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2022-06-04
Sinistra, tecnocrati e fan dei bonus. Chi sono i mandanti della patrimoniale
Andrea Orlando (Imagoeconomica)
Proprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo).
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine.
1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare.
2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo.
Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra.
3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così.
4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali.
Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana
Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso.
La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi.
«Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini.
«Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo».
Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
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Il partito delle tasse va dal Pd al M5s passando dai sindacati ai tifosi del vincolo esterno. Antonio Tajani (Fi): «Noi faremo muro».Palazzo Chigi vuole evitare un vertice sul lavoro che si concluda con un nulla di fatto.Lo speciale contiene due articoliProprio come in Assassinio sull’OrientExpress di Agatha Christie, pure per la vicenda carsica delle patrimoniali in Italia, non c’è un solo omicida, ma una serie di soggetti che - ciascuno con una sua particolare motivazione - hanno inferto la loro pugnalata (o si preparano a farlo). Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c’è già. Anzi, ce ne sono almeno undici: la più devastante è quella sugli immobili, ma l’elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio-tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Qualche anno fa, a fine 2018, la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu quasi triplicato (da circa 8-9 a 25 miliardi, da cui qualche tempo dopo furono tolti i 4 miliardi dell’Imu prima casa). Da questo punto di vista, come ricorda sempre il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, il paradosso è che si discute di patrimoniali eventuali e future, per meglio nascondere la devastante patrimoniale che già esiste. Ogni anno i proprietari di case, negozi, uffici, capannoni, subiscono già una rapina fiscale da 21 miliardi, che in una decina d’anni ha drenato oltre 200 miliardi di liquidità agli italiani, tagliando di un quarto il valore del patrimonio immobiliare del Paese. Dove bisogna cercare - allora - esecutori e mandanti? Suggeriremmo quattro piste di indagine. 1La prima ha a che fare con gli ossessionati dal vincolo esterno, specie in area progressista e tecnocratica. Le prime a bacchettare in tal senso (più tasse, più patrimoniali) sono le periodiche «raccomandazioni» della Commissione Ue, ma non scherzano neppure altre istituzioni, dal Fmi all’Ocse. Ormai non si contano più, e arrivano ogni anno a scadenze regolari, paper in fotocopia che chiedono sempre le stesse cose: riforma del catasto, ripristino della tassazione sulla prima casa, incremento della tassa di successione. È di inizio 2018, per fare un solo esempio, il documento Ocse «The role and design of net wealth taxes»: nel documento si spiega che le patrimoniali servono a ridurre le diseguaglianze. E c’è del vero: ma nel senso che contribuiscono a impoverire un po’ tutti. Poche settimane dopo, arrivò il Fmi, con un paper dal soave titolo «Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita». E come volevano «favorirla» la crescita quelli del Fmi? Introducendo una nuova tassa sulla prima casa, con tanto di riforma del catasto. Da quel momento, a scadenze regolari, la giostra ricomincia a girare. 2La seconda pista di indagine ha a che fare con i tassatori compulsivi della sinistra: la Cgil di Maurizio Landini sul versante sindacale (a cui ieri ha risposto Antonio Tajani per Forza Italia: «La sinistra troverà un muro se pensa di introdurre nuove tasse o patrimoniali»), il M5s, e poi Leu e Pd. Resta memorabile il tentativo pro patrimoniale condotto in Parlamento da Nicola Fratoianni (Leu) e Matteo Orfini (Pd), così come un editoriale del dicembre 2020, pubblicato dal quotidiano Domani, e firmato da Emanuele Felice, allora responsabile economico del Pd. Non c’è bisogno di commentare, basta citare: «Una riforma fiscale in senso progressivo, che alleggerisca il carico sul ceto medio e produttivo, e lo sposti invece sulla rendita (si pensi a quella immobiliare, oggi tassata in modo piatto, o alle eredità, che godono di un regime fra i più bassi di tutto il mondo avanzato), dovrà pure scontentare qualcuno». Traduzione: aumentare la tassa di successione, e aumentare (ancora!) la già enorme patrimoniale immobiliare. Per non dire di Enrico Letta, scatenato a favore dell’aumento della tassa di successione, tema a cui dedicò una campagna forsennata, per quanto priva di successo. Attenzione infine alla terza e alla quarta categoria, che rischiano di avere un radicamento trasversale, con (purtroppo) una notevole rappresentanza anche a destra. 