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2023-11-14
Sfregi postumi a Indi: «Date la cittadinanza ai figli dei migranti»
E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?
«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?
A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.
Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.
In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina.
Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato?
C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...
Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.
«Il suo funerale rimarrà impresso»
«Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce.
Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana.
In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon.
Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato.
«Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi.
I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza».
La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà.
Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali.
«Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
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Dalla «Stampa» a Michele Serra: dramma cavalcato per una filippica sugli stranieri. Tiziana Ferrario (ex Rai): «Priorità ai minori di Gaza».La piccina affetta da una patologia genetica è spirata nella notte tra domenica e lunedì: «Nell’hospice assistenza carente, le hanno staccato per sbaglio gli antidolorifici».Lo speciale contiene due articoli.E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina. Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato? C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfregi-indi-cittadinanza-figli-migranti-2666255354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-funerale-rimarra-impresso" data-post-id="2666255354" data-published-at="1699910629" data-use-pagination="False"> «Il suo funerale rimarrà impresso» «Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce. Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana. In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon. Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato. «Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi. I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza». La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà. Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali. «Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Un concetto già smentito da Fdi che in un dossier sulle fake news relative proprio all’oro di Bankitalia, ha precisato l’infondatezza dell’allarmismo basato sulla errata idea di volersi impossessare delle riserve auree per ridurre il debito. E nello stesso documento si ricordava invece come questa idea non dispiacesse al governo di sinistra di Romano Prodi del 2007. Peraltro nel dossier si precisa che la finalità dell’emendamento è di «non far correre il rischio all’Italia che soggetti privati rivendichino diritti sulle riserve auree degli italiani».
Per due volte la Banca centrale europea ha puntato i piedi, probabilmente spinta dal retropensiero che il governo voglia mettere le mani sull’oro detenuto e gestito da Bankitalia, per venderlo. Ma anche su questo punto da Fdi hanno tranquillizzato. Nel documento esplicativo precisano che «al contrario, vogliamo affermare che la proprietà dell’oro detenuto dalla Banca d’Italia è dello Stato proprio per proteggere le riserve auree da speculazioni». Il capitale dell’istituto centrale è diviso in 300.000 quote e nessun azionista può detenere più del 5%. I principali soci di Via Nazionale sono grandi banche e casse di previdenza. Dai dati pubblicati sul sito Bankitalia, primo azionista risulta Unicredit (15.000 quote pari al 5%), seguono con il 4,93% ciascuna Inarcassa (la Cassa di previdenza di ingegneri e architetti), Fondazione Enpam (Ente di previdenza dei medici e degli odontoiatri) e la Cassa forense. Del 4,91% la partecipazione detenuta da Intesa Sanpaolo. Al sesto posto tra gli azionisti, troviamo la Cassa di previdenza dei commercialisti con il 3,66%. Seguono Bper Banca con il 3,25%, Iccrea Banca col 3,12%, Generali col 3,02%. Pari al decimo posto, con il 3% ciascuna, Inps, Inail, Cassa di sovvenzioni e risparmio fra il personale della Banca d'Italia, Cassa di Risparmio di Asti. Primo azionista a controllo straniero è la Bmnl (Gruppo Bnp Paribas) col 2,83% seguita da Credit Agricole Italia (2,81%). Bff Bank (partecipata da fondi italiani e internazionali) detiene l’1,67% mentre Banco Bpm (i cui principali azionisti sono Credit Agricole con circa il 20% e Blackrock con circa il 5%) ha l’1,51%.
Un motivo fondato quindi per esplicitare che le riserve auree sono di proprietà di tutti gli italiani. Il che, a differenza di quanto sostenuto da politici e analisti di sinistra, «non mette in discussione l’indipendenza della Banca d’Italia, né viola i trattati europei. Non si comprende quindi la levata di scudi di queste ore nei confronti della proposta di Fdi. A meno che, ed è lecito domandarselo, chi oggi si agita non abbia altri motivi per farlo».
