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2026-06-13
Oggi la sinistra marcia su Roma contro Pro vita e remigrazione
(Ansa)
L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo.
Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno.
Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti.
Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati.
Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.
In piazza anche la Manifestazione per la vita
Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.
Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.
Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.
Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).
Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.
Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.
In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»
Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
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Riduci
L’allarme contro l’estrema destra, vera o presunta, compatta centri sociali, dem e Cgil. Askatasuna manda messaggi al partito della Schlein: con noi o sono guai.Sedicesima volta in strada per il mondo dell’attivismo cattolico che combatte la «cultura della morte».Lo speciale contiene due articoli. L’ospitata di Roberto Vannacci da Lilli Gruber ha rinfocolato le stantie polemiche sull’avanzata della cosiddetta destra estrema, eterno spauracchio sventolato dai progressisti che hanno il fascismo come unico argomento. Per costoro, è estrema ogni destra che sia capace di vincere, guadagnare consensi o semplicemente che si sottragga orgogliosamente al loro controllo. Sull’estremismo, tuttavia, sarebbe il caso di fare una piccola riflessione, esaminando una volta tanto le relazioni che la sinistra apparentemente moderata e istituzionale intrattiene con le frange antagoniste. Le quali, fino a prova contraria, sono le uniche ad aver finora causato in Italia gravi problemi di ordine pubblico, violenza e intolleranza. Sembra proprio che di questi rapporti i progressisti non possano fare a meno, e lo dimostra senza ombra di dubbio quanto sta accadendo in queste ore. A Roma oggi sfilerà un corteo il cui unico scopo è quello di osteggiare altre due manifestazioni non violente e del tutto regolari in programma nella Capitale. Stiamo parlando innanzitutto della Manifestazione per la vita di cui sono portavoce Massimo Gandolfini e Maria Rachele Ruiu, che partirà alle 14.30 da piazza della Repubblica. E poi del corteo organizzato dal comitato Remigrazione e riconquista. Contro entrambi questi eventi, anzi precisamente contro i Pro vita e i critici dell’immigrazione, è stata messa in piedi una contromanifestazione sponsorizzata da Cgil, Anpi e Arci. A parte le solite realtà come Non una di meno, a sostenere l’iniziativa sono le associazioni di area sorosiana come l’Asgi, poi l’Ong Sea Watch e tanti altri gruppi e gruppuscoli antagonisti tra cui Spin Time, il centro sociale a cui l’ex l’elemosiniere del Papa, monsignor Konrad Krajewski, riattivò le utenze affinché l’edificio occupato potesse continuare a funzionare. Basta osservare i toni che utilizzano questi militanti, o anche solo lo slogan del loro corteo (Fuck remigration), per rendersi conto di quanto siano moderati e disposti al dialogo. Costoro non fanno distinzioni, trattano tutti come fascisti da respingere. Spargono disprezzo contro le famiglie che marciano per la vita e genericamente contro chiunque a destra osi scendere in piazza. Giova ricordare come gli antagonisti romani siano soliti trattare Pro vita: nel migliore dei casi imbrattano la sede, nel peggiore tirano bombe all’interno. Viene da chiedersi allora: è normale che la Cgil vada a braccetto con questa gente? Che la aizzi a scendere in strada? Che sponsorizzi cortei a cui partecipano anche gli esaltati antifà dei centri sociali? Quanto al campo largo, che se non è organico al sindacato rosso poco ci manca, che rapporti ha con il mondo contestatario? Sulla carta quasi nessuno, ma in realtà ciò che fa da anni è garantire una sorta di appoggio politico esterno o comunque tollerare intemperanze di ogni tipo. Prendiamo lo Spin Time che sarà in piazza a Roma: è costato al Viminale 21 milioni di euro di risarcimento per il mancato sgombero alla società proprietaria