3La terza è la categoria di quelli che sostengono il mitico spostamento della tassazione «dalle persone alle cose». Peccato che lo Stato italiano - in genere - ricordi bene di incrementare la tassazione «sulle cose», e curiosamente dimentichi di alleggerire quella «sulle persone». Memoria intermittente, diciamo così. 4La quarta categoria è quella di chi continua a sostenere la logica degli investimenti pubblici massicci, della spesa altissima, dei bonus. Naturalmente serve un’analisi differenziata di ciascuna di queste misure: ma - in generale - è oggettivo il fatto che quanto più si insiste affinché la mano pubblica spenda e intervenga, impostando massicci piani dirigisti, tanto più si porta acqua al mulino di chi, a quel punto, avrà buon gioco a voler tenere sempre più alto il livello della tassazione. La strada maestra è opposta: ridurre il ruolo della mano pubblica, abbandonare la logica ultradirigista e assistenzialista, rottamare il sistema dei bonus, e aprire la strada a massicci tagli fiscali. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-tecnocrati-e-fan-dei-bonus-chi-sono-i-mandanti-della-patrimoniale-2657455051.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tavolo-tra-governo-e-parti-sociali-la-data-non-ce-lintesa-e-lontana" data-post-id="2657455051" data-published-at="1654281166" data-use-pagination="False"> Tavolo tra governo e parti sociali: la data non c’è, l’intesa è lontana Il tavolo a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali per discutere di salario minimo, rinnovo dei contratti e taglio del cuneo fiscale sarà convocato a breve, ma la data non è stata ancora stabilita, come confermano alla Verità fonti di governo. Il motivo è molto semplice: il premier, Mario Draghi, ha intenzione di riunire sindacati e associazioni di categoria solo quando l’accordo sarà soltanto da ratificare. In sostanza, il «tavolo» è, seppur virtualmente, già aperto, e le discussioni sono in corso. La proposta sulla quale si sta ragionando è quella elaborata dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando: estendere il trattamento economico complessivo, applicato nei contratti comparativamente più rappresentativi, a tutti i lavoratori di quel comparto come salario minimo di riferimento, per consentire anche ai dipendenti delle piccole imprese di poter fronteggiare l’inflazione galoppante. A quanto ci risulta, mentre Confindustria frena, altre associazioni di categoria, come ad esempio Confartigianato e in qualche misura anche Confcommercio, sarebbero disponibili a ragionare su questa ipotesi. «Sui salari e sulla qualità del lavoro», spiega Orlando, a margine di un evento elettorale all’Aquila, «abbiamo sottoposto idee alle parti sociali e convocheremo nelle prossime settimane un confronto, che in via informale è già aperto, perché credo sia urgente aiutare chi si trova in condizioni di lavoro povero, chi percepisce un salario più basso e chi invece vede eroso il proprio potere d’acquisto dall’inflazione, quindi tutta la massa dei lavoratori italiani. Questi temi», aggiunge Orlando, «sono al centro dell’agenda dei prossimi mesi, anzi delle prossime settimane». L’idea del leader della Cgil, Maurizio Landini, di reperire le risorse necessarie attraverso un aumento della tassazione delle rendite finanziarie e un contributo straordinario di solidarietà, non incontra il favore del governo. L’obiettivo deve essere esattamente il contrario: quello di ridurre innanzitutto il cuneo fiscale, aumentando i soldi che restano nella busta paga dei lavoratori senza appesantire i bilanci delle imprese. Un risultato che si ottiene tagliando le spese superflue, attraverso una efficace spending review, e aumentando la produttività. Del resto, neanche Cisl e Uil sono d’accordo con Landini. «Il tema del salario minimo», commenta il segretario del Pd, Enrico Letta, «sta prendendo giustamente piede in tante economie simili alla nostra e quindi è importante che anche noi facciamo un grosso passo avanti. Credo sia importante riuscire entro la fine della legislatura a dare un segnale come altri importanti Paesi stanno facendo». Sul salario minimo, dice all’Ansa il leader del M5s, Giuseppe Conte, «bisogna intervenire subito. Il progetto di legge è al Senato. La legge si può approvare in poco tempo». Contraria al salario minimo Forza Italia: «Siamo contro il salario minimo per legge», dichiara all’Ansa la senatrice di Forza Italia Roberta Toffanin, vicepresidente della commissione Finanze di Palazzo Madama e prima firmataria di diversi emendamenti del suo partito alla proposta di legge per l’istituzione del salario minimo orario, all’esame della commissione Lavoro, «se si arriverà al voto voteremo contro. Noi abbiamo una tradizione che si basa sulla contrattazione, dobbiamo fare leva su questo, e bisogna parlare di contrattazione di prossimità, di secondo livello, per dare voce alle differenze territoriali. Per garantire maggiore potere d’acquisto ai lavoratori», aggiunge la Toffanin, «bisogna lavorare sulla riduzione del cuneo fiscale, è una misura che costa 16-18 miliardi ma è quello che servirebbe. E poi bisogna rivedere il reddito di cittadinanza, che sta bloccando il sistema, perché ci sono tante aziende del turismo, dell’agricoltura e del settore manifatturiero che cercano disperatamente lavoratori e non li trovano».
