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2025-02-22
Siluro a Zelensky: «Esilio in Francia». Ombre cinesi sui negoziati
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Da Churchill a de Gaulle, il passo è breve: Volodymyr Zelensky era l’eroe della resistenza, rischia di ritrovarsi leader in esilio. Alla voce di Radio Londra toccò la capitale britannica; lui, secondo una fonte vicina all’esecutivo americano, citata dal New York Post, dovrebbe andare «immediatamente in Francia». Donald Trump, invece, sarebbe pronto a una mossa clamorosa: il principale settimanale transalpino, Le Point, sostiene che il 9 maggio sarà a Mosca per la Giornata della vittoria sul nazismo. Il tycoon però ha smentito nella tarda serata italiana.
Il presidente ucraino, reduce da uno scambio di veleni con l’omologo statunitense, è stato coperto di insulti pure da Elon Musk: il magnate lo ha definito «un dittatore» che «si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Poi è arrivata una mano tesa dall’inviato speciale di Washington, con cui l’ex attore si era incontrato a Kiev e che ha riferito di un colloquio «positivo» con un uomo «coraggioso». Alla convention dei conservatori di Washington, Mike Waltz ha assicurato che il comandante in capo, accantonate le sue perplessità, «firmerà l’accordo» per la fine del conflitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che, senza il numero uno del movimento Maga, non si sarebbe mai arrivati a un punto così avanzato nel dialogo tra i belligeranti: «L’ho sentito dire anche da Putin e Zelensky». Quest’ultimo, intanto, ha dovuto riaprire il confronto con l’alleato sulle terre rare, complicato dalle «condizioni capestro» che Trump vorrebbe imporre: l’Ucraina avrebbe inviato una bozza d’intesa e starebbe «aspettando una risposta americana»; la versione di Waltz è che Zelensky sottoscriverà l’intesa «a brevissimo termine». Sarà per mettergli pressione che il tycoon gli ha tirato addosso altre secchiate di acqua gelata: in un’intervista a Fox radio, ha ribadito di non volerlo coinvolgere nelle trattative. «Se devo essere onesto, non penso sia importante (averlo, ndr) agli incontri. Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Dopo,The Donald ha aggiunto che i colloqui con Vladimir Putin sono stati «ottimi», mentre non sono stati «così buoni» quelli con la controparte ucraina.
Per le sorti del presidente in tuta mimetica è un momento scurissimo. Tanto che Andrzej Duda, il collega polacco, gli ha suggerito di cooperare in maniera «calma e costruttiva» con l’inquilino della Casa Bianca, che fotografa la drammatica situazione sul campo: l’Ucraina, ha rincarato la dose ieri, «non ha alcuna carta in mano». In ogni caso, anche la Russia, benché in vantaggio nel Donbass, è consapevole che dovrà prepararsi a delle concessioni.
Sono balenate due ipotesi interessanti. La prima: avvertito dall’intelligence della possibilità che Putin usi la tregua per preparare un’altra micidiale offensiva, The Donald starebbe valutando una clausola in base alla quale una violazione degli accordi da parte russa comporterebbe la rapida ammissione dell’Ucraina nella Nato. Lo zar, dicono nel mentre gli 007 ucraini, vorrebbe dichiarare la vittoria il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. La seconda ipotesi: per Reuters, Mosca sarebbe disponibile a impiegare 300 miliardi di dollari di beni sovrani congelati in Europa per riparare i danni di guerra, purché una parte del denaro sia speso per le regioni occupate. Sempre l’agenzia statunitense ha svelato che, al netto dell’accelerazione degli ultimi giorni, il confronto tra delegazioni delle due potenze sarebbe già in corso da subito dopo l’elezione di Trump e gli incontri avrebbero avuto luogo in Svizzera.