dell’immobile, in compenso il Comune di Roma lo ha inserito nel proprio piano casa proprio per evitare lo sgombero forzato e acquistare le mura in modo da garantire la sopravvivenza alla realtà okkupata. Questo perché, alla fine della fiera, gli antagonisti vengono sempre tutelati, protetti. Un altro caso emblematico è quello di Torino. Abbiamo raccontato con dovizia di particolari le schifezze emerse dalle indagini sul centro sociale Askatasuna, che il sindaco dem Stefano Lo Russo ha evitato a lungo di sgomberare. Alla fine l’inevitabile sgombero è arrivato anche grazie all’assessore regionale Maurizio Marrone, che da allora subisce reiterate e continue minacce. La giunta comunale, in occasione del primo maggio, ha addirittura cercato di trattare con le autorità di polizia affinché fosse concesso ai gestori del centro sociale di organizzare una grigliata negli spazi che un tempo occupavano, e che hanno cercato proprio quel giorno di riconquistare scontrandosi con la polizia. In vista delle prossime elezioni, gli antagonisti hanno iniziato a mandare al Pd messaggi piuttosto chiari. Non si può dire che i dem li amino, piuttosto forse li temono e in qualche modo sono costretti a starli a sentire. E loro si fanno sentire eccome. Due giorni fa hanno pubblicato sui social della loro area un testo minaccioso rivolto a Lo Russo. «Da 6 mesi una porzione di quartiere attorno all’Askatasuna è di fatto ostaggio delle forze dell’ordine che lo hanno trasformato in un fortino in stile Tav», vi si legge. «Anche se è chiaro che questo dipenda poco dal Comune, e sia da ascrivere alla volontà del governo disciplinare la Torino che in questi anni ha resistito, non sembra un problema su cui pronunciarsi apertamente nell’ufficio del primo cittadino. Anzi si fanno passerelle insieme al prefetto, emanazione diretta del governo ricordiamo, in via Balbo e in Vanchiglia. Si smonta una casetta di legno che il comitato di quartiere usa per le proprie iniziative ora che uno dei pochi posti disponibili è chiuso e militarizzato. Questo su ordine della Prefettura, nonostante le procedure burocratiche comunali in corso, mandando i vigili nottetempo a fare il lavoro sporco. Quale sia l’utilità politica del Pd di inseguire la destra cittadina e di governo in queste “avventure” ci rimane oscuro. Da parte nostra diciamo che l’unica sicurezza è quella che si può costruire lottando insieme e dal basso, per una città diversa e che non sia al servizio della finanza e dei banchieri, o di padroni e padroncini che vorrebbero trasformare Torino in una grande fabbrica di armi». Beh, l’appello è piuttosto chiaro no? Gli amici del Pd devono mollare le politiche securitarie e ricominciare a favorire il centro sociale, opponendosi alla volontà del governo fascista. Intendiamoci: il pizzino non stupisce. Gli attivisti rossi fanno così da tempo: stanno buoni se il Comune li appoggia, cercano di intimidire se vengono trascurati. Anche Askatasuna ovviamente ha fatto promozione per la contromanifestazione liberticida di Roma. E anche il Pd ha fornito qualche appoggio, chiedendo a gran voce che il corteo per la remigrazione fosse cancellato. Come vedete, estremisti e sinistra istituzionale vogliono sembrare distanti, ma usano metodi diversi per ottenere obiettivi spesso analoghi. Facciano pure. Ma se evitassero di frignare per il presunto estremismo altrui apparirebbero meno ridicoli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sinistra-contro-pro-vita-2677034981.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-piazza-anche-la-manifestazione-per-la-vita" data-post-id="2677034981" data-published-at="1781296376" data-use-pagination="False"> In piazza anche la Manifestazione per la vita Oggi si tiene a Roma la sedicesima edizione della Manifestazione nazionale per la vita, la cui importanza storica, etica e politica diviene lampante se la inseriamo nel contesto di crisi della natalità e della famiglia, in cui siamo immersi ormai da decenni. Secondo statistiche Istat già note, nel 2025 le nascite in Italia sono scese a 355.000, 3,9% in meno rispetto all’anno precedente, raggiungendo il «minimo storico», mentre solo nel 2023 i neonati erano quasi 380.000. Nel 2026 si prevede un nuovo calo. È innegabile che quel complesso di idee e tendenze che Giovanni Paolo II