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2022-06-04
Sinistra, tecnocrati e fan dei bonus. Chi sono i mandanti della patrimoniale
Andrea Orlando (Imagoeconomica)
Proprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo).
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine.
1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare.
2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo.
Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra.
3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così.
4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali.
Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana
Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso.
La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi.
«Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini.
«Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo».
Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
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Il partito delle tasse va dal Pd al M5s passando dai sindacati ai tifosi del vincolo esterno. Antonio Tajani (Fi): «Noi faremo muro».Palazzo Chigi vuole evitare un vertice sul lavoro che si concluda con un nulla di fatto.Lo speciale contiene due articoliProprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo). Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine. 1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare. 2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo. Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra. 3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così. 4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. 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Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso. La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi. «Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini. «Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo». Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
Un dato che va naturalmente preso con le molle, ma che riflette non solo il trend in crescita che anche altri istituti segnalano per Vannacci, ma anche il solido dato di realtà costituito dalle tante adesioni a Fn in ogni parte d’Italia.
Per il resto, Fratelli d’Italia resta primo partito con il 27,8% (+0,1); crescono il Pd (22,2%,+0,5), Forza Italia (8,2%,+0,4) e Alleanza Verdi Sinistra (6,8%,+0,4). Vistoso il calo del M5s (12,1%,-1,4). Azione è al 3,1%(-0,1) e Italia Viva al 2,1 (-0,1). Il Partito Liberaldemocratico è stabile all’1,2%, , Ora! all’1,1%, +Europa all’1% e Noi Moderati allo 0,9%. Di corto muso, direbbe Massimiliano Allegri, ma il sorpasso c’è, e viene celebrato sulla pagina Fb di Futuro nazionale: «Dovevano essere una parentesi», recita il post, «dovevano essere folklore. Dovevamo essere il partito personale destinato a sparire. E invece Futuro nazionale cresce ancora e, secondo il sondaggio Youtrend per Sky Tg24, raggiunge il 5,9% e supera la Lega. Un risultato che non nasce nei salotti televisivi, ma nelle piazze, nei territori, tra la gente che non si rassegna alla solita politica, ai giochi di palazzo e ai compromessi al ribasso. Che c’è un popolo che vuole identità, coraggio, sovranità, sicurezza, libertà di parola e difesa degli interessi nazionali. Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo». «Le cose stanno andando secondo i piani», commenta Vannacci a La Presse, «molto bene. Ma i veri sondaggi rimangono quelli fatti tra la gente e in mezzo alla strada. Noi non ci occupiamo delle dinamiche degli altri partiti e di quanto dicano i loro esponenti ma lavoriamo solo affinché Futuro nazionale cresca e per il bene dell’Italia e degli italiani». E nel frattempo rispunta un video del 2025 in cui il generale si dichiara pronto per Palazzo Chigi: «Se l’elettorato lo vorrà, io certamente non mi tiro indietro».
Lucida come sempre l’analisi dell’economista Antonio Maria Rinaldi, ex eurodeputato della Lega che ha aderito a Futuro nazionale: «Attenzione», dice Rinaldi alla Verità, «perché i sondaggi sono voti virtuali, i voti reali sono un’altra cosa. Il fatto che ci sia attenzione su Futuro nazionale sicuramente premia i nostri sforzi. Penso che il nostro bacino sia anche l’astensione e da questi dati si evince anche un’erosione del M5s. Ci sono dei delusi anche lì dalle promesse andate al vento. Il centrodestra dovrebbe essere contento se noi riusciamo a recuperare voti che loro non riescono a intercettare».
Non si scompone il capogruppo al Senato della Lega, Massimiliano Romeo: «Siamo un po’ stanchi», commenta Romeo, «tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini. Stiamo facendo bene nel campo della sicurezza e i rimpatri dal 2023 ad oggi sono più di 20.000. Le norme che abbiamo voluto nei decreti sicurezza sul contrasto ai maranza stanno dando i loro frutti», aggiunge Romeo, «il nuovo regolamento europeo sui migranti dà ragione al fatto che bisogna essere più rapidi e più veloci sulle espulsioni, come ha voluto la Lega nell’ultimo decreto sicurezza. Sostanzialmente siamo stati legittimati anche rispetto alla costruzione di centri in paesi fuori dall’Unione europea. Quindi si sta andando nella direzione che i cittadini vogliono».
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Il ceo Simoneschi: «Concorrenza serrata tra i 10 team in arrivo da tutto il mondo».
Taranto si rivela una delle tappe simbolo del Marina Militare Nastro Rosa Tour 2026, grazie alla partecipazione del pubblico, alla qualità dell'organizzazione e al forte legame con il mare. Lo hanno sottolineato il ceo del Marina Militare «Nastro Rosa Tour» e presidente di SSI Sport & Events, Riccardo Simoneschi, e l'ammiraglio di Divisione Andrea Petroni, comandante del Comando Interregionale Marittimo Sud, intervenendo al talk «Taranto, città dello sport - I Giochi del Mediterraneo volano per la crescita della città dei due mari», che ha chiuso la tappa ionica del Giro dell'Italia a Vela 2026. «Abbiamo avuto delle condizioni meteo bellissime, una giornata di mare stupenda. La città è super ospitale e siamo stati benissimo. La collocazione del villaggio è davvero iconica, quindi questo è candidato a essere uno dei più bei villaggi del tour di quest'anno», ha detto Simoneschi. Le immagini dell’evento.
Giorgia Meloni e Donald Trump (Getty Images)
Le parole del presidente americano fanno esplodere lo scontro con Roma. Meloni replica definendo «totalmente inventate» le accuse di Trump. Fazzolari parla di «deliri», Tajani annulla la visita negli Stati Uniti prevista per il 21 e 22 giugno.
Hanno l'effetto di detonazione di una bomba atomica le dichiarazioni in cui il presidente americano Donald Trump definisce Giorgia Meloni «più accondiscendente con gli altri leader che con gli alleati». Parole in cui spiega che nell'incontro avuto al G7 Meloni lo avrebbe «implorato di fare una foto insieme» un scena in cui la premier gli avrebbe fatto «pena». Parole consegnate al programma di La 7 L'Aria che tira.
La risposta del presidente del Consiglio arriva subito: «Dunque, certe cose meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, con i nemici degli Stati Uniti con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e L'Italia non imploriamo mai».
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di «deliri di Trump su Meloni» che rappresentano «solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei». Il presidente Usa, prosegue, «sta rovinando gli storici rapporti tra Usa ed Europa», «non si capisce se per volontà o per inettitudine». E, così facendo, sta «danneggiando non solo l'Europa ma soprattutto gli Usa».
«Le gravi e offensive parole del Presidente Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Il commento del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
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