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2022-01-21
Sgominata una centrale di scafisti: ci ha portato più di 1.100 clandestini
(Ansa)
«Giuro, fratello, non ti consiglio il tragitto terrestre, perché è lungo e attraversi la Bosnia. Via terrestre una persona può essere presa. Al contrario, via mare, tu sali e dici che stai venendo dalla Grecia, ok?». L’esperto che consigliava le traversate su un comodo veliero per la rotta turca era Majid Muhamad, 52 anni, iracheno residente a Bari. Poteva contare su un manipolo di scafisti trafficanti di esseri umani pronti a tutto pur di portare a termine il viaggio verso le coste del Salento. È uno dei quattro boss arrestati dalla Guardia di finanza nell’operazione che la Procura di Lecce ha ribattezzato «Astrolabio» e che ha svelato la rete dei signori della tratta: 52 indagati e 47 arrestati tra Italia (22) e Albania (25) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Chi voleva raggiungere le coste italiane doveva sborsare tra i 6.000 e i 10.000 dollari a passeggero. Viaggio all inclusive. E di persone i traghettatori del male che sfruttavano l’emergenza per arricchirsi, sapendo di trovare in Italia un porto sicuro, ne hanno scaricate almeno 1.120 nel periodo monitorato dagli investigatori. Si tratta di almeno 30 viaggi in un anno. Dei quali, stimano in Procura, almeno il 60 per cento organizzati da Alaa Qasim Rahima, 38 anni, iracheno pure lui. È il secondo boss dello squadrone degli armatori: abita a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia e lo chiamano «Abu al Hawl», ovvero la Sfinge. Ma per la sua influenza, nelle chiacchierate intercettate, i suoi gregari consigliano di presentarsi al suo cospetto appellandolo come il «Re dell’Italia». È un richiedente asilo che fino al momento dell’arresto viveva in una casa di accoglienza a Fossalta di Piave insieme al fratello Omar Qasim Rahima detto «Abu Azzam», finito pure lui in manette. Il terzo uomo è Sultan Ahmed, 23 anni, siriano. Era lui, stando alle accuse, a gestire i viaggi dall’hub albanese, il secondo per importanza. Perché il vero centro di smistamento era in Turchia. E a gestirlo c’era Awat Abdalrahman Rahim Rahim, 47 anni, pure lui iracheno. Oltre a essere il più sfuggente dei quattro, è forse anche il più influente.
La cricca, a sbarco effettuato, assicurava anche il viaggio verso il Nord Italia e, se richiesto, verso altri Paesi europei. Gli investigatori hanno beccato uno degli indagati, Mohamed Hajourmar, affermare a telefono con un cliente che «per l’Austria, per la Germania e per l’Olanda» era possibile, «con tutto il cuore». Per non chiamarsi scafista diceva di essere «lo skipper» di uno dei velieri.
I gruppi italiani erano due: quello veneziano e quello barese: il primo aveva il compito di trasferire in Italia e in Europa i clandestini arabo-siriani; quello barese, invece, recuperava gli scafisti sulla costa consentendo loro di aggirare le forze dell’ordine. Ma anche se la rotta via mare era quella preferita, veniva offerta anche l’opportunità di affrontare quella balcanica: dalla Turchia alla Bulgaria, passando per la Serbia, fino alla Romania. E da lì, in un altro centro di smistamento, si prendeva il bus per la destinazione finale. Una fittissima rete di contatti permetteva di godere di una certa protezione dai controlli, per ogni tappa del viaggio. E in caso di emergenza, se le cose in mare si mettevano male, c’era Hajoumar pronto a risolvere il problema, come proverebbe questa conversazione: «Tu mi hai mandato una posizione alle 2 di notte [...] l’unico che puoi chiamare è la Guardia costiera [...] si dovrebbe contattare tramite la Croce rossa e io ho chiamato l’avvocato, l’ho svegliata dicendo che c’è una nave che affonda e lei ha chiamato la Croce rossa... comunicheranno alla Guardia costiera... mi spiego... io ho fatto quello che posso e speriamo che tutto vada bene». Poco dopo arrivano le prime rassicuranti notizie. Uno dei viaggiatori comunica: «Bene... adesso con la Guardia costiera e poi andiamo verso i confini». Ma il viaggiatore è preoccupato. E chiede: «Non ci fanno niente? Come funziona? Passiamo dalla quarantena». L’uomo dell’organizzazione a telefono è cauto e taglia corto: «Appena arrivi mandami la tua posizione [...] non c’è problema, anche dalla quarantena mi mandi la posizione e io vengo da te». La risposta: «D’accordo, se Dio vuole».
