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2022-08-25
Sinistra nel panico. «Con la Meloni meno bimbi morti»
Chiara Ferragni (Ansa)
Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.
Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).
Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.
Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.
Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..
Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.
In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie.
La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane
La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume.
L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale».
Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq».
Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo!
Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
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Repubblica e Chiara Ferragni temono il «modello Marche». Ma nella Regione governata da Fdi l’aborto non è stato negato.La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane. Allarme di «Fox news»: con la scusa della lotta al bullismo, migliaia di bimbi indottrinati.Lo speciale comprende due articoli.Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-nel-panico-con-la-meloni-meno-bimbi-morti-2657935543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-teoria-gender-sara-imposta-in-oltre-4-000-scuole-americane" data-post-id="2657935543" data-published-at="1661370435" data-use-pagination="False"> La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume. L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale». Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq». Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo! Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
Il silenzio che precede il suo intervento è carico di significati politici: la sua ascesa ai vertici del sistema iraniano segnala che l’establishment religioso ha deciso di imboccare apertamente la strada dello scontro con Stati Uniti e Israele. Donald Trump avrebbe detto ai suoi collaboratori di essere disposto ad appoggiare l’uccisione della nuova Guida suprema iraniana, qualora questi si rifiutasse di accogliere le richieste degli Stati Uniti, tra cui la sospensione dello sviluppo del programma nucleare iraniano. Lo riportano al Wall Street Journal funzionari attuali e passati della Casa Bianca. A Washington la nomina di Khamenei è considerata la scelta peggiore possibile, decisa direttamente dai Pasdaran. Secondo le stesse fonti, Israele sarebbe pronto a condurre operazioni mirate contro il nuovo leader, in modalità simili a quelle che hanno portato all’uccisione del predecessore, Ali Khamenei, e sua moglie.
La scelta di puntare su Mojtaba Khamenei, figura da anni molto vicina ai vertici del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e agli apparati di sicurezza, rappresenta un messaggio chiaro: il potere iraniano ha optato per una linea di continuità dura, pronta a sostenere il confronto internazionale anche a costo di devastare il Paese. La sua designazione segna inoltre la definitiva sconfitta delle correnti riformiste che, negli ultimi anni, avevano tentato senza successo di rallentare o bloccare il percorso che lo avrebbe portato alla guida dello Stato. Una parte significativa del clero sciita guarda inoltre con sospetto alla sua nomina, poiché Mojtaba non possiede il percorso accademico religioso tradizionalmente richiesto per ottenere il titolo di ayatollah.
Secondo diversi analisti, il nuovo leader adotterà un atteggiamento particolarmente aggressivo nei confronti dell’Occidente e lo stesso farà con gli strumenti di controllo interno. Una prospettiva che lascia prevedere un giro di vite ancora più duro rispetto alla stagione repressiva del padre. Nonostante abbia sempre mantenuto un profilo pubblico relativamente basso, Mojtaba Khamenei è da tempo considerato un sostenitore della linea della sicurezza totale contro qualsiasi forma di dissenso. Durante le proteste del Movimento Verde del 2009, numerosi osservatori lo indicarono come uno dei principali supervisori della repressione contro i manifestanti. In quelle settimane il suo nome divenne uno dei bersagli più odiati della piazza: «Mojtaba, possa tu morire prima di diventare leader», gridavano i dimostranti. Anche durante le mobilitazioni del 2022, i media vicini al potere lo hanno indicato come uno degli uomini chiave per garantire la stabilità del sistema. I suoi sostenitori - che includono esponenti dei Pasdaran, membri dei paramilitari Basij, religiosi ultraconservatori di Qom e funzionari legati all’ufficio della Guida Suprema - lo descrivono come un uomo riservato, profondamente religioso e con una conoscenza dettagliata degli apparati di sicurezza che parla fluentemente l’inglese. La rete di relazioni costruita da Mojtaba affonda le radici negli anni della sua giovinezza.
Durante la guerra Iran-Iraq prestò servizio nel battaglione Habib delle Guardie rivoluzionarie, un’unità militare dalla quale sarebbero poi emersi numerosi comandanti di alto rango, tra cui Esmail Kowsari. Ma dietro le tensioni politiche che hanno accompagnato la sua ascesa esiste anche un altro elemento, molto più concreto. Non si tratta soltanto di dottrina religiosa o equilibri di potere. In gioco c’è il controllo di uno dei sistemi economici più oscuri dell’intero Medio Oriente. Il centro di questo sistema è il Setad, acronimo persiano di «Sede esecutiva dell’Ordine dell’Imam».
