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2020-02-25
Sotto il virus Forza Italia fa patti con Conte
Mariastella Gelmini, Silvio Berlusconi e Anna Maria Bernini (Ansa)
Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.
Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.
Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.
Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».
E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima.
Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai
Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna.
E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto».
Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta».
Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
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Ritirati gli emendamenti sulla prescrizione al decreto intercettazioni per evitare «temi divisivi» in un momento di emergenza Il governo ne approfitta e dà la precedenza alla giustizia rispetto alla salute. Anna Maria Bernini: «Chiedono aiuto e ci prendono a schiaffi».Il piano shock di Matteo Renzi è uno spot per l'aeroporto dell'amico Marco Carrai. Il leader di Italia viva vuol piazzare i suoi paletti in Toscana. Slitta l'incontro con Giuseppe Conte. Lo speciale comprende due articoli.Va bene l'emergenza, va bene il discorso di dare la priorità alla lotta alla diffusione al coronavirus, ma spesso fare i primi della classe diventa controproducente e dannoso. È quanto è accaduto a Forza Italia, che ha ritirato gli emendamenti relativi alla prescrizione al decreto legge sulle intercettazioni, per «evitare i temi divisivi», in una fase di emergenza, ha incassato i complimenti pelosi della maggioranza, e poi si è ritrovata con i giallorossi che proprio su quel decreto hanno forzato la mano, dandogli la precedenza anche rispetto al decreto sul coronavirus, per evitare che non venisse convertito entro la scadenza, fissata per il 29 febbraio. Ieri il governo ha posto la questione di fiducia sul decreto intercettazioni: il voto alla Camera dei deputati è previsto oggi a partire dalle 16.35, le dichiarazioni di voto inizieranno alle 15.Forza Italia, quindi, vede sfumare il tentativo di differenziarsi da Lega e Fratelli d'Italia. Una strategia perdente su tutta la linea, e che fa il gioco dei giallorossi. In questi ultimi giorni, il premier Giuseppe Conte, in tutte le sue innumerevoli apparizioni televisive, ha sempre recitato la stessa filastrocca: «Ho chiamato le opposizioni per metterle al corrente dei provvedimenti sul coronavirus: Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi mi hanno risposto, Matteo Salvini no». Un modo per tentare di dividere la coalizione dei moderati, e per isolare la Lega. Un tentativo destinato a fallire, sempre che nel centrodestra non si offrano sponde al governo e alla maggioranza, cosa che invece è accaduta nelle ultime 48 ore.Riavvolgiamo il nastro e torniamo a domenica scorsa, quando ai media arriva un comunicato del deputato di Forza Italia Enrico Costa: «Noi pensiamo», dice Costa, «che in questa fase debbano essere messi da parte i temi divisivi. Abbiamo pertanto ritirato i nostri emendamenti in materia di prescrizione. In questo momento di fronte al parlamento ci sono altre priorità». Gli emendamenti sono quelli presentati in commissione Giustizia alla Camera, che mirano a sopprimere o almeno a bloccare per un anno e mezzo la riforma sulla prescrizione varata dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che tante frizioni ha provocato tra Italia viva e gli alleati di maggioranza. Una «grana» politica, quella rappresentata da Costa, per i giallorossi: il partitino di Matteo Renzi già la scorsa settimana ha votato in commissione insieme al centrodestra, contro Pd, M5s e Leu che avevano presentato un emendamento (approvato per un pelo, tra urla, proteste e polemiche dell'opposizione) che sopprimeva la proposta di legge presentata sulla prescrizione dal deputato berlusconiano, con gli stessi principi dell'emendamento ritirato domenica scorsa.Bene (anzi male), il nobile gesto di Costa gli procura il plauso della maggioranza: «Ho apprezzato la scelta di Enrico Costa», dichiara immediatamente la grillina Francesca Businarolo, presidente della commissione Giustizia della Camera, «di ritirare i due emendamenti relativi alla prescrizione che noi avevamo ammesso».E si arriva così a ieri mattina, quando il centrodestra chiede di dare la precedenza alla discussione alla Camera sul decreto per l'emergenza coronavirus, rispetto a quello sulle intercettazioni. Come era prevedibile, la maggioranza se ne frega e risponde picche, scatenando le veementi proteste dell'opposizione. Il capogruppo al Senato di Forza Italia, Anna Maria Bernini, è costretta a recitare il mea culpa: «Di fronte al coronavirus», dice la Bernini, «Forza Italia si è dimostrata come sempre responsabile e collaborativa, ma la maggioranza non può pretendere che la responsabilità sia a senso unico. Ritengo un atto di protervia politica il no alla richiesta di rinviare il decreto intercettazioni per discutere subito alla Camera le misure sull'emergenza in atto. Nel momento in cui Conte invoca l'unità nazionale», aggiunge la