Ma le cautele non venivano applicate solo durante le telefonate. Anche i pagamenti venivano schermati. L’organizzazione chiedeva agli immigrati di utilizzare il metodo Sarafi, un sistema bancario abusivo di trasferimento di valori in stile hawala, ovvero basato su una vasta rete di mediatori di fiducia. I soldi venivano depositati in agenzie estere e poi diventavano irrintracciabili pur non muovendosi da lì. Gli scafisti, poi, sapevano da chi ritirarli.
In manette duo di rapper-rapinatori
I rapper Zaccaria Mouhub, in arte Baby Gang, e Amine Ez Zaaraoui, alias Neima Ezza, entrambi ventenni, avevano trasformato alcuni quartieri di Milano e di Vignate in piccoli Bronx. Le loro azioni da arancia meccanica con finalità di rapina ora sono ricostruite in quattro capi d’imputazione che il gip del Tribunale di Milano Manuela Scudieri gli contesta nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale, su richiesta del pm Leonardo Lesti, li ha privati della libertà. Ieri sono stati arrestati, insieme a un terzo ragazzo di 18 anni, dalla polizia di Stato.
Il provvedimento dispone la misura cautelare in carcere per Baby Gang e ai domiciliari per Neima Ezza e per il terzo ragazzo. I tre avrebbero organizzato «rapine in gruppo», è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, «facendosi forti della forza intimidatrice». Inoltre vengono indicati come «soggetti» abituati a compiere «reati contro il patrimonio» e che hanno una «particolare spregiudicatezza, sintomo di una concreta pericolosità sociale». Stando alla ricostruzione degli investigatori, i tre avrebbero avvicinato le vittime «forti della superiorità numerica» e dietro minacce si sarebbero fatti consegnare denaro, gioielli e altri effetti personali. In tre casi le giovani vittime sono state anche prese a pugni e schiaffeggiate. Come sotto le Colonne di San Lorenzo e in piazza Vetra.
A luglio, invece, a Vignate, uno degli indagati si sarebbe presentato armato. Dopo aver avvicinato due giovani, gli avrebbero portato via denaro, auricolari e le chiavi dell’auto per fare in modo di non essere seguiti. Ma gli investigatori sono a lavoro anche su altri casi denunciati, che presenterebbero tutti le stesse modalità, per verificare se i due rapper e il loro amico non abbiano messo a segno ulteriori colpi.
D’altra parte, Baby Gang ha rimediato pure una sfilza di fogli di via: a Lecco, a Milano, a Cattolica, a Misano Adriatico, a Riccione, a Rimini e a Bellaria Igea Marina.
La Questura di Sondrio aveva chiesto perfino l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale per due anni, ricostruendo un bel po’ di bravate. A partire dall’uso della «sua influenza per promuovere in zone aperte al pubblico delle riunioni non autorizzate che sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine». Il 10 aprile 2021, infatti, a Milano, per la registrazione di un videoclip musicale con Neima Ezza avrebbe radunato «circa 300 giovani» nella zona di San Siro. La registrazione si concluse con un lancio di oggetti contro le forze dell’ordine.