Piazza Affari annuisce. Il titolo Poste corre in controtendenza rispetto al mercato: +2,3% a 23,3 euro, ormai a un passo dal massimo storico di 23,87 euro. Una scommessa sul futuro. O meglio: sul matrimonio con Tim. L’integrazione con il gruppo telefonico è il pezzo finale del puzzle. I vecchi sportelli che incontrano la fibra. I portalettere che si alleano con il cloud. Il libretto postale che si mette in tasca lo smartphone. Del resto i numeri raccontano già una trasformazione importante. Nel primo trimestre del 2026 il gruppo guidato da Matteo Del Fante e dal direttore generale Giuseppe Lasco ha registrato ricavi record per 3,5 miliardi (+8%). Il risultato operativo è salito a 905 milioni (+14%) e l’utile netto a 617 milioni (+3%).La fotografia più interessante però arriva dai pacchi. Perché lì si vede davvero la mutazione genetica del gruppo. Nei primi tre mesi Poste ha consegnato 89 milioni di pacchi, il 14,6% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. E lo ha fatto mentre le tariffe medie scendevano del 2,9%. Vuol dire che il vecchio esercito delle lettere si è trasformato nella fanteria dell’e-commerce. Anche i ricavi della distribuzione sono cresciuti del 7,2% a 1,5 miliardi, «sostenuti», spiega Del Fante, «dal forte slancio commerciale e dalla gestione attiva del portafoglio titoli». Non sorprende quindi la decisione di alzare le previsioni per l’intero 2026. Il margine operativo è visto salire da 3,3 a 3,4 miliardi, mentre l’utile netto atteso raggiunge i 2,3 miliardi. «Poste Italiane», dice l’amministratore delegato, «ha registrato risultati record con una crescita sana, una redditività in aumento e un bilancio molto solido, confermando la forza del nostro modello di business». Ma la vera partita, ormai, si gioca su Tim. Perché lì c’è il passaggio a infrastruttura totale del Paese. Del Fante lo dice apertamente: «Tim aggiunge connettività e leadership tecnologica, completa la nostra offerta con un brand premium nei servizi di telecomunicazione e ci consente di sbloccare pienamente il valore del nostro ecosistema fisico-digitale». In pratica Poste vuole stare ovunque: nei risparmi, nei pagamenti, nei pacchi, nelle bollette e adesso anche nelle connessioni telefoniche. Un conglomerato popolare con il dividendo trimestrale. E infatti la parola che fa brillare davvero gli occhi agli investitori è una sola: cedola. Del Fante ha spiegato che «il profilo finanziario dell’operazione proposta è estremamente solido, con un effetto accrescitivo sull’utile per azione a partire dal 2027, che diventa a doppia cifra dal 2028». Insomma con Tim, i dividendi potranno crescere più rapidamente. «Siamo perfettamente in linea con il calendario. La conclusione è attesa per il terzo trimestre dell’anno», ha detto Del Fante.
Sul fronte Tim Pietro Labriola si muove con prudenza Ricorda che il gruppo presenterà i nuovi target 2026-2028 con i conti del secondo trimestre. Quei numeri serviranno anche per costruire il giudizio definitivo sull’offerta di Poste. A chi gli chiedeva se il prezzo fosse congruo, il ceo ha risposto: «È troppo presto per dare alcune risposte. Dobbiamo capire il valore dell’azione di Poste nel tempo». Il titolo Tim guadagna il 3,7% a 0,69 euro. Il mercato sta comprando quello che diventerà un gigantesco supermercato dei servizi.
