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2018-10-22
Le casse dei professionisti italiani investono 36 miliardi nell'economia reale. Ma all'estero
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Se ne parla poco. Sembrano rappresentare solo una questione per addetti ai lavori. Ma le casse professionali sono di fatti i salvadanai dei professionisti italiani. Casseforti che investono il denaro dei lavoratori con l'obiettivo di poter offrire loro un futuro migliore. La Covip, la Commissione di vigilanza dei fondi pensione, ha presentato il «Quadro di sintesi» sui dati relativi al patrimonio delle Casse professionali e alla loro gestione finanziaria al 31 dicembre 2017.
La buona notizia è che, in media, le casse professionali hanno visto il loro patrimonio salire negli ultimi anni. Solo tra il 2016 e il 2017 il valore del patrimonio totale delle casse è aumentato di 5,3 miliardi (il 6,6% in più). Una buona notizia, visto l'andamento del mercato del lavoro che predilige il precariato e dunque il proliferare di contratti poco remunerativi sia in termini economici che previdenziali.
Eppure dal 2011 al 2017, le attività totali delle Casse sono cresciute complessivamente del 53,2% (da 55,7 a 85,3 miliardi di euro).
Certo, non tutte le casse sono uguali. Circa il 73% delle risorse complessive del settore fa capo a cinque istituti: l'Enpam, l'ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri, Inarcassa, la cassa nazionale di previdenza e assistenza di ingegneri e architetti liberi professionisti, la Cassa dottori Commercialisti e Enasarco, quella che tutela gli agenti di commercio.
Ovviamente le differenze sono riconducibili alle caratteristiche economiche, sociali e demografiche delle diverse platee di riferimento, ma si può affermare che la maggior parte degli enti godono di buona salute. Il problema è che sulla dinamica di crescita dell'attivo incidono i contributi raccolti e le prestazioni erogate: la differenza tra i primi e le seconde è positiva per tutte le Casse ad eccezione dell'Inpgi (il calcolo interessa solo la parte che riguarda i giornalisti assunti e non i freelance che fanno riferimento alla cosiddetta Inpgi 2) e della Cassa geometri. In questi due casi i servizi erogati hanno superato i contributi dei professionisti.
Ma come investono questi enti i soldi dei contribuenti? Gli investimenti immobiliari, 19,4 miliardi di euro nel 2017 (19,1 nel 2016), si sono ridotti in percentuale negli ultimi due anni dell'analisi (22,7% contro il 23,8 del 2016); tra le diverse componenti, l'incidenza delle quote di fondi immobiliari (pari al 16,1%) è in leggero aumento, mentre diminuisce quella degli immobili detenuti direttamente (dal 7,3 al 6%).
Per queste istituzioni l'investimento obbligazionario resta preponderante. Gli investimenti in titoli di debito, 31,2 miliardi (27,9 nel 2016) costituiscono il 36,6% dell'attivo, registrando un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2016; tra le diverse componenti, gli investimenti diretti in bond complessivamente scendono passando dal 24,4 al 22,4%, ma aumenta dal 10,5 al 14,3% la componente obbligazionaria investita nei fondi obbligazionari;
In crescita anche gli investimenti azionari: 14,8 miliardi di euro (13,3 nel 2016) formano il 17,3% dell'attivo (16,6 nel 2016); tra le diverse componenti, restano sostanzialmente stabili gli investimenti diretti, mentre si registra un aumento dal 7 al 7,8% della componente azionaria nei fondi.
Le casse professionali (suddivise tra enti di previdenza e fondi pensione di categoria) investono il loro tesoretto anche nell'economia reale, maggiormente fuori dall'Italia. Gli investimenti domestici degli enti di previdenza ammontano a 34,4 miliardi di euro, mentre gli investimenti non domestici si attestano a 36,9 miliardi. Ancora più «esterofili» i fondi pensione: hanno investito nell'economia italiana 38,3 miliardi di euro, mentre gli investimenti non domestici hanno raggiunto quota a 79,5 miliardi.
In linea di massima, dunque, il sistema delle casse previdenziali funziona. Questi enti riescono a raccogliere e a reinvestire i contributi dei loro iscritti offrendo un effettivo per gli associati e, in molti casi, mostrando una salute decisamente migliore dell'Inps che ha chiuso il bilancio 2017 con un buco da 6,3 miliardi.
INFOGRAFICA
L'ente dei medici è quello più in salute. Enasarco mette a segno 147 milioni
L'analisi Covip offre una chiara fotografia di quali sia lo stato di salute delle casse professionali italiane.
L'ente previdenziale di medici e dentisti è di gran lunga quello che sta meglio. Nonostante le prestazioni offerte nel 2017, nelle tasche dell'Enpam sono rimasti 998 milioni di euro, una cifra che distacca di gran lunga il secondo istituto in classifica. La cassa forense che si prende cura delle pensioni degli avvocati ha chiuso l'anno passato con un saldo positivo tra prestazioni e contributi per 659 milioni di euro.
L'ente previdenziale di ingegneri e architetti, Inarcassa, ha chiuso il 2017 con 425 milioni di saldo, poco meno della cassa dei dottori commercialisti (Cnpadc) che ha chiuso i conti dell'anno scorso a quota 468 milioni.
