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2025-02-22
Siluro a Zelensky: «Esilio in Francia». Ombre cinesi sui negoziati
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Da Churchill a de Gaulle, il passo è breve: Volodymyr Zelensky era l’eroe della resistenza, rischia di ritrovarsi leader in esilio. Alla voce di Radio Londra toccò la capitale britannica; lui, secondo una fonte vicina all’esecutivo americano, citata dal New York Post, dovrebbe andare «immediatamente in Francia». Donald Trump, invece, sarebbe pronto a una mossa clamorosa: il principale settimanale transalpino, Le Point, sostiene che il 9 maggio sarà a Mosca per la Giornata della vittoria sul nazismo. Il tycoon però ha smentito nella tarda serata italiana.
Il presidente ucraino, reduce da uno scambio di veleni con l’omologo statunitense, è stato coperto di insulti pure da Elon Musk: il magnate lo ha definito «un dittatore» che «si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Poi è arrivata una mano tesa dall’inviato speciale di Washington, con cui l’ex attore si era incontrato a Kiev e che ha riferito di un colloquio «positivo» con un uomo «coraggioso». Alla convention dei conservatori di Washington, Mike Waltz ha assicurato che il comandante in capo, accantonate le sue perplessità, «firmerà l’accordo» per la fine del conflitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che, senza il numero uno del movimento Maga, non si sarebbe mai arrivati a un punto così avanzato nel dialogo tra i belligeranti: «L’ho sentito dire anche da Putin e Zelensky». Quest’ultimo, intanto, ha dovuto riaprire il confronto con l’alleato sulle terre rare, complicato dalle «condizioni capestro» che Trump vorrebbe imporre: l’Ucraina avrebbe inviato una bozza d’intesa e starebbe «aspettando una risposta americana»; la versione di Waltz è che Zelensky sottoscriverà l’intesa «a brevissimo termine». Sarà per mettergli pressione che il tycoon gli ha tirato addosso altre secchiate di acqua gelata: in un’intervista a Fox radio, ha ribadito di non volerlo coinvolgere nelle trattative. «Se devo essere onesto, non penso sia importante (averlo, ndr) agli incontri. Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Dopo,The Donald ha aggiunto che i colloqui con Vladimir Putin sono stati «ottimi», mentre non sono stati «così buoni» quelli con la controparte ucraina.
Per le sorti del presidente in tuta mimetica è un momento scurissimo. Tanto che Andrzej Duda, il collega polacco, gli ha suggerito di cooperare in maniera «calma e costruttiva» con l’inquilino della Casa Bianca, che fotografa la drammatica situazione sul campo: l’Ucraina, ha rincarato la dose ieri, «non ha alcuna carta in mano». In ogni caso, anche la Russia, benché in vantaggio nel Donbass, è consapevole che dovrà prepararsi a delle concessioni.
Sono balenate due ipotesi interessanti. La prima: avvertito dall’intelligence della possibilità che Putin usi la tregua per preparare un’altra micidiale offensiva, The Donald starebbe valutando una clausola in base alla quale una violazione degli accordi da parte russa comporterebbe la rapida ammissione dell’Ucraina nella Nato. Lo zar, dicono nel mentre gli 007 ucraini, vorrebbe dichiarare la vittoria il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. La seconda ipotesi: per Reuters, Mosca sarebbe disponibile a impiegare 300 miliardi di dollari di beni sovrani congelati in Europa per riparare i danni di guerra, purché una parte del denaro sia speso per le regioni occupate. Sempre l’agenzia statunitense ha svelato che, al netto dell’accelerazione degli ultimi giorni, il confronto tra delegazioni delle due potenze sarebbe già in corso da subito dopo l’elezione di Trump e gli incontri avrebbero avuto luogo in Svizzera.
