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2020-02-25
Sotto il virus Forza Italia fa patti con Conte
Mariastella Gelmini, Silvio Berlusconi e Anna Maria Bernini (Ansa)
Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.
Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.
Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.
Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».
E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima.
Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai
Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna.
E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto».
Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta».
Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
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Ritirati gli emendamenti sulla prescrizione al decreto intercettazioni per evitare «temi divisivi» in un momento di emergenza Il governo ne approfitta e dà la precedenza alla giustizia rispetto alla salute. Anna Maria Bernini: «Chiedono aiuto e ci prendono a schiaffi».Il piano shock di Matteo Renzi è uno spot per l'aeroporto dell'amico Marco Carrai. Il leader di Italia viva vuol piazzare i suoi paletti in Toscana. Slitta l'incontro con Giuseppe Conte. Lo speciale comprende due articoli.Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-il-virus-forza-italia-fa-patti-con-conte-2645239875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-shock-di-renzi-e-uno-spot-per-laeroporto-dellamico-carrai" data-post-id="2645239875" data-published-at="1767349068" data-use-pagination="False"> Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna. E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto». Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta». Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
Ansa
L’Italia ha festeggiato l’arrivo del nuovo anno dovendo fare i conti con la violenza e l’arroganza dei maranza, ovvero le baby gang di seconda generazione, prevalentemente formate da nordafricani e mediorientali, che da tempo seminano il terrore, in particolare nelle grandi città. Chi ha trascorso il Capodanno a Roma, vicino al Colosseo, ha vissuto attimi di paura. Stesso film all’ombra della Madonnina e disordini anche a Torino.
A Roma, migliaia di persone si erano radunate ai Fori imperiali con l’intenzione di brindare al 2026 in uno dei luoghi più suggestivi della Capitale. Ma così non è stato perché, come documentano alcuni dei presenti sui social, gruppi di stranieri hanno interrotto il clima di festa creando tensione. La situazione è diventata sempre più incandescente nella zona del ponte degli Annibaldi, da tempo preso di mira da bande di nordafricani spesso al centro di risse e aggressioni. A un certo punto hanno iniziato a lanciare petardi e bottiglie contro i passanti. La situazione è diventata caotica e pericolosa, tanto da costringere il personale medico e paramedico di un’ambulanza a scendere dal mezzo per paura che qualcuno si potesse fare male perché, come mostrano molti video, le bande di stranieri hanno lanciato petardi persino sul mezzo di soccorso. I sanitari hanno dovuto raggiungere a piedi il luogo in cui era stato richiesto l’intervento. Nella giornata di ieri, sui social hanno iniziato a girare diversi filmati che riprendono i momenti di panico vissuti a Roma a Capodanno e, in particolare, l’ambulanza bloccata dai maranza.
Ma non è stato quello l’unico episodio di violenza causato dalle gang dei nordafricani, come si evince pure dal materiale pubblicato da Welcome to favelas. Diversi nordafricani, sempre in zona Colosseo, hanno iniziato a far esplodere fuochi d’artificio ad altezza d’uomo. L’intento, secondo quanto è emerso, era proprio quello di creare disordini e provocare risse, come in realtà è avvenuto. Le forze dell’ordine sono state costrette a intervenire in più zone più volte per evitare che la situazione potesse degenerare. Infatti, alcune persone hanno reagito all’arroganza dei maranza per difendersi.
Nei pressi della nuova fermata della metropolitana, la situazione è degenerata in poco tempo fino ad arrivare a un pestaggio che ha coinvolto decine di persone che si sarebbero opposte a un tentativo di borseggio.
Non è stato un bel Capodanno nemmeno a Torino. Qui, le tensioni sono esplose nel corso di una manifestazione. Erano in 2.000, per lo più antagonisti del centro sociale Askatasuna, sgomberato il 18 dicembre scorso, a dar vita alla Street Parade. Il clima era molto caldo. La musica era a tutto volume, sparata dalle casse di un furgone, che ha aperto il corteo. La manifestazione è stata organizzata anche per chiedere di «liberare il quartiere Vanchiglia». E poi canti e balli fino all’alba davanti al campus Einaudi. Ma la situazione è degenerata tanto che quattro carabinieri sono rimasti leggermente feriti. I momenti di tensione sono stati diversi e, per fortuna, si è evitato che i disordini degenerassero così come, invece, era già accaduto in passato. Quanto accaduto a Torino ha preoccupato i cittadini e una parte della politica che ha evidenziato la gravità di tali vicende. «Mai come oggi», ha ribadito la deputata di Fdi, Augusta Montaruli, «la città di Torino deve ringraziare governo e forze dell’ordine. Da un lato si impedisce a frange violente di continuare a beneficiare di uno spazio usato negli anni per preparare le peggiori violenze, dall’altro si garantisce la sicurezza dei torinesi da manifestazioni il cui unico intento è destabilizzare, provando a continuare a tenere sotto ricatto una città facendo leva sul suo sindaco e su quelle forze politiche che lo sostengono ancora. C’è chi vorrebbe cedere, perseverando in accordi improbabili che hanno già dimostrato il totale fallimento della strategia delle concessioni a chi alza costantemente la posta con aggressioni ignobili: noi no».