C’è poi il fatto che «alcuni Stati, anche membri dell’Ue, hanno già chiarito che la proprietà delle riserve appartiene al popolo, nella propria legislazione, mettendolo nero su bianco, a dimostrazione del fatto che ciò è perfettamente compatibile con i Trattati europei». Pertanto si tratta di un emendamento «di buon senso».
La riformulazione della proposta potrebbe essere presentata oggi, come annunciato dal capogruppo di Fdi in Senato, Lucio Malan. «Si tratta di dare», ha specificato, «una formulazione che dia maggiore chiarezza». Nella risposta alle richieste della presidente della Bce, Christine Lagarde, il ministro Giorgetti, avrebbe precisato che la disponibilità e gestione delle riserve auree del popolo italiano sono in capo alla Banca d’Italia in conformità alle regole dei Trattati e che la riformulazione della norma trasmessa è il frutto di apposite interlocuzioni con quest’ultima per addivenire a una formulazione pienamente coerente con le regole europee.
Risolto questo fronte, altri agitano l’iter della manovra. L’obiettivo è portare la discussione in Aula per il weekend. Il lavoro è tutto sulle coperture. Ci sono i malumori delle forze dell’ordine per la mancanza di nuovi fondi, rinviati a quando il Paese uscirà dalla procedura di infrazione, e ieri quelli dei sindacati dei medici, Anaao Assomed e Cimo-Fesmed, che hanno minacciato lo stato di agitazione se saranno confermate le voci «del tentativo del ministero dell’Economia di bloccare l’emendamento, peraltro segnalato, a firma Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità del Senato con il sostegno del ministro della Salute», che prevede un aumento delle indennità di specificità dei medici, dirigenti sanitari e infermieri. In ballo, affermano le due sigle, ci sono circa 500 milioni già preventivati. E reclamano che il Mef «licenzi al più presto la pre-intesa del Ccnl 2022-2024 per consentire la firma e quindi il pagamento di arretrati e aumenti».
Intanto in una riformulazione del governo l’aliquota della Tobin Tax è stata raddoppiata dallo 0,2% allo 0,4%.
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John Elkann (Ansa)
Fatta la doverosa e sincera premessa, non riusciamo a comprendere perché da ieri le opposizioni italiane stiano inondando i media di comunicati stampa che chiamano in causa il governo Meloni, al quale si chiede di riferire in aula in relazione a quella che è una trattativa tra privati. O meglio: è sacrosanta la richiesta di attenzione per la tutela dei livelli occupazionali, come succede in tutti i casi in cui un grande gruppo imprenditoriale passa di mano: ciò che si comprende meno, anzi non si comprende proprio, sono gli appelli al governo a intervenire per salvaguardare la linea editoriale delle testate in vendita.
L’agitazione in casa dem tocca livelli di puro umorismo: «Di fronte a quanto sta avvenendo nelle redazioni di Repubblica e Stampa», dichiara il capogruppo dem al Senato, Francesco Boccia, «il governo italiano non può restare silente e fermo. Chigi deve assumere un’iniziativa immediata di fronte a quella che appare come una vera e propria dismissione di un patrimonio della democrazia italiana. Per la tutela di beni e capitali strategici di interesse nazionale viene spesso evocato il Golden power. Utilizzato da questo governo per molto meno». Secondo Boccia, il governo dovrebbe bloccare l’operazione oppure intervenire direttamente ponendo condizioni. Siamo, com’è ben chiaro, di fronte al delirio politico in purezza, senza contare il fatto che quando il governo ha utilizzato il Golden power nel caso Unicredit-Bpm, il Pd ha urlato allo scandalo per l’«interventismo» dell’esecutivo. Come abbiamo detto, sono sacrosante le preoccupazioni sul mantenimento dei livelli occupazionali, molto meno comprensibili invece quelle su qualità e pluralismo dell’informazione, soprattutto se collegate alla richiesta al governo di riferire in aula firmata da Pd, Avs, M5s e +Europa.
