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2022-01-21
Sgominata una centrale di scafisti: ci ha portato più di 1.100 clandestini
(Ansa)
«Giuro, fratello, non ti consiglio il tragitto terrestre, perché è lungo e attraversi la Bosnia. Via terrestre una persona può essere presa. Al contrario, via mare, tu sali e dici che stai venendo dalla Grecia, ok?». L’esperto che consigliava le traversate su un comodo veliero per la rotta turca era Majid Muhamad, 52 anni, iracheno residente a Bari. Poteva contare su un manipolo di scafisti trafficanti di esseri umani pronti a tutto pur di portare a termine il viaggio verso le coste del Salento. È uno dei quattro boss arrestati dalla Guardia di finanza nell’operazione che la Procura di Lecce ha ribattezzato «Astrolabio» e che ha svelato la rete dei signori della tratta: 52 indagati e 47 arrestati tra Italia (22) e Albania (25) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.
Chi voleva raggiungere le coste italiane doveva sborsare tra i 6.000 e i 10.000 dollari a passeggero. Viaggio all inclusive. E di persone i traghettatori del male che sfruttavano l’emergenza per arricchirsi, sapendo di trovare in Italia un porto sicuro, ne hanno scaricate almeno 1.120 nel periodo monitorato dagli investigatori. Si tratta di almeno 30 viaggi in un anno. Dei quali, stimano in Procura, almeno il 60 per cento organizzati da Alaa Qasim Rahima, 38 anni, iracheno pure lui. È il secondo boss dello squadrone degli armatori: abita a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia e lo chiamano «Abu al Hawl», ovvero la Sfinge. Ma per la sua influenza, nelle chiacchierate intercettate, i suoi gregari consigliano di presentarsi al suo cospetto appellandolo come il «Re dell’Italia». È un richiedente asilo che fino al momento dell’arresto viveva in una casa di accoglienza a Fossalta di Piave insieme al fratello Omar Qasim Rahima detto «Abu Azzam», finito pure lui in manette. Il terzo uomo è Sultan Ahmed, 23 anni, siriano. Era lui, stando alle accuse, a gestire i viaggi dall’hub albanese, il secondo per importanza. Perché il vero centro di smistamento era in Turchia. E a gestirlo c’era Awat Abdalrahman Rahim Rahim, 47 anni, pure lui iracheno. Oltre a essere il più sfuggente dei quattro, è forse anche il più influente.
La cricca, a sbarco effettuato, assicurava anche il viaggio verso il Nord Italia e, se richiesto, verso altri Paesi europei. Gli investigatori hanno beccato uno degli indagati, Mohamed Hajourmar, affermare a telefono con un cliente che «per l’Austria, per la Germania e per l’Olanda» era possibile, «con tutto il cuore». Per non chiamarsi scafista diceva di essere «lo skipper» di uno dei velieri.
I gruppi italiani erano due: quello veneziano e quello barese: il primo aveva il compito di trasferire in Italia e in Europa i clandestini arabo-siriani; quello barese, invece, recuperava gli scafisti sulla costa consentendo loro di aggirare le forze dell’ordine. Ma anche se la rotta via mare era quella preferita, veniva offerta anche l’opportunità di affrontare quella balcanica: dalla Turchia alla Bulgaria, passando per la Serbia, fino alla Romania. E da lì, in un altro centro di smistamento, si prendeva il bus per la destinazione finale. Una fittissima rete di contatti permetteva di godere di una certa protezione dai controlli, per ogni tappa del viaggio. E in caso di emergenza, se le cose in mare si mettevano male, c’era Hajoumar pronto a risolvere il problema, come proverebbe questa conversazione: «Tu mi hai mandato una posizione alle 2 di notte [...] l’unico che puoi chiamare è la Guardia costiera [...] si dovrebbe contattare tramite la Croce rossa e io ho chiamato l’avvocato, l’ho svegliata dicendo che c’è una nave che affonda e lei ha chiamato la Croce rossa... comunicheranno alla Guardia costiera... mi spiego... io ho fatto quello che posso e speriamo che tutto vada bene». Poco dopo arrivano le prime rassicuranti notizie. Uno dei viaggiatori comunica: «Bene... adesso con la Guardia costiera e poi andiamo verso i confini». Ma il viaggiatore è preoccupato. E chiede: «Non ci fanno niente? Come funziona? Passiamo dalla quarantena». L’uomo dell’organizzazione a telefono è cauto e taglia corto: «Appena arrivi mandami la tua posizione [...] non c’è problema, anche dalla quarantena mi mandi la posizione e io vengo da te». La risposta: «D’accordo, se Dio vuole».
