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2022-08-25
Sinistra nel panico. «Con la Meloni meno bimbi morti»
Chiara Ferragni (Ansa)
Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.
Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).
Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.
Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.
Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..
Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.
In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie.
La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane
La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume.
L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale».
Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq».
Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo!
Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
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Repubblica e Chiara Ferragni temono il «modello Marche». Ma nella Regione governata da Fdi l’aborto non è stato negato.La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane. Allarme di «Fox news»: con la scusa della lotta al bullismo, migliaia di bimbi indottrinati.Lo speciale comprende due articoli.Come slogan elettorale per il Partito democratico, in effetti, è perfettamente calzante: «Se vincerà il centrodestra non moriranno abbastanza bambini». Il nuovo babau che da qualche giorno impensierisce i progressisti di casa nostra, infatti, riguarda l’aborto e la possibilità che non sia praticato a sufficienza. Il ragionamento che giunge da sinistra è il seguente: Fratelli d’Italia ha deciso di seguire il «modello Marche», che mette in pericolo i «diritti acquisiti» delle donne e delle minoranze. Dunque se arriverà al potere estenderà tale modello a tutta la nazione.Tale eventualità impensierisce tantissimo persino Chiara Ferragni, che da qualche tempo ha ricevuto la benedizione di Repubblica e può presentarsi come intellettuale di riferimento della gauche, salvo le occasioni in cui si azzarda a ricordare che a Milano c’è un problema di sicurezza (in quel caso viene bruscamente invitata a farsi gli affari propri). Subito dopo aver terminato di farsi fotografie su una roccia sospesa nel vuoto a Ibiza, la presunta modella ha pensato bene di cimentarsi in un’altra attività estrema: la campagna elettorale. Ha rilanciato sui suoi profili un articolo dedicato proprio alle Marche e al loro modello «liberticida», suggerendo ai suoi follower che, in caso di vittoria della destra, verrà negato il diritto ad abortire. Seguiva battagliera esortazione: «Ora è il nostro tempo di agire e far sì che queste cose non accadano» (in realtà lei ha scritto «si» senza accento, ma passi: conoscere l’italiano è roba da boomer).Va detto che la simpatica attivista non ha inventato nulla, si è soltanto accodata all’ultima ondata di sdegno progressista adeguatamente alimentata da Repubblica e dalla sua variante inglese appena meno aggressiva, cioè The Guardian. Ai colleghi di tutte le nazioni che s’infiammano per i mancati aborti nelle Marche, tuttavia, sarebbe bastata una ricerca priva di pregiudizi per rendersi conto che nella regione governata dal fratello d’Italia Francesco Acquaroli non ci sono state modifiche rispetto alla precedente gestione. Nessun provvedimento della giunta regionale ha vietato l’interruzione di gravidanza o ha imposto la pubblica flagellazione per le donne che hanno deciso di abortire. Infatti, nelle Marche si abortisce eccome, e se non ci credete date un’occhiata all’indagine realizzata dalle transfemministe di Non una di meno giusto qualche mese fa (scegliamo loro perché sono una fonte al di sopra di ogni sospetto di bigottismo). Da quella ricerca è «emerso che in Italia 7 medici su 10 si rifiutano di praticare l’Ivg. Nelle Marche la percentuale dei ginecologi obiettori è del 71,2% (57 su 80, escluso l’ospedale di Ancona che non ha risposto), in linea con la media nazionale». Ma pensa: le Marche amministrate dalla destra più retriva sono perfettamente in linea con la media nazionale di obiettori, ben lontane dalle percentuali registrate nel non lontano Molise.Non è tutto: «Urbino conta appena il 40% di ginecologi obiettori (4 su 10). Un