verità, che non è parte processuale ma ha solo lanciato una raccolta di aiuti arrivata alla straordinaria cifra di 450.000 euro.
Donazioni da parte di tantissimi cittadini che hanno voluto così mostrare la loro solidarietà al vicebrigadiere Emanuele Marroccella, 44 anni, sposato con figli, condannato il 7 gennaio a tre anni di reclusione per «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi». È stato ritenuto colpevole di aver sparato al delinquente Badawi nel tentativo di difendere il suo collega Lorenzo Grasso della Radiomobile di Roma, vivo per miracolo. Il siriano era morto.
Marroccella, oltre all’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni deve pagare una provvisionale di 125.000 euro, somma pari a sei anni del suo stipendio di carabiniere e solo l’enorme generosità dei lettori della Verità gli ha tolto almeno questo incubo economico. Le modalità di versamento della provvisionale, stabilita dal giudice del Tribunale di Roma Claudio Politi a carico dell’imputato ritenuto colpevole in primo grado, vanno concordate tra avvocati. Non certo chiedendo alla Verità di far fronte al pagamento, contando sulle donazioni di così tanti cittadini.
«La richiesta delle parti civili si manda all’avvocato del difensore», confermano Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo legali del vicebrigadiere. Invece, i 450.000 euro devono aver prodotto un abbaglio, si vogliono avere i soldi subito dalla Verità. È singolare, poi, che si intenda chiedere sempre a questo giornale di provvedere alla liquidazione di 8.806 euro come «refusione delle spese di costituzione e difesa» sostenute da moglie, figli e fratelli del pregiudicato siriano.
Ovvero, 5.180 euro andranno all’avvocato di Zumbach Tania, Badawi Omar, Badawi Kaiser, Badawi Svetlana, Badawi Syriana, Badawi Selvana, Badawi Bakri, Badawi Dalai, Badawi Khadija, Badawi Manal, Badawi Youssef, Badawi Abduirahim»; e 3.626 al secondo legale che assiste Badawi Aber, un altro fratello del siriano. Tutte persone che avevano chiesto e ottenuto il patrocinio gratuito, cioè di non pagare i propri avvocati!
«La persona non abbiente può richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato», chiarisce il ministero della Giustizia. Per essere ammesso, deve dichiarare un reddito annuo imponibile non superiore a 13.659,64 euro. La domanda di ammissione si presenta alla cancelleria del giudice e nel caso dei parenti di Badawi era stata accolta.
Va sottolineato che «se il richiedente è straniero (extracomunitario) la domanda deve essere accompagnata da una certificazione (per i redditi prodotti all’estero) dell’autorità consolare competente che attesti la verità di quanto dichiarato nella domanda. In caso di impossibilità, la certificazione può essere sostituita da autocertificazione». Incredibile, un extracomunitario basta che dichiari di essere in difficoltà economiche, mentre un cittadino italiano deve dimostrare di tutto e di più.
Quando un soggetto gode del patrocinio gratuito, le spese sono a carico della collettività quindi noi tutti avremmo dovuto pagare le spese legali delle parti civili del siriano, ucciso durante un tentativo di furto e dopo che aveva ferito un carabiniere. A figli, moglie, fratelli di Jamal Badawi, in tutto tredici persone, è stato concesso di non pagare i propri avvocati ma gli stessi familiari hanno chiesto e ottenuto la provvisionale di 125.000 euro.
Su richiesta di contenuto risarcitorio della parte civile, infatti, il giudice penale può condannare l’imputato al pagamento di una provvisionale come anticipo sull’importo integrale che spetterà in via definitiva. Provvisionale immediatamente esecutiva, si può procedere all’esecuzione forzata senza attendere il deposito delle motivazioni della sentenza che, in questo caso, si conosceranno entro aprile.
Se non ci fosse stata la sottoscrizione e la straordinaria adesione di così tante persone, il vicebrigadiere Emanuele Marroccella sarebbe stato costretto a indebitarsi per pagare subito 125.000 euro, altrimenti il creditore può avviare un pignoramento dello stipendio o di altre somme.
Senza avere ottenuto le attenuanti generiche, con una pena inasprita rispetto ai due anni e sei mesi chiesti dalla Procura, il vicebrigadiere confida nell’Appello. «Non si trattò né di legittima difesa né di eccesso colposo, ma di uso legittimo delle armi da parte di un pubblico ufficiale che non ha scelta: deve intervenire», hanno ribadito i suoi legali.
Le parti civili volevano che Marroccella fosse imputato addirittura di omicidio volontario e avevano chiesto una cifra astronomica, 200.000 euro per ciascun familiare, ridotta poi dal giudice a 15.000 euro per ogni figlio e la moglie del Badawi, a 5.000 euro per ciascuno dei suoi fratelli. Questi soldi, raccolti attraverso l’iniziativa della Verità, vanno al vicebrigadiere. Provvederà lui, attraverso i suoi avvocati, a pagare i 125.000 euro della provvisionale che gli è stata imposta assieme a una dura condanna.
