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2023-11-14
Sfregi postumi a Indi: «Date la cittadinanza ai figli dei migranti»
E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?
«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?
A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.
Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.
In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina.
Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato?
C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...
Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.
«Il suo funerale rimarrà impresso»
«Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce.
Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana.
In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon.
Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato.
«Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi.
I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza».
La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà.
Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali.
«Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
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Dalla «Stampa» a Michele Serra: dramma cavalcato per una filippica sugli stranieri. Tiziana Ferrario (ex Rai): «Priorità ai minori di Gaza».La piccina affetta da una patologia genetica è spirata nella notte tra domenica e lunedì: «Nell’hospice assistenza carente, le hanno staccato per sbaglio gli antidolorifici».Lo speciale contiene due articoli.E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina. Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato? C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfregi-indi-cittadinanza-figli-migranti-2666255354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-funerale-rimarra-impresso" data-post-id="2666255354" data-published-at="1699910629" data-use-pagination="False"> «Il suo funerale rimarrà impresso» «Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce. Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana. In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon. Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato. «Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi. I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza». La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà. Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali. «Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
Papa Leone in Camerun per un incontro con funzionari governativi, la società civile e il corpo diplomatico, nel terzo giorno di un viaggio apostolico di 11 giorni in Africa (Ansa)
Con queste parole, pronunciate ieri nel palazzo presidenziale di Yaoundé in Camerun, papa Leone XIV ha tracciato la rotta della seconda tappa del suo viaggio apostolico in Camerun, richiamando ancora il tema della pace.
Il Pontefice è giunto in questa terra dopo una tappa intensa in Algeria, portando con sé una riflessione profonda maturata proprio nei luoghi di Sant’Agostino. Durante il volo che lo ha condotto in Camerun, Leone XIV ha condiviso con i giornalisti l’emozione della visita ad Annaba, l’antica Ippona, definendo Agostino una figura «profondamente radicata nel passato» ma capace di parlare con straordinaria attualità alla Chiesa e al mondo di oggi. Il Papa ha sottolineato come l’invito del Santo alla ricerca di Dio e della verità, e il suo impegno per costruire la comunità ricercando l’unità nonostante le differenze, sia un messaggio universale, onorato persino in terre a maggioranza non cristiana.
Questa visione di unità è stata messa alla prova dal contesto complesso che il Papa ha trovato al suo arrivo in Camerun. Spesso definito «Africa in miniatura» per la sua ricchezza culturale e linguistica, il Paese è oggi segnato da profonde ferite. Leone XIV si è trovato dinanzi a una nazione che soffre per le tensioni separatiste nelle regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest, per le violenze di Boko Haram nell’Estremo Nord e per una crisi economica che alimenta il tribalismo e l’incertezza. In questo scenario, dove oltre 500.000 rifugiati cercano scampo dai conflitti limitrofi, il grido del Papa contro la guerra diventa un appello alla sopravvivenza stessa di un popolo che aspira a essere «attore di pace».
Nel suo discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico, Leone XIV ha ripreso la lezione di Agostino per definire l’etica del potere. Citando il De civitate Dei, ha ricordato che «coloro che comandano sono a servizio di coloro ai quali apparentemente comandano», esercitando l’autorità non per brama di dominio, ma per dovere di provvedere e con «compassione del premunire». In questa prospettiva, governare il Camerun significa amare il proprio popolo - maggioranze e minoranze - ascoltando realmente i cittadini e stimando la loro capacità di contribuire a soluzioni durature.
Il Papa ha inoltre posto l’accento sulla necessità vitale di istituzioni sane e credibili come pilastri per lo sviluppo. La trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche e il rigore dello Stato di diritto sono stati indicati come strumenti essenziali per ripristinare la fiducia sociale. Per Leone XIV, è tempo di un «coraggioso salto di qualità» che rompa le catene della corruzione e liberi il cuore dalla sete di guadagno, vista come una forma di idolatria. Lo sviluppo umano integrale, ha ribadito, può fiorire solo dove la legge funge da argine all’arbitrio del più forte.
Infine, il Pontefice ha rivolto lo sguardo ai giovani, esortando le istituzioni a investire nell’istruzione e nell’imprenditorialità per contenere l’emorragia di talenti verso l’estero. La pace autentica, ha concluso, non si decreta ma si vive attraverso un’opera paziente che trasformi le ferite del passato in sorgenti di rinnovamento per tutta la nazione.