Ma le cautele non venivano applicate solo durante le telefonate. Anche i pagamenti venivano schermati. L’organizzazione chiedeva agli immigrati di utilizzare il metodo Sarafi, un sistema bancario abusivo di trasferimento di valori in stile hawala, ovvero basato su una vasta rete di mediatori di fiducia. I soldi venivano depositati in agenzie estere e poi diventavano irrintracciabili pur non muovendosi da lì. Gli scafisti, poi, sapevano da chi ritirarli.
In manette duo di rapper-rapinatori
I rapper Zaccaria Mouhub, in arte Baby Gang, e Amine Ez Zaaraoui, alias Neima Ezza, entrambi ventenni, avevano trasformato alcuni quartieri di Milano e di Vignate in piccoli Bronx. Le loro azioni da arancia meccanica con finalità di rapina ora sono ricostruite in quattro capi d’imputazione che il gip del Tribunale di Milano Manuela Scudieri gli contesta nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale, su richiesta del pm Leonardo Lesti, li ha privati della libertà. Ieri sono stati arrestati, insieme a un terzo ragazzo di 18 anni, dalla polizia di Stato.
Il provvedimento dispone la misura cautelare in carcere per Baby Gang e ai domiciliari per Neima Ezza e per il terzo ragazzo. I tre avrebbero organizzato «rapine in gruppo», è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, «facendosi forti della forza intimidatrice». Inoltre vengono indicati come «soggetti» abituati a compiere «reati contro il patrimonio» e che hanno una «particolare spregiudicatezza, sintomo di una concreta pericolosità sociale». Stando alla ricostruzione degli investigatori, i tre avrebbero avvicinato le vittime «forti della superiorità numerica» e dietro minacce si sarebbero fatti consegnare denaro, gioielli e altri effetti personali. In tre casi le giovani vittime sono state anche prese a pugni e schiaffeggiate. Come sotto le Colonne di San Lorenzo e in piazza Vetra.
A luglio, invece, a Vignate, uno degli indagati si sarebbe presentato armato. Dopo aver avvicinato due giovani, gli avrebbero portato via denaro, auricolari e le chiavi dell’auto per fare in modo di non essere seguiti. Ma gli investigatori sono a lavoro anche su altri casi denunciati, che presenterebbero tutti le stesse modalità, per verificare se i due rapper e il loro amico non abbiano messo a segno ulteriori colpi.
D’altra parte, Baby Gang ha rimediato pure una sfilza di fogli di via: a Lecco, a Milano, a Cattolica, a Misano Adriatico, a Riccione, a Rimini e a Bellaria Igea Marina.
La Questura di Sondrio aveva chiesto perfino l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale per due anni, ricostruendo un bel po’ di bravate. A partire dall’uso della «sua influenza per promuovere in zone aperte al pubblico delle riunioni non autorizzate che sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine». Il 10 aprile 2021, infatti, a Milano, per la registrazione di un videoclip musicale con Neima Ezza avrebbe radunato «circa 300 giovani» nella zona di San Siro. La registrazione si concluse con un lancio di oggetti contro le forze dell’ordine.
Ma nel lungo curriculum Baby Gang si porterebbe dietro, tra il 2020 e il 2021, una serie di denunce anche per altri reati: diffamazione e violazione della proprietà intellettuale, istigazione a delinquere, porto abusivo di armi, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni e delle forze armate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale.
E mentre Neima Ezza nell’ordinanza del gip viene indicato come uno con «la personalità di chi assume un ruolo di comando nel gruppo», Baby Gang presenterebbe un «profilo di pericolosità sociale». Caratteristiche che gli sono costate care.
