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2021-05-16
Settimana decisiva per riaprire l’Italia. Stavolta il governo non può rimandare
Ansa
Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore.
Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24.
Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».
Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».
A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista.
Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più».
E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. Ora la palla è prima alla cabina di regia e poi al Cdm.
I numeri danno fiducia a Fontana: «Eliminare del tutto il coprifuoco»
Forte dei numeri che segnano un miglioramento della situazione pandemica, chiede di rivedere il coprifuoco il presidente della Lombardia, Attilio Fontana. «Per quanto riguarda la mia Regione, anche venerdì i numeri sono stati molto positivi per incidenza e occupazioni posti letto, a dimostrazione di una situazione che si sta evolvendo lentamente, ma positivamente», ha dichiarato ieri il presidente lombardo, intervenendo alla trasmissione Dentro i fatti su TgCom24. «Il discorso del coprifuoco in una situazione del genere va rivisto. Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23».
La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23.
Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione.
Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
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Matteo Salvini riunisce i ministri leghisti in vista della cabina di regia e del Cdm: «Dati confortanti, serve la svolta». Roberto Speranza frena.Calano ancora i positivi (6.659) e i morti (136) in Italia. Giù i ricoveri in Lombardia.Lo speciale contiene due articoli.Di sicuro c'è solo che domani, lunedì 17 maggio, saranno passati 192 giorni dall'introduzione del coprifuoco, e che lunedì prossimo, 24 maggio, quando forse la misura restrittiva sarà leggermente allentata, ne saranno trascorsi ben 199: un tempo infinito, un'eternità. Guardando le cose in questa prospettiva, c'è perfino da sorridere (assai amaramente) sull'insanabile contrasto, sulla stridente contraddizione tra l'enormità di ciò che ci è stato tolto e l'esiguità di quanto ci sarà restituito. Un'altra piccola rata di libertà, un'altra concessione omeopatica, liofilizzata, minuscola. Nulla più di questo. Tutto il resto è invece incerto: non si sa ancora quando saranno prese le decisioni definitive, e cosa conterrà il nuovo decreto legge, che è comunque necessario varare affinché le nuove disposizioni entrino immediatamente in vigore. Realisticamente, già lunedì si svolgerà una riunione della cabina di regia (organo anfibio, un po' tecnico e un po' politico, che naturalmente non è previsto in nessun articolo della nostra Costituzione: e, inutile girarci intorno, che decisioni così importanti maturino in contesti informali resta una delle grandi anomalie di questa fase). A seguire si svolgerà un Consiglio dei ministri, e le nuove misure scatteranno da lunedì 24. Ieri, anche per serrare le fila, Matteo Salvini ha convocato una riunione online con i suoi, che saranno chiamati (prima in cabina di regia e poi in Cdm) a una prevedibile battaglia. Nel corso della videoconferenza (alla quale erano collegati, tra gli altri, i ministri Giancarlo Giorgetti, Massimo Garavaglia, Erika Stefani, i governatori e alcuni sindaci, oltre al responsabile enti locali, Stefano Locatelli), il leader leghista è stato netto: «L'Italia ha dati sanitari confortanti che ci permettono di chiedere, a nome di migliaia di sindaci e delle Regioni, il ritorno al lavoro, alla libertà e alla vita». Secondo l'impostazione di Salvini, la Lega punta, tra l'altro, ad almeno tre obiettivi. Primo: «La riapertura di bar e ristoranti al chiuso almeno al 50%». Secondo: «Un programma di cancellazione del coprifuoco da qui ai prossimi giorni». Terzo: «Via libera a palestre e piscine al chiuso». Il segretario della Lega ha avuto buon gioco a rimarcare ciò che anche La Verità ha fatto notare da almeno tre giorni: «Le riaperture di fine aprile non hanno portato alcun risultato negativo, si assiste anzi a un costante miglioramento».Secondo un copione ormai scontato, alla posizione di Salvini ha fatto da controcanto il solito Roberto Speranza. Per un verso, come aveva già fatto ieri Enrico Letta, arrampicandosi sugli specchi nel tentativo di intestarsi il merito delle riaperture. Per altro verso, cercando di circoscriverle, di transennarle, di ridurle al minimo. Speranza, che ha parlato all'assemblea di Articolo Uno, ha detto: «Presto si ripartirà, si tornerà nei cantieri, nelle fabbriche, nei luoghi di discussione e questa è una cosa grande e bella. Oggi possiamo dire che si riapre perché siamo stati attenti e prudenti». Quanto alle aperture, secondo il ministro, devono essere «ponderate perché non vogliamo tornare indietro». Gran finale autocelebrativo: «Io spesso sono descritto come il ministro più duro. Credo sia normale per il ministro della Salute, ma voglio essere ottimista per la stagione che si apre, sia pur con la massima prudenza».A questo punto la palla passa a Mario Draghi, è c'è davvero da augurarsi che il premier non si abbandoni ancora una volta a una sorta di «manuale Cencelli» delle riaperture, bilanciando una concessione a destra in senso aperturista con una concessione a sinistra in senso chiusurista. Sarebbe davvero paradossale appellarsi nei giorni pari alla ripresa economica e del turismo, e poi nei giorni dispari disfare la tela mantenendo in vigore norme incompatibili con un minimo di normalità. Come pure sta diventando politicamente fastidioso attenuare le misure improntate al rilancio economico, solo per evitare di dare la sensazione che Salvini abbia vinto la partita. Anzi, da questo punto di vista è paradossale che non ci sia mai un