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2021-05-16
Settimana decisiva per riaprire l’Italia. Stavolta il governo non può rimandare
Ansa
Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore.
Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24.
Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».
Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».
A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista.
Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più».
E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. Ora la palla è prima alla cabina di regia e poi al Cdm.
I numeri danno fiducia a Fontana: «Eliminare del tutto il coprifuoco»
Forte dei numeri che segnano un miglioramento della situazione pandemica, chiede di rivedere il coprifuoco il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Per quanto riguarda la mia Regione, anche venerdì i numeri sono stati molto positivi per incidenza e occupazioni posti letto, a dimostrazione di una situazione che si sta evolvendo lentamente, ma positivamente», ha dichiarato ieri il presidente lombardo, intervenendo alla trasmissione Dentro i fatti su TgCom24. «Il discorso del coprifuoco in una situazione del genere va rivisto. Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23».
La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23.
Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione.
Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
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Matteo Salvini riunisce i ministri leghisti in vista della cabina di regia e del Cdm: «Dati confortanti, serve la svolta». Roberto Speranza frena.Calano ancora i positivi (6.659) e i morti (136) in Italia. Giù i ricoveri in Lombardia.Lo speciale contiene due articoli.Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore. Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24. Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista. Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più». E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. 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Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23». La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23. Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione. Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
Ansa
La rappresentazione dei fatti presentata dai pm, in sostanza, sarebbe stata dolosamente artefatta. L’istruttoria, però, secondo i giudici, pur avendo dimostrato che, all’epoca dei fatti, le operatrici dei servizi sociali non avessero elementi oggettivi da cui desumere che il bambino fosse stato vittima di abusi intrafamiliari, ha stabilito che non avrebbero avuto una tale «convinzione», ancorché infondata. Non solo. Limitano, e di molto, l’azione dei servizi sociali: «La funzione probatoria che connota le relazioni del servizio sociale», scrivono, «non coincide con la funzione probatoria richiesta dalla giurisprudenza per l’individuazione degli atti pubblici dotati di fede privilegiata». Quelle relazioni erano carta straccia? In realtà i giudici, che hanno assolto gli operatori anche dall’accusa di frode processuale, li salvano con questo passaggio: «Difatti, rispetto agli operatori sociali, […] l’istruttoria, oltre ad aver escluso la sussistenza di condotte assimilabili a quelle concepite nelle imputazioni, ha dimostrato come gli stessi abbiano sempre agito su specifico mandato del tribunale per i minorenni, che rendeva quindi doverosa la loro azione (come per gli allontanamenti e le successive collocazioni etero-familiari), oppure nell’ambito di quanto dallo stesso tribunale loro delegato (come di prassi si prevedeva per l’avvio e la gestione degli incontri protetti)».
E non è finita: «Gli stessi hanno sempre, costantemente, aggiornato l’autorità giudiziaria, ovvero proprio il soggetto che, in ipotesi d’accusa, avrebbero voluto ingannare, tramite le proprie relazioni». È il resoconto di un cortocircuito giudiziario. «Sebbene molte di queste (relazioni, ndr) siano state tacciate di falsità», aggiungono i giudici, «non ci si può esimere dal rilevare come anche tali contestazioni risultino smentite, o comunque indimostrate, all’esito della complessa istruttoria svolta». La conclusione: «Da ciò consegue […] che sia le decisioni che l’operato del servizio, diversamente da quanto ipotizzano nei capi in cui si contesta la frode processuale, non erano mossi da alcun fine di inganno ma si basavano, a ben vedere, su valutazioni tecnico-professionali, di competenza propria degli operatori, di cui non si è provata né l’abnormità né l’erroneità, così come neppure si è dimostrata la falsità dei dati di fatto su cui si fondavano».