C'è poi Enasarco, la cassa degli agenti di commercio, che ha messo a segno un 2017 con 147 milioni di euro. Questi cinque enti rappresentano insieme il 73% degli istituti.
Tutte le altre casse previdenziali presenti in Italia hanno chiuso l'anno passato con cifre più modeste, ma pur sempre positive. L'Enpaf, che segue i farmacisti, ha finito a 115 milioni di euro.
Ben meno hanno messo da parte i ragionieri. La loro cassa, Cnpr, ha chiuso con un attivo di 42 milioni.
Gli addetti del mondo dell'agricoltura hanno ad esempio chiuso con 34 milioni, cifre che scende decisamente nel caso della gestione separata di questo ente, quella che interessa gli agrotecnici e i periti agrari. In questo caso il saldo si è chiuso pericolosamente vicino allo zero rispettivamente a quota 3 e 7 milioni di euro.
La Cassa nazionale del notariato ha invece chiuso con 57 milioni di attivo, valore inferiore all'Enpap che segue gli psicologi (89 milioni), ai periti industriali laureati con l'Eppi (74 milioni) e ai 65 milioni realizzati dall'Enpacl, la cassa dei consulenti del lavoro.
All'appello non mancano l'Epap, la cassa pluricategoriale per agronomi, forestali, attuari, chimici e geologi che ha chiuso l'anno con 45 milioni, l'Enpapi degli infermieri liberi (72 milioni di saldo), la Fasc, il fondo agenti spedizionieri e corrieri (17 milioni), quello dei veterinari (Enpav, con milioni), dei biologi (Enpab, con 38 milioni). Meno incoraggiante, invece, la posizione dell'Onaosi, l'ente previdenziale degli orfani sanitari che ha concluso l'anno con un attivo di 4 milioni.
È chiaro che il buon andamento di queste casse sia legato a doppio nodo con il mercato del lavoro. Senza la creazione di nuovi posti di lavoro che garantiscono contributi freschi, il rischio è che gli iscritti si trovino a pagare per le prestazioni senza la possibilità di avere accesso, però, a capitali freschi.
In difficoltà ci sono i geometri e soprattutto i giornalisti
In mezzo a tanti istituti previdenziali sani ce n'è sempre qualcuno "malato". Secondo lo studio Covip sul 2017, ad avere la peggio l'anno scorso sono stati i giornalisti e i geometri.
Gli enti che curano la vecchiaia di queste due categorie di professionisti l'anno scorso hanno pagato più di quanto non abbiamo incassato. E non di poco: la cassa dei geometri ha chiuso in passivo tra contributi e saldo per 43 milioni, ben peggiore la situazione dell'Inpgi che ha terminato l'anno a -176 milioni di euro.
Del resto non è un caso se si tratta di due professioni che hanno sentito il peso della crisi. Nel caso dei geometri, si tratta di quella del mattone, per i giornalisti quella dell'editoria.
La crisi dell'edilizia ha pesato non poco sulle spalle dei geometri: dal 2009 al 2016 l'evasione contributiva è salita di sei punti percentuali, passando dal 16,7 al 22,7%. In questo lasso di tempo gli iscritti sono inoltre diminuiti di quasi il 6%, scendendo dai 95.036 agli 89.472 del 2016. Per recuperare le somme dovute la Cassa geometri, per gli importi fino a 2.500 euro mai andati a ruolo, ha avviato la cosiddetta "riscossione gentile" che prevede un contatto diretto con l'iscritto e la possibilità di pagare in maniera agevolata.
Ancora peggiore la situazione dell'Inpgi, l'istituto previdenziale dei giornalisti. Ogni 100 euro che l'Inpgi incassa da contributi ne spende 132,5 per pagare le pensioni, per tutte le altre prestazioni e per le spese di gestione.
Il problema è che ad essere in crisi non è tutta l'Inpgi, ma a gestione sostitutiva dell'Assicurazione generale obbligatoria, che paga e dovrebbe garantire la pensione a tutti i giornalisti che sono lavoratori dipendenti. La crisi, per fortuna, non riguarda la gestione separata, quella di chi è freelance.
Del resto, i giornalisti regolarmente assunti sono sempre meno. L'anno scorso, ha detto la presidente dell'Inpgi, Marina Macelloni, c'è stata una diminuzione di 889 rapporti di lavoro, scesi da 16.045 a 15.156. Mentre le pensioni erogate sono state 388 in più, da 9.010 a 9.398 (7.114 dirette e 2.284 a superstiti). «Negli ultimi cinque anni», afferma Macelloni nella relazione Inpgi sull'andamento dell'ente, «la categoria ha perso quasi 3.000 lavoratori attivi». Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati continua a scendere, è diminuito da 1,76 del 2016 a 1,60 nel 2017. Una discesa vertiginosa: era circa 1,8 nel 2015 e 1,97 nel 2014.
In questo caso dovrebbero essere le istituzioni a muoversi, d'accordo le rappresentanze di categoria. Altrimenti, di questo passo, geometri e giornalisti rischiano di non essere più tutelati e di non avere più una pensione.