Ma nel lungo curriculum Baby Gang si porterebbe dietro, tra il 2020 e il 2021, una serie di denunce anche per altri reati: diffamazione e violazione della proprietà intellettuale, istigazione a delinquere, porto abusivo di armi, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni e delle forze armate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
E mentre Neima Ezza nell’ordinanza del gip viene indicato come uno con «la personalità di chi assume un ruolo di comando nel gruppo», Baby Gang presenterebbe un «profilo di pericolosità sociale». Caratteristiche che gli sono costate care.
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Una cinquantina di arresti tra Italia e Albania, smantellato un clan che aveva in un richiedente asilo in Veneto una delle menti. Due rotte: dalla Turchia via mare o lungo i Balcani su terra. E le istruzioni in caso di naufragio. Baby Gang e Neima Ezza, nome d’arte di una coppia di italo-nordafricani, rubavano gioielli ai ragazzini a Milano. Il primo era già stato sottoposto a sorveglianza speciale.Lo speciale contiene due articoli.«Giuro, fratello, non ti consiglio il tragitto terrestre, perché è lungo e attraversi la Bosnia. Via terrestre una persona può essere presa. Al contrario, via mare, tu sali e dici che stai venendo dalla Grecia, ok?». L’esperto che consigliava le traversate su un comodo veliero per la rotta turca era Majid Muhamad, 52 anni, iracheno residente a Bari. Poteva contare su un manipolo di scafisti trafficanti di esseri umani pronti a tutto pur di portare a termine il viaggio verso le coste del Salento. È uno dei quattro boss arrestati dalla Guardia di finanza nell’operazione che la Procura di Lecce ha ribattezzato «Astrolabio» e che ha svelato la rete dei signori della tratta: 52 indagati e 47 arrestati tra Italia (22) e Albania (25) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Chi voleva raggiungere le coste italiane doveva sborsare tra i 6.000 e i 10.000 dollari a passeggero. Viaggio all inclusive. E di persone i traghettatori del male che sfruttavano l’emergenza per arricchirsi, sapendo di trovare in Italia un porto sicuro, ne hanno scaricate almeno 1.120 nel periodo monitorato dagli investigatori. Si tratta di almeno 30 viaggi in un anno. Dei quali, stimano in Procura, almeno il 60 per cento organizzati da Alaa Qasim Rahima, 38 anni, iracheno pure lui. È il secondo boss dello squadrone degli armatori: abita a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia e lo chiamano «Abu al Hawl», ovvero la Sfinge. Ma per la sua influenza, nelle chiacchierate intercettate, i suoi gregari consigliano di presentarsi al suo cospetto appellandolo come il «Re dell’Italia». È un richiedente asilo che fino al momento dell’arresto viveva in una casa di accoglienza a Fossalta di Piave insieme al fratello Omar Qasim Rahima detto «Abu Azzam», finito pure lui in manette. Il terzo uomo è Sultan Ahmed, 23 anni, siriano. Era lui, stando alle accuse, a gestire i viaggi dall’hub albanese, il secondo per importanza. Perché il vero centro di smistamento era in Turchia. E a gestirlo c’era Awat Abdalrahman Rahim Rahim, 47 anni, pure lui iracheno. Oltre a essere il più sfuggente dei quattro, è forse anche il più influente. La cricca, a sbarco effettuato, assicurava anche il viaggio verso il Nord Italia e, se richiesto, verso altri Paesi europei. Gli investigatori hanno beccato uno degli indagati, Mohamed Hajourmar, affermare a telefono con un cliente che «per l’Austria, per la Germania e per l’Olanda» era possibile, «con tutto il cuore». Per non chiamarsi scafista diceva di essere «lo skipper» di uno dei velieri. I gruppi italiani erano due: quello veneziano e quello barese: il primo aveva il compito di trasferire in Italia e in Europa i clandestini arabo-siriani; quello barese, invece, recuperava gli scafisti sulla costa consentendo loro di aggirare le forze dell’ordine. Ma anche se la rotta via mare era quella preferita, veniva offerta anche l’opportunità di affrontare quella balcanica: dalla Turchia alla Bulgaria, passando per la Serbia, fino alla Romania. E da lì, in un altro centro di smistamento, si prendeva il bus per la destinazione finale. Una fittissima rete di contatti permetteva di godere