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Una cinquantina di arresti tra Italia e Albania, smantellato un clan che aveva in un richiedente asilo in Veneto una delle menti. Due rotte: dalla Turchia via mare o lungo i Balcani su terra. E le istruzioni in caso di naufragio. Baby Gang e Neima Ezza, nome d’arte di una coppia di italo-nordafricani, rubavano gioielli ai ragazzini a Milano. Il primo era già stato sottoposto a sorveglianza speciale.Lo speciale contiene due articoli.«Giuro, fratello, non ti consiglio il tragitto terrestre, perché è lungo e attraversi la Bosnia. Via terrestre una persona può essere presa. Al contrario, via mare, tu sali e dici che stai venendo dalla Grecia, ok?». L’esperto che consigliava le traversate su un comodo veliero per la rotta turca era Majid Muhamad, 52 anni, iracheno residente a Bari. Poteva contare su un manipolo di scafisti trafficanti di esseri umani pronti a tutto pur di portare a termine il viaggio verso le coste del Salento. È uno dei quattro boss arrestati dalla Guardia di finanza nell’operazione che la Procura di Lecce ha ribattezzato «Astrolabio» e che ha svelato la rete dei signori della tratta: 52 indagati e 47 arrestati tra Italia (22) e Albania (25) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Chi voleva raggiungere le coste italiane doveva sborsare tra i 6.000 e i 10.000 dollari a passeggero. Viaggio all inclusive. E di persone i traghettatori del male che sfruttavano l’emergenza per arricchirsi, sapendo di trovare in Italia un porto sicuro, ne hanno scaricate almeno 1.120 nel periodo monitorato dagli investigatori. Si tratta di almeno 30 viaggi in un anno. Dei quali, stimano in Procura, almeno il 60 per cento organizzati da Alaa Qasim Rahima, 38 anni, iracheno pure lui. È il secondo boss dello squadrone degli armatori: abita a Fossalta di Piave, in provincia di Venezia e lo chiamano «Abu al Hawl», ovvero la Sfinge. Ma per la sua influenza, nelle chiacchierate intercettate, i suoi gregari consigliano di presentarsi al suo cospetto appellandolo come il «Re dell’Italia». È un richiedente asilo che fino al momento dell’arresto viveva in una casa di accoglienza a Fossalta di Piave insieme al fratello Omar Qasim Rahima detto «Abu Azzam», finito pure lui in manette. Il terzo uomo è Sultan Ahmed, 23 anni, siriano. Era lui, stando alle accuse, a gestire i viaggi dall’hub albanese, il secondo per importanza. Perché il vero centro di smistamento era in Turchia. E a gestirlo c’era Awat Abdalrahman Rahim Rahim, 47 anni, pure lui iracheno. Oltre a essere il più sfuggente dei quattro, è forse anche il più influente. La cricca, a sbarco effettuato, assicurava anche il viaggio verso il Nord Italia e, se richiesto, verso altri Paesi europei. Gli investigatori hanno beccato uno degli indagati, Mohamed Hajourmar, affermare a telefono con un cliente che «per l’Austria, per la Germania e per l’Olanda» era possibile, «con tutto il cuore». Per non chiamarsi scafista diceva di essere «lo skipper» di uno dei velieri. I gruppi italiani erano due: quello veneziano e quello barese: il primo aveva il compito di trasferire in Italia e in Europa i clandestini arabo-siriani; quello barese, invece, recuperava gli scafisti sulla costa consentendo loro di aggirare le forze dell’ordine. Ma anche se la rotta via mare era quella preferita, veniva offerta anche l’opportunità di affrontare quella balcanica: dalla Turchia alla Bulgaria, passando per la Serbia, fino alla Romania. E da lì, in un altro centro di smistamento, si prendeva il bus per la destinazione finale. Una fittissima rete di contatti permetteva di godere di una certa protezione dai controlli, per ogni tappa del viaggio. E in caso di emergenza, se le cose in mare si mettevano male, c’era Hajoumar pronto a risolvere il problema, come proverebbe questa conversazione: «Tu mi hai mandato una posizione alle 2 di notte [...] l’unico che puoi chiamare è la Guardia costiera [...] si dovrebbe contattare tramite la Croce rossa e io ho chiamato l’avvocato, l’ho svegliata dicendo che c’è una nave che affonda e lei ha chiamato la Croce rossa... comunicheranno alla Guardia costiera... mi spiego... io ho fatto quello che posso e speriamo che tutto vada bene». Poco dopo arrivano le prime rassicuranti notizie. Uno dei viaggiatori comunica: «Bene... adesso con la Guardia costiera e poi andiamo verso i