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2018-08-27
Entra in vigore la nuova direttiva sulla distribuzione assicurativa. Ecco cosa cambia per i consumatori
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La novità più importante è nell'intendimento dell'Unione europea di superare la regolamentazione separata per le compagnie, che producono le polizze e per gli intermediari, agenti e broker, che le collocano sul mercato. Fino ad oggi l'obbligo di proporre all'assicurato polizze adeguate alle sue esigenze ricadeva esclusivamente in capo all'intermediario, determinando possibili situazioni conflittuali tra il dovere di quest'ultimo nei confronti dell'assicurato e l'interesse delle compagnie mandanti.
Dal prossimo ottobre tutti i protagonisti della filiera produttiva e distributiva delle polizze, definite «prodotti assicurativi» dalla direttiva, saranno assoggettati ad un'unica normativa comunitaria. Anche le compagnie, pertanto, saranno coinvolte in questa responsabilità e l'adeguatezza dovrà esistere intrinsecamente fin dalla fase progettuale e di realizzazione del prodotto assicurativo.
Può sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto: fino ad oggi le compagnie hanno avuto mano libera nell'immettere sul mercato polizze contenenti meccanismi di auto-protezione, utili a garantire la redditività del prodotto, spesso a scapito della rispondenza delle garanzie alle esigenze del cliente. Esclusioni di rischio, garanzie parziali, estensioni limitate, franchigie, scoperti, ma anche eccessivi tecnicismi nei testi dei contratti, spesso rendono complessa l'interpretazione delle polizze, facendo scoprire troppo tardi, soprattutto a quei consumatori non usi a rivolgersi a consulenti professionisti, che il rischio che credevano coperto dalla polizza gravava in realtà sulle loro spalle.
La musica dovrebbe cambiare con le nuove norme Pog (Product Oversight and Governance arrangements), che impegnano le imprese, prima di immettere una nuova polizza sul mercato, a individuare un preciso target di clientela al quale la stessa è destinata e a garantirne l'adeguatezza già dalla fase progettuale, ma anche successivamente, attraverso un monitoraggio costante della effettiva rispondenza del prodotto alle esigenze del singolo contraente e del target market al quale è destinato. Non significa che dalle polizze spariranno limitazioni, franchigie e scoperti, ma certamente è una premessa importante per introdurre concreti presìdi a garanzia dei consumatori, spesso visti come i destinatari di prodotti utili a garantire ampi margini di guadagno alle compagnie, ma non sempre altrettanto capaci di rispondere adeguatamente alle esigenze di protezione di chi li acquista. Ne è un esempio la scelta di diverse compagnie di standardizzare l'offerta con polizze «da banco», prodotti di piccolo taglio utilizzati per campagne di vendita remunerate, finalizzate a fare cassa sulle spalle di clienti i quali, spesso, neppure sono consapevoli delle garanzie acquistate; ma è anche il caso di polizze di maggior spessore e dal costo più elevato, come quelle che coprono la responsabilità civile obbligatoria dei professionisti, in teoria rispondendo alle loro esigenze, ma in pratica, talvolta, non rispettando neppure le prescrizioni di copertura minime stabilite dalla legge che le ha rese obbligatorie.
Come detto, per gli agenti e i broker il dovere di proporre al cliente prodotti adeguati alle esigenze emerse in sede di consulenza pre-contrattuale era previsto anche dalla normativa previgente, ma ciò poneva talvolta gli intermediari in una situazione di conflitto tra il dovere nei confronti del cliente e l'effettiva disponibilità di prodotti assicurativi adeguati alle esigenze di quest'ultimo. Non è facile, per un intermediario, soprattutto se legato a una sola compagnia, conciliare le esigenze talvolta contrapposte dell'impresa mandante e del cliente. Le nuove norme dovrebbero migliorare la situazione modificando alla radice gli attuali presupposti: una polizza deve essere progettata per una particolare tipologia di cliente e ne deve essere garantita l'adeguatezza sin dall'origine e fino a quando sarà presente sul mercato.
Già nel 2017, durante il processo di recepimento della normativa Europea, l'Ivass, Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, aveva intrattenuto le compagnie con una lettera al mercato nella quale precisava che «In particolare i presìdi in materia di governo e controllo del prodotto dovrebbero:
- essere incentrati sugli interessi, obiettivi e caratteristiche dei clienti, a tutela dei quali devono essere previste adeguate misure nelle fasi di progettazione, controllo, revisione e distribuzione dei prodotti;
- prevedere misure adeguate nel caso di prodotti suscettibili di arrecare pregiudizio ai clienti;
- individuare le modalità per gestire correttamente i conflitti di interesse che possono insorgere nella fase di design o sopravvenire nel corso dell'intera vita del prodotto».