Nel frattempo, sui negoziati irrompe un convitato di pietra: la Cina. Ieri, a Johannesburg, a margine del Consiglio ministeriale del G20, si è svolto un bilaterale sino-russo tra i rispettivi ministri degli Esteri. Wang Yi ha plaudito all’apertura di «uno spiraglio per la pace» e ha garantito il suo sostegno a «tutti gli sforzi» che possano condurre a un armistizio, «incluso il recente consenso raggiunto tra Stati Uniti e Russia». In realtà, a Pechino temono che il riavvicinamento tra Trump e Putin possa interrompere quel processo che stava portando il Paese dello zar dritto nelle fauci del Dragone. Uno scenario che non ha mai esaltato Mad Vlad, paradossalmente il più «occidentale» degli esponenti dell’élite russa, costretto nondimeno a fare di necessità virtù. Non è un mistero che disarticolare l’asse degli avversari strategici dell’Occidente sia uno degli obiettivi che sta perseguendo il tycoon. Ieri, l’ipotesi è stata esplicitamente evocata dall’autocrate bielorusso, Aljaksandr Lukashenko.
Perciò, il rappresentante cinese ha voluto ricordare a Sergej Lavrov la «posizione coerente» della sua nazione sulla crisi ucraina, insistendo sull’importanza del partenariato tra i due Paesi, che «sta avanzando verso un livello più elevato e dimensioni più ampie». Il capo della diplomazia russa è tornato sul rifiuto Usa di qualificare come «aggressore» la Federazione in una risoluzione Onu e ha elogiato il «pragmatismo» americano. Trump, con la Fox, ha sì ammesso che è stata la Russia ad attaccare, ma se l’è presa con la mala gestione di Joe Biden («È molto stupido»).
Il tentativo degli orientali di ritagliarsi un ruolo dovrebbe culminare in una imminente conversazione telefonica tra Putin e Xi Jinping. E l’Europa? Sia il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia Waltz, hanno rassicurato: non ci saranno diktat a nessuno e con il Vecchio continente ci sono e ci saranno contatti costanti. La verità è che, nel grande banchetto ucraino, chi aveva pagato il conto più salato rischia di rimanere a digiuno.
L’Ue tiene l’elmetto: «Aiuti militari»
Nel mezzo delle crescenti tensioni tra Washington e l’Unione europea sulla guerra in Ucraina e il continuo botta e risposta tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, esiste un elemento costante: l’invio di aiuti militari a Kiev da parte di Bruxelles. L’Ue starebbe infatti valutando un pacchetto da 6-10 miliardi di euro. La proposta, che prevede l’erogazione dei fondi «il prima possibile, nel 2025», sarà discussa lunedì nel corso della riunione del consiglio esteri. Un alto funzionario Ue ha comunicato che: «l’Alto rappresentante Kaja Kallas chiederà ai ministri di concentrarsi su due cose: più supporto militare all’Ucraina e come aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia». Il piano, aperto anche a partner non Ue, prevede la fornitura di artiglieria di grosso calibro, sistemi di difesa aerea, droni e missili, ma anche il supporto alle truppe ucraine. E si sarebbe già valutata una mossa per aggirare lo scoglio dell’unanimità: una coalizione di Paesi volontari potrebbe dare il via libera al pacchetto. Sul tema della sicurezza, dalla Spagna è arrivata invece la proposta del ministro degli Esteri, José Manuel Albares: bisognerebbe usare «gli attivi russi congelati inutilizzati» per aumentare la spesa di difesa europea.
La presa di distanza dell’Ue dalle parole di Trump, secondo cui il presidente ucraino Zelensky è «un dittatore senza elezioni», si conferma tanto nelle dichiarazioni quanto nelle commemorazioni. Il portavoce della Commissione Ue, Anitta Hipper, ha infatti sostenuto: «È molto chiaro chi è l’aggressore qui. La Russia è l’aggressore. La Russia ha iniziato la guerra». E in occasione del terzo anniversario dall’inizio del conflitto, da domenica, la bandiera gialloblù sarà esposta assieme a quella dell’Ue al di fuori delle sedi del Parlamento europeo. Anche la Germania ha reagito duramente alle parole del tycoon, con il portavoce del governo, Steffen Hebestreit, che ha avvisato: «Non sosterremo mai una pace diktat». Mentre il candidato cancelliere della Cdu, Friedrich Merz, si è detto sotto choc per le dichiarazioni di Trump, parlando di un «capovolgimento carnefice vittima», il cancelliere in carica, Olaf Scholz, ha telefonato a Zelensky, per parlare di «pace giusta» e di strumenti per raggiungerla.