fulminò come «cultura della morte» (Evangelium vitae, 12), gioca un ruolo formidabile nel relativizzare la dignità, il valore e la sacralità di ogni vita umana, che sia all’inizio o alla fine dell’esistenza.Il Pontefice polacco già 30 anni fa parlava di un «nuovo ordine mondiale» in cui certe pratiche aberranti, come l’aborto (spesso a cuore battente), il suicidio assistito e l’eutanasia, da «delitti» tendessero ad assumere il valore di «nuovi diritti» dei cittadini. Con il beneplacito dell’Ue che presenta queste ed altre prassi come «conquiste storiche» che i presunti «Stati di diritto» dovrebbero iscrivere nella propria Costituzione.Contro tutto questo e per la promozione della vita umana «dal concepimento alla morte naturale» è nata nel 2011, a Desenzano sul Garda, la Marcia per la vita che in seguito assumerà il nome di Manifestazione nazionale per la vita e che percorrerà ancora le vie dell’Urbe. «Noi ci alziamo e marciamo per coloro che non hanno voce»: questo lo slogan della Manifestazione che ricorda in qualche modo le mille battaglie per i «diritti civili» delle minoranze, condotte da figure come il mahatma Gandhi che del resto considerava l’aborto un crimine «chiaro come la luce del sole». Ed è triste che ancora nel XXI secolo esistano delle categorie di cittadini poco visibili, in primis proprio i nascituri ma gli anche anziani soli e debilitati, che vengono di fatto esclusi dal consesso sociale, potendo legalmente essere «discriminati» da altri.Il manifesto dei pro life fa notare che ogni «civiltà orientata al futuro e al progresso» ha a cuore «i diritti umani» il primo dei quali non può che essere «il diritto alla vita» a prescindere da qualunque altra condizione (di sviluppo, di salute, di ricchezza, di «utilità» sociale).Il corteo partirà da piazza della Repubblica alle 14.30 e come al solito sarà pieno di bambini e di allegria perché chi marcia per la vita sa di lottare per la «tutela della maternità» e «dell’infanzia», promuovendo un futuro in cui «tutti i diritti umani» si realizzeranno all’interno di «una civiltà della verità e dell’amore» . La manifestazione si concluderà a San Giovanni, davanti alla basilica madre della cristianità, con il concerto della rock band The Sun, preceduto da varie testimonianze di personalità di spicco della galassia pro life.Parlerà dal palco mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia e coraggioso promotore delle «Campane per la vita» che nella sua diocesi ogni sera hanno dei rintocchi «a tema» rammentando a tutti noi che c’è un essere umano, invisibile a occhio nudo, che ha la nostra stessa dignità e vocazione: il nascituro. Poi si esprimerà la giovane attivista olandese Eva Vlaardingerbroek, che da tempo si impegna per la promozione della vita e della famiglia, soprattutto da quando, nel 2023, si è ufficialmente convertita al cattolicesimo ed è venuta a vivere in Italia. Una testimonianza toccante sarà quella di Stefano e Giovanna Mariani, genitori di Arturo Mariani, atleta paralimpico italiano, ed altresì scrittore di successo.In faccia ai politici spagnoli - che vorrebbero iscrivere l’aborto nella Costituzione seguendo Macron - papa Leone ha dichiarato che «la difesa della vita» non è una questione di «interesse particolare né confessionale» ma è una «meta di civiltà». La vita umana infatti dev’essere riconosciuta e custodita «dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza»Ogni concepito, dicono i pro life, è «uno di noi». Ma è anche vero che tutti noi, vivi e vegeti, siamo stati a nostra volta «uno di loro». Solo nell’accoglienza della vita umana innocente e preziosa, anche per ragioni culturali e demografiche, troveremo «le risorse dell’intelligenza e del cuore» per rinnovare la società «verso mete di giustizia e di bene».
Ansa
L’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, ha spiegato al quotidiano Welt am Sonntag che la Francia sta valutando un taglio drastico ai finanziamenti per il carro, la cui entrata in servizio era prevista per il 2040 e che doveva sostituire il Leopard 2 e il Leclerc. «Se hai a disposizione meno soldi», ha sospirato il manager, «non andrai più veloce. E noi siamo già molto lenti». Il Mgcs, finora, ha ricevuto solo 25 milioni. L’interoperabilità dei sistemi d’arma tra Paesi alleati? Può attendere.