quadro comunque peggiorato rispetto ai dati Istat del 2017, quando contava solo due obiettori su 10». Gli unici casi particolari sono quelli di Fermo e degli Ospedali riuniti di Jesi, dove gli obiettori fra il personale sanitario raggiungono il 100%. Va notato però che questi dati erano sostanzialmente identici nel 2017, quando la destra non governava. C’è inoltre da considerare un particolare non irrilevante, e cioè che l’obiezione di coscienza è un diritto per lo meno equivalente a quello di abortire, e se un numero crescente di professionisti ogni anno sceglie di esercitarlo, magari qualche motivo esiste.Dove stia allora il vero problema riguardante le Marche è presto detto: siamo di fronte alla solita, vecchia storia della pillola abortiva. Da tempo infatti una parte del Pd e di una larga fetta di sinistra brigano affinché la caramellina magica sia diffusa il più possibile, e somministrata senza ricetta e senza ricovero in ospedale. A che cosa serva tutto ciò non è difficile da capire: chiunque desideri liberarsi del fardello sgradito non ha che da presentarsi in consultorio e farsi dare il rimedio rapido, via il bambino via il dolore. A facilitare la procedura ci ha pensato il sempre solerte Roberto Speranza. Nell’agosto del 2020, in piena emergenza Covid, il ministro passava parte del suo tempo a occuparsi dell’ormai mitologico libro Perché guariremo, e nei ritagli - invece di concentrarsi sul virus - studiava nuove linee guida sulla interruzione di gravidanza. Le regoline stilate dal bravo Roberto prevedono che una donna intenzionata ad abortire possa farlo fino alla nona settimana e una volta assunta la pillola RU486 possa tornare subito a casa, senza obbligo di ricovero in ospedale. In pratica, si è trattato di uno sdoganamento dell’aborto facile, a cui fortunatamente non tutte le regioni hanno prontamente e passivamente aderito. Il Piemonte ad esempio ha scelto di opporsi, sulla base di una relazione realizzata da una commissione sanitaria bipartisan. L’Umbria aveva cercato di rendere tassativo il ricovero in ospedale (cosa che in teoria tutela le donne), e la governatrice Donatella Tesei ne ha ricavato una marea di insulti, tanto che negli ultimi tempi sembra aver leggermente modificato la propria linea sui temi etici. Minacce e attacchi brutali sono arrivati anche all’assessore regionale marchigiano Giorgia Latini: quando tentò di dire che avrebbe volentieri seguito l’esempio umbro della Tesei, ci fu chi le fece sapere che avrebbe provveduto a bruciarle la casa. Cose che capitano..Vediamo quindi di rimettere un attimo in ordine i vari elementi. Nelle Marche non ci sono problemi ad abortire. Se in un paio di città gli obiettori sono tanti, stanno semplicemente esercitando un diritto. Ciò comporta che qualcuna dovrà spostarsi per interrompere la gravidanza? Vorremmo sapere di quante persone si parla, in ogni caso in Italia che ci si debba spostare per effettuare visite, esami o interventi è la normalità. Ogni giorno persone affette da patologie anche gravi sono costrette a farlo, ma alle transfemministe o alla Ferragni non sembra fregare molto. Se poi il punto è la pillola abortiva, non si capisce dove stia la lesione dei diritti nell’idea di garantire alle donne la somministrazione ospedaliera. O, meglio, si capisce benissimo: con la scusa dei soliti diritti, si legittima il taglio dei posti letto e del personale medico, si spinge per favorire le case farmaceutiche e si instilla l’idea che una ragazzina possa abortire esattamente come si leva un neo dalla schiena, anzi con più facilità. È a questo sistema che produce morte in nome del business che portano acqua la Ferragni e le bellicose attiviste nemiche del patriarcato. In ogni caso, facciano pure, nessuno glielo impedisce. Così come nessuno vuole modificare la legge 194, nemmeno i cosiddetti anti sistema come Italexit o il movimento di Adinolfi e Di Stefano. Le pasionarie abortiste si sbracciano perché convinte che alla legge non si stia dando piena attuazione? Benissimo, e allora applichiamola pienamente, tutta quanta. Compresa però la parte iniziale, in cui si specifica che la vita va difesa dall’inizio alla fine, e si lascia ampia libertà di azione anche nelle strutture sanitarie alle