di una certa protezione dai controlli, per ogni tappa del viaggio. E in caso di emergenza, se le cose in mare si mettevano male, c’era Hajoumar pronto a risolvere il problema, come proverebbe questa conversazione: «Tu mi hai mandato una posizione alle 2 di notte [...] l’unico che puoi chiamare è la Guardia costiera [...] si dovrebbe contattare tramite la Croce rossa e io ho chiamato l’avvocato, l’ho svegliata dicendo che c’è una nave che affonda e lei ha chiamato la Croce rossa... comunicheranno alla Guardia costiera... mi spiego... io ho fatto quello che posso e speriamo che tutto vada bene». Poco dopo arrivano le prime rassicuranti notizie. Uno dei viaggiatori comunica: «Bene... adesso con la Guardia costiera e poi andiamo verso i confini». Ma il viaggiatore è preoccupato. E chiede: «Non ci fanno niente? Come funziona? Passiamo dalla quarantena». L’uomo dell’organizzazione a telefono è cauto e taglia corto: «Appena arrivi mandami la tua posizione [...] non c’è problema, anche dalla quarantena mi mandi la posizione e io vengo da te». La risposta: «D’accordo, se Dio vuole».Ma le cautele non venivano applicate solo durante le telefonate. Anche i pagamenti venivano schermati. L’organizzazione chiedeva agli immigrati di utilizzare il metodo Sarafi, un sistema bancario abusivo di trasferimento di valori in stile hawala, ovvero basato su una vasta rete di mediatori di fiducia. I soldi venivano depositati in agenzie estere e poi diventavano irrintracciabili pur non muovendosi da lì. 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Ieri sono stati arrestati, insieme a un terzo ragazzo di 18 anni, dalla polizia di Stato. Il provvedimento dispone la misura cautelare in carcere per Baby Gang e ai domiciliari per Neima Ezza e per il terzo ragazzo. I tre avrebbero organizzato «rapine in gruppo», è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, «facendosi forti della forza intimidatrice». Inoltre vengono indicati come «soggetti» abituati a compiere «reati contro il patrimonio» e che hanno una «particolare spregiudicatezza, sintomo di una concreta pericolosità sociale». Stando alla ricostruzione degli investigatori, i tre avrebbero avvicinato le vittime «forti della superiorità numerica» e dietro minacce si sarebbero fatti consegnare denaro, gioielli e altri effetti personali. In tre casi le giovani vittime sono state anche prese a pugni e schiaffeggiate. Come sotto le Colonne di San Lorenzo e in piazza Vetra. A luglio, invece, a Vignate, uno degli indagati si sarebbe presentato armato. Dopo aver avvicinato due giovani, gli avrebbero portato via denaro, auricolari e le chiavi dell’auto per fare in modo di non essere seguiti. Ma gli investigatori sono a lavoro anche su altri casi denunciati, che presenterebbero tutti le stesse modalità, per verificare se i due rapper e il loro amico non abbiano messo a segno ulteriori colpi. D’altra parte, Baby Gang ha rimediato pure una sfilza di fogli di via: a Lecco, a Milano, a Cattolica, a Misano Adriatico, a Riccione, a Rimini e a Bellaria Igea Marina. La Questura di Sondrio aveva chiesto perfino l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale per due anni, ricostruendo un bel po’ di bravate. A partire dall’uso della «sua influenza per promuovere in zone aperte al pubblico delle riunioni non autorizzate che sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine». Il 10 aprile 2021, infatti, a Milano, per la registrazione di un videoclip musicale con Neima Ezza avrebbe radunato «circa 300 giovani» nella zona di San Siro. La registrazione si concluse con un lancio di oggetti contro le forze dell’ordine. Ma nel lungo curriculum Baby Gang si porterebbe dietro, tra il 2020 e il 2021, una serie di denunce anche per altri reati: diffamazione e violazione della proprietà intellettuale, istigazione a delinquere, porto abusivo di armi, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni e delle forze armate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. E mentre Neima Ezza nell’ordinanza del gip viene indicato come uno con «la personalità di chi assume un ruolo di comando nel gruppo», Baby Gang presenterebbe un «profilo di pericolosità sociale». Caratteristiche che gli sono costate care.