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Solo tra il 2016 e il 2017 il valore del patrimonio totale delle casse è aumentato di 5,3 miliardi (il 6,6% in più). Una buona notizia, visto l'andamento del mercato del lavoro che predilige il precariato e dunque il proliferare di contratti poco remunerativi. I più «esterofili» sono i fondi pensione: hanno puntato sul Pil tricolore 38,3 miliardi di euro, mentre gli investimenti non domestici hanno raggiunto quota a 79,5 miliardi.Nonostante le prestazioni offerte nel 2017, nelle tasche dell'Enpam (medici) sono rimasti 998 milioni di euro, una cifra che distacca di gran lunga il secondo istituto in classifica. La cassa forense che si prende cura delle pensioni degli avvocati ha chiuso l'anno passato con un saldo positivo per 659 milioni di euro.In difficoltà ci sono i geometri e soprattutto i giornalisti. Ogni 100 euro che l'Inpgi incassa da contributi ne spende 132,5 per pagare le pensioni, per tutte le altre prestazioni e per le spese di gestione.Lo speciale contiene tre articoli.Se ne parla poco. Sembrano rappresentare solo una questione per addetti ai lavori. Ma le casse professionali sono di fatti i salvadanai dei professionisti italiani. Casseforti che investono il denaro dei lavoratori con l'obiettivo di poter offrire loro un futuro migliore. La Covip, la Commissione di vigilanza dei fondi pensione, ha presentato il «Quadro di sintesi» sui dati relativi al patrimonio delle Casse professionali e alla loro gestione finanziaria al 31 dicembre 2017.La buona notizia è che, in media, le casse professionali hanno visto il loro patrimonio salire negli ultimi anni. Solo tra il 2016 e il 2017 il valore del patrimonio totale delle casse è aumentato di 5,3 miliardi (il 6,6% in più). Una buona notizia, visto l'andamento del mercato del lavoro che predilige il precariato e dunque il proliferare di contratti poco remunerativi sia in termini economici che previdenziali. Eppure dal 2011 al 2017, le attività totali delle Casse sono cresciute complessivamente del 53,2% (da 55,7 a 85,3 miliardi di euro).Certo, non tutte le casse sono uguali. Circa il 73% delle risorse complessive del settore fa capo a cinque istituti: l'Enpam, l'ente nazionale di previdenza e assistenza dei medici e degli odontoiatri, Inarcassa, la cassa nazionale di previdenza e assistenza di ingegneri e architetti liberi professionisti, la Cassa dottori Commercialisti e Enasarco, quella che tutela gli agenti di commercio. Ovviamente le differenze sono riconducibili alle caratteristiche economiche, sociali e demografiche delle diverse platee di riferimento, ma si può affermare che la maggior parte degli enti godono di buona salute. Il problema è che sulla dinamica di crescita dell'attivo incidono i contributi raccolti e le prestazioni erogate: la differenza tra i primi e le seconde è positiva per tutte le Casse ad eccezione dell'Inpgi (il calcolo interessa solo la parte che riguarda i giornalisti assunti e non i freelance che fanno riferimento alla cosiddetta Inpgi 2) e della Cassa geometri. In questi due casi i servizi erogati hanno superato i contributi dei professionisti. Ma come investono questi enti i soldi dei contribuenti? Gli investimenti immobiliari, 19,4 miliardi di euro nel 2017 (19,1 nel 2016), si sono ridotti in percentuale negli ultimi due anni dell'analisi (22,7% contro il 23,8 del 2016); tra le diverse componenti, l'incidenza delle quote di fondi immobiliari (pari al 16,1%) è in leggero aumento, mentre diminuisce quella degli immobili detenuti direttamente (dal 7,3 al 6%). Per queste istituzioni l'investimento obbligazionario resta preponderante. Gli investimenti in titoli di debito, 31,2 miliardi (27,9 nel 2016) costituiscono il 36,6% dell'attivo, registrando un aumento di 1,7 punti percentuali rispetto al 2016; tra le diverse componenti, gli investimenti diretti in bond complessivamente scendono passando dal 24,4 al 22,4%, ma aumenta dal 10,5 al 14,3% la componente obbligazionaria investita nei fondi obbligazionari; In crescita anche gli investimenti azionari: 14,8 miliardi di euro (13,3 nel 2016) formano il 17,3% dell'attivo (16,6 nel 2016); tra le diverse componenti, restano sostanzialmente stabili gli investimenti diretti, mentre si registra un aumento dal 7 al 7,8% della componente azionaria nei fondi.Le casse professionali (suddivise tra enti di previdenza e fondi pensione di categoria) investono il loro tesoretto anche nell'economia reale, maggiormente fuori dall'Italia. Gli investimenti domestici degli enti di previdenza ammontano a 34,4 miliardi di euro, mentre gli investimenti non domestici si attestano a 36,9 miliardi. Ancora più «esterofili» i fondi pensione: hanno investito nell'economia italiana 38,3 miliardi di euro, mentre gli investimenti non domestici hanno raggiunto quota a 79,5 miliardi. In linea di massima, dunque, il sistema delle casse previdenziali funziona. Questi enti riescono a raccogliere e a reinvestire i contributi dei loro iscritti offrendo un effettivo per gli associati e, in molti casi, mostrando una salute decisamente migliore dell'Inps che ha chiuso il bilancio 2017 con un buco da 6,3 miliardi.INFOGRAFICA!function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-lunedi-2613798843.