Ogni volta che la sentenza esamina le condotte attribuite ai genitori o ai familiari (abuso sessuale, maltrattamento, pregiudizio grave), però, la conclusione è sempre la stessa: le ipotesi non reggono alla prova dibattimentale. Le ricostruzioni non superano la soglia «dell’oltre ogni ragionevole dubbio». La formula usata dai giudici è questa: «Non solo non si è dimostrata la sussistenza, in positivo, di condotte di tal fatta (gli abusi, ndr), ma l’istruttoria dibattimentale ha restituito un quadro del tutto divergente». La sentenza chiarisce che le ipotesi di abuso nascono e si sviluppano all’interno di un circuito valutativo, costruito attraverso relazioni, osservazioni, interpretazioni. Ma quando queste ipotesi arrivano in aula non diventano fatti. Restano ipotesi. I giudici spiegano che le valutazioni dei servizi sociali non sono prove. Non hanno «fede privilegiata». E soprattutto non possono trasformarsi, da sole, in accertamenti di eventi storici. Le ricostruzioni prospettate «non trovano riscontro in elementi oggettivi». I rilievi contenuti nelle relazioni poi usate per allontanare i minorenni dai loro genitori, per quanto non provate, stando alle valutazioni del tribunale, avrebbero avuto come fine quello «di tutelare i minori e aiutarli a elaborare i propri vissuti».
Alla fine non ha sbagliato nessuno. La sentenza, però, un passo ulteriore lo fa. Spiega che la partita non è chiusa. Ma che è aperto un altro fronte. Quello civile. In un caso in particolare, argomentano i giudici, «il provvedimento giudiziale di sospensione della responsabilità genitoriale, che ha determinato una lesione ingiusta del diritto» del minorenne «a mantenere un rapporto con i propri genitori e del diritto di questi a esercitare le prerogative connesse alla responsabilità genitoriale», avrebbe causato «un danno patrimoniale e non patrimoniale». Perché anche se l’allontanamento è avvenuto sulla base di presupposti non del tutto provati nel processo, qualcuno comunque dovrà rispondere delle conseguenze.
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Ecco #DimmiLaVerità dell'11 febbraio 2026. Il deputato della Lega Paolo Formentini commenta il voto di fiducia di oggi sull'Ucraina e i rapporti col partito di Vannacci.
Intellò, radical chic e progressisti si ribellano contro il termine «maranza» ed esortano a usare «immigrati di seconda generazione» o «risorse».
Il Carnevale di Viareggio (iStock)
Semel in anno licet insanire! Ci siamo: questa è la settimana più folle dell’anno e già giovedì s’imbandisce la tavola di «grasso». Per una fortunata coincidenza di calendario, il Carnevale, che ha infiniti significati e origini remotissime quanto intriganti, nel 2026 ingloba nei festeggiamenti in maschera anche la ricorrenza degli innamorati: San Valentino.
Il che riporta a origini ancor più remote: per comprenderle bisognerebbe andare a Mamoiada a farsi travolgere dalla forza dionisiaca dei Mamuthones. Sono queste maschere che danzano lentissime al suono dei campanacci e, ricoperte di pelli, rappresentano un “residuo” dei lupercalia, le ultime feste pagane a estinguersi. Fino al quarto secolo Papa Gelasio lamentava che i cristiani si lasciassero trascinare in questi riti pagani.
I lupercalia si celebravano tra il 13 e il 15 febbraio, nel mese che i romani ritenevano nefasto. C’è chi dice che fossero indetti a gloria e a tacitare le ire del dio Fauno, che guidava i lupi affamati all’assalto delle greggi nell’ultimo mese d’inverno. Da qui l’idea che sacrificando si potessero salvare le greggi e che i giorni dedicati al Luperco (una sorta di lupo divinizzato) assicurassero fertilità e prosperità alle mandrie.