Nel frattempo, sui negoziati irrompe un convitato di pietra: la Cina. Ieri, a Johannesburg, a margine del Consiglio ministeriale del G20, si è svolto un bilaterale sino-russo tra i rispettivi ministri degli Esteri. Wang Yi ha plaudito all’apertura di «uno spiraglio per la pace» e ha garantito il suo sostegno a «tutti gli sforzi» che possano condurre a un armistizio, «incluso il recente consenso raggiunto tra Stati Uniti e Russia». In realtà, a Pechino temono che il riavvicinamento tra Trump e Putin possa interrompere quel processo che stava portando il Paese dello zar dritto nelle fauci del Dragone. Uno scenario che non ha mai esaltato Mad Vlad, paradossalmente il più «occidentale» degli esponenti dell’élite russa, costretto nondimeno a fare di necessità virtù. Non è un mistero che disarticolare l’asse degli avversari strategici dell’Occidente sia uno degli obiettivi che sta perseguendo il tycoon. Ieri, l’ipotesi è stata esplicitamente evocata dall’autocrate bielorusso, Aljaksandr Lukashenko.
Perciò, il rappresentante cinese ha voluto ricordare a Sergej Lavrov la «posizione coerente» della sua nazione sulla crisi ucraina, insistendo sull’importanza del partenariato tra i due Paesi, che «sta avanzando verso un livello più elevato e dimensioni più ampie». Il capo della diplomazia russa è tornato sul rifiuto Usa di qualificare come «aggressore» la Federazione in una risoluzione Onu e ha elogiato il «pragmatismo» americano. Trump, con la Fox, ha sì ammesso che è stata la Russia ad attaccare, ma se l’è presa con la mala gestione di Joe Biden («È molto stupido»).
Il tentativo degli orientali di ritagliarsi un ruolo dovrebbe culminare in una imminente conversazione telefonica tra Putin e Xi Jinping. E l’Europa? Sia il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia Waltz, hanno rassicurato: non ci saranno diktat a nessuno e con il Vecchio continente ci sono e ci saranno contatti costanti. La verità è che, nel grande banchetto ucraino, chi aveva pagato il conto più salato rischia di rimanere a digiuno.
L’Ue tiene l’elmetto: «Aiuti militari»
Nel mezzo delle crescenti tensioni tra Washington e l’Unione europea sulla guerra in Ucraina e il continuo botta e risposta tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e l’omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, esiste un elemento costante: l’invio di aiuti militari a Kiev da parte di Bruxelles. L’Ue starebbe infatti valutando un pacchetto da 6-10 miliardi di euro. La proposta, che prevede l’erogazione dei fondi «il prima possibile, nel 2025», sarà discussa lunedì nel corso della riunione del consiglio esteri. Un alto funzionario Ue ha comunicato che: «l’Alto rappresentante Kaja Kallas chiederà ai ministri di concentrarsi su due cose: più supporto militare all’Ucraina e come aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia». Il piano, aperto anche a partner non Ue, prevede la fornitura di artiglieria di grosso calibro, sistemi di difesa aerea, droni e missili, ma anche il supporto alle truppe ucraine. E si sarebbe già valutata una mossa per aggirare lo scoglio dell’unanimità: una coalizione di Paesi volontari potrebbe dare il via libera al pacchetto. Sul tema della sicurezza, dalla Spagna è arrivata invece la proposta del ministro degli Esteri, José Manuel Albares: bisognerebbe usare «gli attivi russi congelati inutilizzati» per aumentare la spesa di difesa europea.