Il processo di definizione ed approvazione delle norme è ormai completo e dal 1 ottobre si entrerà nel nuovo regime che dovrà assicurare una più ampia tutela ai consumatori attraverso il livellamento delle regole di gioco dei diversi operatori del mercato. Il nuovo quadro dovrebbe garantire una maggiore serenità al cliente nell'acquisto delle coperture assicurative, la complessità delle quali, peraltro, suggerisce sempre di ricorrere a intermediari professionisti capaci di fornire adeguata consulenza ed assistenza. Prevedibilmente il mercato vedrà un ulteriore sviluppo dell'offerta multipla di soluzioni assicurative, anche di marchi diversi, da parte dell'intermediario, sia in ragione dello sviluppo del plurimandato che di quello delle collaborazioni orizzontali tra agenti e broker, rese possibili fin dal 2012 e capaci di garantire la disponibilità, presso un unico operatore, di un ventaglio di offerte sufficientemente ampio nel quale trovare quella adeguata alle esigenze del cliente.
Ecco cosa pensano dell'Idd gli operatori del settore
È tutto pronto: dal prossimo 1 ottobre entra in vigore il decreto legislativo 68 del 21 maggio 2018 che recepisce le norme della Direttiva europea sulla distribuzione assicurativa. La nuova norma ha raccolto il plauso degli operatori, sebbene vi siano alcuni distinguo nelle posizioni di imprese e intermediari.
L'Ania, associazione delle imprese di assicurazione, ha sottolineato l'importanza di questa evoluzione per bocca della Presidente Bianca Maria Farina, la quale, nella relazione all'assemblea annuale 2018 ha affermato che «il recepimento nel nostro Paese della IDD costituisce un fondamentale banco di prova per tutti. Per le compagnie e gli intermediari, chiamati a confermare la radicale transizione dalla logica della vendita a quella del servizio; per le Autorità di Vigilanza, chiamate a dettare regole chiare, uniformi e proporzionate per il settore».
Anche l'Ivass, authority di vigilanza del settore, ha evidenziato che il nuovo faro nel mare delle assicurazioni è l'interesse del cliente, affermando, nella relazione del Presidente Salvatore Rossi, che «Per imprese e intermediari cambia il processo di costruzione e vendita dei prodotti, si modificano i modelli operativi, si innalzano i livelli di responsabilità. I distributori saranno chiamati ad assicurare strategie coerenti con il mercato di riferimento individuato dal produttore e con le sue policy distributive nonché a soddisfare il best interest del cliente, tenendo conto sia del prodotto offerto e dei bisogni sia delle caratteristiche del consumatore».
Dal canto loro i rappresentanti degli intermediari colgono l'importanza della nuova impostazione normativa che pone al centro il cliente e le sue esigenze, anche se con qualche riserva sulle conseguenze di un sovraccarico di adempimenti burocratici che potrebbe essere imposto dall'Ivass con la modifica dei regolamenti di settore.
Luca Franzi De Luca, presidente dell'Aiba, associazione dei broker di assicurazioni, nella relazione all'assemblea annuale affermava: «anche se al momento è difficile capire quale potrà essere l'impatto sulla categoria a causa della complessa normativa di secondo livello ancora al vaglio dell'Autorità di Vigilanza e del Mise. L'Idd nasce per aumentare la tutela del consumatore. Obiettivo condivisibile, a patto di non creare inutili aggravi alle aziende dal punto di vista burocratico».
Per Luigi Viganotti, presidente dell'Acb, altra associazione di broker, il servizio al cliente è fondamentale. «La Idd ci offre comunque una grande opportunità: quella di cambiare il nostro modo di essere e di diventare sempre più consulenti e professionisti, di offrire al cliente un servizio veramente a 360 gradi sostenendolo nelle sue esigenze e nelle sue richieste, facendo in modo che coloro che hanno investito nelle aziende abbiano la sicurezza che il loro investimento, nella malaugurata ipotesi di un evento dannoso, non vada perduto», ha detto nel corso della relazione all'assemblea annuale dell'associazione.
Per Claudio Demozzi, presidente del Sindacato Nazionale Agenti, il ruolo consulenziale dell'intermediario professionista è cruciale: «Dobbiamo vigilare, affinché sia permesso ad ogni agente di svolgere la propria attività nello spirito e secondo le intenzioni del legislatore europeo e cioè in modo consulenziale ed imparziale. Non dimentichiamoci che il quarto considerando della Idd recita testualmente: "gli intermediari assicurativi e riassicurativi svolgono un ruolo centrale nella distribuzione dei prodotti assicurativi e riassicurativi nell'Unione"».
Tutti i protagonisti della filiera, dunque, si dicono pronti ad operare secondo le nuove regole che, in realtà, sembrano costituire una novità soprattutto per le compagnie, chiamate a modificare profondamente la propria visione del mercato, abbandonando la logica della vendita, che uniformava le strategie di offerta dei prodotti destinati ai consumatori ed alle piccole e medie imprese, per passare a quella del servizio, certamente più attuale e rispettosa dei diritti dei cittadini e della dignità degli stessi operatori.
