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2020-02-25
Sotto il virus Forza Italia fa patti con Conte
Mariastella Gelmini, Silvio Berlusconi e Anna Maria Bernini (Ansa)
Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.
Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.
Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.
Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».
E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima.
Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai
Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna.
E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto».
Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta».
Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
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Ritirati gli emendamenti sulla prescrizione al decreto intercettazioni per evitare «temi divisivi» in un momento di emergenza Il governo ne approfitta e dà la precedenza alla giustizia rispetto alla salute. Anna Maria Bernini: «Chiedono aiuto e ci prendono a schiaffi».Il piano shock di Matteo Renzi è uno spot per l'aeroporto dell'amico Marco Carrai. Il leader di Italia viva vuol piazzare i suoi paletti in Toscana. Slitta l'incontro con Giuseppe Conte. Lo speciale comprende due articoli.Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-il-virus-forza-italia-fa-patti-con-conte-2645239875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-shock-di-renzi-e-uno-spot-per-laeroporto-dellamico-carrai" data-post-id="2645239875" data-published-at="1778861637" data-use-pagination="False"> Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna. E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto». Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta». Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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