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2022-06-04
Sinistra, tecnocrati e fan dei bonus. Chi sono i mandanti della patrimoniale
Andrea Orlando (Imagoeconomica)
Proprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo).
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine.
1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare.
2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo.
Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra.
3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così.
4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali.
Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana
Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso.
La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi.
«Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini.
«Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo».
Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
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Il partito delle tasse va dal Pd al M5s passando dai sindacati ai tifosi del vincolo esterno. Antonio Tajani (Fi): «Noi faremo muro».Palazzo Chigi vuole evitare un vertice sul lavoro che si concluda con un nulla di fatto.Lo speciale contiene due articoliProprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo). Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine. 1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare. 2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo. Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra. 3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così. 4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-tecnocrati-e-fan-dei-bonus-chi-sono-i-mandanti-della-patrimoniale-2657455051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tavolo-tra-governo-e-parti-sociali-la-data-non-ce-lintesa-e-lontana" data-post-id="2657455051" data-published-at="1654281166" data-use-pagination="False"> Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso. La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi. «Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini. «Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo». Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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