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Nel mondo delle assicurazioni è da tempo in atto una rivoluzione silenziosa che riguarda anche i consumatori. I suoi effetti non saranno particolarmente evidenti nell'immediato, sebbene si tratti di un fenomeno sostanziale, con un impatto notevole sui diritti degli assicurati. Parliamo della Idd, la direttiva europea sulla distribuzione assicurativa recepita in Italia con il decreto legislativo numero 68 approvato dal Governo lo scorso 16 maggio.La novità più importante è nell'intendimento dell'Unione europea di superare la regolamentazione separata per le compagnie, che producono le polizze e per gli intermediari, agenti e broker, che le collocano sul mercato. Fino ad oggi l'obbligo di proporre all'assicurato polizze adeguate alle sue esigenze ricadeva esclusivamente in capo all'intermediario, determinando possibili situazioni conflittuali tra il dovere di quest'ultimo nei confronti dell'assicurato e l'interesse delle compagnie mandanti. Dal prossimo ottobre tutti i protagonisti della filiera produttiva e distributiva delle polizze, definite «prodotti assicurativi» dalla direttiva, saranno assoggettati ad un'unica normativa comunitaria. Anche le compagnie, pertanto, saranno coinvolte in questa responsabilità e l'adeguatezza dovrà esistere intrinsecamente fin dalla fase progettuale e di realizzazione del prodotto assicurativo. Può sembrare una cosa scontata, ma non lo è affatto: fino ad oggi le compagnie hanno avuto mano libera nell'immettere sul mercato polizze contenenti meccanismi di auto-protezione, utili a garantire la redditività del prodotto, spesso a scapito della rispondenza delle garanzie alle esigenze del cliente. Esclusioni di rischio, garanzie parziali, estensioni limitate, franchigie, scoperti, ma anche eccessivi tecnicismi nei testi dei contratti, spesso rendono complessa l'interpretazione delle polizze, facendo scoprire troppo tardi, soprattutto a quei consumatori non usi a rivolgersi a consulenti professionisti, che il rischio che credevano coperto dalla polizza gravava in realtà sulle loro spalle.La musica dovrebbe cambiare con le nuove norme Pog (Product Oversight and Governance arrangements), che impegnano le imprese, prima di immettere una nuova polizza sul mercato, a individuare un preciso target di clientela al quale la stessa è destinata e a garantirne l'adeguatezza già dalla fase progettuale, ma anche successivamente, attraverso un monitoraggio costante della effettiva rispondenza del prodotto alle esigenze del singolo contraente e del target market al quale è destinato. Non significa che dalle polizze spariranno limitazioni, franchigie e scoperti, ma certamente è una premessa importante per introdurre concreti presìdi a garanzia dei consumatori, spesso visti come i destinatari di prodotti utili a garantire ampi margini di guadagno alle compagnie, ma non sempre altrettanto capaci di rispondere adeguatamente alle esigenze di protezione di chi li acquista. Ne è un esempio la scelta di diverse compagnie di standardizzare l'offerta con polizze «da banco», prodotti di piccolo taglio utilizzati per campagne di vendita remunerate, finalizzate a fare cassa sulle spalle di clienti i quali, spesso, neppure sono consapevoli delle garanzie acquistate; ma è anche il caso di polizze di maggior spessore e dal costo più elevato, come quelle che coprono la responsabilità civile obbligatoria dei professionisti, in teoria rispondendo alle loro esigenze, ma in pratica, talvolta, non rispettando neppure le prescrizioni di copertura minime stabilite dalla legge che le ha rese obbligatorie.Come detto, per gli agenti e i broker il dovere di proporre al cliente prodotti adeguati alle esigenze emerse in sede di consulenza pre-contrattuale era previsto anche dalla normativa previgente, ma ciò poneva talvolta gli intermediari in una situazione di conflitto tra il dovere nei confronti del cliente e l'effettiva disponibilità di prodotti assicurativi adeguati alle esigenze di quest'ultimo. Non è facile, per un intermediario, soprattutto se legato a una sola compagnia, conciliare le esigenze talvolta contrapposte dell'impresa mandante e del cliente. Le nuove norme dovrebbero migliorare la situazione modificando alla radice gli attuali presupposti: una polizza deve essere progettata per una particolare tipologia di cliente e ne deve essere garantita l'adeguatezza sin dall'origine e fino a quando sarà presente sul mercato.Già nel 2017, durante il processo di recepimento della normativa Europea, l'Ivass, Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, aveva intrattenuto le compagnie con una lettera al mercato nella quale precisava che «In particolare i presìdi in materia di governo e controllo del prodotto dovrebbero: essere incentrati sugli interessi, obiettivi e caratteristiche dei clienti, a tutela dei quali devono essere previste adeguate misure nelle fasi di progettazione, controllo, revisione e distribuzione dei prodotti; prevedere misure adeguate nel caso di prodotti suscettibili di arrecare pregiudizio ai clienti; individuare le modalità per gestire correttamente i conflitti di interesse che possono insorgere nella fase di design o sopravvenire nel corso dell'intera vita del prodotto». Il processo di definizione ed approvazione delle norme è ormai completo e