Secondo quanto ha riferito venerdì l’Handelsblatt, le banderuole scioviniste dei francesi stanno compromettendo pure un altro programma: l’Eurodrone. Dassault, infatti, avrebbe chiesto un risarcimento ad Airbus perché potrà lavorare solo a una quota minoritaria del progetto, che coinvolge anche Germania, Spagna e Italia.
Se la passava meglio il concorrente italo-nipponico-britannico del Fcas, il Global combat air programme (Gcap). Il jet multiruolo stealth verrebbe costruito da Leonardo, dall’inglese Bae systems e dalla giapponese Mitsubishi. Restano sbarrate le porte ai tedeschi, i quali avevano manifestato interesse per la joint venture dopo il divorzio dai transalpini. Ma adesso sono le turbolenze politiche londinesi a tarpare le ali all’aereo del futuro: Keir Starmer ha perso il ministro della Difesa, John Healey, irritato per gli stanziamenti insufficienti al settore militare. La svolta laburista, pensata per tamponare l’emorragia di voti dirottando risorse sul welfare, potrebbe ripercuotersi sul sodalizio con Roma e Tokyo: i tempi di realizzazione del velivolo (2035) potrebbero dilatarsi.
In un contesto frammentato come quello del Vecchio continente, le liti non devono stupire. Il disimpegno americano, con la prospettiva di un allontanamento dell’egemone, ha innescato la competizione tra Stati di peso comparabile per intestarsi il primato militare, in una fase storica in cui l’hard power sta ridiventando un fattore di potenza cruciale. È l’ennesima dimostrazione che quello dell’orso russo è più un pretesto che un’emergenza: se veramente temessimo l’imminente invasione da parte delle truppe di Vladimir Putin, avremmo un autentico incentivo ad accantonare gli egoismi nazionali. Invece, ognuno va per sé: la Polonia si sta armando fino ai denti e potrebbe ereditare i rimasugli di supporto statunitense che Donald Trump, in cattivi rapporti con Berlino, sta sottraendo alla Germania; il debole governo di Friedrich Merz è riuscito a mettere da parte una cifra monstre - quasi 1.000 miliardi di euro - per rendere la Bundeswehr l’esercito convenzionale più forte d’Europa; la Francia ha meno disponibilità di cassa, ma non può sopportare che il suo dominio bellico venga minacciato; e poi c’è il caso italiano.
Giorgia Meloni sa che il consenso dei cittadini per le politiche marziali caldeggiate da Bruxelles è scarso. I recenti attriti sulla negata sospensione del Patto di stabilità hanno spinto l’esecutivo a congelare l’adesione al fondo Safe, nonostante i malumori del ministro della Difesa, Guido Crosetto. Il quale, nel frattempo, studia un piano per reclutare 40.000 soldati entro il 2033.
Per accedere ai prestiti dell’Ue (denaro che andrà restituito), i progetti devono coinvolgere almeno due Stati membri, a meno che non si tratti di appalti a tempo limitato. Ma se le collaborazioni sono così fragili, per quale motivo dovremmo infilarci in un meccanismo che ci vincolerebbe a elargizioni poco liberali dall’Europa? Magari, a beneficio di Rheinmetall, o di altri concorrenti francesi? Ieri è toccato alla Grecia firmare l’accordo, per pagare un sistema antidroni. Noi non abbiamo difficoltà a raccogliere capitali sui mercati, a tassi favorevoli. Possiamo contare su colossi come Leonardo. Nulla ci impedisce di metterci in proprio e di sceglierci i partner che preferiamo, a prescindere dalla sorveglianza della Commissione. Se il mondo è diventato pericoloso e bisogna attrezzarsi per sopravvivere, non è a Ursula che ci conviene consegnare la nostra sicurezza. Voi comprereste un’auto usata da quella donna?
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L’indagine è nata dalle querele presentate dalle donne vittime di atti sessuali, subiti in occasione della consegna dei prodotti alimentari richiesti online tramite la piattaforma per cui l’uomo lavorava.
