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2022-06-04
Sinistra, tecnocrati e fan dei bonus. Chi sono i mandanti della patrimoniale
Andrea Orlando (Imagoeconomica)
Proprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo).
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine.
1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare.
2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo.
Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra.
3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così.
4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali.
Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana
Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso.
La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi.
«Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini.
«Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo».
Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
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Il partito delle tasse va dal Pd al M5s passando dai sindacati ai tifosi del vincolo esterno. Antonio Tajani (Fi): «Noi faremo muro».Palazzo Chigi vuole evitare un vertice sul lavoro che si concluda con un nulla di fatto.Lo speciale contiene due articoliProprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo). Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine. 1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare. 2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo. Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra. 3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così. 4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. 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Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso. La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi. «Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini. «Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo». Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.