Sarà un caso, ma se si prova a rispondere alla domanda su quando inizia il Carnevale, si ottengono le risposte più diverse: c’è chi dice da Santo Stefano, c’è chi dice la settimana prima della Quaresima. In realtà una data precisa ci sarebbe: il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonia Abate, protettore degli animali e delle benedizioni delle stalle. Anche qui, l’assonanza con i lupercalia ritorna. Anche se c’è chi sostiene che quei giorni per i romani fossero la celebrazione di Romolo e Remo allattati dalla lupa. I lupercalia erano riti di fertilità, con maschere e pelli di lupo o capra. Quel travestimento era uno dei cosiddetti riti di passaggio e le donne venivano portate a farsi fecondare dal caprone cosmico. I lupercalia erano riti anche di fertilità. Si narra che gli etruschi facessero una divinazione in quei giorni e che le donne sposate che non avevano figli venissero condotte nel recinto sacro e fosse loro cinto l’addome con strisce di pelle di caprone. Dieci lune dopo il rito tutte rimanevano incinte.
Non sorprende, quindi, che San Valentino cada il 14 febbraio. Scavando nelle antiche tradizioni, si scoprono tratti inediti del Carnevale. Se i lupercalia ci avvicinano alla magia della morte e resurrezione, sono i riti dionisiaci e i saturnali a spiegare la frenesia e la licenziosità, ai tempi nostri ormai solo alimentare, della festa carnascialesca. L’intreccio tra riti dionisiaci e i saturnali spiega infatti molte delle nostre usanze carnevalesche. Onore al dio del vino e della frenesia era un atto di comunicazione tra inferi e viventi, legato al ciclo morte-resurrezione e alla purificazione della città in attesa della primavera. Questa tradizione del rapporto tra i due mondi si perde veramente all’alba dell’umanità e a Roma dove questo s’intreccia con le consuetudini etrusche e con i riti egizi in onore di Iside, la dea della fertilità, per cui vi era una continua relazione tra la morte e la resurrezione. Questi riti si consumavano nel mese dedicato al dio Februus (da cui febbraio) quando la città doveva essere purificata in attesa della nuova vita (la primavera) e il riso era il cereale scelto per invocare la fertilità. Sulla scorta dei saturnali (si festeggiavano in dicembre per annunciare il sol invictus) anche durante i riti di febbraio c'era un sovvertimento dell’ordine sociale per cui nelle libagioni, nelle feste tutti partecipavano con uguale diritto alla frenesia.
Gli scherzi e i travestimenti erano tutti in funzione apotropaica: allontanare la morte con l’anno che se ne va (il capodanno dei latini era a marzo) annunciare la vita. Questa usanza di eliminare le scorie del tempo trascorso si ritrova oggi in alcuni carnevali: il più famoso per il rogo del fantoccio è quello di Poggio Mitreto. Egualmente, le maschere hanno un’origine remotissima: servivano a trasfigurare, come nel teatro greco e romano, evocando personaggi e divinità, e la tradizione del camuffamento risale persino a Babilonia, passando poi in Egitto e Roma con i carrus navalis. Fin dal teatro greco, appunto, si ha la maschera in scena per dare una visione evidente dei personaggi, ma anche per evocare l’immutabilità di fronte agli eventi avvicinando l’attore alla deità. Nel teatro romano vi erano sostanzialmente due stati d’animo significati dalla maschera: l’ilarità e la disperazione. Ma durante i saturnali ci si celava il volto proprio per denunciare che non v’era disparità sociale e durante le dionisiache la maschera celava l’identità anche per non far sapere se si veniva dal mondo dei viventi o dei morti. Questa abitudine al camuffamento è addirittura più remota delle nostre civiltà mediterranee. A Babilonia c’erano i corsi mascherati e dà lì derivano i carri carnevaleschi perché il corteo delle feste di Akitu, che si tenevano all’inizio della primavera (per gli antichi l’inizio dell’anno coincideva con la ripresa del ciclo vitale della natura in consonanza con il mondo agricolo), era aperto da sfilate di carri che riproducevano il ciclo sole-luna, vita-morte, giusto-sbagliato, tenendo conto che durante queste festività la trasgressione era il primo motore. Questi carri passarono in Egitto e poi a Roma dove sfilavano i carrus navalis (una barca su ruote) che apriva il corteo in onore di Iside.
