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Cade metà del processo a Palamara

Cade metà del processo a Palamara
Luca Palamara (Ansa)

Cane non mangia cane, e fino a ieri il proverbio funzionava a meraviglia, soprattutto in magistratura. Basta leggere i dispositivi della sezione disciplinare del Csm per rendersene conto. C'è il giudice che copia le sentenze, ma è richiamato con un buffetto, cioè con la perdita di un anno di anzianità.

C'è quello che dimentica in cella l'imputato ed è ammonito con la censura. C'è la toga che picchia la moglie, ma è assolta, perché le botte sono ridotte a un alterco fra coniugi. E c'è quella che molesta la collega con un comportamento vessatorio, che però non induce i colleghi a sospenderlo dalle funzioni perché, come si diceva, cane non mangia cane. Se si fa eccezione per Luca Palamara, ex presidente dell'Anm, sbattuto fuori dalla magistratura per essersi intrattenuto con i politici allo scopo di decidere i vertici degli uffici giudiziari (pratica in uso dalla notte della Repubblica, ma appunto confinata nell'ombra), i giudici e i pm finiti nel mirino dei colleghi sono davvero pochi: nel passato, qualcuno messo nel mirino con l'accusa di aver favorito Silvio Berlusconi, ma poi basta. O per lo meno, questo fino a qualche tempo fa, ma di recente siamo costretti a registrare che i magistrati ormai si mangiano da soli e tra poco si arresteranno fra loro.

Abbiamo raccontato ieri l'incredibile storia che ha per protagonisti due sostituti procuratori di Milano, uno dei quali con grado di aggiunto, cioè di vicecapo, e l'altro fresco di trasferimento alla Procura europea antifrode. I colleghi di Brescia, competenti per i reati commessi dalle toghe milanesi, li hanno indagati con l'accusa di «rifiuto di atti di ufficio». In pratica, secondo l'ipotesi formulata dai magistrati titolari dell'inchiesta, i due si sarebbero rifiutati di vedere che i testimoni su cui si basava il processo Eni, erano dei contaballe che stavano cercando di comprarsi un testimone con 50 mila euro e che avevano intenzione di far arrivare «una valanga di merda» per far saltare i vertici del gruppo petrolifero. I pm bresciani, tuttavia, non si sono limitati a questo, cioè a mettere sul banco d'accusa i colleghi, ma hanno mandato la polizia giudiziaria a «perquisire» i computer dei due, facendo copia delle mail da questi scambiate: un atto invasivo che non sembra rispondere alle modalità con cui le toghe si approcciano ad altre toghe quando queste finiscono nei guai. Infatti, a meno che non siano presi con la mazzetta in tasca (come è successo di recente a Bari), con la prova della corruzione in mano, in genere i magistrati con i colleghi ci vanno con i piedi di piombo.

Ma a quanto pare qualche equilibrio è saltato e gli scontri attorno alle nomine ai vertici delle procure e dei tribunali, uniti al clima incandescente che dal caso Palamara in poi si registra fra le correnti della magistratura e dentro il Csm, avrebbero spazzato via le cautele e le cortesie di un tempo.

Oltre al caso di Milano, una plastica dimostrazione è quanto successo ieri, proprio a proposito del caso che riguarda l'ex presidente dell'Associazione nazionali magistrati, cacciato per gli incontri all'hotel Champagne con i politici. Da numero uno delle trame fra toghe, Luca Palamara è finito tra i reietti dopo che le sue chat con i colleghi sono diventate di dominio pubblico grazie a un trojan inoculato nel suo telefono per una storia di favori con un avvocato, al quale in cambio avrebbe passato informazioni. Ma quasi tutto il castello di accuse contro di lui ieri è stato spazzato via con una decisione a sorpresa del giudice per le udienze preliminari che, a distanza di un paio d'anni dall'inizio del caso, ha stabilito che gran parte delle intercettazioni usate per incastrare Palamara non possono essere utilizzate, in quando non sarebbero state acquisite e conservate con correttezza. Insomma, potrebbero essere state manipolate. Una botta alla Procura di Perugia, titolare dell'indagine, ma soprattutto all'inchiesta, che senza quelle registrazioni frana clamorosamente, portandosi via tutto ciò che ne era derivato, ossia le dimissioni di quasi mezzo Csm, il blocco delle nomine ai vertici della Procura di Roma, gli scambi di favori. Insomma, tutto da buttare.

Ma se i pm di Milano sono nel pantano e quelli della Capitale anche, con un procuratore capo che ha visto invalidata la sua nomina da altri magistrati, la guerra delle toghe si estende anche in periferia, con il risultato che il gip di Verbania annulla gli arresti per la strage del Mottarone e per tutta risposta viene rimossa, ma ora il Csm vorrebbe aprire un procedimento per contestare la rimozione e per scoprire se la procura ha esercitato pressioni. Sì, a quasi trent'anni da Mani pulite i magistrati sono arrivati a sbranarsi da soli. Cane mangia cane. E la giustizia? Al momento non è pervenuta, ma siamo in attesa.

Edicola Verità | la rassegna stampa del 29 aprile

Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 aprile con Carlo Cambi

Il premier difende il ministro: «Escludo lasci». I magistrati di Milano cambiano linea e coinvolgono l’Interpol per i documenti dall’Uruguay. L’ex FI: mai indagata all’estero.

Se sul tavolo dell’affaire Minetti si intende mettere le dimissioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, la risposta è chiara e arriva direttamente dal presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: «A oggi escludo l’ipotesi di dimissioni», ha detto ai giornalisti, «il ministero non ha strumenti per fare indagini».

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Rocchi non si presenterà in tribunale. Il cuore dell’inchiesta sono i soldi
Gianluca Rocchi (Ansa)
Zappi, già inibito, perde il ricorso: non è più presidente Aia. L’ex designatore delle giacchette nere si avvarrà della facoltà di non rispondere. I primi testimoni descrivono un «circolino»: lavorava solo chi era dentro.

Prima ancora delle designazioni sospette, prima della sala Var di Lissone, prima degli arbitri «graditi» e di quelli «schermati», c’è il sistema della classe arbitrale italiana. Una macchina che decide chi va in campo, chi cresce, chi resta fermo, chi viene promosso e chi viene messo alla porta.

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Vance diffida Hegseth e il Mossad. Sulle trattative il nodo del nucleare
JD Vance e Pete Hegseth (Ansa)
Il vicepresidente, insoddisfatto del capo del Pentagono, avrebbe inoltre snobbato un piano degli 007 israeliani per usare i curdi contro Teheran. Trump attacca Merz: «Per la Germania è giusto che l’Iran abbia l’atomica».

La guerra in Iran continua a creare tensioni nell’amministrazione Trump. Secondo The Atlantic, JD Vance avrebbe sottoposto al presidente americano dei dubbi sui briefing del Pentagono relativi all’andamento del conflitto. Il numero due della Casa Bianca avrebbe inoltre espresso preoccupazioni sullo stato degli arsenali missilistici statunitensi. Se confermata, questa notizia certificherebbe una crescente fibrillazione tra il vicepresidente e Pete Hegseth.

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