associazioni pro life. Se esiste una discriminazione sull’interruzione di gravidanza, infatti, riguarda semmai i movimenti a favore della vita, i quali vengono regolarmente censurati non appena tentano di affiggere un cartellone, e per lo più hanno vita difficile quando provano a fornire materiale informativo o aiuto a chi si appresta ad abortire.In ogni caso, ben presto il problema si risolverà da solo, dato che gli italiani hanno praticamente smesso di fare figli. Ma chissà, magari un bel giorno, quando le nascite saranno a zero, la Ferragni (che pure con la sua bella famiglia tradizionale un po’ di soldini li porta a casa) e i suoi adepti sinistrorsi saranno felici perché con meno bambini si rispetta di più l’ambiente. E si conservano meravigliosi sfondi per i selfie. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-nel-panico-con-la-meloni-meno-bimbi-morti-2657935543.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-teoria-gender-sara-imposta-in-oltre-4-000-scuole-americane" data-post-id="2657935543" data-published-at="1661370435" data-use-pagination="False"> La teoria gender sarà imposta in oltre 4.000 scuole americane La teoria del gender - definita dal pur apertissimo papa Francesco come uno «sbaglio della mente umana» - ha avuto varie fasi. All’inizio era negata dai suoi promotori. Poi però, con la diffusione dei gay pride, l’accelerata secolarizzazione dei costumi e soprattutto il sostegno delle élite finanziarie, il gender si è manifestato in tutto il suo splendore. E in tutto il suo marciume. L’attentissima Fox news, tira l’allarme per quel che riguarda la scuola americana. Secondo la testata americana, «la teoria radicale del gender ha fatto improvvise incursioni nelle scuole americane». E rischia ormai di dilagare «in più di 4.000 scuole». Molti genitori, attenti allo sviluppo dei loro ragazzi, hanno infatti notato, come gli studenti, tornati a casa, «ripetessero gli slogan del movimento e adottassero identità sessuali nuove come non binario, pansessuale e queer». Ora, una cosa è una lezione sulla (presunta) omofobia e gli «stereotipi di genere». Un’altra cosa è un bambino, magari delle elementari, che a casa dica fiero di essere «gender fluid», «cisgender» o «bisessuale». Dietro l’indottrinamento dei giovani nelle scuole Usa ci sarebbe un gruppo ben preciso. La Gsa network, «un’organizzazione no profit» ma con «un budget annuale multimilionario». (Quando gruppi come Facebook o Amazon donano miliardi, facciamo attenzione prima di giudicarli filantropi). Questo network, che un tempo si chiamava Gay-Straight Alliance, dirigerebbe centinaia di gruppi attivi in 40 Stati americani. Con la mission di invitare docenti e studenti a riflettere sui «limiti del sistema binario». Dubbi socratici, certo. Questa propaganda risulterebbe ardua se non fosse associata alle campagne «anti-bullismo e di inclusione Lgbtq». Il passo forse non è automatico, ma di fatto è breve. Si parte dal caso orribile di un ragazzino schernito dai compagni perché indossava una maglietta rosa, e si finisce per chiedersi se esistano la virilità e la femminilità. Ed effettivamente, se non esistessero, andrebbero decostruite come la razionalità fa con la superstizione. Ma qui la realtà è capovolta. Per la scienza (biologia, anatomia, psicologia) i sessi esistono, sono due e non sono a scelta. Per la «superstizione gender» invece, esistono tanti generi quanti sono gli abitanti del pianeta, e forse più. Fox news nota il legame di questa folle teoria pansessualista con le nuove forme dell’antirazzismo. Il quale, mentre nega le razze, vede razzisti ovunque. Questa pericolosa ideologia fa la sintesi tra la teoria radicale del gender e la teoria critica della razza. Fino a sostenere che «gli uomini bianchi europei hanno creato un sistema oppressivo basato sul capitalismo, la supremazia bianca e l’eteronormatività». Il che avrebbe portato alla «promozione dell’eterosessualità e delle norme familiari borghesi». I militanti del gender e i fanatici dell’antirazzismo hanno quindi un nemico comune: l’uomo bianco che avrebbe inventato la distinzione maschio femmina per dominare il mondo! Delirio? Sì, ma facciamo attenzione. Dagli States a Roma l’utopia vola alla velocità della luce.