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="l-ente-dei-medici-e-quello-piu-in-salute-enasarco-mette-a-segno-147-milioni" data-post-id="2613798843" data-published-at="1767943972" data-use-pagination="False"> L'ente dei medici è quello più in salute. Enasarco mette a segno 147 milioni L'analisi Covip offre una chiara fotografia di quali sia lo stato di salute delle casse professionali italiane. L'ente previdenziale di medici e dentisti è di gran lunga quello che sta meglio. Nonostante le prestazioni offerte nel 2017, nelle tasche dell'Enpam sono rimasti 998 milioni di euro, una cifra che distacca di gran lunga il secondo istituto in classifica. La cassa forense che si prende cura delle pensioni degli avvocati ha chiuso l'anno passato con un saldo positivo tra prestazioni e contributi per 659 milioni di euro.L'ente previdenziale di ingegneri e architetti, Inarcassa, ha chiuso il 2017 con 425 milioni di saldo, poco meno della cassa dei dottori commercialisti (Cnpadc) che ha chiuso i conti dell'anno scorso a quota 468 milioni.C'è poi Enasarco, la cassa degli agenti di commercio, che ha messo a segno un 2017 con 147 milioni di euro. Questi cinque enti rappresentano insieme il 73% degli istituti. Tutte le altre casse previdenziali presenti in Italia hanno chiuso l'anno passato con cifre più modeste, ma pur sempre positive. L'Enpaf, che segue i farmacisti, ha finito a 115 milioni di euro.Ben meno hanno messo da parte i ragionieri. La loro cassa, Cnpr, ha chiuso con un attivo di 42 milioni. Gli addetti del mondo dell'agricoltura hanno ad esempio chiuso con 34 milioni, cifre che scende decisamente nel caso della gestione separata di questo ente, quella che interessa gli agrotecnici e i periti agrari. In questo caso il saldo si è chiuso pericolosamente vicino allo zero rispettivamente a quota 3 e 7 milioni di euro.La Cassa nazionale del notariato ha invece chiuso con 57 milioni di attivo, valore inferiore all'Enpap che segue gli psicologi (89 milioni), ai periti industriali laureati con l'Eppi (74 milioni) e ai 65 milioni realizzati dall'Enpacl, la cassa dei consulenti del lavoro. All'appello non mancano l'Epap, la cassa pluricategoriale per agronomi, forestali, attuari, chimici e geologi che ha chiuso l'anno con 45 milioni, l'Enpapi degli infermieri liberi (72 milioni di saldo), la Fasc, il fondo agenti spedizionieri e corrieri (17 milioni), quello dei veterinari (Enpav, con milioni), dei biologi (Enpab, con 38 milioni). Meno incoraggiante, invece, la posizione dell'Onaosi, l'ente previdenziale degli orfani sanitari che ha concluso l'anno con un attivo di 4 milioni. È chiaro che il buon andamento di queste casse sia legato a doppio nodo con il mercato del lavoro. 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E non di poco: la cassa dei geometri ha chiuso in passivo tra contributi e saldo per 43 milioni, ben peggiore la situazione dell'Inpgi che ha terminato l'anno a -176 milioni di euro.Del resto non è un caso se si tratta di due professioni che hanno sentito il peso della crisi. Nel caso dei geometri, si tratta di quella del mattone, per i giornalisti quella dell'editoria. La crisi dell'edilizia ha pesato non poco sulle spalle dei geometri: dal 2009 al 2016 l'evasione contributiva è salita di sei punti percentuali, passando dal 16,7 al 22,7%. In questo lasso di tempo gli iscritti sono inoltre diminuiti di quasi il 6%, scendendo dai 95.036 agli 89.472 del 2016. Per recuperare le somme dovute la Cassa geometri, per gli importi fino a 2.500 euro mai andati a ruolo, ha avviato la cosiddetta "riscossione gentile" che prevede un contatto diretto con l'iscritto e la possibilità di pagare in maniera agevolata. Ancora peggiore la situazione dell'Inpgi, l'istituto previdenziale dei giornalisti. Ogni 100 euro che l'Inpgi incassa da contributi ne spende 132,5 per pagare le pensioni, per tutte le altre prestazioni e per le spese di gestione.Il problema è che ad essere in crisi non è tutta l'Inpgi, ma a gestione sostitutiva dell'Assicurazione generale obbligatoria, che paga e dovrebbe garantire la pensione a tutti i giornalisti che sono lavoratori dipendenti. La crisi, per fortuna, non riguarda la gestione separata, quella di chi è freelance. Del resto, i giornalisti regolarmente assunti sono sempre meno. L'anno scorso, ha detto la presidente dell'Inpgi, Marina Macelloni, c'è stata una diminuzione di 889 rapporti di lavoro, scesi da 16.045 a 15.156. Mentre le pensioni erogate sono state 388 in più, da 9.010 a 9.398 (7.114 dirette e 2.284 a superstiti). «Negli ultimi cinque anni», afferma Macelloni nella relazione Inpgi sull'andamento dell'ente, «la categoria ha perso quasi 3.000 lavoratori attivi». Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati continua a scendere, è diminuito da 1,76 del 2016 a 1,60 nel 2017. Una discesa vertiginosa: era circa 1,8 nel 2015 e 1,97 nel 2014. In questo caso dovrebbero essere le istituzioni a muoversi, d'accordo le rappresentanze di categoria. Altrimenti, di questo passo, geometri e giornalisti rischiano di non essere più tutelati e di non avere più una pensione.