Cosa dovrebbe fare nel concreto Giorgia Meloni? Convocare gli Elkann e Kyriakou e farsi garantire che le testate del gruppo Gedi continueranno a pubblicare gli stessi articoli anche dopo l’eventuale vendita? E a che titolo un governo potrebbe mai intestarsi un’iniziativa di questo tipo, senza essere accusato di invadere un territorio che non è di propria competenza? Con quale coraggio la sinistra che ha costantemente accusato il centrodestra di invadere il sacro terreno della libertà di stampa, ora si lamenta dell’esatto contrario? Non si sa: quello che si sa è che quando il gruppo Stellantis, di proprietà degli Elkann, ha prosciugato uno dopo l’altro gli stabilimenti di produzione di auto in Italia tutto questo allarme da parte de partiti di sinistra non lo abbiamo registrato.
Ma le curiosità (eufemismo) non finiscono qui. Riportiamo una significativa dichiarazione del co-leader di Avs, Angelo Bonelli: «La vendita de La Repubblica, La Stampa, Huffington, delle radio e dei siti connessi all’armatore greco Kyriakou», argomenta Bonelli, «è un fatto che desta profonda preoccupazione anche per la qualità della nostra democrazia. L’operazione riguarda una trattativa tra l’erede del gruppo Gedi, John Elkann, e la società ellenica Antenna Group, controllata da Theodore Kyriakou, azionista principale e presidente del gruppo. Kyriakou può contare inoltre su un solido partner in affari: il principe saudita Mohammed Bin Salman Al Saud, che tre anni fa ha investito 225 milioni di euro per acquistare il 30% di Antenna Group». E quindi? «Il premier», deduce con una buona dose di sprezzo del ridicolo Sherlock Holmes Bonelli, «all’inizio di quest’anno, ha guidato una visita di Stato in Arabia Saudita, conclusa con una dichiarazione che auspicava una nuova fase di cooperazione e sviluppo dei rapporti tra Italia e il regno del principe ereditario. Se la vendita dovesse avere questo esito, si aprirebbe un problema serio che riguarda i livelli occupazionali e, allo stesso tempo, la qualità della nostra democrazia. La concentrazione dell’informazione radiotelevisiva, della stampa e del Web sarebbe infatti praticamente schierata sulle posizioni del governo e della sua presidente». Avete letto bene: secondo il teorema Bonelli, Bin Salman è socio di Kyriakou, Bin Salman ha ricevuto Meloni in visita (come altre centinaia di leader di tutto il mondo), quindi Meloni sta mettendo le mani su Repubblica, Stampa e tutto il resto.
Quello che sfugge a Bonelli è che Bin Salman è, come è arcinoto, in eccellenti rapporti con Matteo Renzi, e guarda caso La Verità è in grado di rivelare che il leader di Italia viva starebbe giocando, lui sì, un ruolo di mediazione in questa operazione. Renzi avrebbe pure già in mente il nuovo direttore di Repubblica: il prescelto sarebbe Emiliano Fittipaldi, attuale direttore del quotidiano Domani, giornale di durissima opposizione al governo. In ogni caso, per rasserenare gli animi, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’informazione, Alberto Barachini, ha convocato i vertici di Gedi e i Cdr di Stampa e Repubblica, «in relazione», si legge in una nota, «alla vicenda della ventilata cessione delle due testate del gruppo».
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Il premier, intervenendo alla prima edizione dei Margaret Thatcher Awards, evento organizzato all’Acquario Romano dalla fondazione New Direction, il think tank dei Conservatori europei: «Non si può rispettare gli altri se non si cerca di capirli, ma non si può chiedere rispetto se non si difende ciò che si è e non si cerca di dimostrarlo. Questo è il lavoro che ogni conservatore fa, ed è per questo che voglio ringraziarvi per combattere in un campo in cui sappiamo che non è facile combattere. Sappiamo di essere dalla parte giusta della storia».