Alcuni sostengono che carnevale derivi proprio da carrus navalis. In realtà è ormai acclarato che il nostro Carnevale deriva dall’accezione carnem levare che è eliminare (in epoca cristiana) la carne dalla tavola perché comincia la quaresima (martedì grasso che è l’ultimo giorno di Carnevale viene seguito dal mercoledì delle ceneri, quaranta giorni prima della Pasqua, ovunque in Italia se non a Milano dove per il rito ambrosiano il Carnevale finisce con l’ultima domenica prima della quaresima). In epoca pagana il carnem levare si riferiva a un’astinenza sessuale in segno di purificazione in attesa della fertilità delle idi di marzo. Come si vede dunque, per stare dalle parti degli antenati latini, nihil novi sub solem: noi facciamo gli scherzi di Carnevale, ci mettiamo le maschere e anche quelle della commedia dell’arte, da Arlecchino a Pulcinella, hanno a riferimento il teatro antico e i significati rituali dell’evocazione dei morti perché non disturbassero i vivi, facciamo sfilare i carri, ci diamo alla crapula prima della quaresima, che altro non è se non la purificazione in vista della resurrezione di Cristo, così come in antico il digiuno purificatore procedeva l’innesco del nuovo ciclo vitale.
A Viareggio la satira, a Venezia il fascino. Rassegna dei principali corsi di carri e feste in maschera d’Italia

Il Carnevale a Venezia (iStock)
Sarà per l’eredità latina, ma l’Italia è la patria del Carnevale. Certo, il sambodromo di Rio de Janeiro è un emblema mondiale e lì, danza, carri, evocazioni di presenze animiste vanno dal 13 al 17 febbraio in una sorta di delirio complessivo, ma le feste italiane hanno un fascino unico, tra carri allegorici, maschere storiche e tradizioni locali.
Altri carnevali famosissimi sono quello di Santa Cruz di Tenerife in Spagna che comincia a gennaio e termina a fine febbraio con alcune tappe imprescindibili: l’elezione della reina (da noi invece domina Re Carnevale) il Caso Apoteosis (la grande sfilata del 17 febbraio) e l’Entierro della sardina che corrisponde ai nostri roghi rituali che si fa il giorno dopo mentre in tutte le strade la festa continua fino a fine mese; il Carnevale di New Orleans dove il jazz è la colonna sonora, i carri allegorici risentono dell’atmosfera creola e il mardì grass è una sorta di riesumazione del rapporto con la Francia e proprio in Provenza si tiene il Carnevale di Nizza.
Ma in Italia se dici Carnevale pensi a Venezia per le feste fastose e a Viareggio per i carri allegorici. In realtà le sfilate, le feste, i raduni in maschera, le sagre sono diffuse lungo tutta la penisola e come detto a Mamoiada in Sardegna si trovano le tracce più remote del Carnevale.
A Venezia il programma è ricco: giovedì 12 febbraio sfilata dei carri a Pellestrina, taglio della testa del toro in piazza San Marco e show delle maschere per le calli. Sabato i carri sfilano a Marghera, domenica a Campalto. Il clou è martedì 17 con la sfilata sul Canal Grande, dove si possono incontrare personaggi storici come Giacomo Casanova nascosti dietro le maschere tradizionali:la Bauta (la più diffusa, bianca e senza bocca), la Moretta (velvet ovale femminile), il medico della peste (con il lungo becco) e la Ganaga (info www.carnevale.venezia.it).
A Viareggio, dove la satira prende forma tridimensionale, i corsi mascherati si tengono il 12, 15 e 17 febbraio, con la proclamazione del carro vincitore il 21 febbraio. Tutta la città è coinvolta e ovunque ci sono le feste rionali e grandi abbuffate gastronomiche (www.viareggio.ilcarnevale.com). Fano affida la regia del Carnevale al tre volte premio Oscar Dante Ferretti, con il tema di quest’anno Il viaggio di Vulon e il lancio delle caramelle domenica 15 febbraio. Altro Carnevale storico è quello di Cento in provincia di Ferrara che è tra i più lunghi, si sviluppa su cinque settimane ed è gemellato con quello di Rio. Gli appuntamenti con le sfilate dei carri sono per il 15 e il 22 febbraio e il primo marzo (info: www.carnevaledicento.it).