Reza Pahlavi (Getty Images)
La crisi economica sta strangolando il Paese e, per evitare il crollo, il regime iraniano ha iniziato a versare l’equivalente di circa 6 euro al mese per sovvenzionare l’aumento dei costi dei prodotti alimentari essenziali, come riso, carne e legumi. Alcuni economisti hanno però previsto che molti beni di base triplicheranno il loro costo per il crollo della moneta iraniana e la fine del tasso di cambio agevolato tra dollaro e rial sostenuto dal governo per importatori e i produttori. Inoltre, ieri, come segnalato da Netblocks a Teheran e in gran parte del Paese non è possibile accedere a Internet. La crisi della Repubblica islamica è però molto più profonda e le proteste dimostrano come un cambio di regime possa essere vicino. Le due principali organizzazioni di opposizione all’estero sono il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana, il braccio politico del gruppo dei Mojahiddin del Popolo, e i cosiddetti monarchici radunati intorno a Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià dell’Iran, Mohammad Reza Pahlavi. Shahin Gobadi è il portavoce del Consiglio Nazionale della Resistenza iraniana, guidato da Maryam Rajavi, cofondatrice del movimento. «Il regime sta crollando e dopo 47 anni di dittatura, corruzione e spargimenti di sangue, è giunto ad un punto morto», racconta a La Verità, «non è più in grado di soddisfare nemmeno i bisogni più elementari del popolo iraniano, come dimostrano le proteste scoppiate nei bazar di Teheran. Il nostro popolo è stremato dal costante crollo del potere d’acquisto degli stipendi, causato dal saccheggio delle ricchezze nazionali utilizzate per finanziare la Guardia rivoluzionaria. La crisi economica è profonda con l’inflazione annua al 43%, che sui beni essenziali supera addirittura il 100%. Il crollo della valuta nazionale, il rial, sembra inarrestabile, nell’ultimo anno ha perso circa il 70% del suo valore». Gobadi descrive una situazione economica allo stremo, ma quella politica sembra addirittura peggiore. «Nel 2025 ci sono state 2.200 esecuzioni e la risposta di Ali Khamenei alle proteste è stata l’uso di proiettili veri contro i manifestanti e la nomina del generale Ahmad Vahidi, come vicecomandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (Irgc). Sulla testa di Vahidi pende un mandato di arresto internazionale e sembra sia stato uno dei responsabili dell’attentato al centro comunitario ebraico di Buenos Aires nel 1994 che causò la morte di 85 persone. Il regime non ha più base sociale e le Unità di Resistenza, i rappresentanti interni del nostro movimento, si stanno espandendo in tutte le province e le giovani generazioni si stanno unendo al movimento». Ma sul futuro del Paese mediorientale il rappresentante dei Mojahiddin del Popolo ha le idee chiare. «Gli iraniani rifiutano sia le dittature monarchiche che quelle religiose e vogliono un futuro basato sulla volontà sovrana del popolo. Ma una guerra dall’esterno non è la risposta e coloro che hanno riposto le loro speranze in un intervento militare esterno sono stati screditati. La vera soluzione risiede nella resistenza organizzata e nella rivolta popolare, noi abbiamo la forza di abbattere Il regime da soli». Il principe Pahlavi è invece visto dalla diaspora come una grande risorsa e lui non si tira indietro. «Nonostante riconosca che durante il regno di mio padre siano stati commessi degli errori, in tanti in Iran rimpiangono il periodo dello Scià. Ci sono tutte le condizioni perché il regime crolli, continue defezioni, fame e mancanza di acqua. Vogliono addirittura spostare la capitale, perché manca l’acqua per gli abitanti, dopo aver distrutto ed inquinato tutte le falde sotterranee. Per le strade c’è la protesta più forte che abbiamo mai visto e questa volta alla Casa Bianca non ci sono Barack Obama o Joe Biden che non hanno appoggiato le proteste. Biden ha anche permesso al regime di avere accesso ad oltre 200 miliardi di entrate petrolifere ed il regime ha utilizzato quei fondi per finanziare i suoi alleati e questo ha portato all’attacco di Hamas del 7 ottobre. Il presidente Trump la pensa diversamente e lo stiamo vedendo anche perché Marco Rubio è il primo Segretario dai tempi della rivoluzione che capisce l’Iran». Ma su un intervento militare a Teheran anche Pahlavi frena. «Non credo sia necessario fare come in Venezuela, perché il cambiamento in Iran deve essere nelle mani del popolo iraniano. Il mondo deve sostenere la lotta contro questa dittatura religiosa che adesso può crollare. Io mi metto a disposizione per guidare questo cammino ed è già pronto il Progetto di Prosperità dell’Iran, un piano per i primi 100 giorni dopo il crollo. Garantiremo un passaggio di consegne tranquillo ed eviteremo il caos, visto in Iraq e Libia. Dobbiamo sostituire il regime con una formula secolare e democratica coinvolgendo sia monarchici che repubblicani».