Il segretario generale della Nato Mark Rutte (Ansa)
«Comprendo perfettamente la delusione, ma se prendiamo ad esempio l’Italia, 500 aerei statunitensi sono decollati dalle basi americane in Italia per supportare l’operazione. Quindi si tratta di un numero enorme», ha dichiarato Rutte, riferendosi alle ripetute accuse mosse da Donald Trump all’Alleanza atlantica di non aver fatto abbastanza nel conflitto iraniano. «Se si guarda a tutta l’Europa, si parla di un numero compreso tra 4.000 e 5.000 missioni di volo», ha aggiunto.
Parole, quelle di Rutte, che, in Italia, hanno portato l’opposizione ad accusare Giorgia Meloni di essersi politicamente riallineata alla Casa Bianca. «Quello di Trump è solo un richiamo all’ordine per un governo che ha sempre detto sì: 500 aerei partiti dall’Italia per una guerra illegittima in Iran in cui Netanyahu ha trascinato Trump e che ha danneggiato pesantemente l’economia italiana», ha tuonato Giuseppe Conte, chiedendo che la Meloni riferisca in Parlamento. Su una linea simile si è collocato il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano. «Le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, esigono un immediato chiarimento dal governo».
«Il governo ha fatto esattamente quanto dichiarato alle Camere: sono state autorizzate esclusivamente attività di natura tecnica e logistica, non cinetiche», ha replicato il ministero della Difesa italiano in un comunicato. «Sorprende che il segretario della Nato, che nulla ha a che fare con l’operazione Epic Fury, faccia una ricostruzione che trasmette un messaggio totalmente fallace confondendo la tipologia dei voli autorizzati», ha proseguito. «Non ho problemi a riferire in Aula ciò che abbiamo scritto nel comunicato della Difesa», ha anche specificato Guido Crosetto. Evidentemente conscia delle fibrillazioni provocate, l’Alleanza atlantica, poco dopo, ha gettato acqua sul fuoco. «Il tipo di supporto a cui si riferiva il segretario generale Mark Rutte riguarda la logistica o l’assistenza tecnica», ha affermato un portavoce della Nato.
Insomma, il caso, in sé stesso, sembra chiuso. Vale tuttavia la pena di interrogarsi sul suo senso politico. Perché Rutte ha fatto quelle dichiarazioni? Per provare a dare una risposta, bisogna probabilmente guardare alla tempistica. Rutte ha parlato poco prima non solo del vertice E5 ma anche dell’incontro che egli stesso avrebbe tenuto ieri, alla Casa Bianca, con Trump. Un Trump che, negli ultimi mesi, è diventato sempre più critico della Nato, tacciandola di non aver fornito adeguata assistenza agli Stati Uniti nel conflitto contro l’Iran. Non a caso, di recente, il presidente americano è tornato a ipotizzare un addio di Washington all’Alleanza atlantica.