dal 1 ottobre si entrerà nel nuovo regime che dovrà assicurare una più ampia tutela ai consumatori attraverso il livellamento delle regole di gioco dei diversi operatori del mercato. Il nuovo quadro dovrebbe garantire una maggiore serenità al cliente nell'acquisto delle coperture assicurative, la complessità delle quali, peraltro, suggerisce sempre di ricorrere a intermediari professionisti capaci di fornire adeguata consulenza ed assistenza. Prevedibilmente il mercato vedrà un ulteriore sviluppo dell'offerta multipla di soluzioni assicurative, anche di marchi diversi, da parte dell'intermediario, sia in ragione dello sviluppo del plurimandato che di quello delle collaborazioni orizzontali tra agenti e broker, rese possibili fin dal 2012 e capaci di garantire la disponibilità, presso un unico operatore, di un ventaglio di offerte sufficientemente ampio nel quale trovare quella adeguata alle esigenze del cliente.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/speciale-lunedi-2598939490.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ecco-cosa-pensano-dellidd-gli-operatori-del-settore" data-post-id="2598939490" data-published-at="1781499634" data-use-pagination="False"> Ecco cosa pensano dell'Idd gli operatori del settore È tutto pronto: dal prossimo 1 ottobre entra in vigore il decreto legislativo 68 del 21 maggio 2018 che recepisce le norme della Direttiva europea sulla distribuzione assicurativa. La nuova norma ha raccolto il plauso degli operatori, sebbene vi siano alcuni distinguo nelle posizioni di imprese e intermediari.L'Ania, associazione delle imprese di assicurazione, ha sottolineato l'importanza di questa evoluzione per bocca della Presidente Bianca Maria Farina, la quale, nella relazione all'assemblea annuale 2018 ha affermato che «il recepimento nel nostro Paese della IDD costituisce un fondamentale banco di prova per tutti. Per le compagnie e gli intermediari, chiamati a confermare la radicale transizione dalla logica della vendita a quella del servizio; per le Autorità di Vigilanza, chiamate a dettare regole chiare, uniformi e proporzionate per il settore».Anche l'Ivass, authority di vigilanza del settore, ha evidenziato che il nuovo faro nel mare delle assicurazioni è l'interesse del cliente, affermando, nella relazione del Presidente Salvatore Rossi, che «Per imprese e intermediari cambia il processo di costruzione e vendita dei prodotti, si modificano i modelli operativi, si innalzano i livelli di responsabilità. I distributori saranno chiamati ad assicurare strategie coerenti con il mercato di riferimento individuato dal produttore e con le sue policy distributive nonché a soddisfare il best interest del cliente, tenendo conto sia del prodotto offerto e dei bisogni sia delle caratteristiche del consumatore».Dal canto loro i rappresentanti degli intermediari colgono l'importanza della nuova impostazione normativa che pone al centro il cliente e le sue esigenze, anche se con qualche riserva sulle conseguenze di un sovraccarico di adempimenti burocratici che potrebbe essere imposto dall'Ivass con la modifica dei regolamenti di settore.Luca Franzi De Luca, presidente dell'Aiba, associazione dei broker di assicurazioni, nella relazione all'assemblea annuale affermava: «anche se al momento è difficile capire quale potrà essere l'impatto sulla categoria a causa della complessa normativa di secondo livello ancora al vaglio dell'Autorità di Vigilanza e del Mise. L'Idd nasce per aumentare la tutela del consumatore. Obiettivo condivisibile, a patto di non creare inutili aggravi alle aziende dal punto di vista burocratico». Per Luigi Viganotti, presidente dell'Acb, altra associazione di broker, il servizio al cliente è fondamentale. «La Idd ci offre comunque una grande opportunità: quella di cambiare il nostro modo di essere e di diventare sempre più consulenti e professionisti, di offrire al cliente un servizio veramente a 360 gradi sostenendolo nelle sue esigenze e nelle sue richieste, facendo in modo che coloro che hanno investito nelle aziende abbiano la sicurezza che il loro investimento, nella malaugurata ipotesi di un evento dannoso, non vada perduto», ha detto nel corso della relazione all'assemblea annuale dell'associazione.Per Claudio Demozzi, presidente del Sindacato Nazionale Agenti, il ruolo consulenziale dell'intermediario professionista è cruciale: «Dobbiamo vigilare, affinché sia permesso ad ogni agente di svolgere la propria attività nello spirito e secondo le intenzioni del legislatore europeo e cioè in modo consulenziale ed imparziale. Non dimentichiamoci che il quarto considerando della Idd recita testualmente: "gli intermediari assicurativi e riassicurativi svolgono un ruolo centrale nella distribuzione dei prodotti assicurativi e riassicurativi nell'Unione"». Tutti i protagonisti della filiera, dunque, si dicono pronti ad operare secondo le nuove regole che, in realtà, sembrano costituire una novità soprattutto per le compagnie, chiamate a modificare profondamente la propria visione del mercato, abbandonando la logica della vendita, che uniformava le strategie di offerta dei prodotti destinati ai consumatori ed alle piccole e medie imprese, per passare a quella del servizio, certamente più attuale e rispettosa dei diritti dei cittadini e della dignità degli stessi operatori.
