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2021-05-16
Settimana decisiva per riaprire l’Italia. Stavolta il governo non può rimandare
Ansa
Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore.
Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24.
Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».
Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».
A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista.
Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più».
E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. Ora la palla è prima alla cabina di regia e poi al Cdm.
I numeri danno fiducia a Fontana: «Eliminare del tutto il coprifuoco»
Forte dei numeri che segnano un miglioramento della situazione pandemica, chiede di rivedere il coprifuoco il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Per quanto riguarda la mia Regione, anche venerdì i numeri sono stati molto positivi per incidenza e occupazioni posti letto, a dimostrazione di una situazione che si sta evolvendo lentamente, ma positivamente», ha dichiarato ieri il presidente lombardo, intervenendo alla trasmissione Dentro i fatti su TgCom24. «Il discorso del coprifuoco in una situazione del genere va rivisto. Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23».
La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23.
Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione.
Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
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Matteo Salvini riunisce i ministri leghisti in vista della cabina di regia e del Cdm: «Dati confortanti, serve la svolta». Roberto Speranza frena.Calano ancora i positivi (6.659) e i morti (136) in Italia. Giù i ricoveri in Lombardia.Lo speciale contiene due articoli.Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore. Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24. Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista. Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più». E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. 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Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23». La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23. Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione. Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».
Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
È pericoloso lasciare i coniugi Moretti in libertà, perché potrebbero fuggire. Lo pensano gli avvocati delle famiglie delle vittime che, per provare a mitigare l’enorme dolore, chiedono giustizia. E, in effetti, fuggire non sarebbe una novità, almeno per Jessica Maric, titolare del locale Le Constellation insieme al marito Jacques Moretti, a quanto pare ripresa da due telecamere di sorveglianza in quella notte di orrore mentre si allontanava dal locale che andava a fuoco con la cassa sottobraccio, lasciando dietro di sé le grida di aiuto dei ragazzini a cui aveva spillato 100 euro per il biglietto di ingresso. Un particolare quasi osceno, se fosse confermato. Mentre quello che non ha bisogno di conferme è il fatto che lei, là sotto, a tentare di salvare i giovani intrappolati tra le fiamme, non c’era.
A denunciare la mollezza del sistema giudiziario svizzero a fronte di una tragedia immane, che ha ucciso, bruciandoli vivi, 40 giovanissimi e ne ha feriti gravemente altri 116, ustionandoli così in profondità che molti ancora lottano tra la vita e la morte, sono i legali che assistono le vittime e le famiglie del rogo di capodanno a Le Constellation di Crans-Montana. «È un rischio aver lasciato i gestori del Costellation in libertà. Immaginate cosa succederebbe per le vittime se queste persone lasciassero la Svizzera e non si potesse avere il processo che è dovuto ai genitori e alle famiglie delle vittime», ha dichiarato l’avvocato Sébastien Fanti, alla tv svizzera Rts. I due risultano indagati per omicidio colposo e lesioni colpose ma, alla luce di quello che sta emergendo, «si parla potenzialmente di lesioni personali gravi, intenzionali, con dolo eventuale», aggiunge un altro avvocato delle famiglie, Alain Mancaluso che, insieme al collega Romain Jordan, si dice «scioccato» anche del fatto che che «i legali siano esclusi dalle audizioni» e non possano partecipare alle prime fasi delle indagini.
Eppure, la decisione di non arrestare i due gestori è stata confermata, anche ieri, dalla procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud: «In questa fase non ci sono indicazioni di un rischio di fuga, di collusione o recidiva. Ma la situazione viene valutata costantemente», ha ribadito, mentre, per quanto riguarda l’esclusione dei legali, Pilloud si è giustificata sostenendo che serve ad «evitare fughe di notizie dato il carattere mediatico del dossier».