È quindi in questo contesto che Rutte è venuto a muoversi. Il segretario generale sta cercando di raffrenare il deterioramento delle relazioni transatlantiche. In tal senso, oltre ad aver dato il proprio endorsement all’operazione militare statunitense contro il regime khomeinista, sta tentando di convincere Trump che, alla fine dei conti, gli alleati europei si sarebbero mostrati più proattivi di quanto asserito dalla Casa Bianca. In quest’ottica, pur muovendosi magari un po’ goffamente ed esponendo Roma sul fronte della sicurezza, l’intento di Rutte era probabilmente quello di aiutare la Meloni a ricucire con il presidente americano, dopo le polemiche degli scorsi giorni. Al segretario generale non sfugge certo che, almeno fino ad aprile, l’inquilina di Palazzo Chigi era l’unica leader dell’Europa occidentale a godere di una sponda salda con Trump. In tal senso, Rutte spera oggi che una loro eventuale pacificazione possa aiutarlo nel suo intento di rimettere in sesto le relazioni transatlantiche, salvaguardando la Nato in vista del vertice di luglio ad Ankara.
Del resto, è vero che l’intervista a Fox News ha scatenato le opposizioni contro Palazzo Chigi. Ma è altrettanto vero che queste polemiche potrebbero rafforzare la posizione della Meloni agli occhi del presidente statunitense. A Washington ricordano bene il governo giallorosso e la sua linea apertamente filocinese: fu infatti la prima amministrazione Trump, tra il 2019 e il 2020, a mostrare irritazione nei confronti dell’esecutivo Conte II a causa del dossier Huawei. A questo si aggiunga che, intervistata da Maurizio Belpietro l’altro ieri al Giorno della Verità, la Meloni ha tenuto una posizione tutt’altro che ostile a Washington. «Non cambio idea su quanto sia importante mantenere solido il rapporto tra Stati Uniti ed Europa», ha detto, per poi sostenere, in linea con Trump, che l’Iran non può dotarsi dell’arma nucleare. Del resto, ieri, lo stesso ambasciatore statunitense a Roma, Tilman Fertitta, oltre a definire «eccellente» il lavoro della premier, ha dichiarato: «Posso confermare che abbiamo un accordo bilaterale con l’Italia da decenni, in base al quale ci sosteniamo a vicenda, e ho sempre visto entrambe le parti rispettare i propri impegni». Il sospetto allora è che Pd e Movimento 5 Stelle, storicamente vicini a Parigi e Pechino, temano una possibile ricucitura della Meloni con la Casa Bianca. Probabilmente è questa - e non l’eventuale coinvolgimento indiretto dell’Italia nel conflitto iraniano - la ragione della loro levata di scudi a seguito delle parole di Rutte.
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Il ministro della Difesa Guido Crosetto (@Michele Silvestro)
Né americani, né italiani, come invece accadde nel marzo del 1999 quando a Palazzo Chigi governava Massimo D’Alema (e Sergio Mattarella era vicepremier). Francesco Cossiga, che quell’esecutivo tenne a battesimo, spiegò che la nomina di Baffino si era resa necessaria perché l’allora segretario dei Ds era l’unico uomo della sinistra capace di fare partecipare l’Italia all’operazione militare della Nato in Serbia. Dunque, la nostra aeronautica, senza che vi fosse un mandato parlamentare, bombardò un Paese sovrano con cui l’Italia aveva tutto sommato buone relazioni, per assecondare il volere di Bill Clinton, presidente a stelle e strisce ma soprattutto icona della sinistra.