Giorgia Meloni ha suonato la carica, tuffandosi nel Kulturkampf con la sinistra dei censori: in questo caso, l’oggetto del contendere è la grottesca trovata del patentino antifascista per gli editori della fiera libraria di Roma. Ma la patata più bollente la maneggia Matteo Piantedosi: sabato sera, ospite del gala alla masseria di Manduria di Bruno Vespa, il ministro dell’Interno promette, per il 2026, il «superamento della soglia simbolo dei 10.000 rimpatri, che non è mai avvenuto in Italia». È un «sogno», spiega il titolare del Viminale. Ma lui ha già «dato mandato» agli uffici di lavorare al traguardo, poiché «in questo quadriennio abbiamo accresciuto il numero» delle espulsioni di stranieri irregolari.
Piantedosi non vuol dare l’impressione che l’esecutivo corra dietro alle piazze per la remigrazione. Anzi, sottolinea che «il tema è di una grande complessità, liquidarlo con formule molto immediate, molto semplicistiche, credo che non porti da nessuna parte». E rincara la dose: «Io, francamente, non ho capito che vuol dire remigrazione rispetto a quello che già si fa o che si dovrebbe fare. Questa teoria della remigrazione», conclude, «ancora non è stata declinata in tutta la sua forza». Roberto Vannacci, dall’assemblea costituente di Futuro nazionale, prova a chiarirla: non è solo una questione di rimpatri, sostiene, «ma un concetto politico: vuol dire il sacrosanto diritto di difendere i popoli autoctoni», di non «snaturarli. La soluzione è far tornare al Paese di origine chi è entrato illegalmente da noi, è clandestino - e riguarda la stragrande maggioranza. E poi ci sono anche quelli che hanno diritto ma fanno attività criminali. La remigrazione si applica in maniera culturale, insegnando la propria civiltà» e «Garibaldi» a scuola. «Gli elementi esogeni», ricorda il generale, «costano di più di quanto» restituiscano.
Al di là del dibattito sugli slogan, il vero ostacolo sul percorso dell’agenda securitaria, che la maggioranza ha finalmente deciso di recuperare, è un altro. E Piantedosi, memore delle esperienze pregresse, ce l’ha presente: «Io sono quasi certo», dichiara infatti nel dialogo con Vespa, «che ci saranno dei casi in cui - l’ho anche detto al presidente Meloni - questi stessi regolamenti europei saranno oggetto di valutazione per singoli processi dal punto di vista della corrispondenza della regola europea alla Carta europea dei diritti. Quindi mi aspetto già dei ricorsi, come è avvenuto sull’Albania». Il premier è informato: non si vincerà facile. Nonostante l’entrata in vigore del nuovo Patto Ue sulle migrazioni, che in teoria complica la strada alla magistratura italiana, capace di ostacolare i Cpr balcanici, a colpi di interpellanze alla Corte di giustizia dell’Ue.
Le novità introdotte in sede europea facilitano le procedure di espulsione: gli hub negli Stati terzi sono ormai legittimati e Bruxelles ha approvato una lista unica di Paesi sicuri, che già comprende Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. È sufficiente a coprire una bella quota degli sbarchi che avvengono in Italia: al 31 maggio 2026, era bengalese il 30% degli immigrati, mentre tunisini, egiziani e marocchini rappresentavano un altro 11%. Le modifiche al regolamento comunitario hanno permesso di far rientrare nell’elenco anche nazioni nelle quali alcune regioni rimangono turbolente e pericolose, o in cui alcune categorie, come certe minoranze religiose e sessuali, potrebbero subire persecuzioni; ovviamente, a chi ne fa parte, spettano adeguate tutele giuridiche.
Ciò che Piantedosi sa bene, però, è che la Corte di Lussemburgo ha riconosciuto ai tribunali la facoltà di questionare i verdetti sugli Stati di provenienza, sia pure avallati dall’Unione europea, nel momento in cui si trovassero a esaminare i ricorsi presentati da singoli individui. Ecco perché il titolare del Viminale allude ai giudici e anche agli avvocati. Come quelli che hanno considerato uno scandalo l’indennità da 600 euro per l’assistenza nei procedimenti di rimpatrio volontario. Dato quello che è successo a Ravenna, con i certificati falsi per liberare i migranti dai Cpr, forse bisognerà guardarsi persino dai medici.