Nonostante l’Ue sia disposta a sostenere Kiev anche qualora rifiutasse un accordo svantaggioso, da Washington sono arrivate ieri alcune rassicurazioni. Secondo il New York Times, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha voluto precisare ad alcuni diplomatici europei che gli Usa non intendono imporre all’Ucraina un accordo di pace con Mosca. Rubio, spiegando agli alleati la riunione a Riad con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, pur riconoscendo che forse nel disegno di Mosca ci sia l’indebolimento della già fragile unità del fronte occidentale, ha affermato che l’incontro è stato «un test per determinare se il Cremlino sia serio sulla possibilità di raggiungere un accordo».
Sul fatto che gli Stati Uniti non stiano isolando l’Europa dalle trattative si è esposto anche il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, che ha sottolineato: «Il presidente ha parlato con Macron due volte la settimana scorsa, il quale lunedì sarà qui», aggiungendo: «Il primo ministro britannico verrà qui giovedì prossimo. Stiamo coinvolgendo tutti i nostri alleati europei». E la conferma arriverebbe anche dall’annuncio dell’incontro tra Trump e il presidente polacco, Andrzej Duda, che si terrà oggi a Washington.
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Elon Musk insulta l’ex comico («Si nutre di cadaveri dei soldati»), The Donald lo umilia: «Inutile averlo agli incontri, non ha carte. Migliori i colloqui con Putin che con lui».L'Ue verso un nuovo pacchetto da 6-10 miliardi per Kiev. Madrid riesuma gli asset russi: «Investirli nella Difesa». L’amministrazione Usa: «Nessun diktat, ci consultiamo con l’Europa».Lo speciale contiene due articoli.Da Churchill a de Gaulle, il passo è breve: Volodymyr Zelensky era l’eroe della resistenza, rischia di ritrovarsi leader in esilio. Alla voce di Radio Londra toccò la capitale britannica; lui, secondo una fonte vicina all’esecutivo americano, citata dal New York Post, dovrebbe andare «immediatamente in Francia». Donald Trump, invece, sarebbe pronto a una mossa clamorosa: il principale settimanale transalpino, Le Point, sostiene che il 9 maggio sarà a Mosca per la Giornata della vittoria sul nazismo. Il tycoon però ha smentito nella tarda serata italiana.Il presidente ucraino, reduce da uno scambio di veleni con l’omologo statunitense, è stato coperto di insulti pure da Elon Musk: il magnate lo ha definito «un dittatore» che «si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Poi è arrivata una mano tesa dall’inviato speciale di Washington, con cui l’ex attore si era incontrato a Kiev e che ha riferito di un colloquio «positivo» con un uomo «coraggioso». Alla convention dei conservatori di Washington, Mike Waltz ha assicurato che il comandante in capo, accantonate le sue perplessità, «firmerà l’accordo» per la fine del conflitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che, senza il numero uno del movimento Maga, non si sarebbe mai arrivati a un punto così avanzato nel dialogo tra i belligeranti: «L’ho sentito dire anche da Putin e Zelensky». Quest’ultimo, intanto, ha dovuto riaprire il confronto con l’alleato sulle terre rare, complicato dalle «condizioni capestro» che Trump vorrebbe imporre: l’Ucraina avrebbe inviato una bozza d’intesa e starebbe «aspettando una risposta americana»; la versione di Waltz è che Zelensky sottoscriverà l’intesa «a brevissimo termine». Sarà per mettergli pressione che il tycoon gli ha tirato addosso altre secchiate di acqua gelata: in un’intervista a Fox radio, ha ribadito di non volerlo coinvolgere nelle trattative. «Se devo essere onesto, non penso sia importante (averlo, ndr) agli incontri. Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Dopo,The Donald ha aggiunto che i colloqui con Vladimir Putin sono stati «ottimi», mentre non sono stati «così buoni» quelli con la controparte ucraina. Per le sorti del presidente in tuta mimetica è un momento scurissimo. Tanto che Andrzej Duda, il collega polacco, gli ha suggerito di cooperare in maniera «calma e costruttiva» con l’inquilino della Casa Bianca, che fotografa la drammatica situazione sul campo: l’Ucraina, ha rincarato la dose ieri, «non ha alcuna carta in mano». In ogni caso, anche la Russia, benché in vantaggio nel Donbass, è consapevole che dovrà prepararsi a delle concessioni.Sono balenate due ipotesi interessanti. La prima: avvertito dall’intelligence della possibilità che Putin usi la tregua per preparare un’altra micidiale offensiva, The Donald starebbe valutando una clausola in base alla quale una violazione degli accordi da parte russa comporterebbe la rapida ammissione dell’Ucraina nella Nato. Lo zar, dicono nel mentre gli 007 ucraini, vorrebbe dichiarare la vittoria il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. La seconda ipotesi: per Reuters, Mosca sarebbe disponibile a impiegare 300 miliardi di dollari di beni sovrani congelati in Europa per riparare i danni di guerra, purché una parte del denaro sia speso per le regioni occupate. Sempre l’agenzia statunitense ha svelato che, al netto dell’accelerazione degli ultimi giorni, il confronto tra delegazioni delle due potenze sarebbe già in corso da subito dopo l’elezione di Trump e gli incontri avrebbero avuto luogo in Svizzera.Nel frattempo, sui negoziati irrompe un convitato di pietra: la Cina. Ieri, a Johannesburg, a margine del Consiglio ministeriale del G20, si è svolto un bilaterale sino-russo tra i rispettivi ministri degli Esteri. Wang Yi ha plaudito all’apertura di «uno spiraglio per la pace» e ha garantito il suo sostegno a «tutti gli sforzi» che possano condurre a un armistizio, «incluso il recente consenso raggiunto tra Stati Uniti e Russia». In realtà, a Pechino temono che il riavvicinamento tra Trump e Putin possa interrompere quel processo che stava portando il Paese dello zar dritto nelle fauci del Dragone. Uno scenario che non ha mai esaltato Mad Vlad, paradossalmente il più «occidentale» degli esponenti dell’élite russa, costretto nondimeno a fare di necessità virtù. Non è un mistero che disarticolare l’asse degli avversari strategici dell’Occidente sia uno degli obiettivi che sta perseguendo il tycoon. Ieri, l’ipotesi è stata esplicitamente evocata dall’autocrate bielorusso, Aljaksandr Lukashenko.Perciò, il rappresentante cinese ha voluto ricordare a Sergej Lavrov la «posizione coerente» della sua nazione sulla crisi ucraina, insistendo sull’importanza del partenariato tra i due Paesi, che «sta avanzando verso un livello più elevato e dimensioni più ampie». Il capo della diplomazia russa è tornato sul rifiuto Usa di qualificare come «aggressore» la Federazione in una risoluzione Onu e ha elogiato il «pragmatismo» americano. Trump, con la Fox, ha sì ammesso che è stata la Russia ad attaccare, ma se l’è presa con la mala gestione di Joe Biden («È molto stupido»).Il tentativo degli orientali di ritagliarsi un ruolo dovrebbe culminare in una imminente conversazione telefonica tra Putin e Xi Jinping. E l’Europa? Sia il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia Waltz, hanno rassicurato: non ci saranno diktat a nessuno e con il Vecchio continente ci sono e ci saranno contatti costanti. 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La proposta, che prevede l’erogazione dei fondi «il prima possibile, nel 2025», sarà discussa lunedì nel corso della riunione del consiglio esteri. Un alto funzionario Ue ha comunicato che: «l’Alto rappresentante Kaja Kallas chiederà ai ministri di concentrarsi su due cose: più supporto militare all’Ucraina e come aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia». Il piano, aperto anche a partner non Ue, prevede la fornitura di artiglieria di grosso calibro, sistemi di difesa aerea, droni e missili, ma anche il supporto alle truppe ucraine. E si sarebbe già valutata una mossa per aggirare lo scoglio dell’unanimità: una coalizione di Paesi volontari potrebbe dare il via libera al pacchetto. Sul tema della sicurezza, dalla Spagna è arrivata invece la proposta del ministro degli Esteri, José Manuel Albares: bisognerebbe usare «gli attivi russi congelati inutilizzati» per aumentare la spesa di difesa europea. La presa di distanza dell’Ue dalle parole di Trump, secondo cui il presidente ucraino Zelensky è «un dittatore senza elezioni», si conferma tanto nelle dichiarazioni quanto nelle commemorazioni. Il portavoce della Commissione Ue, Anitta Hipper, ha infatti sostenuto: «È molto chiaro chi è l’aggressore qui. La Russia è l’aggressore. La Russia ha iniziato la guerra». E in occasione del