Il principe Pahlavi guarda anche ad Israele. «Teheran dovrebbe creare un Accordo di Ciro, per entrare nel gruppo degli Accordi di Abramo. L’ho detto due anni fa a Gerusalemme incontrando Netanyahu: Iran ed Israele hanno una relazione biblica da 25 secoli».
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«Non mi hanno nemmeno concesso le attenuanti generiche», ha sussurrato ai suoi legali il vicebrigadiere Emanuele Marroccella, dopo aver appreso dalla lettura del dispositivo che il giudice Claudio Politi della sezione decima del tribunale di Roma l’ha condannato in primo grado a tre anni di reclusione, inasprendo la pena a due anni e sei mesi chiesta dalla Procura. Imponendo inoltre il pagamento immediato di una provvisionale di 125.000 euro a un carabiniere che dovrebbe lavorare sei anni solo per liquidare le parti civili, parenti del pregiudicato morto.
Gli avvocati Paolo Gallinelli e Lorenzo Rutolo riferiscono anche le parole, piene di amarezza, pronunciate dal carabiniere del radiomobile di Roma, ritenuto colpevole di «eccesso colposo nell’uso legittimo di armi» per aver difeso il suo collega, Lorenzo Grasso (vivo per miracolo), sparando e uccidendo il delinquente siriano Jamal Badawi. «Non è stato preso nella giusta considerazione che l’altro carabiniere era stato ferito al torace e che nella sua fuga Badawi avrebbe aggredito pure i colleghi della pattuglia», ha commentato scosso il vicebrigadiere.
Una sentenza durissima, quella nei confronti di Marroccella, 44 anni, sposato con figli, originario di Napoli e residente ad Ardea, provincia di Roma. Intervenuto nella notte del 20 settembre 2020 con tre pattuglie, dietro segnalazione di un furto in un condominio dell’Eur, dopo aver intimato due volte «Fermo, carabinieri», aveva visto il siriano aggredire il collega con un’arma contundente che poi si era rivelata un grosso cacciavite. Per bloccare il malvivente aveva sparato due colpi di pistola, uno dei quali aveva ucciso Badawi, 56 anni, quattro fogli di espulsione mai eseguiti.
A nulla è servita la memoria difensiva, che puntualmente ha documentato le brevissime e concitate fasi dell’attività dell’equipaggio del radiomobile alle prese con il ladro e la sua aggressività. Eppure la consulenza tecnica di parte fornita dal professor Giulio Di Mizio aveva dimostrato che Marroccella impugnava l’arma con inclinazione verso il basso.
Dietro «percezione di un pericolo imminente, concreto e perdurante», aveva «sparato dall’alto verso il basso» puntando alle gambe per bloccare il malvivente, non al busto. Per la difesa del vicebrigadiere, l’uso dell’arma «costituì l’unica opzione concretamente praticabile data la concitazione dell’azione, la natura dell’aggressione e l’impossibilità di predisporre rimedi alternativi che non esponessero anche ulteriori soggetti al pericolo per la loro incolumità».
Il giudice invece non ha avuto dubbi, ha applicato l’articolo 532 del codice di procedura penale: Marroccella, secondo il magistrato, risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio. Quel dubbio che trattiene tanti giudici dal mandare alla sbarra i delinquenti. Ci hanno insegnato che le guardie cacciano i ladri, ma sono i ladri a dettare legge ormai.
Il tribunale ha disposto anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni del vicebrigadiere, che deve pagare le spese processuali e una provvisionale immediatamente esecutiva di 125.000 ai parenti del siriano che si sono costituiti parte civile. Precisamente, 15.000 euro a ciascuno dei cinque figli e alla moglie di Badawi che si erano trasferiti in Svizzera; 5.000 a ciascuno dei sette fratelli. È solo l’anticipo sull’importo integrale che il carabiniere dovrà versare in via definitiva, qualora la sua condanna venga confermata in appello e in terzo grado di giudizio.
L’avvocato Claudia Serafini, legale rappresentante dei familiari della vittima e che si aspettava una sentenza addirittura per «omicidio volontario», aveva chiesto una provvisionale di 200.000 euro per ciascuno dei familiari. Senza contare la richiesta di 800.000 euro di risarcimento danni che intende avanzare in sede civile. Il povero militare, oltre a subire una condanna eccessiva e a non essersi vista riconosciuta alcuna attenuante, dovrà indebitarsi all’inverosimile per pagare una cifra così alta.
Per fortuna può continuare a lavorare nell’Arma, «che gli ha sempre dimostrato stima e sostegno», spiegano i suoi legali, ma con uno stipendio di 1.500 euro al mese come potrà vivere il vicebrigadiere che ha moglie e figli da mantenere e un debito così pesante?