Sul fronte giudiziario, peraltro, il governo ha da poco dovuto prendere atto di un insuccesso: credeva che il trasferimento di competenze alle Corti d’Appello avrebbe semplificato le espulsioni; non è stato così. Spesso gli incarichi sono stati riassegnati agli stessi magistrati di primo grado. E alla fine, il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha preferito ripristinare lo status quo.
Sarà una battaglia caso per caso. Una trincea politica. Roba per generali…
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Come si è visto nel 2019, quando con una mossa del cavallo portò il Pd ad allearsi con i 5 stelle per dare vita al Conte bis, è nelle situazioni di incertezza che il Bullo dà il meglio di sé. Del resto, pur non avendo fatto il militare, Renzi sarebbe perfetto come capo del Genio guastatori. Non sa vincere le guerre e neppure è in grado di assicurare la stabilità necessaria una volta raggiunta una tregua, ma è bravissimo a distruggere. Dunque, non mi stupisce che adesso stia scommettendo su Vannacci. Futuro nazionale rappresenta anche il suo futuro. La strategia è chiara: Renzi vuole gettare scompiglio nelle linee nemiche. Come gli americani quando in Afghanistan diedero le armi ai Talebani nella speranza che sconfiggessero per conto loro i russi, il Rottamatore sogna che il generale sia in grado di mettere in campo una milizia che sconfigga Giorgia Meloni. Più lui cresce, è il ragionamento del senatore semplice di Rignano, più il presidente del Consiglio perde.
Fin qui nulla da dire: fa parte delle regole del gioco. E quella in cui si è specializzato Renzi è una partita spregiudicata, dove ogni sgambetto e qualsiasi giravolta valgono. Detto ciò, però io non capisco perché il centrodestra si stia dando tanto da fare per demonizzare Vannacci. Le critiche contro il generale e contro la sua banda di descamisados non credo riusciranno a ottenere il risultato che ci si aspetta. Anzi: semmai contribuiranno a rafforzare Fn, dando a Vannacci e agli straccioni (la definizione è sua) che ha raccolto, maggiore visibilità. Attaccarlo, criminalizzarlo, definirlo un utile idiota pronto ad aiutare la sinistra, non servirà a fermarlo, ma semmai a innalzarlo a nemico numero uno. Nel centrodestra dovrebbero saperlo bene, perché per anni sono stati all’opposizione. Il gioco dell’uno contro tutti, contro la sinistra perché si dicono cose controcorrente, ma anche contro la destra perché non ci si è allineati, premia.
L’attuale maggioranza ha due modi per disinnescare Vannacci. Il primo è riuscire a rinchiudere il consenso del generale in un recinto che gli impedisca di andare oltre il 4%. Il secondo è raggiungere con lui un accordo. A mio parere, la prima possibilità è ormai sfumata, perché i sondaggi danno l’ex parà della Folgore già vicino al 5% e nei prossimi mesi potrebbe ancora salire. Dunque, escluderlo dalla competizione, con una legge elettorale che fissi una soglia di sbarramento oltre il 5%, pare impossibile. A questo punto resta, perciò, una sola strada: raggiungere un’intesa affinché il nuovo partito non contribuisca involontariamente alla vittoria della sinistra.
Lo so che è molto più facile stare all’opposizione che al governo. Dire che si devono smantellare le stupide regole europee che stanno condannando il nostro Paese alla deindustrializzazione è semplicissimo: la parte difficile consiste nello stabilire come fermare le politiche green della Ue e, soprattutto, evitare le sanzioni che Bruxelles ha escogitato per impedire a ogni singolo Stato di sottrarsi alle follie comunitarie. Non comporta grandi difficoltà, salvo replicare alle polemiche e alle accuse di xenofobia, neppure parlare di remigrazione: il problema è riuscire a farla, districandosi fra norme costituzionali, regole della magistratura e impedimenti dei trattati internazionali. Quando Giorgia Meloni stava all’opposizione, voleva attuare un blocco navale contro i migranti ma, una volta giunta nella stanza dei bottoni, si è resa conto che la magistratura, la presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, l’Europa e pure l’Onu non le avrebbero consentito nulla di tutto ciò. Dunque, si è dovuta barcamenare tra le difficoltà, riuscendo comunque a frenare gli sbarchi e ad aumentare i rimpatri. Ora, non avendo un trascorso al governo che gli possa venire rimproverato, Vannacci rilancia il blocco navale e la remigrazione, promettendo anche di dichiarare guerra all’Europa e al Green deal di Ursula von der Leyen. Nessuno sa dire come intenda fare tutto ciò e lui si guarda bene dal svelarlo. Critica la deriva woke e Lgbt, con un linguaggio che alcuni ritengono provocatorio? Ma per tre quarti e forse più è ciò che pensa l’opinione pubblica che, per quieto vivere, non si azzarda ad ammetterlo. Il generale, anche se non offre ricette concrete, sostiene ciò che gran parte dell’elettorato reputa giusto, sia in fatto di immigrazione che di transizione energetica o di politically correct.