terzo anniversario dall’inizio del conflitto, da domenica, la bandiera gialloblù sarà esposta assieme a quella dell’Ue al di fuori delle sedi del Parlamento europeo. Anche la Germania ha reagito duramente alle parole del tycoon, con il portavoce del governo, Steffen Hebestreit, che ha avvisato: «Non sosterremo mai una pace diktat». Mentre il candidato cancelliere della Cdu, Friedrich Merz, si è detto sotto choc per le dichiarazioni di Trump, parlando di un «capovolgimento carnefice vittima», il cancelliere in carica, Olaf Scholz, ha telefonato a Zelensky, per parlare di «pace giusta» e di strumenti per raggiungerla. Nonostante l’Ue sia disposta a sostenere Kiev anche qualora rifiutasse un accordo svantaggioso, da Washington sono arrivate ieri alcune rassicurazioni. Secondo il New York Times, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha voluto precisare ad alcuni diplomatici europei che gli Usa non intendono imporre all’Ucraina un accordo di pace con Mosca. Rubio, spiegando agli alleati la riunione a Riad con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, pur riconoscendo che forse nel disegno di Mosca ci sia l’indebolimento della già fragile unità del fronte occidentale, ha affermato che l’incontro è stato «un test per determinare se il Cremlino sia serio sulla possibilità di raggiungere un accordo». Sul fatto che gli Stati Uniti non stiano isolando l’Europa dalle trattative si è esposto anche il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, che ha sottolineato: «Il presidente ha parlato con Macron due volte la settimana scorsa, il quale lunedì sarà qui», aggiungendo: «Il primo ministro britannico verrà qui giovedì prossimo. Stiamo coinvolgendo tutti i nostri alleati europei». E la conferma arriverebbe anche dall’annuncio dell’incontro tra Trump e il presidente polacco, Andrzej Duda, che si terrà oggi a Washington.
Ecco #DimmiLaVerità del 4 marzo 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché la guerra in Iran potrebbe durare a lungo.
Il Kazakistan è una landa sconfinata fra le ultime propaggini dell’Europa e l’immensa steppa asiatica che occupa la parte centrale di questa nazione. Nonostante i 2,7 milioni di chilometri quadrati che ne compongono la superficie, il Kazakistan ha appena di 19 milioni di abitanti, concentrati soprattutto in alcune aree specifiche come nella capitale Astana. Questo poco conosciuto gigante euro-asiatico è stato un serbatoio energetico dell’Unione Sovietica che vi ha impiantato sconfinate coltivazioni agricole. Mosca stabilì qui quello che veniva chiamato cosmodromo, esattamente a Bajkonur che è la più antica e grande base di lancio al mondo, tuttora gestita dalla Russia tramite un contratto d’affitto. Da Bajkonur è stato lanciato il primo satellite, il famoso Sputnik, e da qui è partito Jury Gagarin primo uomo arrivato nello spazio e sempre a Bajkonur è stato sviluppato e lanciato l'unico volo del Buran, lo space shuttle sovietico, nel 1988.
Ma il moderno Kazakistan ha saputo reinventarsi, diventando un attore cardine in un’area complicata come l’Asia centrale. Senza rinunciare agli storici rapporti con la Russia, Astana ha aperto alla Cina, fortemente interessate alle risorse energetiche dell’area e anche all’Europa con una serie di accordi commerciali. Oggi Astana rappresenta la più importante economia della regione con un Pil che nel 2023 ha raggiunto i 260 miliardi di dollari, nel 1991, data della sua indipendenza dall’Unione Sovietica, era di appena 11 miliardi. Come detto la sua crescita è trainata dai giacimenti di petrolio, gas e uranio, il greggio è particolarmente abbondante nel paese che occupa la dodicesima posizione nel mondo per riserve petrolifere, un fatto che aumentato il suo peso anche in funzione di sostituzione di gas e petrolio proveniente dalla Russia. Il ministro degli Esteri di Astana si è dimostrato un campione di equilibrismo, anche nella guerra fra Russia ed Ucraina, condannando le azioni di Mosca, ma senza chiudere i rapporti economici e politici. Basta vedere che dall’inizio del conflitto l’interscambio fra le due nazioni è cresciuto superando i 20 miliardi di dollari nel primo semestre del 2024, approfittando del crollo delle relazioni commerciali con l’Europa ed inserendosi con una certa abilità.