Getty Images
Ogni volta che un’area del mondo si infiamma, Bitcoin si ripresenta come l’oro dei tempi moderni, ma senza miniere, senza cave e soprattutto senza bandiere. Non è una valuta, non è un asset rifugio tradizionale, non è nemmeno più una ribellione: è un riflesso del mercato quando la politica decide di alzare la voce. Subito dietro, con passo più lento ma con la solennità di chi sa di essere eterno, arriva l’oro. Che in realtà non arriva: c’era già. L’oro viaggia sui massimi, attorno ai 4.500 dollari l’oncia, e guarda il mondo con l’aria di chi ha già visto imperi cadere, presidenti rovesciati e guerre annunciate come «interventi chirurgici». Gli acquisti sono previsti, attesi, quasi scontati. Perché quando la geopolitica tossisce, l’oro non si ammala: ingrassa. E poi c’è il petrolio, che in queste storie gioca sempre una doppia partita. Nel breve periodo, il copione è noto: tensioni, rischio geopolitico, qualche spunto rialzista. Basta evocare il Venezuela, basta ricordare che lì sotto la terra ci sono le maggiori riserve di greggio del pianeta, per far tremare le quotazioni. Ma attenzione, perché sul lungo periodo il film potrebbe ribaltarsi. Se davvero il petrolio venezuelano dovesse tornare sul mercato in modo strutturale, con volumi significativi, l’effetto potrebbe essere l’opposto: più offerta, più concorrenza, prezzi sotto pressione. Insomma, oggi il petrolio sale per paura, domani potrebbe scendere per abbondanza. È la schizofrenia tipica delle materie prime quando la politica internazionale decide di rimettere mano alla mappa.
Nel frattempo, mentre Bitcoin corre, l’oro brilla e il petrolio tentenna, c’è un settore che ringrazia in silenzio e incassa. È quello della difesa. Perché ogni volta che il mondo si complica, qualcuno deve pur vendere ordine, sicurezza, deterrenza. E possibilmente fatturare. Titoli come Leonardo, Rheinmetall o Fincantieri sono i veri beneficiari di questa confusione globale. Non perché amino la guerra - almeno ufficialmente - ma perché prosperano nella sua possibilità permanente. Non serve il conflitto aperto: basta l’idea, l’ipotesi, il rischio. È il paradosso dei mercati moderni: più cresce l’instabilità, più aumenta il valore di chi promette stabilità armata. Le borse lo sanno, gli investitori anche. E così, mentre i comunicati ufficiali parlano di «preoccupazione» e «monitoraggio della situazione», i listini fanno esattamente l’opposto: scelgono, puntano, scommettono. Alla fine, il blitz Usa su Maduro è l’ennesimo promemoria di una verità scomoda: la geopolitica non è solo diplomazia e carri armati, è anche un gigantesco market mover. E i mercati, come sempre, non giudicano. Reagiscono. Con cinismo, con rapidità, con memoria corta. Oggi Bitcoin, oro e difesa. Domani chissà. Ma una cosa è certa: quando la storia accelera, la finanza non resta mai ferma a guardare. Anzi, corre. E spesso arriva prima.