La presa di distanza dell’Ue dalle parole di Trump, secondo cui il presidente ucraino Zelensky è «un dittatore senza elezioni», si conferma tanto nelle dichiarazioni quanto nelle commemorazioni. Il portavoce della Commissione Ue, Anitta Hipper, ha infatti sostenuto: «È molto chiaro chi è l’aggressore qui. La Russia è l’aggressore. La Russia ha iniziato la guerra». E in occasione del terzo anniversario dall’inizio del conflitto, da domenica, la bandiera gialloblù sarà esposta assieme a quella dell’Ue al di fuori delle sedi del Parlamento europeo. Anche la Germania ha reagito duramente alle parole del tycoon, con il portavoce del governo, Steffen Hebestreit, che ha avvisato: «Non sosterremo mai una pace diktat». Mentre il candidato cancelliere della Cdu, Friedrich Merz, si è detto sotto choc per le dichiarazioni di Trump, parlando di un «capovolgimento carnefice vittima», il cancelliere in carica, Olaf Scholz, ha telefonato a Zelensky, per parlare di «pace giusta» e di strumenti per raggiungerla.
Nonostante l’Ue sia disposta a sostenere Kiev anche qualora rifiutasse un accordo svantaggioso, da Washington sono arrivate ieri alcune rassicurazioni. Secondo il New York Times, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha voluto precisare ad alcuni diplomatici europei che gli Usa non intendono imporre all’Ucraina un accordo di pace con Mosca. Rubio, spiegando agli alleati la riunione a Riad con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, pur riconoscendo che forse nel disegno di Mosca ci sia l’indebolimento della già fragile unità del fronte occidentale, ha affermato che l’incontro è stato «un test per determinare se il Cremlino sia serio sulla possibilità di raggiungere un accordo».
Sul fatto che gli Stati Uniti non stiano isolando l’Europa dalle trattative si è esposto anche il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, che ha sottolineato: «Il presidente ha parlato con Macron due volte la settimana scorsa, il quale lunedì sarà qui», aggiungendo: «Il primo ministro britannico verrà qui giovedì prossimo. Stiamo coinvolgendo tutti i nostri alleati europei». E la conferma arriverebbe anche dall’annuncio dell’incontro tra Trump e il presidente polacco, Andrzej Duda, che si terrà oggi a Washington.
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Elon Musk insulta l’ex comico («Si nutre di cadaveri dei soldati»), The Donald lo umilia: «Inutile averlo agli incontri, non ha carte. Migliori i colloqui con Putin che con lui».L'Ue verso un nuovo pacchetto da 6-10 miliardi per Kiev. Madrid riesuma gli asset russi: «Investirli nella Difesa». L’amministrazione Usa: «Nessun diktat, ci consultiamo con l’Europa».Lo speciale contiene due articoli.Da Churchill a de Gaulle, il passo è breve: Volodymyr Zelensky era l’eroe della resistenza, rischia di ritrovarsi leader in esilio. Alla voce di Radio Londra toccò la capitale britannica; lui, secondo una fonte vicina all’esecutivo americano, citata dal New York Post, dovrebbe andare «immediatamente in Francia». Donald Trump, invece, sarebbe pronto a una mossa clamorosa: il principale settimanale transalpino, Le Point, sostiene che il 9 maggio sarà a Mosca per la Giornata della vittoria sul nazismo. Il tycoon però ha smentito nella tarda serata italiana.Il presidente ucraino, reduce da uno scambio di veleni con l’omologo statunitense, è stato coperto di insulti pure da Elon Musk: il magnate lo ha definito «un dittatore» che «si nutre dei cadaveri dei suoi soldati». Poi è arrivata una mano tesa dall’inviato speciale di Washington, con cui l’ex attore si era incontrato a Kiev e che ha riferito di un colloquio «positivo» con un uomo «coraggioso». Alla convention dei conservatori di Washington, Mike Waltz ha assicurato che il comandante in capo, accantonate le sue perplessità, «firmerà l’accordo» per la fine del conflitto. Il consigliere per la sicurezza