Jamal Badawi era giunto in Italia alla fine degli anni Novanta. Più volte incarcerato, doveva essere espulso già dal 2020. Con decreto del prefetto di Catanzaro il 22 gennaio 2020; il 21 febbraio 2020 un’ordinanza del magistrato di Sorveglianza di Catanzaro ne disponeva l’espulsione immediata in quanto soggetto socialmente pericoloso per aver commesso reati quali rapina, estorsione, lesioni, evasione, violazione leggi armi, danneggiamento. Nuovo foglio firmato dal prefetto di Roma il 6 luglio 2011 e altra espulsione, ordinata ma pure non eseguita, l’8 giugno 2024.
Pochi giorni prima del 20 settembre 2020, in agosto Badawi era stato fermato e trasferito a un commissariato romano, per essere identificato dopo una lite con la sua affittacamere. Ancora una volta, verificata la non disponibilità di posti presso un Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr), «gli agenti di polizia di Stato lo rimettevano in libertà», precisano gli avvocati della difesa.
Al siriano era stata tolta la potestà genitoriale, quindi doveva averne combinate parecchie e la famiglia viveva distante, eppure si è ricompattata per costituirsi parte civile. I soldi che riceveranno, se in appello la sentenza risultasse a favore del carabiniere, state certi che nessuno li restituirà.
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Matteo Renzi (Imagoeconomica)
Tutto ha origine dagli ultimi episodi di cronaca nera di fine anno. Prima l’accoltellamento di un ragazzo a Milano, poi l’incursione dei pro Pal nella redazione della Stampa di Torino, quindi un minorenne minacciato e derubato nel capoluogo lombardo, l’aggressione di Napoli a opera di un quindicenne e di un diciassettenne, l’omicidio di Aurora Livoli di nuovo a Milano, la rissa della Spezia, l’assassinio del capotreno di Bologna e l’assalto a un furgone portavalori vicino a Ortona. Ce n’è abbastanza, deve aver detto Renzi ai suoi compagni, per attaccare Giorgia Meloni sul tema della sicurezza e definire fallimentare l’azione del governo. Detto, fatto: l’interrogazione con tanto di percentuali sugli incrementi dei reati negli ultimi tre anni è stata presentata in Senato il giorno della Befana. Un regalo nella calza della premier a scopo propagandistico.
Ma Piantedosi si è presentato a Palazzo Madama armato di percentuali diverse, mettendo a confronto i dati del periodo in cui a Palazzo Chigi c’era Renzi. Con il centrosinistra al governo, ha snocciolato il ministro, i reati erano superiori del 18%, gli omicidi del 33%, i migranti sbarcati il triplo di quelli di oggi e i morti in mare anche. Per di più i rimpatri erano appena il 2,5% degli sbarcati, mentre oggi sono al 10%. Certo, i problemi non sono risolti, ha commentato Piantedosi, ma per lo meno un miglioramento c’è, con una riduzione delle violenze sessuali (meno 7,5%), dei furti (meno 6%) e delle rapine (meno 4,5%). La sottile perfidia di citare i dati del passato, ovviamente, rispondeva al tono dell’interrogazione, in cui si parlava di «crescente peggioramento dei livelli di sicurezza e incolumità pubblica nel Paese», quasi fossimo a Caracas.
Il divertente siparietto fra il pifferaio toscano e il ministro della Repubblica, tuttavia, non tiene conto di un fatto e cioè di ciò che quotidianamente avviene nelle questure, nelle caserme dei carabinieri e nei tribunali. Un fenomeno che il padre del capotreno assassinato a Bologna da un balordo che avrebbe dovuto essere espulso ha sintetizzato con amarezza in un’intervista: «Ti mettono dentro, ti rilasciano subito e continui a fare quello che facevi prima. È il sistema che non funziona». Gli agenti possono arrestare il ladro, ma se il pm non convalida il fermo e rimette in libertà il delinquente, questi torna a rubare, a molestare, ad aggredire. Possono portare il clandestino in un Cpr ma, se il giudice non convalida il trattenimento, lo straniero torna in strada a fare quello che faceva prima. E si può anche condannare uno stupratore, ma se poi c’è un magistrato che lo libera o lo giudica incompatibile con la custodia in un centro, finisce che il violentatore torna ad aggredire le donne e, come nel caso di Aurora Livoli, magari le uccide.
È il sistema che dovrebbe garantire il rispetto della legge, applicandola senza sconti, a non funzionare. È la giustizia a dover essere riformata, per evitare che qualche toga la interpreti a seconda delle proprie inclinazioni politiche.
Puoi assumere tutti i poliziotti e i carabinieri che vuoi, ma quando un agente, costretto a sparare per fermare un ladro che lo minaccia e aggredisce, è indagato o, peggio, condannato, come accaduto al carabiniere che dovrà scontare tre anni di carcere e pagare 125.000 euro ai famigliari del pluridenunciato, si capisce che a dover cambiare è il sistema, come dice il padre del capotreno. Balordi, stupratori e rapinatori devono stare dietro le sbarre e le forze dell’ordine devono essere tutelate. Per questo abbiamo deciso di lanciare una sottoscrizione fra i nostri lettori, allo scopo di aiutare il carabiniere condannato a pagare per aver fatto il proprio dovere e difeso un collega.