Eppure, che fosse pericoloso accendere candele pirotecniche in quel seminterrato, i gestori non potevano ignorarlo: a dimostrarlo c’è il video che, ormai da giorni è stato diffuso, sul Capodanno 2020 quando uno dei camerieri, davanti a una scena del tutto simile a quella che ha dato via al rogo una settimana fa (cioè qualcuno che, sollevando le candele durate la festa, avvicinava le scintille al soffitto) gridava: «Attenti alla schiuma!». Ma torniamo a Jessica, la quarantenne di origini corse che insieme al marito - noto alla giustizia per truffa, sfruttamento della prostituzione e sequestro di persona - in pochi anni, dal nulla, ha costruito un impero nel settore della ristorazione nella piccola e costosissima Crans-Montana.
A quanto risulta, le telecamere di sorveglianza l’avrebbero immortalata mentre lasciava in tutta fretta il luogo della tragedia stringendo tra le mani la cassa del locale mentre il figlio, capo staff di Le Constellation, sarebbe stato ripreso mentre tentava di sfondare dall’interno i pannelli di plexiglass che chiudevano la veranda. Se le indiscrezioni sulla sua condotta si rivelassero vere, sarebbe un ennesimo elemento che aggiunge orrore alla tragedia. Comunque sia, da quella notte infernale Jessica è uscita illesa, solo con una piccola bruciatura al braccio. E si capisce bene il motivo: non c’è traccia di lei nelle immagini che riprendono gli ultimi istanti di vita di tante vittime imprigionate nel sotterraneo, non ha incitato quei giovani quasi incantati dalle fiamme al soffitto a scappare né la si intravede all’esterno a tentare di far uscire chi era rimasto intrappolato, come invece era suo dovere.
Nei prossimi giorni, l’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado si recherà a Sion e incontrerà le autorità del Canton Vallese «per acquisire informazioni sulle indagini», ha spiegato. Intanto dall’ospedale Niguarda dove sono ricoverati 11 pazienti, arrivano notizie contrastanti: «La situazione rimane stabile con lievi accenni di miglioramento per alcuni di loro», ma «rimangono critiche le condizioni di tre persone a causa delle ustioni riportate e di danni importanti a livello polmonare causati dalle inalazioni».
E nel dolore straziante di chi è rimasto, c’è ancora una famiglia che stenta a credere a quanto è accaduto. Sono i genitori di Emanuele Galeppini, 17 anni, che ancora non sanno cosa ha causato la morte del loro figlio, perché il suo corpo non era ustionato come si aspettavano ma perfettamente integro. «Non sono bruciati neppure il telefono cellulare e il portafoglio», ha fatto sapere il legale della famiglia, «vogliono sapere com’è morto. Abbiamo chiesto alla autorità svizzere spiegazioni ma non ci hanno nemmeno risposto».
Musica, lacrime e rabbia durante i quattro funerali dei ragazzi morti nel rogo
Fiori bianchi, note struggenti, tanti abbracci e tante lacrime. Ieri in Italia l’ultimo doloroso saluto alle giovani vittime di Capodanno nel devastante rogo de Le Constellation di Crans-Montana.A Milano, dove il sindaco Beppe Sala aveva proclamato il lutto cittadino, si sono svolti i funerali di Chiara Costanzo e Achille Barosi in due basiliche simbolo della città. La cerimonia funebre di Chiara in Santa Maria delle Grazie, quella di Achille in Sant’Ambrogio. «Oggi non siamo qui a cercare spiegazioni o colpe, ci sarà tempo anche per questo ma non è oggi», ha detto monsignor Alberto Torriani, arcivescovo di Crotone, rivolgendosi a papà Andrea Costanzo, mamma Giovanna, e ai fratelli Camilla, Elena e Luca. «Noi siamo stati abbracciati da tutta Italia, abbiamo tutti sete di verità e che queste cose non succedano mai più», ha detto il padre Andrea che, al termine delle esequie in un breve colloquio con il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, ha affermato: «Il presidente Meloni è stata umana e attenta nei nostri confronti. Siccome non ho mai avuto la possibilità di stringerle la mano, vorrei parlare con lei ed essere rassicurato che non ci siano omissioni. Le indagini vanno