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2022-08-25
Sinistra nel panico. «Con la Meloni meno bimbi morti»
Chiara Ferragni (Ansa)
Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.
Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).
Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.
Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.
Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..
Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.
In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie.
La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane
La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume.
L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale».
Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq».
Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo!
Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
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Repubblica e Chiara Ferragni temono il «modello Marche». Ma nella Regione governata da Fdi l’aborto non è stato negato.La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane. Allarme di «Fox news»: con la scusa della lotta al bullismo, migliaia di bimbi indottrinati.Lo speciale comprende due articoli.Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-nel-panico-con-la-meloni-meno-bimbi-morti-2657935543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-teoria-gender-sara-imposta-in-oltre-4-000-scuole-americane" data-post-id="2657935543" data-published-at="1661370435" data-use-pagination="False"> La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume. L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale». Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq». Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo! Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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