Famosissimo in tutto il Sud è il Carnevale di Putignano che si vanta di essere il più antico d'Europa. La festa come da consuetudine è in programma per il 15 e 17 febbraio, ma a Putignano oltre alla maschere, ci sono concerti (una festa speciale è prevista per San Valentino) spaghettate, mostre (info: www.carnevalediputignano.it). In Sardegna oltre al Carnevale di Mamoiada con i Mamuthones (sfilata il 17 febbraio, martedì grasso) molto famoso ma anche molto spettacolare è quello di Oristano con la giostra della Sartiglia che si corre domenica 15 febbraio e il martedì grasso (17 febbraio). La particolarità di questo torneo equestre che affonda le radici ai tempi dei Giudicati è che i cavalieri che devono infilzare un anello fatto a stella con la lancia corrono con la maschera in volto. Ad animare il Carnevale d’Ivrea è la battaglia delle arance: si svolge domenica 15, lunedì 16 e martedì 17. Il Carnevale comincia il 15 ed è l’unico che sfocia nel mercoledì delle ceneri con la tradizionale polentata (info: www.storicornevaledivrea.it). Infine ultima tappa al Sud, in Sicilia, ad Acireale, dove si svolge con le date canoniche (dal 12 al 17 febbraio, ma la festa qui comincia a fine gennaio) una doppia sfilata di carri allegorici e di carri fioriti contornati come in tutti i cortei dalla festa di popolo (info: www.carnevaleacireale.eu).
I cenci, la bandiera della dolcezza fritta. Niente di meglio di un passito per scordarsi del passato: ecco i vini di Carnevale

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Vuole la vulgata popolare che «fritta è buona anche una ciabatta». Sarà per questo che a Carnevale, in tutta Italia, si frigge. La verità è che questo è il modo più veloce per offrire dolci fragranti in quantità industriali. Sciovinismo a parte si può dire che la madre di tutti i dolcetti di Carnevale sono i cenci, o gli stracci, che poi diventano frappe, sfrappole e via discorrendo nelle diverse cucine italiche.
Ma perché questi semplicissimi dolci toscani sono l’archetipo?
Semplicemente perché Pellegrino Artusi, che si era fatto fiorentino in esilio da Forlimpopoli, li codifica nel suo La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene nella ricetta 595 che così recita: «Farina, grammi 240. Burro, grammi 20. Zucchero in polvere, grammi 20. Uova, n. Acquavite, cucchiaiate n. l. Sale, un pizzico. Fate con questi ingredienti una pasta piuttosto soda, lavoratela moltissimo con le mani e lasciatela un poco in riposo, infarinata e involtata in un canovaccio. Se vi riuscisse tenera in modo da non poterla lavorare, aggiungete altra farina. Tiratene una sfoglia della grossezza d’uno scudo, e col coltello o con la rotellina a smerli, tagliatela a strisce lunghe un palmo circa e larghe due o tre dita. Fate in codeste strisce qualche incisione per ripiegarle o intrecciarle o accartocciarle onde vadano in padella (ove l’unto, olio o lardo, deve galleggiare) con forme bizzarre. Spolverizzatele con zucchero a velo quando non saranno più bollenti. Basta questa dose per farne un gran piatto. Se il pane lasciato in riposo avesse fatta la crosticina, tornatelo a lavorare».
Partendo dall’Artusi il viaggio in Italia è dolcissimo e ogni regione celebra il Carnevale con dolci tipici.
