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2022-08-25
Sinistra nel panico. «Con la Meloni meno bimbi morti»
Chiara Ferragni (Ansa)
Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.
Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).
Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.
Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.
Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..
Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.
In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie.
La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane
La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume.
L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale».
Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq».
Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo!
Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
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Repubblica e Chiara Ferragni temono il «modello Marche». Ma nella Regione governata da Fdi l’aborto non è stato negato.La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane. Allarme di «Fox news»: con la scusa della lotta al bullismo, migliaia di bimbi indottrinati.Lo speciale comprende due articoli.Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-nel-panico-con-la-meloni-meno-bimbi-morti-2657935543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-teoria-gender-sara-imposta-in-oltre-4-000-scuole-americane" data-post-id="2657935543" data-published-at="1661370435" data-use-pagination="False"> La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume. L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale». Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq». Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo! Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
Bombardamenti nel Sud del Libano. Nel riquadro, padre Pierre El Raii (Ansa)
I cristiani sono una colonna portante dello Stato libanese e per prassi istituzionale il presidente è sempre un cristiano maronita e anche Joseph Aoun non fa eccezione. Oggi i cristiani rappresentano tra il 30 ed il 40% della popolazione, ma non hanno mai fatto mancare la loro partecipazione alla vita politica di Beirut. Monsignor Gallagher ha fatto sapere al responsabile degli Esteri del Paese mediorientale che tutti i canali diplomatici sarebbero stati avviati. Mentre la guerra va avanti l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici in Libano ha rilasciato una dichiarazione dove chiede l’immediata cessazione della spirale di violenza attualmente in atto in Medio Oriente e sollecita un ritorno al dialogo costruttivo e a un’azione diplomatica responsabile, fondata sul perseguimento del bene comune dei popoli che anelano a una vita pacifica fondata sulla giustizia e sulla dignità. «Viviamo ancora una volta l’incubo della guerra- dichiara il vescovo Cesar Essayan, vicario apostolico di Beirut- con i droni sopra le nostre teste, le scuole chiuse e la gente terrorizzata. Non è stato un caso che il Libano sia stata tappa del primo viaggio apostolico di Papa Leone XIV, il pontefice sa bene cosa abbiamo vissuto e cosa stiamo vivendo e sono certo che stia lavorando silenziosamente per il bene dei nostri paesi.». Il vescovo Essayan si è anche impegnato in prima persona per raggiungere un’unità di intenti, sostenendo l’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi cattolici. «La pace non è un’opzione secondaria o temporanea, ma un dovere umano e una responsabilità collettiva - continua il vicario apostolico - questa violenza minaccia la dignità della persona umana, che è un dono di Dio, e mina i fondamenti della giustizia e della stabilità. Facciamo appello ai leader politici libanesi affinché facciano di tutto per proteggere il popolo e imploriamo la comunità internazionale di fare ogni sforzo possibile per prevenire un’ulteriore escalation e stabilire soluzioni giuste che salvaguardino i diritti dei popoli e proteggano la dignità umana. Noi cristiani viviamo in Medio Oriente da millenni, ma siamo stati perseguitati da sempre, basta vedere quello che è successo in Siria».
Papa Leone XIV ha espresso profondo dolore per tutte le vittime dei bombardamenti di questi giorni in Medio Oriente, per i tanti innocenti, tra cui molti bambini, e per chi prestava loro soccorso, come padre Pierre El-Raii, ribadendo la sua costante attenzione a ciò che sta accadendo . «Purtroppo anche la Chiesa è vittima di questa situazione. Non siamo esenti, non siamo immuni dalle sofferenze della popolazione» ha invece commentato il segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Intanto i militari italiani dalla missione Unifil delle Nazioni Unite hanno scortato in salvo gli abitanti di Alma Shaab, un villaggio cristiano nel distretto di Tiro sul confine israeliano, dopo le minacce di essere evacuati a forza. I cristiani che vivono nel vicino abitato di Rmeish per il momento hanno invece deciso di restare nelle proprie case, nonostante il pericolo, come hanno già fatto nell’ultimo conflitto terminato nel 2024.
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«Voglio che i bambini tornino a casa, ma fino a che questo non succede preferisco che restino qui». Lo ha detto Nathan Trevallion, il papà dei cosiddetti bimbi del bosco, lasciando la casa famiglia dove i figli sono stati accolti.
«Ringrazio tutti per la solidarietà – ha aggiunto – chiedo però con rispetto di non organizzare presidi o proteste davanti alla casa famiglia o alle abitazioni private».