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Andrea Sempio (Ansa)
Il cerchio attorno ad Andrea Sempio, unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi sembra essersi stretto tramite una profonda immersione nella sua vita privata, familiare e digitale. Lo si deduce leggendo i contenuti dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari che ieri gli ha fatto notificare la Procura di Pavia, 18 pagine fitte che elencano il materiale a suo carico.
Nell’elenco anche 98 intercettazioni realizzate dai magistrati di Brescia nell’ambito del processo per corruzione nei confronti dell’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti. Audio richieste espressamente dagli inquirenti pavesi ai colleghi bresciani. Venditti, insieme con la collega Giulia Pezzino, aveva curato l’indagine che nel 2017 si chiuse con l’archiviazione di Sempio per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari.
Il nuovo capo d’imputazione è quello già anticipato nell’avviso a comparire per rendere interrogatorio. Per gli inquirenti si tratta di un omicidio aggravato dalla «crudeltà» e dai «motivi abietti», collegati al movente: «L’odio per la vittima a seguito del rifiuto» di un «approccio sessuale». Un movente che gli investigatori devono aver cercato (e a loro giudizio, trovato) tramite una mappatura digitale totale della vita di Sempio. Non soltanto telefoni e computer, ma cronologie, archivi personali conservati su Cloud e hard disk, email, profili social. E, soprattutto, tre pennette Usb. Lì, con molta probabilità, chi indaga deve aver cercato traccia dei video intimi tra Chiara e Alberto Stasi. Un dettaglio che si incrocia inevitabilmente con l’ultimo soliloquio di Sempio intercettato, quello in cui, dopo aver affermato di aver visto i «video», cita proprio una «pennetta». «Fin dal 2009, fin dal processo Stasi, che ci fosse una pendrive decisiva ai fini della soluzione del giallo di Garlasco era già notizia, non è che sia una novità», ha affermato, cercando di arginare possibili congetture, l’avvocato Liborio Cataliotti, che poi ha aggiunto: «Quanto alla portata dell’accusa non c’è nessuna novità».
Chi pensava di trovare nell’avviso di chiusura delle indagini riferimenti all’arma del delitto, infatti, deve essere rimasto deluso. Non c’è ancora, inoltre, una dinamica dei fatti completamente definita. La parola «almeno» si ripete per tre volte in poche righe in riferimento alle lesioni che avrebbero prima tramortito e poi ucciso Chiara. Però c’è una frase molto interessante, infilata quasi casualmente nell’elenco dei reperti sequestrati ai genitori di Sempio. Una nota del Nucleo investigativo di Milano riporta un appunto manoscritto ritrovato a casa Sempio: «Già stato audito ma i carabinieri si sono dimenticati di chiedere a Sempio dove fosse la mattina dell’omicidio». Il documento sembra suggerire che la pista sul commesso trentottenne, quella del 2017, potrebbe non essere stata approfondita davvero.
E qui il collegamento con Brescia, dove le indagini sono ancora in corso, diventa inevitabile. Anche perché è difficile pensare che i genitori dell’indagato si riferiscano al figlio indicandone il cognome. Non ci sono ulteriori riferimenti che, in questo momento, aiutino a interpretare meglio quello scritto. Ma il peso dell’inchiesta bresciana emerge in modo concreto se si arriva alle ultime pagine. Qui vengono elencate le intercettazioni provenienti dal procedimento sui magistrati. Una massa enorme di captazioni, se si pensa che quelle realizzate da Pavia e ritenute dal pool di Fabio Napoleone come «rilevanti» sono 114 e quelle trasmesse da Francesco Prete sono 98. È il segnale che i due fascicoli si sono intrecciati e saldati. Dentro quel collegamento aleggia inevitabilmente l’ipotesi che nel 2017 alcune verifiche fondamentali possano non essere state fatte. Tra queste di certo ci sono le trascrizioni di alcuni audio «cannate» dai carabinieri della «Squadretta» di Venditti, che le avrebbero riportate solo parzialmente e, in alcuni casi, le avrebbero ritenute irrilevanti. Ma c’è anche un altro dettaglio. In un’agenda di colore marrone, con la prima pagina che riporta la data 27 luglio 2018, e quindi riferibile al periodo immediatamente successivo all’archiviazione dell’inchiesta coordinata da Venditti, sarebbe stato scovato un appunto parziale che cominciava con «libero di» e finiva con «bel culo». Nell’atto consegnato all’indagato non viene ricostruito il contesto e l’utilità al fine delle indagini. Ma per essere finito nella documentazione selezionata dagli inquirenti deve essere stato ritenuto come un elemento d’interesse.