In Lombardia, dove il Carnevale si allunga fino alla domenica, si fanno i dolcetti che esaltano le mele: i laciaditt. A Venezia si dice che Casaonva andasse pazzo per le fritole che sono frittelle barocche con pinoli e uva passolina, mentre l’opulenza gonzaghesca impone i riccioli che sono però fatti in forno: farina gialla finissima con burro, zucchero, strutto, tuorli d'uova e scorza di limone grattugiata. Li amano tutti quelli che sciano, sono krapfen, magari ripieni di crema (insomma i bomboloni del resto d’Italia) che si sposano con le frittelle di mele caratteristiche anche delTrentino. Leggere come l’aria tanto che una tira l’altra sono le castagnole gonfie e cremose d’Alessandria che il Monferrato chiama Carciò. In Emilia si fanno i rosoni: impasto simile a quello dei cenci, ma intrecciati in modo da sembrare gli alamari asburgici con tanta scorza d’arancio e in Romagna si fa di castagnola che bagnata nell’Alchermes diventa lo scroccafuso tradizionale delle Marche dove ci sono anche i mitici arancini o limoncini che si possono o fare al forno o fritti. In Umbria si rispolvera la crescionda spoletina, ma anche e soprattutto le frittelle di riso, quelle di mele o quelle di pasta di pane addolcita col miele. Nel basso Lazio si preparano delle mini-castagnole e torna in tutto il centro Italia la cicerchiata arricchita di miele e mandorle dolci. È parente strettissima degli struffoli napoletani. La pignolata con la glassa di zucchero è emblema della Sicilia, in Sardegna trionfano le zeppole mentre a Napoli si fanno le graffe che sono ciambelle fritte intrecciate, parenti dei frati toscani e delle ciambelle abruzzesi, mentre in Puglia continua la stagione delle cartellate.
Con questi dolcetti, d’obbligo sono i passiti.
Si parte dalla Valle d’Aosta con lo Chambave Muscat (Lavrille e la Crotta des Vigneron da tenere in conto). Si scende in Piemonte con l’Asti Spumante (come si fa a non dire Gancia o Bosca) con il Moscato d’Asti (la Cuadrina) o col Barolo Chinato ottimo con la cioccolata (Pio Cesare) o col Brachetto d’Acqui un vino «fragoloso» (Rosa Regale di Banfi). In Lombardia il passito del Garda (Brolo dei Giusti) o il rarissimo Moscato di Scanzo (il Cipresso). In Veneto eccoci con il Recioto della Valpolicella rosso (Angelorum di Masi) e il Recioto di Soave bianco (Poesie Cantina di Soave) e il Torcolatod i Breganze (Maculan) e il Fiori d’Arancio (Ca’ Lustra). In Friuli Picolit (Livio Felluga) e Verduzzo (Ramandolo La Roncaia). In Trentino Alto Adige ecco il Moscato Giallo (Serenade di Caldaro) e il Moscato Rosa (Franz Hass) o il Vino Santo da Nosiola (Pravis). In Liguria lo Sciacchetrà (Possa) trionfa, in Toscana il ventaglio è ampio ma si risolve nel Vin Santo (Avignonesi, Antinori, Frescobaldi) e nell’Aleatico dell’Elba (Le Ripalte). Impeccabile in Umbria il Sagrantino Passito di Arnaldo Caprai, inarrivabile il Muffato della Sala (Antinori). Nelle Marche ottimo il Pius IX de Il Pollenza, buonissimo il Maximo di Umani Ronchio (da verdiccio prevalente) amabilissima la Vernaccia di Serrapetrona (Quacquarini e Fontezoppa). In Romagna suadente l’Albana Passita (La Zerbina). Nel Lazio Moscato di Terracina (Villa Gianna) e Aleatico di Gradoli oltre alla Malvasia (Stillato di Pallavicini). In Puglia si fa un grande passito da uva Fiano (Zoe Vignaioli Vespa). In Calabria il vino identitario è il Moscato passiti di Saracena (Millirosu) e in Sicilia si va sulle isole per lo Zibibbo di Pantelleria (Ben Rye) per la Malvasia delle Lipari (Hauner), per il Marsala (Florio o Vecchio Samperi) e infine in Sardegna tre opzioni: la Vernaccia di Oristano (Contini), il passito del Sulcis da Nasco e Vermentino (Latina di Santadi) o uno straordinario vino liquoroso come l’Anghelo Ruju di Sella e Mosca.
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