confini». Ma il viaggiatore è preoccupato. E chiede: «Non ci fanno niente? Come funziona? Passiamo dalla quarantena». L’uomo dell’organizzazione a telefono è cauto e taglia corto: «Appena arrivi mandami la tua posizione [...] non c’è problema, anche dalla quarantena mi mandi la posizione e io vengo da te». La risposta: «D’accordo, se Dio vuole».Ma le cautele non venivano applicate solo durante le telefonate. Anche i pagamenti venivano schermati. L’organizzazione chiedeva agli immigrati di utilizzare il metodo Sarafi, un sistema bancario abusivo di trasferimento di valori in stile hawala, ovvero basato su una vasta rete di mediatori di fiducia. I soldi venivano depositati in agenzie estere e poi diventavano irrintracciabili pur non muovendosi da lì. Gli scafisti, poi, sapevano da chi ritirarli.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sgominata-una-centrale-di-scafisti-ci-ha-portato-piu-di-1-100-clandestini-2656445083.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-manette-duo-di-rapper-rapinatori" data-post-id="2656445083" data-published-at="1642767321" data-use-pagination="False"> In manette duo di rapper-rapinatori I rapper Zaccaria Mouhub, in arte Baby Gang, e Amine Ez Zaaraoui, alias Neima Ezza, entrambi ventenni, avevano trasformato alcuni quartieri di Milano e di Vignate in piccoli Bronx. Le loro azioni da arancia meccanica con finalità di rapina ora sono ricostruite in quattro capi d’imputazione che il gip del Tribunale di Milano Manuela Scudieri gli contesta nell’ordinanza di custodia cautelare con la quale, su richiesta del pm Leonardo Lesti, li ha privati della libertà. Ieri sono stati arrestati, insieme a un terzo ragazzo di 18 anni, dalla polizia di Stato. Il provvedimento dispone la misura cautelare in carcere per Baby Gang e ai domiciliari per Neima Ezza e per il terzo ragazzo. I tre avrebbero organizzato «rapine in gruppo», è scritto nell’ordinanza di custodia cautelare, «facendosi forti della forza intimidatrice». Inoltre vengono indicati come «soggetti» abituati a compiere «reati contro il patrimonio» e che hanno una «particolare spregiudicatezza, sintomo di una concreta pericolosità sociale». Stando alla ricostruzione degli investigatori, i tre avrebbero avvicinato le vittime «forti della superiorità numerica» e dietro minacce si sarebbero fatti consegnare denaro, gioielli e altri effetti personali. In tre casi le giovani vittime sono state anche prese a pugni e schiaffeggiate. Come sotto le Colonne di San Lorenzo e in piazza Vetra. A luglio, invece, a Vignate, uno degli indagati si sarebbe presentato armato. Dopo aver avvicinato due giovani, gli avrebbero portato via denaro, auricolari e le chiavi dell’auto per fare in modo di non essere seguiti. Ma gli investigatori sono a lavoro anche su altri casi denunciati, che presenterebbero tutti le stesse modalità, per verificare se i due rapper e il loro amico non abbiano messo a segno ulteriori colpi. D’altra parte, Baby Gang ha rimediato pure una sfilza di fogli di via: a Lecco, a Milano, a Cattolica, a Misano Adriatico, a Riccione, a Rimini e a Bellaria Igea Marina. La Questura di Sondrio aveva chiesto perfino l’applicazione di una misura di sorveglianza speciale per due anni, ricostruendo un bel po’ di bravate. A partire dall’uso della «sua influenza per promuovere in zone aperte al pubblico delle riunioni non autorizzate che sono sfociate in scontri con le forze dell’ordine». Il 10 aprile 2021, infatti, a Milano, per la registrazione di un videoclip musicale con Neima Ezza avrebbe radunato «circa 300 giovani» nella zona di San Siro. La registrazione si concluse con un lancio di oggetti contro le forze dell’ordine. Ma nel lungo curriculum Baby Gang si porterebbe dietro, tra il 2020 e il 2021, una serie di denunce anche per altri reati: diffamazione e violazione della proprietà intellettuale, istigazione a delinquere, porto abusivo di armi, vilipendio della Repubblica, delle istituzioni e delle forze armate, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. E mentre Neima Ezza nell’ordinanza del gip viene indicato come uno con «la personalità di chi assume un ruolo di comando nel gruppo», Baby Gang presenterebbe un «profilo di pericolosità sociale». Caratteristiche che gli sono costate care.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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