La Procura è entrata anche nell’archivio familiare dei Sempio, portando via ai due coniugi una fotocamera digitale, vecchi telefoni cellulari, una cornice digitale Telefunken, quaderni pieni di appunti manoscritti, agende e fogli sparsi. Ma anche circa 81 tra cd e dvd, alcuni dei quali descritti nel fascicolo come contenenti materiale «pornografico». Poi c’è il cerchio degli amici di Andrea. Gli inquirenti hanno sequestrato materiale a Roberto Freddi, Mattia Capra e Michele Bertani. È soprattutto il nome di quest’ultimo a riportare il caso all’interno di una dimensione oscura. Bertani, morto suicida nel 2016, era uno degli amici storici di Andrea. Come ultimo post sui social il ragazzo aveva riportato una citazione della canzone La Verità del gruppo rap Club Dogo: «La verità sta nelle cose che nessuno sa, la verità mai nessuno te la racconterà». Un passaggio particolarmente suggestivo sul quale per mesi si è arrovellato il circuito mediatico. In uno dei tanti monologhi intercettati, Sempio sembrava rivolgersi proprio a lui: «Da 0 a 18 anni tutte le c… le abbiamo fatte assieme». E in un passaggio successivo dice: «Perché ti impicchi, adesso che ti sei impiccato che cosa hai ottenuto? Sei morto, sei morto». A casa dei genitori di Bertani sono stati acquisiti materiale personale e vecchi dispositivi elettronici: un block notes con numerose pagine manoscritte, una copertina plastificata del liceo Cairoli di Vigevano piena di appunti, un curriculum vitae, 13 fotocopie collegati al gruppo musicale Invers. E anche la documentazione relativa a un ricovero psichiatrico del 2015.
Nel fascicolo sono finiti anche materiale proveniente dalla trasmissione Le Iene: 57 file audio e video contenuti in una cartella denominata «Garlasco», per un totale di 36,5 gigabyte. Un segnale ulteriore di quanto l’indagine abbia rastrellato tutto ciò che negli anni ha riguardato il delitto, comprese piste e contributi televisivi. «Catalogo le prove in due categorie», ha spiegato l’avvocato Cataliotti, «da un lato quelle tradizionali e le consulenze, che non ci preoccuperebbero, perché saremmo assolutamente in grado di fronteggiarle; dall’altro le captazioni, riassunte, o meglio che a noi sono state riassunte, la maggior parte delle quali rappresentate dal soliloquio, e che invece sarebbero probanti. Io mi permetto di fare appello alla prudenza». Le valutazioni dell’avvocato sono queste: «È come se ci trovassimo di fronte a un soggetto che dopo aver commesso un reato, pressoché non provato e pressoché volontariamente, perché consapevole di essere intercettato, avrebbe fornito lui stesso le prove per sorreggere le accuse». Una situazione che Cataliotti definisce «paradossale». I Poggi, ha commentato l’avvocato Gian Luigi Tizzoni, «sanno che è colpevole Stasi e che, in qualche modo, si vuole cercare di togliergli questo ruolo. Direi che la situazione è unica, forse, nel panorama giudiziario italiano».
Adesso, però, il tempo delle piste mediatiche e delle ipotesi parallele sembra essersi ristretto. La risposta, dopo quasi 20 anni di errori, omissioni, archiviazioni e improvvisi ritorni dal passato, con molta probabilità sarà affidata all’aula di un tribunale.
Pm di Pavia in pressing per la revisione di Stasi
La Procura di Pavia ha disposto la trasmissione alla Procura generale di Milano del materiale raccolto su Andrea Sempio per «sollecitare» una eventuale richiesta di revisione del processo che nel 2015 si è chiuso con la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi. Il procuratore di Pavia, Fabio Napoleone, nella nota che accompagnerà gli atti, scrive che «si è provveduto, in data odierna, a notificare l’avviso di conclusione delle indagini» nei confronti di Andrea Sempio, «con conseguente deposito di tutti gli atti del procedimento penale relativo all’omicidio di Chiara Poggi».