Dagli accertamenti è emerso che, l’8 febbraio scorso, il rider, utilizzando l’account di una terza persona, ha appoggiato la bicicletta e ha consegnato a una giovane donna due casse d’acqua all’ingresso dello stabile: a quel punto ha iniziato a palpeggiarle il seno e altre parti del corpo. In un primo momento la vittima è rimasta impietrita e incapace di reagire, poi è riuscita a divincolarsi, scappando nell’androne condominiale ed entrando in ascensore. Ma l’uomo non ha desistito e ha lasciato il condominio solo dopo qualche minuto in cui la ragazza è rimasta chiusa in ascensore.
Successivamente, il 13 febbraio, il rider ha effettuato una consegna all’interno di un palazzo e, con il pretesto di richiedere alla ragazza destinataria dell’ordine una recensione sul cellulare, si è avvicinato e le ha palpeggiato il seno con entrambe le mani. Anche il 16 marzo, sempre all’ingresso di un condominio, l’uomo, impugnando la busta contenente l’ordine, ha infilato la mano sinistra sotto al sacchetto e ha palpeggiato il seno della ragazza davanti a lui. Sono in corso accertamenti relativi ad almeno altri sette episodi, del tutto simili per modalità d’azione.
Le segnalazioni arrivate in merito al rider arrestato, oltre ad essere numerose, risalgono a episodi avvenuti almeno da maggio 2025, un periodo di tempo molto lungo. Per questo, le forze dell’ordine ritengono che i comportamenti penalmente rilevanti dell’uomo appaiano abituali e, pertanto, invitano eventuali altre vittime a farsi avanti e denuciare le molestie subite.
In Toscana, invece, sta per andare a processo un tentativo di stupro ai danni di una novantenne da parte di un tunisino di 59 anni, accoltellato da un familiare sessantaduenne della vittima.
L’incredibile episodio di violenza contro l’anziana è avvenuto a Montespertoli, tranquillo Comune di 13.000 abitanti immerso nelle campagne tra Firenze e Siena.
La vicenda risale alla prima metà dello scorso anno, quando, secondo quanto ricostruito dalle indagini, il tunisino, residente a Colle Val D’Elsa, in Provincia di Siena, aveva accesso all’abitazione della pensionata, dove lavorava come operaio, intento a effettuare alcuni lavori di ristrutturazione all’immobile nel quale viveva la donna. È in quel contesto che l’uomo, stando alla ricostruzione della Procura di Firenze, avrebbe abusato della novantenne. Secondo quanto riporta il quotidiano La Nazione, che cita alcuni virgolettati degli atti d’indagine, la violenza sarebbe consistita «nell’afferrarle la testa con entrambe le mani e nell’iniziare a baciarla sull’orecchio per poi spostarsi verso la bocca», nonché «nel palpeggiarle e stringerle al contempo il seno destro» e a costringerla a subire tali atti sessuali contro la propria volontà.
Venuto a conoscenza dello stupro, il nipote dell’anziana avrebbe affrontato l’operaio tunisino e, dopo aver gridato «cosa hai fatto alla nonna?», lo avrebbe colpito due volte al torace con un coltello lungo 18 centimetri, causandogli ferite guaribili in dieci giorni.
Naturalmente la rissa tra i due non è passata inosservata nella pacifica cittadina e ha portato all’intervento delle forze dell’ordine, dando il via a una doppia indagine da parte della Procura di Firenze, sia sull’accoltellamento che sullo stupro. Nei mesi scorsi il pubblico ministero titolare del fascicolo d’indagine ha chiesto il rinvio a giudizio per entrambi. Il nordafricano è accusato di violenza sessuale ai danni della novantenne, con l’aggravante di aver commesso il fatto approfittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la pubblica e la privata difesa, nonché con abuso di relazioni domestiche e di prestazioni d’opera.
Al nipote della donna, invece, dalla Procura viene contestata l’accusa di lesioni personali aggravate dall’utilizzo del coltello, considerato un’arma bianca. I due si incontreranno di nuovo durante l’udienza preliminare, fissata per il prossimo 7 ottobre presso il tribunale di Firenze. E quasi certamente dovranno affrontare un processo a tratti kafkiano, che potrebbe portare alla condanna di entrambi.
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