Ecco, nonostante un simile precedente, cioè con un aggiramento delle Camere che avrebbe dovuto imporre per ragioni di decenza un minimo di cautela, ieri i compagni hanno deciso di usare le parole del segretario della Nato Mark Rutte per scagliarle contro il governo, accusato di aver concesso le basi italiane per le operazioni militari contro Teheran. Rutte, rispondendo a Donald Trump, ha negato che l’Europa non abbia aiutato gli Stati Uniti, aggiungendo che da diversi Paesi della Ue erano partiti migliaia di voli diretti in Iran e citando a questo proposito anche l’Italia. Da quel che si capisce, l’ex premier olandese nemmeno sa quel che dice, almeno per quanto riguarda le nostre basi. Infatti, non solo nessun caccia bombardiere diretto nel Golfo è decollato dall’Italia, ma le centinaia di voli di cui ha parlato il segretario Nato semplicemente non esistono. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha smentito ogni attività in conflitto con la Costituzione, che con l’articolo 11 ripudia la guerra (proprio quello che fu aggirato nel 1999), e a quanto pare si è detto disponibile a mostrare, inviandolo anche all’opposizione, l’elenco dei voli americani transitati dagli aeroporti italiani. Insomma, a differenza di 27 anni fa, nessuno ha fatto partecipare il nostro Paese a operazioni di guerra all’insaputa degli italiani. Fine della questione? Probabilmente sì, anche se la sinistra s’appiglia a ogni argomento pur di avere un po’ di visibilità.
E a proposito di questioni sollevate strumentalmente, da giorni si discute dei fondi Safe, ovvero di quei finanziamenti messi a disposizione dalla Ue per il cosiddetto Security action for Europe. Un piano per la difesa, sostenuto da soldi erogati da Bruxelles. Crosetto, si dice, li reclama per poter comprare missili e carri armati. Giancarlo Giorgetti, che da ministro dell’Economia bada a tenere stretto il portafogli, si racconta sia recalcitrante. In realtà, come ha spiegato bene martedì il titolare del Mef durante il «Giorno della Verità», la questione si riduce al tasso d’interesse e alle regole imposte a chi accetta i miliardi del Safe. Se sono convenienti per l’Italia si possono prendere, diversamente conviene finanziarsi sul mercato. «Ogni 15 giorni l’Italia emette nuovi titoli e c’è la fila a sottoscriverli anche da parte di Paesi che non lo hanno mai fatto», ha detto Giorgetti. Il senso è chiaro: non ci sono solo i fondi Safe, il nostro Paese può fare anche da sé, perché sui mercati finanziari ha riconquistato la credibilità e i 70 punti di spread lo dimostrano, allontanando il periodo in cui sfondarono quota 500.
Del resto, che sia una questione di interessi e di regole lo si capisce anche guardando l’esito dei fondi Pnrr. Sembravano regalati, ma quando pochi giorni fa si sono tirare le somme abbiamo avuto la prova non solo che sono a debito, ma che oltre al rimborso del capitale si deve pagare una quota aggiuntiva di alcuni miliardi. Senza contare che oltre ai tassi c’è la tassa Bruxelles da saldare, ovvero le regole che la Ue ogni volta prova a imporre per metterci il guinzaglio. Insomma, a differenza di ciò che ci si vuol far credere, Safe non sta per sicurezza, a meno che non si intenda che la fregatura è sicura.
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Ansa
In questa cornice si inserisce il colloquio telefonico tra il premier pakistano Shehbaz Sharif e lo sceicco del Qatar, durante il quale i due leader hanno discusso degli sviluppi seguiti alla firma del Memorandum d’intesa di Islamabad tra Stati Uniti e Iran. Entrambi hanno espresso soddisfazione per il primo round tecnico di Burgenstock, in Svizzera, sottolineando la necessità di proseguire il dialogo.
Insieme ai colloqui tra Washington e Teheran, si moltiplicano le iniziative regionali. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, si è recato in Oman per preparare incontri tra Iran, Stati del Golfo e Iraq sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Anche l’Arabia Saudita starebbe lavorando a un vertice per favorire una riconciliazione tra Teheran e le monarchie arabe. La questione è particolarmente sensibile per Doha. Il Qatar ha chiarito che si opporrà a qualsiasi tentativo iraniano di imporre tariffe sul traffico nello Stretto. Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani ha spiegato al Financial Times che per l’emirato quella rotta rappresenta l’unico corridoio marittimo e quindi un’infrastruttura vitale per la sua economia.