La Procura chiarisce anche che provvederà «come già reso noto, a inoltrare al procuratore generale di Milano l’atto contestato all’indagato nel corso del suo interrogatorio del 6 maggio 2026», cioè quello notificato l’altro giorno a Sempio, «illustrativo e riassuntivo dei nuovi elementi probatori, raccolti a seguito della riapertura delle indagini 2016/2017», per «l’eventuale esercizio di ogni sua prerogativa». Dentro quel passaggio c’è tutta la complessità della nuova fase giudiziaria del caso Garlasco. Perché la Procura di Pavia, di fatto, sta dicendo alla Procura generale di Milano: valutate voi se esistono le condizioni per chiedere la revisione del processo Stasi davanti alla Corte d’Appello di Brescia. Una strada che, però, come aveva già confermato proprio il procuratore generale Francesca Nanni dopo aver incontrato (il 24 aprile scorso) Napoleone, pare sia lunga. Lo studio delle carte «non sarà né facile né breve», aveva spiegato il magistrato. Una frase che fotografa la dimensione del materiale investigativo accumulato negli anni attorno al delitto di Garlasco.
Nel frattempo, anche la difesa di Stasi prepara la sua strategia. Dopo l’analisi completa degli atti, gli avvocati presenteranno la richiesta di revisione per tentare di cancellare la condanna definitiva. E insieme all’istanza potrebbe arrivare anche la richiesta di sospensione della pena, che porterebbe alla scarcerazione di Stasi, attualmente in regime di semilibertà. Il suo legale, Antonio De Rensis, prova a descrivere lo stato d’animo del suo assistito: «Alberto ha una speranza sempre più crescente, ma ha anche comunque un equilibrio che lo fa rimanere con i piedi per terra, consapevole della sua situazione attuale di detenuto, e altrettanto consapevole che questa è un’indagine seria, che forse ci permetterà di lavorare intensamente e nel tempo più veloce possibile, compatibilmente con la mole degli atti, per preparare una richiesta di revisione».
Poi sembra inviare un messaggio preciso al fronte schierato contro il suo assistito: «Questa indagine fa e farà tanta paura a qualcuno, si cerca di sfuggire dalla realtà immaginando situazioni che non hanno niente a che vedere con la realtà. Chissà che questa indagine non ci faccia scoprire che qualche censore verrà poi censurato».
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Sergio Mattarella (Ansa)
Sì, non è escluso che il presidente della Repubblica abbia colto la palla al balzo, ossia la campagna condotta dal Fatto Quotidiano contro la grazia, per scaricare la responsabilità sul ministro Carlo Nordio e aprire la strada a una revisione, invocando un supplemento di indagine sulla vita della Minetti. Se però questo era il disegno, i fatti - quelli veri e non di carta stampata - stanno smontando a una a una tutte le obiezioni che sono state mosse contro il provvedimento di clemenza.
L’ultimo tassello utile a chiarire la narrazione che vorrebbe la pupilla di Silvio Berlusconi impegnata a procurare ragazze per cene eleganti è arrivato ieri dalla Procura generale. In pratica, i magistrati che hanno dato via libera alla concessione della grazia confermano che dai primi accertamenti in Uruguay e in Spagna, dove Minetti ha vissuto per un certo periodo, non sono emersi fatti che inducano a modificare il parere. L’Interpol, a cui i pm si sono rivolti, non avrebbe trovato traccia di procedimenti a carico dell’ex igienista dentale e nemmeno avrebbe raccolto notizie che consentissero di sostenere che a Punta del Este continui la vita di prima.
Ma nei giorni scorsi altri elementi hanno contribuito a chiarire quelli che secondo le inchieste giornalistiche erano i lati oscuri della faccenda. Innanzitutto l’adozione. Leggendo la sentenza con cui il tribunale di Maldonado ha acconsentito a Minetti e Cipriani di diventare genitori di un bambino uruguaiano, si capisce che prima di affidare il minore sono stati fatti numerosi approfondimenti e sono stati ascoltati diversi testimoni. Il piccolo, abbandonato fin dalla nascita in un orfanotrofio, non riceveva visite dai parenti. Padre, madre, nonni, zii: nessuno negli anni si è interessato a lui e alla grave malattia di cui era affetto. I giornali hanno scovato una coppia che sostiene di aver chiesto l’affidamento del bambino, ma alla fine i vertici dell’istituto che lo ospitava (o molto più probabilmente i giudici) avrebbero scelto i due italiani. E che cosa c’è di scandaloso? In qualsiasi procedura di adozione, i magistrati (ma anche psicologi e assistenti sociali) puntano a fare la cosa migliore per il bambino. Dunque, di fronte a un minore con gravi problemi di salute, bisognoso di interventi chirurgici e di cure, affidarlo a una famiglia in grado di assicurare l’assistenza di specialisti non è un reato, ma una scelta consapevole, per far sì che prima di tutto venga il suo benessere.