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Xi Jinping (Ansa)
La cattura del leader bolivariano ha innescato una raffica di reazioni internazionali, mettendo in luce una frattura geopolitica profonda. La Cina ha condannato «fermamente» l’operazione militare statunitense, definendola una palese violazione del diritto internazionale. In una nota ufficiale, il ministero degli Esteri di Pechino ha parlato di «uso egemonico della forza contro uno Stato sovrano», sostenendo che l’azione «lede gravemente la sovranità del Venezuela e minaccia la pace e la sicurezza in America Latina e nei Caraibi». Sulla stessa linea si è collocata la Russia. Il ministro degli Esteri, Sergey Lavrov, ha espresso «ferma solidarietà al popolo venezuelano di fronte all’aggressione armata» durante un colloquio con la vicepresidente Delcy Rodríguez, ribadendo il sostegno di Mosca al governo bolivariano. Nelle ore successive, il ministero degli Esteri russo ha chiesto agli Stati Uniti di liberare il presidente venezuelano, definito «legittimamente eletto», e sua moglie, invocando una soluzione «attraverso il dialogo e non con l’uso della forza». Il ministero degli Esteri iraniano ha invece dichiarato che l’attacco degli Stati Uniti contro il Venezuela «viola la Carta delle Nazioni Unite e il diritto internazionale». Preoccupazione è stata espressa anche dalle Nazioni Unite. Il segretario generale, Antonio Guterres, tramite il suo portavoce, ha parlato di «mancato rispetto del diritto internazionale» e di un «pericoloso precedente», invitando tutte le parti a impegnarsi in un dialogo inclusivo nel rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto.
In America Latina le reazioni sono state in larga parte critiche verso Washington. Il Messico ha denunciato l’intervento militare come una minaccia alla stabilità regionale, mentre il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, ha definito la cattura di Maduro «inaccettabile» e un «precedente pericoloso», evocando «i peggiori momenti di interferenza nella storia dell’America Latina». Particolare attenzione arriva dalla Colombia, direttamente esposta agli effetti della crisi. Il presidente Gustavo Petro ha annunciato il dispiegamento dell’esercito lungo la frontiera, spiegando che «se si dispiega la forza pubblica alla frontiera, si dispiega anche tutta la forza assistenziale nel caso di un ingresso massiccio di rifugiati». Petro ha aggiunto che «l’ambasciata della Colombia in Venezuela è attiva per le chiamate di assistenza dei colombiani presenti nel Paese».
A schierarsi apertamente a fianco di Caracas è stata anche Cuba, storico alleato regionale del chavismo che senza il supporto di Caracas rischia di crollare in pochi mesi. Il ministro degli Esteri dell’Avana, Bruno Rodríguez, ha condannato l’azione militare statunitense definendola un «attacco criminale» e sollecitando una risposta «urgente» della comunità internazionale. In un messaggio pubblicato su X, Rodríguez ha affermato che Cuba «denuncia e chiede un’immediata risposta internazionale contro l’aggressione degli Stati Uniti al Venezuela», sostenendo che la «Zona di pace» dell’America Latina e dei Caraibi sia stata «brutalmente assaltata». Il capo della diplomazia cubana ha parlato di «terrorismo di Stato» contro il «coraggioso popolo venezuelano» e contro la «Nostra America», concludendo il messaggio con lo slogan «Patria o Morte, vinceremo!». Di segno opposto la posizione dell’Argentina. Il presidente Javier Milei ha salutato la cattura di Maduro scrivendo sui social: «La libertà avanza» e rilanciando il suo slogan: «Viva la libertad, carajo!».
Più prudente il Regno Unito. Il primo ministro, Keir Starmer, ha assicurato che Londra «non ha avuto alcun ruolo» nell’operazione e ha ribadito l’importanza di «rispettare il diritto internazionale». Israele ha salutato con soddisfazione, parlando di Donald Trump come «leader mondo libero».