«Grazie per questo premio» – ha detto ancora la premier – «che mi ha riportato alla mente le parole di un grande pensatore caro a tutti i conservatori, Sir Roger Scruton, il quale disse: “Il conservatorismo è l’istinto di aggrapparsi a ciò che amiamo per proteggerlo dal degrado e dalla violenza, e costruire la nostra vita attorno ad esso”. Essere conservatori significa difendere ciò che si ama».
Pier Silvio Berlusconi (Getty Images)
Forza Italia, poi, è un altro argomento centrale ed è anche l’occasione per ribadire un concetto che negli ultimi mesi aveva già espresso: «Il mio pensiero non cambia, c’è la necessità di un rinnovamento nella classe dirigente del partito». Esprime gratitudine per il lavoro svolto dal segretario nazionale, Antonio Tajani, e da tutta la squadra di Forza Italia che «ha tenuto in piedi il partito dopo la scomparsa di mio padre, cosa tutt’altro che facile». Ma confessa che per il futuro del partito «servirebbero facce nuove, idee nuove e un programma rinnovato, che non metta in discussione i valori fondanti di Forza Italia, che sono i valori fondanti del pensiero e dell'agire politico di Silvio Berlusconi, ma valori che devono essere portati a ciò che è oggi la realtà». E fa una premessa insolita: «Non mi occupo di politica, ma chi fa l’imprenditore non può essere distante dalla politica. Che io e Marina ci si appassioni al destino di Forza Italia, siamo onesti, è naturale. Tra i lasciti di mio padre tra i più grandi, se non il più grande, c’è Forza Italia». Tajani è d’accordo e legge nelle parole di Berlusconi «sollecitazioni positive, in perfetta sintonia sulla necessità del rinnovamento e di guardare al futuro, che poi è quello che stiamo già facendo».
In qualità di esperto di comunicazione, l’ad di Mediaset, traccia anche il punto della situazione sullo stato di salute dell’editoria italiana, toccando i tasti dolenti delle paventate vendite di Stampa e Repubblica, appartenenti al gruppo Gedi. La trattativa tra Gedi e il gruppo greco AntennaUno, guidato dall’armatore Theodore Kyriakou, scatena l’agitazione dei giornalisti. «Il libero mercato è sovrano, ma è un dispiacere vedere un prodotto italiano andare in mano straniera». Pier Silvio Berlusconi elogia, invece, Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport: «Cairo è un editore puro, ormai l’unico in Italia, e ha fatto un lavoro eccellente: Corriere e Gazzetta hanno un’anima coerente con la loro storia».
Una stoccata sulla patrimoniale: «Non la ritengo sbagliata, ma la parola patrimoniale, secondo me, non va bene. Così com’era sbagliatissima l’espressione “extra profitti”, cosa vuol dire extra? Non vuol dire niente e mi sembra onestamente fuori posto che in certi momenti storici dell’economia di particolare fragilità, ci possano essere delle imposte una tantum che vengono legate a livello di profitto delle aziende».
Un tema di stretta attualità, specialmente dopo le dichiarazioni di Donald Trump, è il ruolo dell’Europa nel mondo. «Di sicuro ciò che è stato fatto fino a oggi non è sufficiente, ma l’Europa deve riuscire a esistere, ad agire e a difendersi. Di questo sono certo. Prima di tutto da cittadino italiano ed europeo e ancor di più da imprenditore italiano ed europeo».
Quanto al controllo del gruppo televisivo tedesco ProSieben, Pier Silvio Berlusconi assicura che «in Germania faremo il possibile per mantenere l’occupazione del gruppo così com’è, al momento non c’è nessun piano di licenziamento». Ora Mfe guarda alla Francia? «Lì ci sono realtà consolidate private come Tf1 e M6: entrare in Francia sarebbe un sogno, ma al momento non vedo spiragli».
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