Attaccarlo, dunque, a mio parere non serve a nulla. Anzi, rischia perfino di essere controproducente per i partiti che compongono il centrodestra, perché significa lasciare aperta a Vannacci la strada della grande prateria dei moderati, che certo vogliono la remigrazione, considerano il Green deal un suicidio e si augurano di poter fermare la propaganda Lgbt. Capisco che nella maggioranza lo considerino un populista e comprendo che qualcuno desidererebbe farlo sparire con un colpo di bacchetta magica, oppure silenziarlo (o imbavagliare i giornali) affinché smetta di parlare. Ma non è possibile. Il generale ha conquistato un’enclave nel centrodestra ed è intenzionato a difenderla con le unghie e i denti. Dunque, per non indebolire la maggioranza e perdere le elezioni (con i risultati horror di cui ho parlato ieri), resta una una sola possibilità: fare un accordo con lui. Piaccia o non piaccia (a Forza Italia o ad altri), un’altra via non c’è. Non ricordo più quale stratega lo dicesse, ma se non puoi battere l’avversario devi necessariamente scendere a patti.
Ps. La discesa in campo del generale può anche essere un’opportunità. Alla fine, si discute di remigrazione, sicurezza, Green deal, deriva woke senza più nessun timore. Paradossalmente, l’effetto Vannacci potrebbe portare allo stesso risultato visto in Ungheria, con una sfida tutta a destra che ha cancellato la sinistra.
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Il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, saluta i militanti chiudendo l'assemblea costituente durante il quale ha esposto i punti del programma del suo partito (Ansa)
Le note di Futura di Lucio Dalla hanno chiuso l’assemblea costituente di Futuro nazionale dopo il lungo intervento con cui Roberto Vannacci ha illustrato il programma del suo partito. A scatenare le polemiche un’affermazione fatta dal palco: «Il femminicidio è un omicidio come tutti gli altri, uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità. Con femminicidio e omofobia si fa il lavaggio del cervello». Affermazione che è diventato un caso politico con le reazioni da destra a sinistra. Per Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato, della Lega: «Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Fn è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il delitto d’onore». «Ci ritroveremo alle elezioni quando bisognerà presentare proposte credibili, realizzabili e non destinate a placare la fame di chi vuole governare senza idee e trovare un posto in Parlamento per chiunque», ha affermato la leghista ed ex magistrato Simonetta Matone. «A Vannacci diciamo solo di rassegnarsi: il reato di femminicidio esiste e non sarà certo lui a cancellarlo dal Codice penale», ha affermato Mara Carfagna, segretaria di Noi moderati. Nel punto stampa, l’eurodeputato ha anche contestato le quote rosa e i criteri di rappresentanza nel mondo del lavoro: «Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità». Nella maratona oratoria, l’ex generale ha spinto sulla remigrazione: «Il centrodestra non riesce a farla. Mandateci al governo e ci riusciremo». Poi stop ai flussi, Italia agli italiani con un tetto del 4% di stranieri e, naturalmente, «espulsione di chi non ha titolo e revoca della cittadinanza per chi commette gravi reati». Inoltre, «per uccidere, per rubare e stuprare nessuna libertà, ma solo carceri e tolleranza zero». La scuola «deve essere dura e selettiva, dando priorità a quella pubblica, senza togliere nulla a quella privata. Deve formare il futuro del Paese evitando che sia un centro di bivacco della gioventù e centro formazione del Pd dove abbondano bagni neutri, Bella ciao, progetti gender». Per salvare le pensioni Fn promuove «la rinascita demografica dell’Italia», introducendo «il quoziente familiare e una drastica riduzione Irpef per ogni figlio. Al reddito improduttivo di cittadinanza vogliamo il reddito produttivo di maternità».
La giustizia per Fn è «quella che tutela le vittime e non i criminali», mentre sarà introdotto «il requisito della cittadinanza per le case popolari e il mutuo tricolore per chi deve acquistare la prima casa». Poi la sanità, che «non è di sinistra e gli ospedali non sono nati per uccidere anziani e malati, per dare medicine agli adolescenti per bloccare il loro sviluppo o fare le falloplastiche». E l’energia: «Per un risparmio energetico di 180 milioni annui, si passi all’ora legale permanente, togliere gli incentivi in bolletta alle rinnovabili».
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Tuttavia, non c’è solone del politicamente corretto che non ci abbia ricordato che il «Tribunale si chiama per i minori perché l’interesse preminente che tutela è quello dei bambini». Magari è così, però si prova un’apprensione difficilmente sostenibile a leggere: «Cara mamma, sappi che ti ho voluto sempre bene. Senza di te non ce la faccio più», firmato Alisya. È lo stesso sconcerto suscitato nel leggere: «Ci mancano il papà, gli animali, gli amici e la nostra casa», gridato da Galorian Trevaillon. È probabilmente quello che potrebbero scrivere e piangere gran parte dei 30.000 bambini che in Italia sono stati allontanati dai genitori per intervento dei servizi sociali. Provvedimenti assunti senza guardare in «faccino» a nessuno, salvo che per i figli dei rom ché altrimenti l’assistente sociale passa da razzista.