Sul punto è intervenuto anche Donald Trump, sostenendo che l’Iran avrebbe assicurato agli Stati Uniti di non voler applicare tasse alle navi in transito. Il presidente americano ha però avvertito che un passo contrario potrebbe far saltare l’intero processo negoziale. Il nodo più difficile resta il programma nucleare. Gli Stati Uniti continuano a sostenere che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica avranno accesso agli impianti iraniani. Il tycoon ha affermato che Teheran avrebbe accettato le verifiche. Da parte iraniana, però, il viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi ha negato. Secondo il diplomatico, non esiste alcun piano immediato per consentire l’accesso ai siti nucleari colpiti dagli attacchi statunitensi né ai materiali custoditi nelle strutture sensibili. La questione «potrà essere affrontata solo in un accordo finale e dopo la revoca completa delle sanzioni», ha concluso.
Teheran continua a presentare l’intesa di Islamabad come una vittoria. Il presidente del Parlamento e capo negoziatore, Mohammad Bagher Ghalibaf, l’ha definita una «sconfitta dell’America», sostenendo che il risultato sia stato ottenuto grazie alla resistenza della Repubblica islamica. Ghalibaf ha ribadito che il ritiro delle forze straniere dal Medio Oriente resta un obiettivo strategico iraniano. Nella stessa logica, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha discusso gli sviluppi regionali con Basem Naeem,, esponente dell’ufficio politico di Hamas. Anche se il Memorandum non cita Gaza, Hamas lo ha accolto favorevolmente e Teheran ha confermato il proprio sostegno al gruppo jihadista.
Anche il fronte libanese entra nel quadro diplomatico. Dopo oltre otto ore si è chiusa a Washington, senza dichiarazione congiunta, la prima giornata del quinto round di colloqui diretti tra Israele e Libano. Le trattative proseguiranno tra Pentagono e Dipartimento di Stato, con sessioni dedicate alla sicurezza e agli aspetti politici. Secondo il Times of Israel, gli Stati Uniti puntano a un ritiro parziale delle forze israeliane dal Libano meridionale, sostituite dall’esercito libanese ed in tal senso il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha dichiarato che «l’unica ragione della presenza delle forze israeliane in Libano è l’attività di Hezbollah e il lancio di razzi contro Israele». Benjamin Netanyahu ha invece dichiarato che le forze israeliane resteranno nella zona di sicurezza del Libano meridionale finché sarà alla guida del governo. Il premier ha inoltre sostenuto che «Israele sarà il primo Paese a risolvere la minaccia dei droni esplosivi».
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Ramy Elgaml, morto durante una fuga da una pattuglia dei carabinieri a Milano (Ansa)
È in questa udienza preliminare che la nuova sentenza d’appello su Bouzidi potrà avere un peso rilevante. La pena per resistenza a pubblico ufficiale è stata ridotta da due anni e otto mesi a un anno e sei mesi, grazie alle attenuanti generiche equivalenti alla recidiva. Il nucleo della decisione, però, resta intatto. Bouzidi avrebbe dovuto fermarsi, la fuga mise in pericolo l’amico, i passanti e i militari, mentre dai filmati non emerge alcuno speronamento volontario dei carabinieri.
Non assolve formalmente Antonio Lenoci, ma rafforza in modo significativo la sua linea difensiva in vista dell’udienza preliminare. In sostanza la pena di Bouzidi si riduce, mentre cresce il possibile peso della pronuncia nel procedimento principale.
Già il giudice di primo grado aveva definito l’inseguimento un «adempimento di un dovere istituzionale», dunque un intervento legittimo e non arbitrario. La fuga per circa otto chilometri, tra strade percorse contromano, semafori rossi e velocità elevatissime, aveva messo concretamente in pericolo l’incolumità pubblica. Le frasi più ruvide dei militari erano state ricondotte alla concitazione del momento, mentre dopo lo schianto gli stessi carabinieri avevano prestato ai due giovani un soccorso definito immediato e disperato.