Sono cadute anche le suggestioni su una sorta di intrigo internazionale, secondo cui prima sarebbe stato ammazzato l’avvocato della madre del bambino e poi addirittura sarebbe stata fatta sparire la stessa donna, quasi che il legale o la mamma fossero in grado di fare rivelazioni esplosive sul caso Minetti. In realtà, la professionista bruciata nella sua casa era il difensore d’ufficio del bambino e di fronte ai giudici aveva dato parere favorevole all’adozione. La sua morte dunque non avrebbe nulla da spartire con la coppia di italiani. E la scomparsa della madre è semplicemente dovuta al fatto che la polizia la cerca perché accusata di omicidio e dunque, come tutti i latitanti, tende a non farsi trovare.
Chiarito anche il giallo sulla scelta dell’ospedale dove curare il bambino: Minetti e Cipriani si sono affidati a quelli che ritenevano i migliori specialisti e i sanitari confermano che il bambino deve essere sottoposto a numerosi controlli e forse anche ad altri interventi.
E il mistero che circonda la proprietà di Cipriani a Punta del Este, luogo del peccato dove si sarebbero tenute feste a base di donnine e, forse, di cocaina? Niente, anche la tenuta sarebbe assai meno misteriosa di quel che hanno raccontato i giornali. Innanzitutto la staccionata è alta un metro e non basta a impedire sguardi indiscreti. Per di più il ranch, come è stato definito, non ha un cancello e dunque chiunque voglia ficcare il naso, compresi i cronisti, vi può accedere con una certa facilità. Insomma, più si va avanti in questa storia e più ci si rende conto che a sostegno della tesi per cui Minetti avrebbe continuato a fare le cene eleganti, ma non più con Berlusconi bensì con Cipriani, non c’è lo straccio di una prova, ma solo le chiacchiere di anonimi raccolte qua e là e rilanciate come se fossero verità. L’ultima bufala, quella del ministro Nordio ospite in Uruguay della Minetti, è finita con il capo asperso di cenere di Sigfrido Ranucci e carte bollate contro una Bianca Berlinguer che rivendica il diritto di informare il pubblico con notizie non verificate.
Di fronte a questo quadro tuttavia resta ancora una domanda senza risposta. Perché Mattarella, dopo aver difeso la grazia, ha deciso di fronte a voci anonime di chiedere un supplemento d’indagine su Minetti? Davvero al Quirinale basta una chiacchiera per fare retromarcia? E come mai di fronte ad altri chiacchieroni che la sera al ristorante spifferano piani per modificare il quadro politico non si registra altrettanta solerzia? Sarebbe proprio il caso di capirlo.
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Nicole MInetti (Ansa)
Anzi, proprio ieri la Procura generale ha fatto sapere di non aver ricevuto dall’Interpol elementi significativi tali da ribaltare il parere favorevole già espresso sulla grazia concessa dal Quirinale.
È un passaggio che pesa anche sull’inchiesta del Fatto Quotidiano, che a questo punto rischia di ridimensionarsi molto rispetto alle premesse delle scorse settimane. Qualche verifica in più sulle fonti uruguaiane e sugli atti già disponibili avrebbe forse evitato di riaprire una vicenda delicatissima che riguarda un bambino malato.
Del resto, il dato è rilevante. Se dalle prime risposte fosse emerso «un elemento immediatamente ostativo», gli uffici guidati dalla procuratrice generale Francesca Nanni, con il sostituto pg Gaetano Brusa, lo avrebbero trasmesso subito al ministero della Giustizia e da lì al Quirinale. Certo, gli accertamenti non sono conclusi, ma per ora non c’è un fatto capace di imporre una modifica del giudizio già dato sulla domanda di clemenza.