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L'ingresso del Cpr di via Corelli a Milano, dove il senegalese Assane Thiaw ha soggiornato da marzo ad ottobre 2025 (Ansa)
Il caso più recente è quello di Marin Jelenic, che per motivi abietti, ha ucciso alla stazione di Bologna il capotreno Alessandro Ambrosio. Poi il clandestino stupratore, Emilio Gabriel Valdez Velazco, accusato di aver ucciso la giovane Aurora Livoli a Milano lo scorso 29 dicembre. Oppure il nordafricano Fady Helmy Abdelmalak Hanna, regolare in Italia ma senza fissa dimora e con una lunga lista di reati alle spalle, che prima ha seminato il panico in corso Buenos Aires a Milano e poi ha ferito un poliziotto.
L’ultima storia che desta preoccupazione è quella del senegalese Assane Thiaw, 27 anni, trattenuto per mesi al Cpr di Milano e poi trasferito nell’analoga struttura di Gjader in Albania, inaugurata nel 2024 dal governo italiano. Il suo caso è esemplificativo e ne ha parlato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ieri pomeriggio al question time in Senato, rispondendo a una domanda di Ilaria Cucchi (Avs). Ebbene, Assane, che parrebbe avere anche problemi psichiatrici, adesso è irreperibile. Perché? Dopo la sua permanenza per nove mesi al Cpr di via Corelli a Milano, dal 26 marzo al 30 ottobre 2025, è stato trasferito in Albania dove, però, è stato dichiarato «non idoneo alla permanenza in comunità ristretta» per ragioni di salute mentale. A quel punto, il 10 novembre, è stato riportato in Italia e gli è stato intimato a lasciare il Paese entro i successivi sette giorni. Tuttavia, di lui, da quel momento, non si hanno più tracce. «Come è possibile che una persona sotto la tutela dello Stato sparisca da un momento all’altro?», si chiede Cucchi, «L’ipotesi è che sia stato abbandonato senza alcuna presa in carico da parte delle istituzioni». «Faremo di tutto perché non si tratti dell’ennesimo caso di persona liberata dal trattenimento grazie a cavilli giudiziari e che poi ritroviamo in occasione della commissione di reati», risponde Piantedosi. Soprattutto se si considera che dal 2022 al 2025, il senegalese ha accumulato numerosi precedenti per violenza, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamento.
Il ministro ha, però, sottolineato che, durante la sua permanenza al Cpr di Milano, Assane Thiaw «non presentava alcuna criticità di natura sanitaria o psichiatrica» e il medico del servizio sanitario aveva «attestato la compatibilità delle sue condizioni di salute con la convivenza in una comunità ristretta». Un’idoneità confermata dal medico del Cpr prima del trasferimento in Albania. Diversa però la valutazione una volta arrivato a Gjader. Il fatto che un altro clandestino insano di mente, con una valanga di precedenti per violenza, vada a spasso libero sui nostri marciapiedi, non ci rassicura per niente. Ma di chi è la colpa di tutto questo? «L’opposizione», osserva Piantedosi, «scopre solo ora il tema della sicurezza e il suo legame con l’immigrazione irregolare: gli stranieri sono responsabili del 35% dei reati, con picchi ancora più alti in alcune città. Quando la sinistra vinse le elezioni e governò per cinque anni, furono organizzate varie operazioni, Mare nostrum, Triton, Sofia che favorirono l’arrivo in Italia di oltre 650.000 clandestini».
Il governo Meloni, invece, ha ridotto gli sbarchi e aumentato i rimpatri del 12% ogni anno, che oggi sfiorano i 7.000 complessivi. Malgrado le espulsioni, però, ci ritroviamo lo stesso tanti soggetti pericolosi girare indisturbati nelle nostre comunità, liberi di colpire ancora. Questo grazie alla sinistra e a una parte della magistratura. Poliziotti e carabinieri fermano, identificano, segnalano. Poi, però, non accade nulla. Ricorsi, sospensive e mancate esecuzioni riportano tutto come era prima e i fermati vengono rilasciati. Chi dovrebbe essere allontanato resta lì, spesso nelle solite città. Il problema non è l’azione di prevenzione sul territorio delle forze di polizia, ma ciò che accade o, meglio, non accade dopo, con giudici che rimettono questi soggetti in libertà.
Ma per la sinistra, dopo anni di politiche migratorie compiacenti che hanno aperto le porte del Paese a una invasione incontrollata di extracomunitari, adesso la colpa è del governo Meloni che non è capace di fermare le violenze di quegli stessi immigrati che loro hanno fatto accomodare in Italia. Gli stessi che poi certa magistratura lascia liberi di agire bloccando le espulsioni, dando sempre più ragione agli stranieri violenti che alle forze dell’ordine che fanno il loro lavoro. Perché per la sinistra anche i clandestini vanno aiutati, compresi, integrati. Poi, però, non ci lamentiamo se ogni giorno leggiamo sui giornali di stupri, aggressioni, danneggiamenti e omicidi.
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