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Donald Trump e Leone XIV (Ansa). Nel riquadro la copertina del libro di Eric Voegelin «Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo»
Si tratta di un libro indispensabile per la lettura di quasi tutti i fenomeni politici odierni, e che ha molto da dire su questa ultima vicenda poiché parte dall’esame di un carattere costitutivo della religiosità prima e della mentalità statunitense poi. Nel 1970 Eric Voegelin, filosofo politico tedesco formatosi a Vienna, pubblicò il suo capolavoro: Il mito del mondo nuovo. Saggio sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo. Voegelin aveva trascorso un ventennio negli Usa (1938-1958) e vi era ritornato nel 1969 per insegnare a Stanford. Esperto conoscitore dei legami antichi fra religione e politica, concentrò la sua attenzione su quello che chiamava «atteggiamento gnostico». Ovvero un modo di vedere il mondo che si manifestò inizialmente nelle elitarie sette gnostiche dei primi secoli dopo Cristo. Questi movimenti - sintetizziamo - tendevano a vedere il mondo, la creazione, come un’opera corrotta, e pensavano che la salvezza dell’uomo fosse possibile tramite una conoscenza segreta in possesso di pochi illuminati. Il fenomeno gnostico è variegato e complesso, ma è estremamente difficile negare che abbia esercitato un’influenza potentissima sul cristianesimo protestante e sui numerosi movimenti religiosi che di fatto hanno creato gli Stati Uniti. Lo ha mostrato con estrema chiarezza un altro studioso, lo statunitense Michael Walzer, ne La rivoluzione dei santi, corposo studio sul puritanesimo. Degli gnostici, alcune frange del protestantesimo mantengono l’atteggiamento di fondo esaminato da Voegelin. Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice il filosofo, «nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso di un processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono». Mentre per il cristiano cattolico la salvezza avviene per grazia di Dio, l’atteggiamento gnostico esprime la «convinzione che un mutamento nell’ordine dell’essere rientri nell’ambito dell’azione umana, che questo atto salvifico sia possibile grazie agli sforzi personali dell’uomo». Capite bene che un atteggiamento di questo tipo non può non risultare, alla fine dei conti, fortemente politico. La salvezza non è lontana, ultraterrena: si manifesta qui e ora. Il paradiso può sorgere in Terra o, a seconda delle visioni, in Terra si può avere un anticipo del paradiso. Alcuni individui illuminati possono guidare le masse, alcuni baciati dalla grazia ne manifestano gli effetti tramite il successo mondano. In ogni caso, la potenza salvifica si manifesta nel mondo, e le azioni umane vi partecipano. Il puritanesimo innervato di gnosticismo punta, non a caso, alla costruzione di un nuova Gerusalemme, una città sulla collina che i coloni provenienti dall’Inghilterra immaginavano di fare sorgere nel Nuovo Mondo. La spinta alla creazione di un «mondo nuovo» sviscerata da Voegelin è la stessa che ritroviamo nella cultura Woke, che pretende di rifare la creazione normando il linguaggio e i comportamenti. Non sempre, sia chiaro, le conseguenze di tale visione sono nefaste, anzi spesso spingono a un deciso e importante impegno sociale e politico (non per nulla Martin Luther King era un battista, per citare un celebre esempio). In ogni caso è difficile sostenere che non vi siano tracce dello stesso atteggiamento anche nel sostrato politico e religioso trumpiano. Il mondo nuovo, dopo tutto, ha bisogno di profeti e messia. E chiunque li ostacoli non è semplicemente un avversario ma un nemico esistenziale, che non comprende la grandezza del salvatore e di fatto impedisce la realizzazione del paradiso in Terra. Il puritanesimo, non a caso, stabilisce una ferrea distinzione fra puro e impuro, fra bene e male. Qualcosa che - notava Jean Guitton molti anni fa - non appartiene al cattolicesimo che ben conosce le sfumature di grigio. Non intendiamo sostenere che Trump sia un puritano o un fervente fedele. Sosteniamo però che vi siano nella sua politica tracce di atteggiamento gnostico, e che ve ne siano di molto profonde nello spirito americano, dall’idea di destino manifesto a quella di nuovo ordine mondiale. A ciò va aggiunto che la gran parte dei movimenti protestanti, anche solo per questioni di sopravvivenza, nel corso della storia hanno dovuto esprimersi politicamente, spesso con foga. Ne deriva che è molto più naturale, per un cristiano americano, schierarsi su un versante partitico e attribuire tratti salvifici a una autorità politica che egli consideri affine. Per quanto la democrazia americana non sia certo teocratica, fede e impegno politico possono intrecciarsi e talvolta addirittura coincidere. E può accedere che un politico si atteggi a Messia. Ciò non è possibile nella cultura cattolica. Il che, paradossalmente, pone ora un problema ai cattolici statunitensi impegnati in politica: a quale autorità votarsi? All’autorità spirituale e per forza superiore della Chiesa e del vicario di Cristo o a quella del presidente sedicente unto del Signore che si scaglia contro il Pontefice?
J.D. Vance si è barcamenato con qualche difficoltà, rimarcando una separazione fra fede e politica che esiste ma non pone i due concetti sullo stesso piano. Qui non si tratta di dare a Cesare quel che gli spetta: semmai si tratta di fronteggiare un Cesare che talvolta si sente Dio o un suo emissario. Cosa che, per un cattolico, non è accettabile.
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