nazionale ha sottolineato che, senza il numero uno del movimento Maga, non si sarebbe mai arrivati a un punto così avanzato nel dialogo tra i belligeranti: «L’ho sentito dire anche da Putin e Zelensky». Quest’ultimo, intanto, ha dovuto riaprire il confronto con l’alleato sulle terre rare, complicato dalle «condizioni capestro» che Trump vorrebbe imporre: l’Ucraina avrebbe inviato una bozza d’intesa e starebbe «aspettando una risposta americana»; la versione di Waltz è che Zelensky sottoscriverà l’intesa «a brevissimo termine». Sarà per mettergli pressione che il tycoon gli ha tirato addosso altre secchiate di acqua gelata: in un’intervista a Fox radio, ha ribadito di non volerlo coinvolgere nelle trattative. «Se devo essere onesto, non penso sia importante (averlo, ndr) agli incontri. Quando Zelensky ha detto che non è stato invitato all’incontro» è perché «non era una priorità, visto che ha fatto un cattivo lavoro finora nel negoziare». Dopo,The Donald ha aggiunto che i colloqui con Vladimir Putin sono stati «ottimi», mentre non sono stati «così buoni» quelli con la controparte ucraina. Per le sorti del presidente in tuta mimetica è un momento scurissimo. Tanto che Andrzej Duda, il collega polacco, gli ha suggerito di cooperare in maniera «calma e costruttiva» con l’inquilino della Casa Bianca, che fotografa la drammatica situazione sul campo: l’Ucraina, ha rincarato la dose ieri, «non ha alcuna carta in mano». In ogni caso, anche la Russia, benché in vantaggio nel Donbass, è consapevole che dovrà prepararsi a delle concessioni.Sono balenate due ipotesi interessanti. La prima: avvertito dall’intelligence della possibilità che Putin usi la tregua per preparare un’altra micidiale offensiva, The Donald starebbe valutando una clausola in base alla quale una violazione degli accordi da parte russa comporterebbe la rapida ammissione dell’Ucraina nella Nato. Lo zar, dicono nel mentre gli 007 ucraini, vorrebbe dichiarare la vittoria il 24 febbraio, terzo anniversario dell’invasione. La seconda ipotesi: per Reuters, Mosca sarebbe disponibile a impiegare 300 miliardi di dollari di beni sovrani congelati in Europa per riparare i danni di guerra, purché una parte del denaro sia speso per le regioni occupate. Sempre l’agenzia statunitense ha svelato che, al netto dell’accelerazione degli ultimi giorni, il confronto tra delegazioni delle due potenze sarebbe già in corso da subito dopo l’elezione di Trump e gli incontri avrebbero avuto luogo in Svizzera.Nel frattempo, sui negoziati irrompe un convitato di pietra: la Cina. Ieri, a Johannesburg, a margine del Consiglio ministeriale del G20, si è svolto un bilaterale sino-russo tra i rispettivi ministri degli Esteri. Wang Yi ha plaudito all’apertura di «uno spiraglio per la pace» e ha garantito il suo sostegno a «tutti gli sforzi» che possano condurre a un armistizio, «incluso il recente consenso raggiunto tra Stati Uniti e Russia». In realtà, a Pechino temono che il riavvicinamento tra Trump e Putin possa interrompere quel processo che stava portando il Paese dello zar dritto nelle fauci del Dragone. Uno scenario che non ha mai esaltato Mad Vlad, paradossalmente il più «occidentale» degli esponenti dell’élite russa, costretto nondimeno a fare di necessità virtù. Non è un mistero che disarticolare l’asse degli avversari strategici dell’Occidente sia uno degli obiettivi che sta perseguendo il tycoon. Ieri, l’ipotesi è stata esplicitamente evocata dall’autocrate bielorusso, Aljaksandr Lukashenko.Perciò, il rappresentante cinese ha voluto ricordare a Sergej Lavrov la «posizione coerente» della sua nazione sulla crisi ucraina, insistendo sull’importanza del partenariato tra i due Paesi, che «sta avanzando verso un livello più elevato e dimensioni più ampie». Il capo della diplomazia russa è tornato sul rifiuto Usa di qualificare come «aggressore» la Federazione in una risoluzione Onu e ha elogiato il «pragmatismo» americano. Trump, con la Fox, ha sì ammesso che è stata la Russia ad attaccare, ma se l’è presa con la mala gestione di Joe Biden («È molto stupido»).Il tentativo degli orientali di ritagliarsi un ruolo dovrebbe culminare in una imminente conversazione telefonica tra Putin e Xi Jinping. E l’Europa? Sia il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, sia Waltz, hanno rassicurato: non ci saranno diktat a nessuno e con il Vecchio continente ci sono e ci saranno contatti costanti. 