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I funerali di Youssef Abanoub, il ragazzo ucciso a La Spezia da un coetaneo di origine marocchina. Nel riquadro, Kiro Attia Ayman, il cugino della vittima (Ansa)
Anche Kiro ha origini straniere. Sul suo profilo Facebook compare una bandiera egiziana al fianco di quella italiana. Dunque conosce bene i dilemmi identitari e i problemi delle cosiddette seconde e terze generazioni. Giovedì, parlando a Ore 14 Sera di Milo Infante, su Raidue, è stato chiarissimo a riguardo. Già il suo esordio è stato sorprendente. La telecamera lo inquadrava e dietro di lui si vedevano una croce e un’immagine della Madonna, segno evidente della religione cristiana copta, che a quanto pare ha avuto un ruolo rilevante nella formazione del ragazzo. «Nonostante questo momento difficile per noi e per tutti quanti», ha iniziato Kiro, «mi sono sentito in dovere di ringraziare tutte le forze dell’ordine, tutti gli uomini e le donne che indossano una divisa, che in questa settimana sono stati di un grandissimo supporto. I loro occhi parlavano chiaro, dicevano “Kiro ce la fai, vai avanti, siamo tutti con te”». Caspita: un giovane che ringrazia le forze dell’ordine per il loro lavoro, gesto decisamente inedito da cui pure qualche politico dovrebbe prendere esempio. Ma attenti che il meglio deve ancora venire. Milo Infante ha posto a Kiro una domanda diretta e cristallina: «Chi oggi porta un coltello in tasca, chi è un pericolo per la sicurezza?». Kiro ha risposto con saggezza: «In base alla mia esperienza purtroppo», ha detto, «ci sono tantissimi giovani che girano sempre con dei coltelli in tasca con la scusa di doversi difendere. Ma se si mettessero tutti d’accordo e dicessero “il coltello non ce lo portiamo così non ci dobbiamo difendere da nessuno”, probabilmente questo fenomeno diminuirebbe». Subito dopo, Kiro ha fatto affermazioni spiazzanti, almeno per l’intellettuale italico medio.
«Il problema», ha spiegato, «non è solo quello del coltello, ci sono altri problemi. I problemi possono riguardare la cultura dei ragazzi e soprattutto il modo in cui sono stati educati in casa. Purtroppo c’è questa cultura del coltello che in alcuni Paesi è normale. Per loro è normale utilizzarli, un po’ come per noi magari è normale uscire con il telefono. Per loro uscire con un coltello o qualsiasi arma che possa offendere qualsiasi altra persona è un gesto di normalità». A quel punto, Infante lo ha incalzato: «Ma quando dici “loro” a chi ti riferisci, ai cosiddetti maranza?». Risposta di Kiro: «Hai detto benissimo Milo, proprio i maranza, le baby gang, proprio loro, che da quando sono aumentati è aumentato anche questo fenomeno qui dei coltelli».
Ma pensa, il giovane di origini egiziane spiega che ci sono altri ragazzi stranieri che hanno una cultura del coltello. Stranieri di precisa provenienza, e con abitudini note. «Sicuramente ci sono tantissimi fattori che hanno influenzato questo tipo di violenza, dalla morte di mio cugino oppure a tanti altri episodi che sentiamo ogni giorno», ha proseguito Kiro. «Se io non filtro l’immigrazione e mi porto persone che sono criminali già nel loro Paese di origine, diventano criminali anche qui. Le leggi che ci sono andavano bene fino a qualche anno fa, perché fino a qualche anno fa in una rissa si finiva con due pugni, tre punti in testa e finiva lì. Nel 2026 si portano i coltelli ed è un problema. Nel 2030 probabilmente la gente andrà in giro con le armi, se già non lo fanno». Davvero incredibile. Kiro non parla di disagio, non ripete frasi strappacuore su integrazione e ascolto. Lui l’integrazione la vive, e non gli piacciono né l’immigrazione di massa né i maranza che girano armati. E più parla, più chiede rigore e sicurezza. «Se io esco con un grammo di droga e la polizia mi ferma, mi fa un foglio di possesso e finita lì la storia», insiste Kiro. «Ma penso che servano misure molto restrittive: mi fermano con un grammo di droga? Allora mi sospendono la patente, mi ritirano il passaporto, devono limitare la mia libertà». Sono parole di un «nuovo italiano» che non invita alla guerra ma al disarmo, epperò chiede rigore e rispetto delle regole. Non piange sull’integrazione mancata, è integrato con serietà e garbo. Volete più ascolto? Cominciate ascoltando lui.
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A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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