La fondazione fu istituita nel 1989 su ordine di Khomeini con l’obiettivo ufficiale di amministrare i beni confiscati dopo la rivoluzione del 1979. Nel tempo si è trasformata in una gigantesca holding con interessi in quasi ogni comparto dell’economia iraniana: immobili, telecomunicazioni, banche, assicurazioni, agricoltura, energia e industria. Un’inchiesta pubblicata nel 2013 stimò il valore di questo impero economico in circa 95 miliardi di dollari. Oggi quella cifra, secondo diverse valutazioni, avrebbe superato i 200 miliardi. Il potere finanziario legato alla nuova Guida suprema non si limiterebbe però all’Iran.
Mojtaba Khamenei sarebbe infatti associato a un vasto patrimonio immobiliare nel Regno Unito. Undici residenze nel quartiere londinese di Hampstead, noto come «la strada dei miliardari», e due appartamenti di lusso vicino a Kensington Palace sarebbero stati acquistati tra il 2013 e il 2016 con proventi del petrolio iraniano venduto aggirando le sanzioni. Gli immobili risultano intestati all’imprenditore Ali Ansari, ritenuto vicino alla famiglia Khamenei e sospettato di aver agito da prestanome. Le due proprietà di Kensington, del valore di circa 60 milioni di euro e situate a pochi metri dall’ambasciata israeliana, hanno alimentato anche sospetti di possibili attività di intelligence.
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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti (Ansa)
L’ipotesi più probabile è che si stia lavorando ad un pacchetto ampio per sterilizzare l’emergenza prezzi dovuta all’attacco all’Iran. Quindi non solo accise mobile come già annunciato dal premier Giorgia Meloni. Su questo l’esecutivo è al lavoro da giorni. Ieri al Mimit il ministro Adolfo Urso ha convocato una cabina di regia urgente della Commissione allerta rapida con il ministero dell’Economia e delle finanze, il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica, la Guardia di Finanza, Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis) della presidenza del Consiglio dei Ministri, dell’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente (Arera), dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) e dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (Adm). Ore di riunione per un’analisi dell’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e per fornire immediati riscontri al governo che è al lavoro per verificare la necessità di eventuali interventi e la loro natura, soprattutto nell’ipotesi in cui dovesse continuare il fenomeno della speculazione sui prezzi. La cabina di regia ha osservato che «i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento. Una dinamica che sarà ora oggetto di controlli mirati nell’ambito del piano operativo attivato nei giorni scorsi».
Per quanto riguarda l’ipotesi accise, dal marzo 2023 è prevista, «ai fini della tutela del cittadino consumatore», la possibilità, con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, di concerto con il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, di disporre una riduzione delle aliquote di accisa sui prodotti energetici usati come carburanti o combustibili per riscaldamento per usi civili, a fronte delle maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni di prezzo internazionale del petrolio greggio. Questo meccanismo può essere attivato se il prezzo aumenta, sulla media del mese precedente, rispetto al valore di riferimento, espresso in euro, indicato nell’ultimo Documento di economia e finanza o nella relativa Nota di aggiornamento presentati alle Camere. Il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, ha spiegato che però c’è un problema perché il meccanismo «non prevede una rapida applicazione con un decreto interministeriale, ma l’analisi del benchmark di un differenziale fra i due mesi precedenti, per capire se lo scostamento possa giustificare un un’applicazione. So che stanno facendo dei calcoli e probabilmente domani (oggi, ndr) in consiglio dei ministri arriveranno con questa proposta, anche perché con un prezzo del gasolio a 2 euro l’Iva è salita quasi di 10 centesimi; quindi, sarebbe immediatamente fruibile a gettito invariato». Oggi in cdm ogni ministero porterà la sua proposta di intervento. Sul tavolo potrebbe esserci anche la presentazione di un pezzo del piano casa.
Il ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti, che sta lavorando alla possibilità di eventuali coperture per tamponare l’emergenza prezzi dell’energia coglie un altro aspetto dell’emergenza: «L’Italia è leader in Europa per produzione manifatturiera ma non ha indipendenza energetica: un mix che in momenti di crisi come quello che stiamo vivendo diventa pericoloso. L’instabilità energetica mette a rischio non solo la competitività delle nostre aziende ma anche la nostra sicurezza economica». E poi avverte: «Per l’Europa non ci sono le condizioni d’emergenza e invece per noi dovrebbe valutare l’adozione di misure straordinarie, sulla scia di quelle adottate nel 2022 all’indomani dell’attacco russo contro l’Ucraina. Agire subito stoppando i prezzi dell’energia prima che si diffondano su tutti i beni di consumo come nel 2022».