Quello che è accaduto nella notte di Capodanno, ha aggiunto Montarulo, «ha solo dimostrato ancora una volta il volto violento di Askatasuna e la sua prepotenza. Solidarietà agli agenti feriti, a chi ha dovuto subire danni, a una Torino che ha dovuto subire la paura verso questi personaggi, ma che ha scelto di non chinare il capo davanti a loro e di non continuare a dargli la corsia preferenziale».
I maranza hanno fatto sentire la loro voce pure a Milano, dove non sono mancati disordini e tensioni. C’è da notare, guardando i video e le immagini diffuse sui social, che all’ombra della Madonnina il Capodanno 2026 è stato un po’ sottotono, come dimostrano le foto e i reel di una piazza Duomo, sicuramente non affollata e stracolma come in passato. Da quanto è emerso, i milanesi avrebbero preferito allontanarsi dalla città e festeggiare altrove, molto probabilmente per mettersi al sicuro da risse, aggressioni e quindi dalla violenza dei maranza.
Nella notte di Capodanno anche in piazza Duomo a Milano si è registrato qualche momento di tensione, in alcuni casi causato forse dalle misure di sicurezza che hanno limitato il numero degli ingressi e tenuto alta l’allerta sulle baby gang.
Botti, ci scappa il morto (e 283 feriti)
Il bilancio dei festeggiamenti per il Capodanno 2026 racconta una storia che si ripete, con variazioni minime, ogni volta. Nella notte tra il 31 dicembre e il 1° gennaio, l’uso di botti e fuochi d’artificio ha provocato un morto e 283 feriti in tutta Italia, 54 dei quali ricoverati. I dati arrivano dal dipartimento della Pubblica sicurezza del Viminale. I numeri risultano in lieve calo rispetto al Capodanno precedente, quando i feriti erano stati 309.
La vittima è un uomo di 63 anni, di nazionalità moldava, deceduto ad Acilia (Roma), nei pressi di un parco pubblico. Il corpo è stato trovato dai carabinieri: l’uomo è morto per una grave emorragia provocata dall’esplosione di un petardo che stava maneggiando. Durante la stessa notte, si sono registrati anche 12 ferimenti da colpi d’arma da fuoco, un dato che contribuisce a rendere più pesante il bilancio complessivo.
Tra i 283 feriti, 245 hanno riportato prognosi pari o inferiori a 40 giorni, mentre 50 sono i feriti gravi, con prognosi superiori ai 40 giorni. Si contano inoltre 68 minori feriti, contro i 90 dell’anno scorso. In molti casi si tratta di lesioni devastanti: amputazioni di dita o mani, ustioni profonde, danni permanenti agli arti superiori. Ferite che i medici dei pronto soccorso definiscono ormai tipiche della notte di Capodanno.
Tra gli episodi più gravi figura quanto avvenuto a Milano, dove due ragazzi di 12 anni sono rimasti gravemente feriti nella tarda mattinata del primo gennaio, in via Alfonso Gatto. Uno dei due ha perso una mano dopo l’esplosione di un botto ed è stato ricoverato in codice rosso all’ospedale Niguarda. L’altro, con ferite al torace e alle gambe, è stato trasferito in codice giallo al San Raffaele. Nessuno dei due è in pericolo di vita, ma l’episodio riporta al centro il tema dell’accesso dei minori al materiale pirotecnico proibito.
A Roma, oltre al decesso del cittadino moldavo, un trentatreenne italiano è ricoverato in prognosi riservata al policlinico Umberto I dopo aver riportato l’amputazione dell’orecchio destro e gravi lesioni al volto e all’occhio. Un bambino di 11 anni è stato invece trasportato all’ospedale Grassi di Ostia per una lesione all’orecchio, giudicata guaribile in 20 giorni.
Numerosi i casi gravi anche nel resto d’Italia. A Vercelli un uomo di 43 anni è in pericolo di vita dopo l’amputazione di una mano e gravi traumi al torace e all’addome. A Foggia è ricoverato in prognosi riservata un diciassettenne romeno, trasportato in elisoccorso dopo aver perso una mano. A Brescia un quattordicenne egiziano ha subito l’amputazione di due dita ed è in prognosi riservata, mentre a Taranto un tredicenne è rimasto gravemente ferito dopo aver raccolto un petardo inesploso.
A Napoli, dove si contano 57 feriti tra città e provincia, si è verificato anche un episodio emblematico. Un ventiquattrenne romano, come riportato da Adnkronos, ha perso tre dita per l’esplosione di un petardo. Dopo essere stato medicato all’ospedale Pellegrini ed essere stato dimesso, è tornato in strada e, nel corso della stessa notte, ha acceso un altro fuoco pirotecnico, rimanendo nuovamente ferito al volto e a un occhio. I sanitari hanno dovuto soccorrerlo una seconda volta a poche ore di distanza.
In tutta Italia le chiamate ai numeri di emergenza sono state oltre 770, molte concentrate proprio nel capoluogo campano, per incendi, esplosioni, soccorsi a persone ferite e danni a edifici, con un impegno straordinario di vigili del fuoco, sanitari e forze dell’ordine.
Secondo le autorità sanitarie, la maggior parte delle lesioni è riconducibile all’uso improprio di fuochi acquistati illegalmente o alla manipolazione di ordigni artigianali. Nonostante le campagne di prevenzione e i divieti comunali, il fenomeno continua a riproporsi con dinamiche pressoché identiche. Dal Viminale si sottolinea che il calo rispetto al 2025 non è sufficiente a ridimensionare un problema che resta strutturale.
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