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2020-02-25
Sotto il virus Forza Italia fa patti con Conte
Mariastella Gelmini, Silvio Berlusconi e Anna Maria Bernini (Ansa)
Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.
Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.
Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.
Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».
E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima.
Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai
Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna.
E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto».
Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta».
Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
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Ritirati gli emendamenti sulla prescrizione al decreto intercettazioni per evitare «temi divisivi» in un momento di emergenza Il governo ne approfitta e dà la precedenza alla giustizia rispetto alla salute. Anna Maria Bernini: «Chiedono aiuto e ci prendono a schiaffi».Il piano shock di Matteo Renzi è uno spot per l'aeroporto dell'amico Marco Carrai. Il leader di Italia viva vuol piazzare i suoi paletti in Toscana. Slitta l'incontro con Giuseppe Conte. Lo speciale comprende due articoli.Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-il-virus-forza-italia-fa-patti-con-conte-2645239875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-shock-di-renzi-e-uno-spot-per-laeroporto-dellamico-carrai" data-post-id="2645239875" data-published-at="1767510468" data-use-pagination="False"> Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna. E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto». Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta». Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Getty Images
Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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