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2023-11-14
Sfregi postumi a Indi: «Date la cittadinanza ai figli dei migranti»
E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?
«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?
A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.
Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.
In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina.
Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato?
C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...
Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.
«Il suo funerale rimarrà impresso»
«Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce.
Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma.
Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana.
In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon.
Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato.
«Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi.
I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza».
La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà.
Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali.
«Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
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Dalla «Stampa» a Michele Serra: dramma cavalcato per una filippica sugli stranieri. Tiziana Ferrario (ex Rai): «Priorità ai minori di Gaza».La piccina affetta da una patologia genetica è spirata nella notte tra domenica e lunedì: «Nell’hospice assistenza carente, le hanno staccato per sbaglio gli antidolorifici».Lo speciale contiene due articoli.E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina. Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato? C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfregi-indi-cittadinanza-figli-migranti-2666255354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-funerale-rimarra-impresso" data-post-id="2666255354" data-published-at="1699910629" data-use-pagination="False"> «Il suo funerale rimarrà impresso» «Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce. Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana. In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon. Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato. «Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi. I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza». La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà. Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali. «Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
Imagoeconomica
È l’ennesimo atto di un percorso a ostacoli, in cui a cominciare dai sequestri ordinati dai giudici nel 2012, sono andati in fumo, secondo stime, circa 40 miliardi di euro, in larga parte come mancato Pil e mancato export, ai quali vanno aggiunti 1,5 miliardi tra risorse versate da Invitalia in Acciaierie d’Italia e assorbite dalla cig e 4 miliardi che ArcelorMittal sostiene di aver investito nel gruppo.
Ora il pronunciamento del Tribunale di Milano, genera forti preoccupazioni anche per il negoziato in corso per la vendita al fondo Flacks, nonché sulle sorti del prestito ponte autorizzato di recente dalla Commissione europea fino a un massimo di 390 milioni.
La decisione della magistratura già ha provocato la dura e immediata reazione di due parlamentari di Fratelli d’Italia, il deputato Silvio Giovine e il senatore Matteo Gelmetti. «Questa sentenza», ha dichiarato Giovine, «mette a rischio l’industria italiana che non potrà più approvvigionarsi dagli stabilimenti Ilva e fa saltare anche il piano straordinario di manutenzione». E Gelmetti dice che «sono a rischio ben 25.000 posti di lavoro tra diretti e indiretti».
Ma vediamo esattamente di cosa si tratta. Dopo la richiesta di residenti del comune di Taranto, il Tribunale civile di Milano ha ordinato, come si diceva, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con una decisione nella quale si parla di «rischi attuali e di pregiudizi alla salute». Il decreto allo sato non è esecutivo e lo diventerà solo se non verrà impugnato. Più precisamente il Tribunale di Milano ha disapplicato parzialmente il provvedimento che autorizza l’attività produttiva dello stabilimento, cioè l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) del 2025. »La disapplicazione dell’Aia», scrivono i giudici, «è stata disposta con riferimento ad alcune prescrizioni»: in sostanza dovranno essere adottate misure che modifichino in modo sostanziale alcun condizioni produttive ritenute dannose per la salute. Il decreto spiega il Tribunale, è stato emesso non solo a tutela dei ricorrenti, ma anche dei residenti a Taranto, Statte e nei quartieri limitrofi allo stabilimento, «in applicazione di quanto previsto dalla sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 giugno 2024 a cui era stata rimessa la questione».
L’ordine di sospensione dell’attività produttiva cesserà di avere effetto quando la società siderurgica avrà adempiuto agli interventi indicati dal Tribunale di Milano. L’azienda avrebbe così sei mesi di tempo per scongiurare il rischio di blocco dell’impianto. È chiaro che a questo punto emergono una serie di interrogativi e di problemi. Da un lato i tempi concessi per gli interventi necessari ad evitare la chiusura, dall’altro soprattutto l’impatto della sentenza sul negoziato con il fondo Flacks. Secondo fonti vicine al dossier, citate dall’Agi, si teme che l’investitore possa defilarsi ritenendo il nuovo quadro mutato rispetto a quello sul quale si stava trattando. «Se la vendita dovesse eventualmente saltare e l’investitore dovesse manifestare il suo disimpegno perché il contesto complessivo è cambiato, non c’è nemmeno più la condizione per il prestito autorizzato dalla Ue, che è stato concesso a fronte di una trattativa con un potenziale acquirente» osservano sempre le fonti citate dall’Agi. Inoltre, si afferma, la richiesta di riscrittura di alcune prescrizioni Aia da parte del Tribunale di Milano, ha sicuramente un impatto di maggiori costi economici che adesso andrà valutato con molta attenzione, pone limiti più severi alla produzione di acciaio, ma soprattutto cambia le regole con una gara per la vendita in corso e che è stata lanciata ai primi di agosto proprio sulla base dell’Aia autorizzata dal Mase (ministero dell’Ambiente), i cui elementi erano noti.
Intanto i sindacati sono sul piede di guerra. Il ministero del Lavoro li ha convocati per discutere la proroga della cassa integrazione straordinaria richiesta da Acciaierie d’Italia, in amministrazione straordinaria, misura che riguarda 4.450 lavoratori di cui 3.800 nello stabilimento di Taranto a partire dal 1 marzo 2026 per una durata di 12 mesi. Ma i sindacati dei metalmeccanici, Fiom, Fim e Uilm, hanno chiesto di essere convocati dal governo per conoscere lo stato della discussione sul futuro di Taranto e sul destino complessivo dei 20.000 dipendenti del gruppo. Lamentano di non avere avuto risposta a questa richiesta e hanno deciso di auto convocarsi a Roma, a Palazzo Chigi, il 9 marzo. Per Valerio D’Alò, segretario nazionale Fim Cisl, «non c’è tempo da perdere: non basta discutere soltanto di ammortizzatori sociali».
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Christine Lagarde (Ansa)
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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