La Corte d’Appello aggiunge ora un passaggio destinato a pesare nel futuro. Dalla visione integrale delle dash cam e delle body cam «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario». Una collisione avvenne nelle prime fasi dell’inseguimento, ma non sarebbe stata provocata da una manovra deliberata dell’auto di servizio. La vettura era quasi ferma, non accelerò per colpire il Tmax e l’urto derivò dall’incrocio delle traiettorie, dalla ristrettezza della strada e dall’elevata velocità dello scooter, che rimase in piedi e proseguì la fuga.
Più severe sono le valutazioni su Bouzidi. Secondo la Corte, sarebbe bastato «fermarsi all’alt» per non mettere in pericolo la vita dell’amico, delle altre persone e la propria. Il giovane aveva ammesso di essere fuggito perché guidava senza patente e perché sul Tmax era stato installato un variatore per aumentarne le prestazioni ed evitare il sequestro.
I giudici confermano anche la recidiva. Nel casellario risultano due precedenti per ricettazione e i fatti avvennero pochi mesi dopo l’esito positivo di una messa alla prova. Quel beneficio, secondo la Corte, non avrebbe prodotto un reale cambiamento. La nuova resistenza mostrerebbe una «totale insensibilità» alla funzione rieducativa della pena. Bouzidi viene descritto come incline, «nonostante la sua giovane età», a violare le regole della convivenza civile e il rispetto dell’autorità pubblica.
La pena è stata ridotta valorizzando la collaborazione processuale, la fragilità emotiva e la scelta dichiarata di cambiare vita trasferendosi in un’altra città. Resta però la condanna per resistenza, così come il risarcimento ai sei carabinieri, ridotto da 2.000 a 1.000 euro ciascuno e limitato alla paura patita durante l’inseguimento, mentre la Corte ha escluso dal calcolo l’odio mediatico e le campagne diffamatorie sui social, non direttamente imputabili a Bouzidi. I legali di Lenoci, Roberto Borgogno e Arianna Dutto, considerano la sentenza un elemento favorevole alla difesa. La loro linea è che il consulente della Procura abbia attribuito la collisione alla condotta dello scooter, il primo grado abbia qualificato l’inseguimento come doveroso e l’Appello abbia escluso uno speronamento volontario, lasciando ora all’accusa il compito di spiegare su quali elementi fondi una ragionevole previsione di condanna. Lenoci è accusato di omicidio stradale e lesioni con eccesso colposo nell’adempimento del dovere. Per la Procura l’intervento era legittimo, ma distanza e velocità sarebbero state inadeguate.
L’assenza di uno speronamento volontario non basta, da sola, a escludere ogni possibile responsabilità di Lenoci. La sentenza resta però favorevole alla difesa, anche perché Bouzidi ha rinunciato a sostenere in appello che l’inseguimento fosse illegittimo e provocato da un abuso dei carabinieri. E mentre il caso Ramy si avvicina all’udienza preliminare, Milano piange l’agente della Polizia locale Francesco Imprezzabile, morto nell’inseguimento scattato dopo che Genti Berisha, cittadino albanese già raggiunto da un’ordinanza cautelare in un’inchiesta per narcotraffico internazionale, aveva ignorato l’alt. Il conducente, che ieri ha incontrato il suo avvocato Francesco Cardinali, ha spiegato di essere fuggito perché aveva con sé alcuni grammi di hashish e, già sottoposto all’obbligo di firma, temeva nuovi guai. Ha ammesso di avere accelerato e superato diverse vetture, pur negando contatti con la moto di servizio. Secondo una prima relazione tecnica, l’agente avrebbe perso il controllo in curva; il tachimetro della moto, fermo sui 180 chilometri orari, farebbe ipotizzare per il Suv una velocità almeno pari, se non superiore.
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