2023-11-14
Sfregi postumi a Indi: «Date la cittadinanza ai figli dei migranti»
Dalla «Stampa» a Michele Serra: dramma cavalcato per una filippica sugli stranieri. Tiziana Ferrario (ex Rai): «Priorità ai minori di Gaza».La piccina affetta da una patologia genetica è spirata nella notte tra domenica e lunedì: «Nell’hospice assistenza carente, le hanno staccato per sbaglio gli antidolorifici».Lo speciale contiene due articoli.E allora i figli degli immigrati? Mentre Indi Gregory era in agonia, i fustigatori della vituperata «ideologia» pro vita rinfacciavano al governo Meloni di aver strumentalizzato politicamente la tragedia. Lanciando, al contempo, un’altra strumentalizzazione politica: e allora i figli degli immigrati? A loro la destra non dà la cittadinanza?«Non fanno numero né mercato», lamentava domenica La Stampa, impegnata in complicate piroette qualunquiste: «Se è giusto spendersi per una bambina, è giusto spendersi per ogni bambino, da quelli che muoiono in Medio Oriente e in Ucraina a quelli che muoiono in mare». E che noi, ogni volta che ci riusciamo, salviamo. Dalle onde e dalle bombe. Quanti ne abbiamo soccorsi nel Mediterraneo? Quanti ne abbiamo accolti dall’Est martoriato? Sì, nel mondo una miriade di bambini soffre. Ma a due passi dai nostri confini patrii, chi di loro viene obbligato a morire dai giudici, contro la volontà dei genitori e nonostante l’offerta di aiuto di un eccellente ospedale straniero? Chi di loro viene costretto a esalare l’ultimo respiro in un hospice, perché il magistrato non lo autorizza nemmeno a tornare a casa?A Che tempo che fa, Michele Serra ha sgridato il Consiglio dei ministri: «Sarebbe bello che si riunisse per dare la cittadinanza italiana anche alle centinaia di migliaia di figli di immigrati». E uno immagina orde di invisibili, destinati a patire fame e freddo, reietti, ignorati o disprezzati. Invece Serra stesso ha aggiunto che i perseguitati, in realtà, «studiano qui, lavorano qui, pagano le tasse qui e parlano italiano meglio di tanti deputati». Dunque, quale basilare diritto staremmo negando loro? Se dal Senegal arrivasse una piccina con la stessa patologia genetica di Indi, al Bambino Gesù le chiuderebbero le porte in faccia? In Italia abbiamo una buona legge: i minori, accompagnati o meno, li accogliamo, li mandiamo a scuola, in ospedale se è necessario. A un certo punto diamo loro la cittadinanza. E va bene così.Il fermento degli indignati non s’è arrestato neppure dinanzi alla morte della piccola Gregory. L’ex volto del Tg1, Tiziana Ferrario, su X, era «perplessa. Qual è il rigore giornalistico che fa aprire i tg Rai del pranzo con la morte di una bimba inglese malata incurabile e non con i neonati morti a Gaza tra le bombe per la mancanza di corrente alle incubatrici?». Anche la Ferrario - ovvio - si è preoccupata di denunciare il «cinismo» dell’esecutivo di Giorgia Meloni, distratto nei confronti dei «ragazzi/e nati qui alle prese con le lentezze per avere la cittadinanza». Soltanto che, nel frattempo che aspettano, non rischiano di morire. Studiano, lavorano, appunto. Se li ricoverano, li assistono. Li curano.In effetti, sarebbe ora di uscire dall’equivoco: qui nessuno si aspettava che Indi guarisse. Nessuno pensava al «miracolo», su cui ha ironizzato Serra in tv. I medici di Roma offrivano cura, mica guarigione. Ecco: la battaglia di mamma e papà Gregory era quella di chi spera che un proprio caro lasci la Terra in un posto in cui se ne prendono cura. Non dove brigano per staccargli la spina. Eh - ribattono i «competenti» - ma i dottori britannici sono i più bravi del pianeta. Ce l’hanno ripetuto diversi commentatori, a cominciare dalla virostar Andrea Crisanti. Secondo l’editorialista della Stampa, Eugenia Tognotti, contestare la saggezza del magistrato inglese, Robert Peel, significa non rendere «un buon servizio alla scienza». Quale? Quella dei camici bianchi italiani, che promettevano trattamenti palliativi e gestione del dolore per la bambina, non contava nulla? Erano cialtroni? Come mai i grandi luminari d’Oltremanica volevano lasciar morire Tafida Raqeeb, che a Genova hanno recuperato? C’è persino chi ha avuto il coraggio di tirare fuori i vaccini. Alessio De Giorgi, responsabile del sito del Riformista, considera Indi una vittima «di due genitori no vax e no scienza», che le avrebbero «prolungato inutilmente l’esistenza». Si fossero iniettati tre dosi, non avrebbero combinato quel casino, no? Si sarebbero rassegnati all’idea che, a giudicare dell’utilità di una vita malata, c’era il savio justice Peel. L’uomo che, al console italiano che aveva invocato il trasferimento della nostra connazionale, ai sensi della Convenzione dell’Aia, ha risposto a bimba morta. Con una lettera dal retrogusto oltraggioso: «Assumo che non voglia procedere con la richiesta». Oramai...Il rubricista di La 7, Luca Bottura, ha accusato la Meloni di aver pubblicato, «per quattro consensi», una foto della piccina solo debolmente pixellata, violando la deontologia giornalistica. Riccardo Magi, di +Europa, ha definito «un atto politico», anziché umanitario, concedere la cittadinanza alla Gregory. Vista la carrellata degli sfregi postumi, in fondo in fondo ha ragione Serra: il dramma di Indi «meriterebbe il silenzio». Più che per lei, per certi pessimi predicatori.