Intanto la Lega ha presentato alcuni emendamenti per migliorare il decreto bollette promossi dal viceministro del Mase, Vannia Gava. Si lavora su accise e sulle centrali a carbone. Si interviene sull’idroelettrico per consentire alle Regioni di riassegnare le concessioni scadute. Sul biogas la Lega propone di evitare il taglio degli incentivi, perché un taglio metterebbe a rischio la sostenibilità economica degli impianti esistenti, con la concreta possibilità di chiusura di oltre mille strutture, mentre il beneficio sulla bolletta sarebbe marginale, poco più di un euro. Infine su riserve e stoccaggi un emendamento propone la soppressione dell’articolo 9, che prevedeva la vendita di parte del gas stoccato nel 2022 per finanziare riduzioni temporanee di alcune componenti tariffarie, anche qui l’impatto sarebbe marginale.
E mentre si lavora sulle ripercussioni economiche della guerra rispunta Francesco Saverio Garofani, il consigliere del Colle beccato dalla Verità a una cena di tifosi della Roma a Terrazza Borromini, mentre parlava di eventuali scenari per far cadere il governo. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha infatti convocato il Consiglio supremo di Difesa per venerdì alle 10. Ordine del giorno: la guerra in Iran e in Medioriente. Come prevedibile. Alla riunione da prassi parteciperanno sia Garofani che Meloni, nella prima riunione ufficiale dopo i fatti di Terrazza Borromini.
Sui tassi arriva una doppia mazzata
La guerra in Iran e l’impennata dei prezzi dell’energia hanno riaperto, in poche sedute, un capitolo che i mercati sembravano aver già chiuso: la possibilità che il 2026 non sia l’anno dei tagli, ma di nuovi rialzi dei tassi da parte della Bce. La catena di cause che ha scatenato tutto è chiara: shock geopolitico, premio per il rischio sulle materie prime, aspettative d’inflazione in salita e rendimenti obbligazionari sotto pressione.
Il detonatore, sia chiaro, è l’energia. Il Brent è balzato ieri fino a ridosso dei 120 dollari al barile, massimo da metà 2022, mentre la chiusura di fatto dello Stretto di Hormuz – snodo cruciale per una quota stimata intorno a un quinto dei flussi globali di petrolio e Gnl – ha congelato parte dei traffici e alzato il costo dell’assicurazione del rischio. Nel Golfo, poi, tagli di produzione e catene logistiche sotto scacco hanno reso più credibile lo scenario di un’offerta meno elastica. Anche il gas europeo (Ttf) è tornato a muoversi in modo violento, con rialzi giornalieri a doppia cifra.
Il riprezzamento è diventato nitido anche sui derivati: gli swap indicizzati alle scadenze di policy della Bce implicano ora circa il 70% di probabilità di due rialzi da 25 punti base nel 2026 scrive Bloomberg, contro l’unico rialzo che solo fino a venerdì scorso si riteneva plausibile quest’anno. Un primo aumento risulta dunque interamente prezzato entro luglio. In più, un altro rialzo potrebbe arrivare verso la fine dell’anno.
Per la Banca centrale europea il dilemma è chiaro: «guardare oltre» un puro shock dell’offerta di energia, oppure reagire al più presto per evitare che l’energia si trasformi in inflazione persistente attraverso salari e servizi. La Bce ha confermato il 5 febbraio i tassi (con quelli sui depositi al 2%), ribadendo un approccio guidato dai dati («data-dependent»), con una prudente riduzione del costo del denaro a fronte di un’inflazione in calo verso l’obiettivo del 2%.
Ora, molti economisti avvertono che, sei i mercati reagiranno a questa crisi in modo eccessivo, questo potrebbe comportare un rischio per l’economia del Vecchio Continente: una stretta aggressiva su uno shock energetico potrebbe peggiorare la crescita senza spegnere la componente importata dell’inflazione. Ma, se i prezzi restano elevati a lungo, l’impatto sull’inflazione potrebbe valere fino a circa un punto percentuale aggiuntivo, riaprendo anche lo spettro della stagflazione. Il punto è che il 2022 (in cui l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aveva spaventato non poco i mercati energetici) ha lasciato cicatrici di incertezza: oggi, però, la tolleranza per un nuovo shock energetico sembra più bassa.
Sul fronte politico, il G7 discute l’eventuale ricorso alle riserve strategiche coordinato dall’Agenzia internazionale dell’energia. Una mossa del genere potrebbe attenuare la corsa dei prezzi e comprare tempo, ma non cancella il rischio geopolitico: la variabile decisiva resta la durata del conflitto, la tenuta delle rotte energetiche e la capacità di evitare che il rialzo dell’energia diventi inflazione strutturale.
Ora, insomma, la Bce è a un bivio: tagliare i tassi ne minerebbe probabilmente la credibilità, alzarli rischierebbe di frenare la crescita. Lo stesso vale anche per la Banca centrale inglese e, più in generale, per tutti i mercati europei. Quello che è certo è che, senza una soluzione immediata, per le tasche dei cittadini europei rischia di tornare lo spettro di una inflazione al galoppo.
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