effettuate con scrupolo. Serve giustizia. Visto che le nostre istituzioni si sono dimostrate molto serie, sono convinto che il presidente sia con noi. Non sono un tecnico ma vorrei che l’Italia si costituisse parte civile». Un mazzo di rose bianche, un lungo applauso e le note di Perdutamente di Achille Lauro, fuori dalla Basilica di Sant’Ambrogio, per i funerali di Achille Barosi. Il nonno Osvaldo ha voluto ringraziare i poliziotti che avevano formato un cordone a protezione del carro ed ha aggiunto: «L’unica cosa che posso dire è che ci vuole solamente tanta fede e tanto amore ed essere vicini, è l’unica medicina che possiamo avere gratis per non cercare di sprofondare nella disperazione». Nella Capitale, oltre ai parenti e agli amici, per l’ultimo saluto a Riccardo Minghetti nella basilica di San Pietro e Paolo all’Eur c’erano anche i ministri dello Sport e della Salute, Andrea Abodi e Orazio Schillaci, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri e il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca. Sulla bara, accanto alla foto di Riccardo, la corona di fiori firmata «Ma, papà e Matilde», la sorella di 14 anni che quella tragica notte ha scavato tra le macerie alla ricerca del fratello. Dal pulpito la mamma ha ricordato: «Riccardo aveva un cuore grande, tenero e gentile, dietro la sua ironia e l’irrequietezza nascondeva una profonda sensibilità. Ci ha fatto faticare, ma era buono». «La vostra presenza qui oggi è il segno di quanto Riccardo ha fatto nella sua breve vita donandosi con generosità», ha detto in lacrime il papà Massimo. Uscendo dalla chiesa i genitori hanno sottolineato: «Non proviamo rabbia, solo dolore, ma vogliamo che sia fatta giustizia». «Condividere questo dolore con altre persone ti dà la forza», ha aggiunto la mamma, che ha ringraziato il presidente Meloni che è stata vicina anche a livello personale a tutti i genitori».«Il primo gennaio hai perso la vita e io l’ho persa con te, a differenza tua io vivrò con un vuoto incolmabile ma tu no», ha detto, con voce rotta dal pianto, Giuseppe Tamburi, padre di Giovanni durante il funerale a Bologna. La passione per la musica univa Giovanni a don Stefano Greco, amico di famiglia e catechista del sedicenne, che proprio dagli spartiti ha iniziato il suo discorso parlando dell’Incompiuta di Schubert: «È perfetta e struggente perché incompleta. Giovanni è la nostra Incompiuta». A Lugano sono state celebrate le esequie di Sofia Prosperi, l’italosvizzera di 15 anni studentessa dell’International School di Fino Mornasco, nel Comasco. Chiesa gremita di ragazzi con una rosa bianca in mano per la messa celebrata dal vescovo Alain de Raemy. Oggi a Boccadasse, a Genova, si terrà in forma strettamente privata il funerale di Emanuele Galeppini, il giovane campione di golf.
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George Soros (Ansa)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo aveva già annunciato a fine agosto, accusando Soros e suo figlio Alex di sostenere proteste violente negli Stati Uniti. «Non permetteremo più a questi lunatici di fare a pezzi l’America, Soros e il suo gruppo di psicopatici hanno causato gravi danni al nostro Paese. Fate attenzione, vi stiamo osservando!», aveva avvisato Trump. A fine settembre 2025, il presidente Usa ha firmato un memorandum presidenziale che esortava le agenzie federali a «identificare e smantellare» le reti finanziarie presumibilmente a sostegno della violenza politica. Oggi, la lotta al «filantropo» che sostiene attivamente molti gruppi di protesta ha fatto un salto di qualità: secondo quanto annunciato da Jeanine Pirro, procuratore degli Stati Uniti nel distretto di Columbia, la Osf potrebbe essere equiparata a un’organizzazione terroristica ai sensi del Rico Act (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) e i conti correnti collegati a Soros potrebbero essere congelati, innescando un feroce dibattito sui finanziamenti alle attività politiche, la libertà di parola e la sicurezza nazionale.