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sfregi-indi-cittadinanza-figli-migranti-2666255354.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-suo-funerale-rimarra-impresso" data-post-id="2666255354" data-published-at="1699910629" data-use-pagination="False"> «Il suo funerale rimarrà impresso» «Faremo in modo che le esequie di Indi siano un momento che resti impresso. Lo vogliono i genitori della piccola, lo vuole il governo italiano». Tolto il «fastidio» di un esserino che voleva vivere e aveva catturato tanta attenzione mediatica, ma lasciato indifferenti giudici e politici inglesi, non si può pensare di liquidare con due epitaffi buonisti una morte così ingiusta e atroce. Simone Pillon, l’avvocato che ha seguito dal nostro Paese la famiglia della bimba lasciata morire togliendole l’ossigeno, assicura che non calerà così in fretta il silenzio che farebbe comodo al Regno Unito. Pillon, interpellato a settembre dal Christian legal centre con il quale collabora da anni, si era adoperato per portare Indi all’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Sempre in contatto con i genitori, Claire Staniforth e Dean Gregory, racconta le ultime ore di vita in quell’hospice a mezz’ora di strada dall’abitazione di Indi, dalla cameretta dove nemmeno le è stato concesso di morire. Dal Queen’s medical center di Nottingham era arrivata in quella struttura poco prima delle 16, ora italiana. In braccio alla sua mamma, su un’ambulanza scortata dalla polizia, mentre il padre e la sorellina Vienna, di sei anni, seguivano in auto. «L’accettazione chiude il venerdì pomeriggio, ma i giudici d’Appello hanno smosso il mondo per trovare un hospice disponibile a staccare il macchinario per la ventilazione. Sabato l’avevano trovato. Tanta era la fretta di togliersi di torno la piccina», spiega con voce spezzata Pillon. Papà Dean gli scriveva che Indi era tranquilla, durante il trasporto, però aveva cominciato ad agitarsi un paio d’ore dopo il suo arrivo alla struttura per malati terminali. Verso le 18, infatti, era avvenuta l’estubazione ma «non c’erano medici, solo infermieri “molto basici”e quando le hanno staccato il ventilatore la bimba ha avuto un arresto respiratorio. Poi si è ripresa ma era agitata, anche perché nelle manovre era stata manomessa la piccola pompa che le assicurava farmaci antidolorifici, alimentazione e idratazione», racconta l’avvocato. «Una volta reinserita la cannula, dopo che le era stata applicata la maschera d’ossigeno, andava verificato il posizionamento con una radiografia, che però non è stata fatta. Nell’hospice mancava una macchina per i raggi x», precisa. Questo accade nel regno di Sua Maestà, non in un villaggio del Burundi. I genitori della piccola avevano chiesto di poter essere assistiti da un medico di fiducia «e anche questo gli è stato negato. Potevano essere interpellati solo i medici del Queen’s medical center. A distanza». La sopravvivenza di Indi era stata programmata per non più di sette giorni, secondo il volere dei giudici. In realtà, le indicazioni fornite dal Queen’s erano che dopo due giorni si poteva cominciare a staccare la ventilazione. Se non fosse intervenuto il papà, un’infermiera stava facendo sottoscrivere a mamma Claire «l’accettazione che, in caso di crisi respiratoria della piccola, i genitori erano d’accordo a non fare manovre di rianimazione», continua nel suo racconto Pillon. Dean Gregory si era opposto, chiedendo che fosse assicurata l’altra opzione, ovvero l’immediato trasporto al pronto soccorso in caso di difficoltà. Un accanimento completo. Non bastava averla condannata a morte, bisognava abbreviare i suoi pochi istanti di vita e impedire che lottasse per avere un filo di ossigeno. L’ultimo respiro Indi l’ha esalato in braccio a mamma Claire, nella notte tra domenica e lunedì. Si davano il cambio, i due genitori stremati dalla sofferenza, nello stringere a sé quel corpicino che non avrebbe voluto arrendersi. Poteva vivere, e senza sofferenza, se a dei giudici non fosse permesso di agire sostituendosi al Padreterno. E se il premier Rishi Sunak non si fosse comportato in modo pilatesco, lasciando che la «giustizia» seguisse il proprio corso, senza degnare di riposta il nostro presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che avena chiesto un intervento diretto in base ad accordi e convenzioni internazionali. «Il vero mostro è il Children and family Court advisory and support service (Cafcass), che può decidere della vita dei minori e se sottrarli alle famiglie di appartenenza», fa sapere Pillon. «Portai in missione a Londra la commissione infanzia e adolescenza proprio per far vedere che razza di Leviatano è l’authority, che mette insieme assistenti sociali, psicologi, avvocati, tutti con l’unico obiettivo di sostituirsi ai genitori “per capire il superiore interesse del figlio”». L’avvocato ammette che non c’era mai stata una vera possibilità di salvare la piccola Indi, così come non c’è stata per gli altri bimbi mandati a morte nel Regno Unito. Però almeno dovevano essere garantite le cure. Quello che salvò Tafida Raqueeb, poi trasferita in Italia, «era la fatwa emessa da un imam di Londra e allegata agli atti processuali. Chiunque avesse attentato alla vita di quella bambina avrebbe avuto la maledizione eterna e doveva essere ammazzato. La minaccia funzionò».
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