Va ricordato che le verifiche affidate all’Interpol riguardano la regolarità della procedura di adozione in Uruguay, la posizione giudiziaria di Minetti e Cipriani all’estero, gli spostamenti tra Uruguay, Italia, Ibiza e Stati Uniti, e il profilo personale dell’ex consigliera regionale: cioè se dopo le condanne per i casi Ruby e Rimborsopoli, abbia davvero preso le distanze dalla vita precedente, senza nuove pendenze e con un percorso stabile di reinserimento. Dai primi accertamenti non risultano precedenti penali, denunce o indagini in corso per favoreggiamento della prostituzione in Uruguay e in Spagna a carico di Minetti e del compagno.
I legali, Emanuele Fisicaro e Antonella Calcaterra, hanno depositato nuova documentazione alla Procura generale, integrando gli atti già prodotti. In una nota, annunciano di aver preso atto che i primi accertamenti sembrano confermare il parere favorevole sulla grazia. Allo stesso tempo accusano alcuni media di ignorare i documenti depositati e annunciano azioni giudiziarie a tutela dei danneggiati e della privacy del bambino.
Nel frattempo, dall’Uruguay arrivano nuovi elementi sulla storia familiare del minore. I giornali locali continuano a ricostruire il profilo di María de los Ángeles González Colinet, madre biologica del bambino, oggi scomparsa. La donna era una tossicodipendente e aveva precedenti penali, compresa una condanna per omicidio durante una rapina. Dopo quella vicenda sarebbe tornata in carcere per il furto in un esercizio commerciale a Maldonado.
E spunta anche un’altra testimonianza. Un ex compagno della donna sostiene che González Colinet avrebbe provato a occuparsi del bambino nei primi mesi di vita e che sarebbe andata più volte al centro dell’Inau per vederlo. L’uomo racconta di averla accompagnata e che, dopo alcuni accessi consentiti, le sarebbe stato impedito di entrare. Dall’Inau invitano però alla cautela: finché l’inchiesta amministrativa interna non sarà conclusa «non possiamo sapere cosa sia vero e cosa no», anche perché i fatti risalgono a una precedente amministrazione. I registri dell’ospedale Pereira Rossell indicano che la madre rimase con il neonato per i primi otto giorni; poi intervenne l’Inau e i contatti non furono più continui. Di sicuro il padre biologico, Antonio Javier Cozar Vicente, non è mai stato trovato.
C’è poi il capitolo Ana Mercedes Nieto, l’avvocata morta nel 2024 in un incendio con il marito, Mario Cabrera. Qui la novità è rilevante perché corregge alcune ricostruzioni circolate nei giorni scorsi. Sempre secondo un rapporto dell’Inau, Nieto intervenne nel procedimento come avvocata d’ufficio del padre biologico. La sua fu però una difesa tecnica: non presentò alternative alla revoca della potestà genitoriale, non si oppose all’adozione piena e non mise mai in discussione la situazione di abbandono del minore, la dichiarazione di adottabilità o l’idoneità della famiglia Cipriani. In altre parole, Nieto non risulta dalle carte come una figura che cercò di bloccare l’adozione.
Resta poi ancora aperta l’audit interno dell’Inau. L’ente vuole verificare perché sia stata esclusa l’altra famiglia uruguaiana interessata. Secondo alcuni quotidiani di Montevideo, la coppia aveva ricevuto una valutazione tecnica positiva, ma a carico dell’uomo risultava una denuncia per maltrattamenti presentata da un’ex compagna. Non va mai dimenticato che la sentenza definitiva di adozione, aveva valorizzato il legame affettivo costruito dal bambino con Minetti e Cipriani: li chiamava «mamma» e «papà». Infine, non ci sono dubbi che anche sul fronte sanitario la scelta di Boston fosse coerente con la gravità del caso: il Boston Children’s Hospital è una struttura di riferimento, mentre il ricorso preliminare a specialisti di fiducia del San Raffaele e dell’Ospedale di Padova rientrava in una normale valutazione prima di un intervento delicato. Cade così anche la ricostruzione secondo cui la coppia non si sarebbe rivolta a medici in Italia. Un dettaglio che, raccontato diversamente, ha contribuito ad alimentare tanto rumore per nulla.
Ma il caso Minetti crea scompiglio anche in tv. Secondo l’Adnkronos, da Mediaset trapela dispiacere per la decisione del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di intraprendere un’azione risarcitoria nei confronti di Bianca Berlinguer e dell’azienda: «Nessuna indulgenza verso le parole di Sigfrido Ranucci, ma in diretta tutto può accadere e il ministro ha potuto smentire».
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