Bernini, «il governo impone al parlamento di approvare un provvedimento ideologico, illiberale e divisivo, la cui mancata conversione non provocherebbe alcun danno al paese. Non solo: il Pd chiede anche di accorciare i tempi della discussione generale, aggiungendo al danno anche la beffa. Prima, insomma, si chiede aiuto all'opposizione e poi la si prende a schiaffi». Verrebbe da chiedere alla Bernini cosa si aspettasse di diverso, visto che il governo e la maggioranza hanno a cuore solo e soltanto le poltrone e i loro provvedimenti illiberali. Verrebbe da chiedere a Forza Italia se valeva la pensa spaccare l'opposizione, rinunciare al garantismo che è uno dei pilastri del partito berlusconiano, fare un favore alla maggioranza per poi essere mortificati su questi temi 24 ore dopo. «La foga della maggioranza nel procedere a tappe forzate sul decreto intercettazioni», si lamenta Enrico Costa, «ponendolo come priorità assoluta, ha una sola spiegazione. Questo decreto è la merce di scambio che il Pd ha ottenuto di fronte al dietrofront sulla prescrizione. Se salta il decreto salta l'accordo». Bisognava pensarci prima. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sotto-il-virus-forza-italia-fa-patti-con-conte-2645239875.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-piano-shock-di-renzi-e-uno-spot-per-laeroporto-dellamico-carrai" data-post-id="2645239875" data-published-at="1771959400" data-use-pagination="False"> Il piano shock di Renzi è uno spot per l’aeroporto dell’amico Carrai Camicia bianca sbottonata, blazer blu d'ordinanza e un raggiante sorriso a trentadue denti. Quando torna a Firenze, Matteo Renzi si sente ancora l'uomo del destino, il leader di un partito al 40 per cento che governa e impone agli alleati le proprie decisioni. Ieri mattina, durante un'affollata conferenza stampa tenutasi nella sede della Regione Toscana, l'ex premier ha voluto mettere in chiaro alcuni punti. Primo tra tutti che il suo territorio è fondamentale per la sopravvivenza stessa del partito. Non è un caso infatti che, nonostante una crisi di governo più volte annunciata e poi mai attuata, feroci divisioni in Puglia e Campania, mai, nemmeno per un attimo, sia stato in discussione Eugenio Giani come candidato governatore del centrosinistra. Matteo Renzi sa benissimo che, di fronte a un possibile disastro, mantenere il potere almeno nel Granducato può essere vitale per un partito nato da appena sei mesi. La parabola di Clemente Mastella insegna. E proprio per questo ha usato l'aeroporto di Firenze e il suo ampliamento come la madre di tutti gli esempi per spiegare il suo piano per far ripartire i cantieri. «La crisi sanitaria che sta investendo il nostro Paese presto si trasformerà anche in una crisi economica. È inevitabile. Basta guardare i dati odierni della Borsa. A maggior ragione noi di Italia viva pensiamo che il piano “Italia shock" possa rappresentare ancora di più una priorità per l'Italia. Si faccia come si è fatto a Genova per il Ponte Morandi o a Milano per l'Expo, si diano poteri a un commissario. L'aeroporto di Firenze è la priorità per la Toscana, non possiamo perdere altro tempo. Ci sono zone della città dove il disagio per il rumore e le vibrazioni hanno raggiunto vette intollerabili. Sul progetto poi, è bene ricordarlo, c'era ampia convergenza politica. È stato stoppato da un tribunale amministrativo per un cavillo. Ecco, con un commissario tutto ciò non sarebbe avvenuto». Un fiume in piena, convinto e baldanzoso, che si stizzisce quando un giornalista si permette di porgli una domanda sulla sua storica amicizia con il presidente di Toscana Aeroporti, Marco Carrai, e su quanto quest'ultima possa incidere nella sua posizione a favore dell'ampliamento della pista. «Noto una certa ironia completamente fuori posto, del tutto inutile. Io sono da sempre a favore di questa scelta e mi auguro, anzi sono convinto che tutto il Partito democratico possa appoggiare la nostra proposta». Un piano che fa parte dei famigerati quattro punti irrinunciabili di Italia viva. Dei quali Matteo Renzi discuterà in settimana col primo ministro Giuseppe Conte. Anzi no. «Di fronte ad un'emergenza nazionale come quella del coronavirus certe divisioni e polemiche devono essere subito fermate. Io resto convinto delle mie idee, ma l'incontro col premier Conte è naturalmente rimandato di almeno quindici giorni. O, in ogni caso, quando l'allarme sanitario che sta toccando il nostro paese sarà superato. Oggi dobbiamo essere tutti uniti». In realtà, l'ex segretario del Pd qualche nuovo vespaio di discussioni lo solleva eccome. «Io sto da sempre dalla parte di Roberto Burioni. Anche quando i novax, sostenuti da alcuni grillini, lo attaccavano quotidianamente. Perché su certi temi è indispensabile affidarsi agli scienziati. Lo voglio dire in modo chiaro, sto dalla parte di Burioni anche nella polemica con il governatore Enrico Rossi, che ha sbagliato senza alcun dubbio a parlare di fascio leghisti».
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Francoforte persevera negli errori: «Servono più tasse e sussidi green»
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
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