Ma è il commercio con Pechino che dal 2022 è sempre raddoppiato passando da 24 miliardi a 41 fino a raggiungere i 60 miliardi di interscambio. La Cina è proprietaria di importanti quote di giacimenti di gas e petrolio in Kazakhistan ed ha costruito un oleodotto che trasporta 20 milioni di tonnellate di petrolio ogni anno in direzione del comparto industriale cinese. Storicamente Astana è anche un grande produttore agricolo e Pechino nel 2023 ha acquistato 3,5 milioni di tonnellate di derrate alimentari, investendo anche nell’ammodernamento delle vetuste infrastrutture agricole kazake. La grande repubblica euroasiatica nel 2025 è crescita del 5%, migliorando il 3,4% del 2024, con un’inflazione sotto controllo, nonostante la debolezza degli scambi del tenge, la moneta locale. Il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev ha lodato più volte pubblicamente la stabilità dei «Cinque dell’Asia centrale», paesi prosperi e in costante sviluppo che stanno diventando sempre più influenti. Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan stanno intensificando le loro relazioni segnando l’inizio di un nuovo periodo per lo sviluppo della regione nei prossimi cinque anni. Il presidente Tokayev ha definito l’area come un unico spazio geopolitico e spirituale, che avrebbe conservato la propria unicità nel corso della creazione e del crollo di vari imperi. «Tutti e cinque siamo stati in grado di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture con una crescita economica costante. Oggi i nostri rapporti hanno acquisito contenuto concreto e sono saliti al livello di una profonda partnership e alleanza strategica. Soprattutto, i cinque Paesi hanno adottato una strategia prudente nelle relazioni di politica estera che ha aperto la strada alla loro piena partecipazione ai processi globali. Dal 2018 al 2024, l’interscambio commerciale è passato da 5,7 miliardi di dollari a dodici miliardi con un piano d’azione per la cooperazione industriale. Abbiamo sei obiettivi: dal mantenimento della pace alla cooperazione economica, dalla sicurezza idrica ed alimentare al lavoro con le nuove generazioni, per finire dobbiamo migliorare la nostra immagine e rivendicando i fondamenti di un’identità nazionale e regionale». Un grande progetto per un’area in crescita, che ha già lanciato la sua sfida al resto del mondo.
Dalla Crimea ai gulag del Kazakistan: l'olocausto degli italiani
Famiglie italiane erano presenti in Crimea fin dai tempi delle Repubbliche marinare di Genova e Venezia. Provenienti in maggioranza dalla prima, si erano stabilite nelle colonie di Caffa e Sebastopoli, dove avevano fondato una florida base commerciale sulle acque del Mar Nero. La loro presenza durò dal 1266 al 1475, anno della conquista ottomana. Dopo la metà dell’Ottocento, un nuovo flusso di italiani si stabilì in Crimea, in particolare proveniente dalla Puglia. Il motivo dell’emigrazione era dovuto alle prospettive che la vendita a buon prezzo di appezzamenti di terreno da parte dello Zar offriva ai contadini italiani, che si stabilirono quasi tutti nella cittadina di Kerç. La comunità italiana di Crimea fiorì all’alba del XX secolo, con l’istituzione di scuole, circoli e di una chiesa cattolica. I piccoli proprietari agricoli e i commercianti avevano raggiunto un buon livello di benessere, arrivando a rappresentare tra l’1,2 e il 2% della popolazione locale già negli ultimi anni dell’Ottocento.