Trump ha citato esplicitamente George Soros e Reid Hoffman (co-fondatore di LinkedIn e PayPal, attivista democratico e assiduo frequentatore delle riunioni del Gruppo Bildeberg) come «potenziali sostenitori finanziari dei disordini che hanno preso di mira l’applicazione federale delle politiche migratorie americane (“Ice operations”)». L’accusa principale di Trump è che le reti di potere che fanno capo a ricchi donatori allineati ai democratici stiano indirettamente finanziando gruppi «antifa» e soggetti coinvolti a vario titolo in scontri, danni alla proprietà privata e attacchi mirati alle operazioni contro l’immigrazione clandestina. L’obiettivo del governo non sarebbero, dunque, soltanto i cittadini che commettono crimini, ma anche l’infrastruttura a monte: donatori, organizzazioni, sponsor fiscali e qualsiasi entità che si presume stia foraggiando la violenza politica organizzata.
L’ipotesi di Trump, in effetti, non è così peregrina: da anni in America e in Europa piccoli gruppi di anonimi attivisti del clima (in Italia, Ultima Generazione, che blocca autostrade e imbratta opere d’arte e monumenti), sono in realtà strutturati all’interno di una rete internazionale (la A22), coordinata e sovvenzionata da una «holding» globale, il Cef (Climate Emergency Fund, organizzazione non-profit con sede nell’esclusiva Beverly Hills), che finanzia gli attivisti protagonisti di azioni di protesta radicale ed è a sua volta sostenuta da donatori privati, il 90% dei quali sono miliardari come Soros o Bill Gates. E se è questo il sistema che ruota intorno al Cef per il clima, lo stesso schema delle «matrioske» è stato adottato anche da altre organizzazioni che, sulla carta, oggi difendono «i diritti civili» o «la disinformazione e le fake news» (la cupola dei cosiddetti fact-checker che fa capo al Poynter Institute, ad esempio, orienta l’opinione pubblica e i legislatori in maniera spesso confacente ai propri interessi ed è finanziata anche da Soros), domani chissà.
Secondo gli oppositori di Trump, trattare gli «Antifa» come un gruppo terroristico convenzionale solleva ostacoli costituzionali che toccano la libertà di espressione tutelata dal Primo emendamento e l’attività di protesta. Ma il presidente tira dritto e intende coinvolgere tutto il governo: Dipartimento di Giustizia, Dhs (Dipartimento di sicurezza interna), Fbi, Tesoro e Irs (Internal Revenue Service), l’agenzia federale responsabile della riscossione delle tasse negli Stati Uniti. Sì, perché spesso dietro questi piccoli gruppi ci sono macchine da soldi, che ufficialmente raccolgono donazioni dai privati cittadini, ma per poche migliaia di dollari: il grosso dei finanziamenti proviene dai cosiddetti «filantropi» ed è disciplinato ai sensi della Section 501(c) che esenta dalle tasse le presunte «charitable contributions», ovvero le donazioni fatte dai miliardari progressisti a organizzazioni non profit qualificate. Per le azioni di disobbedienza civile contro le politiche climatiche, ad esempio, si sono mobilitati Trevor Neilson, ex strettissimo collaboratore di Bill Gates, ma anche Aileen Getty, figlia di John Paul Getty II dell’omonima compagnia petrolifera, e Rory Kennedy, figlia di Bob Kennedy: tutti, inesorabilmente, schierati con il Partito democratico americano.
In Italia, le azioni annunciate contro Soros sarebbero un brutto colpo per Bonino, Magi & Co., che sono legittimamente riusciti - chiedendo e ricevendo i contributi direttamente sui conti dei mandatari elettorali - a schivare il divieto ai partiti politici, stabilito dalla legge italiana, di ricevere finanziamenti da «persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero non assoggettate a obblighi fiscali in Italia» e di accettare donazioni superiori ai 100.000 euro.
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