Sul fronte europeo, la Spagna ha lanciato «un appello alla de-escalation e alla moderazione», offrendo i «buoni uffici» di Madrid per una soluzione pacifica, mentre la Germania segue la situazione «con grande preoccupazione». Emmanuel Macron si è detto «soddisfatto» della cacciata del caudillo e ha invitato a una «transizione pacifica» e «democratica».
Al termine di una giornata convulsa il leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel, María Corina Machado, ha annunciato che «è giunto il tempo della libertà» e si è detta pronta ad assumere la guida del Paese. «Riporterò ordine e democrazia, libererò tutti i prigionieri politici», ha dichiarato. Machado ha quindi rivolto un appello diretto ai cittadini, sottolineando che «questo è il momento di chi ha rischiato tutto per la democrazia il 28 luglio», e ribadendo la legittimità del risultato elettorale. «Abbiamo eletto Edmundo González Urrutia come legittimo presidente del Venezuela», ha affermato, «ed egli deve assumere immediatamente il suo mandato costituzionale ed essere riconosciuto da tutti gli ufficiali e i soldati come comandante in capo delle Forze armate nazionali».
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Arriva la Befana e dicono che si porta via tutte le feste, ma non è così: se in cucina siete attenti e precisi potete prolungare il godimento del buon cibo all’infinito. Magari approfittando di ciò che resta nel forno tanto per scimmiottare un film capolavoro di James Ivory. Così dopo avervi fatto gli auguri per un 2026 ottimo di sapore e di prospettive abbiamo pensato a una ricetta di riuso che scimmiotta un grande classico (per nulla facile da fare al contrario della nostra preparazione): il filetto alla Wellington. Al posto del filetto un cotechino e al posto dei funghi le lenticchie e il gioco è fatto.
Ingredienti – Un cotechino precotto di circa 400 gr; 200 gr di lenticchie, prendete quelle che non hanno bisogno di ammollo; una confezione di pasta brisé; 100 gr di prosciutto crudo (meglio se Parma o San Daniele che sono più dolci) affettato non troppo sottilmente; un uovo; uno scalogno,; due foglie di alloro e due di salvia; sei cucchiai di olio extravergine di oliva; sale qb.
Procedimento – In due pentole separate mettete a bollire il cotechino senza estrarlo dalla busta di confezionamento e le lenticchie con le foglie di alloro, di slava e lo scalogno che averte opportunamente mondato. Il tempo di cottura è uguale: circa 20 minuti. Trascorso il tempo, aprite il cotechino e fatelo raffreddare in un piatto, scolate le lenticchie: togliete solo le foglie di alloro e frullate tre quarti delle lenticchie col mixer condendo con quattro cucchiai di olio extravergine e aggiustando di sale. Se frullate le lenticchie ancora calde l’operazione sarà più facile. Ora stendete la pasta brisé su una placca da forno conservando la carta forno, stendete sulla pasta le fette di prosciutto e su una metà circa del disco sopra al prosciutto stendete il paté di lenticchie. Poggiate a tre quarti del disco di pasta il cotechino e avvolgetelo avendo cura che lenticchie e prosciutto aderiscano bene alla superficie del cotechino. Sigillate bene il rotolo. Sbattete l’uovo. Con un coltellino fate delle incisioni in diagonale (a formare una specie di reticolo) sulla parte superiore del rotolo e pennellatelo tutto con l’uovo sbattuto. Andate inforno a 180/190° per una ventina di minuti. Sfornate e portate in tavola con contorno delle altre lenticchie condite con l’extravergine rimasto, il sale e se volete con qualche goccia di aceto balsamico tradizionale di Modena e Reggio.
Come far divertire i bambini – Fate guarnire ai piccoli la pasta brisé con il prosciutto e il paté di lenticchie.
Abbinamenti – Noi abbiamo scelto un Bolgheri Doc uvaggio bordolese di Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon, Merlot e Petit Verdot, ne trovate di ottimi anche in Alto Adige e in Veneto. In alternativa vanno benissimo un ottimo Lambrusco o una Bonarda frizzante dell’Oltrepò.
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