I primi problemi per gli italiani di Crimea giunsero con l’avvento del bolscevismo e con l’arrivo di comunisti italiani fuoriusciti. A Kerç questi ultimi, al servizio delle autorità sovietiche, ebbero il compito di «rieducare» i compatrioti e di forzarli ad aderire alla collettivizzazione forzata delle terre, esercitando progressivamente un potere repressivo e di controllo sugli italiani di Crimea. A Kerç nacque il kholkoz «Sacco e Vanzetti» dove i fuoriusciti del PCI vigilavano sempre di più sulle inclinazioni politiche dei connazionali. L’avvento di Stalin fece precipitare la situazione. Gli italiani furono inquadrati come spie fasciste anche senza alcuna prova. Durante gli anni Trenta furono numerosi gli arresti tra la comunità italiana da parte dell’Nkvd (la polizia segreta sovietica) e molti dei sospettati scomparvero dopo la deportazione, quasi sempre fucilati senza processo.
La guerra, culminata con l’«Operazione Barbarossa» fece precipitare la comunità italiana nel baratro, segnando l’inizio dell’olocausto per lunghi decenni dimenticato. La deportazione sistematica delle famiglie italiane ebbe una data d’inizio, il 29 gennaio 1942 e una destinazione: i gulag del Kazakistan. Arrestati nelle loro abitazioni, gli italiani ebbero solo due ore per preparare poche masserizie e montare sui carri bestiame, che per molti di loro furono già una tomba. Il lunghissimo tragitto verso le steppe gelate fu compiuto per ferrovia e per nave. Anche la navigazione fu spesso causa di morte, oltre che per le condizioni drammatiche dei prigionieri nelle stive, anche per gli attacchi degli aerei tedeschi che almeno in un caso accertato causarono l’affondamento dell’imbarcazione dove erano stipati gli italiani. Quasi la metà dei deportati morì durante la lunga marcia della morte, soprattutto i vecchi e molti bambini. Molti altri furono vinti dal freddo estremo (circa -40°C), dalla malnutrizione e dalle malattie. I cadaveri scaricati dai vagoni ferroviari venivano abbandonati nelle stazioni dove i treni della morte sostavano al gelo per fare passare tutti gli altri convogli. Gli italiani sopravvissuti arrivarono in Kazakistan dopo circa due mesi e furono destinati a campi di lavoro forzato in particolare nel gulag del distretto minerario di Karaganda e in quello di Atbasar, cittadina a Nordovest di Astana, la capitale. Qui le condizioni di vita erano proibitive e il freddo e la malnutrizione costante completarono lo sterminio degli italiani di Crimea. Le baracche erano catapecchie di paglia e sterco di cavallo, spesso senza letti e senza ogni tipo di fonte di riscaldamento. Dei circa 2.000 cittadini deportati, solo 78 ritornarono a Kerç poco dopo la guerra. Pochi altri sopravvissuti rimasero in Kazakhistan, non avendo la possibilità di ritornare alle zone di origine, e di fatto nascondendo le proprie origini per il timore di ritorsioni e violenze anche molto dopo la fine della guerra. La successiva divisione del mondo in due blocchi contrapposti pose un’ulteriore barriera di silenzio sull’olocausto degli italiani. Solo dopo il crollo dell’Urss vi furono alcuni riconoscimenti e riabilitazioni di vittime delle quali spesso non si conosceva neppure il luogo di sepoltura, verosimilmente localizzato nelle tante fosse comuni che il Terrore staliniano e la guerra avevano istituito. Oggi gli italiani di Crimea sono circa 500, rappresentati dal presidente dell’associazione Cerkio Giulia Giacchetti Boico che per anni ha lottato per la riabilitazione delle vittime italiane delle deportazioni sovietiche. Solo nel 2015, quando la Crimea era già stata annessa alla Federazione Russa, Vladimir Putin riconobbe lo status di «deportati speciali» della minoranza etnica italiana dopo un incontro informale con l’ex premier Silvio Berlusconi.
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Lo ha dichiarato il Presidente di Coldiretti Ettore Prandini, intervenendo sul tema dei fertilizzanti e delle risorse Ue per la Politica agricola comune, durante il Forum alimentare globale Farm Europe 2026.
Nell'analisi del direttore, Maurizio Belpietro, emerge una realtà cruda: la guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran non è un conflitto "lontano". È una scossa sismica che minaccia di travolgere l'economia europea, già provata dal conflitto in Ucraina.