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La proposta, che prevede l’erogazione dei fondi «il prima possibile, nel 2025», sarà discussa lunedì nel corso della riunione del consiglio esteri. Un alto funzionario Ue ha comunicato che: «l’Alto rappresentante Kaja Kallas chiederà ai ministri di concentrarsi su due cose: più supporto militare all’Ucraina e come aumentare ulteriormente la pressione sulla Russia». Il piano, aperto anche a partner non Ue, prevede la fornitura di artiglieria di grosso calibro, sistemi di difesa aerea, droni e missili, ma anche il supporto alle truppe ucraine. E si sarebbe già valutata una mossa per aggirare lo scoglio dell’unanimità: una coalizione di Paesi volontari potrebbe dare il via libera al pacchetto. Sul tema della sicurezza, dalla Spagna è arrivata invece la proposta del ministro degli Esteri, José Manuel Albares: bisognerebbe usare «gli attivi russi congelati inutilizzati» per aumentare la spesa di difesa europea. La presa di distanza dell’Ue dalle parole di Trump, secondo cui il presidente ucraino Zelensky è «un dittatore senza elezioni», si conferma tanto nelle dichiarazioni quanto nelle commemorazioni. Il portavoce della Commissione Ue, Anitta Hipper, ha infatti sostenuto: «È molto chiaro chi è l’aggressore qui. La Russia è l’aggressore. La Russia ha iniziato la guerra». E in occasione del terzo anniversario dall’inizio del conflitto, da domenica, la bandiera gialloblù sarà esposta assieme a quella dell’Ue al di fuori delle sedi del Parlamento europeo. Anche la Germania ha reagito duramente alle parole del tycoon, con il portavoce del governo, Steffen Hebestreit, che ha avvisato: «Non sosterremo mai una pace diktat». Mentre il candidato cancelliere della Cdu, Friedrich Merz, si è detto sotto choc per le dichiarazioni di Trump, parlando di un «capovolgimento carnefice vittima», il cancelliere in carica, Olaf Scholz, ha telefonato a Zelensky, per parlare di «pace giusta» e di strumenti per raggiungerla. Nonostante l’Ue sia disposta a sostenere Kiev anche qualora rifiutasse un accordo svantaggioso, da Washington sono arrivate ieri alcune rassicurazioni. Secondo il New York Times, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha voluto precisare ad alcuni diplomatici europei che gli Usa non intendono imporre all’Ucraina un accordo di pace con Mosca. Rubio, spiegando agli alleati la riunione a Riad con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, pur riconoscendo che forse nel disegno di Mosca ci sia l’indebolimento della già fragile unità del fronte occidentale, ha affermato che l’incontro è stato «un test per determinare se il Cremlino sia serio sulla possibilità di raggiungere un accordo». Sul fatto che gli Stati Uniti non stiano isolando l’Europa dalle trattative si è esposto anche il consigliere per la sicurezza nazionale, Mike Waltz, che ha sottolineato: «Il presidente ha parlato con Macron due volte la settimana scorsa, il quale lunedì sarà qui», aggiungendo: «Il primo ministro britannico verrà qui giovedì prossimo. Stiamo coinvolgendo tutti i nostri alleati europei». E la conferma arriverebbe anche dall’annuncio dell’incontro tra Trump e il presidente polacco, Andrzej Duda, che si terrà oggi a Washington.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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