I minori tolti alle famiglie vivono per metà in affido, per metà in case famiglia e sono tornati di nuovo al centro dell’attenzione da una settimana, da quando Alisya, 16 anni, e la sorellina Sarah, che di anni ne ha 12, sono scomparse dalla struttura residenziale «Ofh Hope» di Civitella Alfedena, in provincia dell’Aquila. Siamo a un paio d’ore di macchina da Palmoli, provincia di Chieti, dove dal 19 novembre Utopia Rose, Galorian e Bluebell sono stati tolti a mamma Catherine e papà Nathan Trevallion. La vicenda di Alysia e Sarah diventa sempre più angosciante man mano che passano le ore e i giorni. Il papà delle due ragazzine, Stefano Di Giacinto, assistito dall’avvocato Francesco Riccardi, ha denunciato la «Ofh Hope», sostenendo che non si è fatto nulla per evitare la scomparsa delle figlie. La Procura della Repubblica di Sulmona ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di reato di sottrazione di minori. Stanno osservando i filmati di tutte le telecamere di sorveglianza, hanno recuperato anche i cellulari delle due ragazzine, mentre la loro cameretta è ora sotto sequestro. Civitella Alfedena è un borgo, non arriva a 300 abitanti, immerso nelle foreste del Parco nazionale d’Abruzzo andarsene è complicatissimo; da qui le due direzioni in cui s’indaga: che le ragazzine avessero appuntamento con qualcuno, oppure che l’allontanamento volontario sia stato favorito. Perciò ieri i vigili del fuoco hanno scandagliato per molte ore il lago di Barrea, un bacino artificiale che sbarra il fiume Sangro, le cui rive distano circa tre chilometri da Civitella Alfedena. I pompieri hanno insistito soprattutto nella zona attorno a due ponti che lo attraversano.
Stefano Di Giacinto, il papà che era presente alle ricerche, ha insistito perché si faccia il massimo, ma ha anche ricordato che si è scoperto come nella casa famiglia ci fosse una porta che non funzionava e da lì le due sorelline potrebbero essere fuggite. Il papà ha anche voluto chiarire: «Non è vero che Alisya e Sarah non mi volevano né vedere né sentire, il mercoledì precedente alla scomparsa, mi hanno contattato su Whatsapp». La precisazione del papà è dovuta al fatto che nei giorni scorsi il Tribunale per i minori di Latina ha restituito la responsabilità genitoriale a lui dopo che la sentenza di divorzio l’aveva sospesa a entrambi i genitori. La storia di Alisya a Sarah, purtroppo, è costellata dalle continue frizioni tra il padre e la mamma, Valentina D’Acunto. Proprio a seguito di queste tensioni familiari, le due sorelline sono state sottratte ai genitori e affidate a una comunità di Cassino e successivamente, dal 2024, trasferite in Abruzzo. Alisya è una ragazza molto sensibile, frequenta l’alberghiero e ha la passione per l’atletica, Sarah fa invece le scuole medie con buon profitto.
Più volte hanno implorato di tornare a casa e si pensa che possano essere fuggite per andare a Minturno, in provincia di Latina, dove vivono i genitori anche se in case diverse e con nuovi compagni. La mamma che ha lanciato un appello - «Sarah, Alisya, amori miei, se state ascoltando queste parole vi prego di sapere che la cosa più importante per me è sapere che state bene, dateci vostre notizie» - ha anche divulgato una lettera della figlia più grande in cui, appunto, dichiarava: «Cara mamma, sappi che ti ho voluto sempre bene. Senza di te non ce la faccio più». È arrivata poco prima che venisse ridata la «responsabilità genitoriale» al padre; il tono preoccupa gli inquirenti che hanno ascoltato anche Joseph, il fidanzatino di Alisya, che ha detto: «Era come se avesse qualcosa dentro che voleva dirmi, ma non riusciva a farlo. Hanno paura del buio». Una cosa è certa: le due ragazzine sono finite in comunità perché gli assistenti sociali hanno scritto che la madre era manipolatrice nei loro confronti e che il padre - accusato, ma poi totalmente scagionato, di maltrattamenti - era incapace di educarle.
Il sostituto procuratore di Sulmona, Stefano Iafolla, ora sta indagando se è vero che la casa famiglia non aveva requisiti di sicurezza e che alcune auto si aggiravano domenica notte attorno alla comunità. Pare certo che la sentenza di divorzio dei genitori abbia turbato le due sorelline, che avrebbero manifestato l’intenzione di non voler vivere col padre. Come al solito, come nel caso dei bambini del bosco, nessuno le ha ascoltate. Ma il Tribunale si chiama «per i minori».
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