invito fermo a Enrico Letta a sospendere la tattica - ormai stucchevole e in ultima analisi dannosa proprio per il governo - volta a tentare ogni giorno di provocare il leader leghista. Intanto, un contributo di ragionevolezza è venuto dal sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, sentito da Adnkronos salute: «Dobbiamo fare ragionamenti di buon senso basati sui numeri: le vaccinazioni accelerano sempre di più e la situazione epidemiologica migliora di settimana in settimana. Con questi dati confortanti avremo un agosto con più libertà e anche con la possibilità di togliere la mascherina all'aperto». Per Costa, sul coprifuoco «lunedì verrà presa una decisione in senso positivo sullo spostamento alle 23 o alle 24. Un segnale», ha proseguito, «che io reputo positivo nella logica della gradualità. Ma è chiaro che a giugno si andrà verso l'abolizione, questa è più di un'ipotesi. I dati oggi ci dipingono una situazione positiva dei contagi e dei ricoveri in ospedale e si vede un miglioramento dei parametri di settimana in settimana». Sulla stessa linea il ministro leghista del Turismo, Massimo Garavaglia: «Il messaggio del coprifuoco non funziona per il turismo e credo che abbia i giorni contati. Mi viene da dire che dal 2 giugno non ci sarà più». E in effetti anche ieri i dati hanno confermato una tendenza complessivamente positiva e rassicurante. In calo i positivi, i decessi, il tasso di positività, i ricoveri in terapia intensiva, e quelli nei reparti ordinari. Tutti elementi che militano a favore di un atto di ragionevole coraggio. 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Due settimane fa abbiamo chiesto come Regioni che si passasse alle 23. Adesso, anche per favorire il turismo, credo si debba o eliminare completamente o limitarlo a poche ore per notte», ha continuato Fontana che, guardando al futuro, ha osservato come sia «difficile convincere un turista a passare una vacanza in Italia se sa di dover tornare in albergo alle 22 o alle 23». La richiesta potrebbe essere accolta anche in tempi brevi proprio sulla base dei dati, confortanti, arrivati ieri dal ministero della Salute, che segnalano in 24 ore 1.000 positivi in meno a livello nazionale: 6.659 contro i 7.567 del giorno prima, con un tasso di positività al 2,2%, in riduzione dal 2,5% di venerdì. Tutti i numeri calano. Negli ospedali, per Covid, ci sono 1.805 pazienti in terapia intensiva (55 in meno), con 63 ingressi rispetto ai 99 del giorno prima. Nei reparti ordinari ci sono 557 ricoverati in meno. Calano anche le vittime: 136 (erano state 182). La Campania, con 946 casi, segue la Regione più colpita, la Lombardia, che ha 1.154 positivi, ma un tasso di positività al 2,3%, un numero stabile di decessi (22 contro 23) e una riduzione dei ricoveri per Covid: 2.159, cioè 92 in meno rispetto a venerdì, di cui 390 (21 in meno) in terapia intensiva. Di questo passo, secondo il presidente dell'Istituto superiore di sanità, Silvio Brusaferro, si potrà «progressivamente arrivare a superare la misura del coprifuoco». Non è quindi escluso che già dalla riunione della cabina di regia di domani possa arrivare uno slittamento alle 23. Del resto la Lombardia, dopo una partenza complicata, sta viaggiando a ritmi sostenuti sulla campagna di immunizzazione anti Covid. «Le uniche incognite che esistono sono i vaccini», ha spiegato Fontana, «nel momento in cui ce ne venissero consegnati di più, potremmo tranquillamente crescere». Una settimana fa la Regione ha superato «le 115.000 inoculazioni al giorno, ma siamo pronti a superare le 150.000», ha aggiunto il governatore, osservando che, «nel momento in cui avremo, dal 20 maggio, il programma dei numeri di vaccini che ci arriveranno, potremo essere più precisi nell'indicazione delle date entro cui potremo concludere le nostre vaccinazioni». Tutto dipende dalla fornitura. «Noi oggi siamo costretti a non superare le 80.000 dosi al giorno», ha ricordato il governatore, «abbiamo una serie di ipotesi sulla campagna vaccinale e diciamo che se ci dovessero arrivare le 120.000 dosi quotidiane, entro il 10 luglio potremmo concludere la prima vaccinazione a tutti i lombardi». Anche per questo ha chiesto, nel caso in cui ci fossero dosi di Astrazeneca che non vengono utilizzate, di inviarle alla sua Regione. Sull'elevata efficacia dei vaccini anti Covid, variante inglese compresa, sono arrivate conferme anche da uno studio dell'università di Ferrara. Gli autori riportano il 95% di contagi in meno, 99% di malati con sintomi in meno tra i vaccinati rispetto ai non vaccinati. Il vaccino Astrazeneca sembra avere un'efficacia che sfiora il 100%, anche dopo una singola dose.
L'evacuazione della Mv Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
I toni con i quali viene descritta la vicenda del contagio da Hantavirus tra chi viaggiava sulla nave da crociera della compagnia olandese Oceanwide Expeditions, partita il 1° aprile da Ushuaia, Argentina, con 151 persone a bordo, ricordano sempre più la narrazione da esordio pestilenze. O da inizio pandemia Covid.
Basti solo pensare che il ministero della Salute spagnolo, per cercare di tranquillizzare il governo delle Canarie del tutto contrario allo sbarco dei «possibili untori», ha dovuto mandare a Tenerife una relazione stilata dal Centro per le allerte e il controllo delle emergenze sanitarie in cui si definiva «possibilità remota» che eventuali roditori infetti da Hantavirus presenti sulla nave, qualora fossero presenti, potessero saltare a terra, nuotare per 300 metri fino al molo, arrampicarsi e colonizzare l’isola.
Ma «los canarios» non si sono affatto calmati: ieri erano furiosi perché per le pessime condizioni del meteo la nave ha attraccato al porto, e stanno minacciando azioni legali contro Madrid per la decisione di aver fatto sbarcare i passeggeri senza effettuare prima i test antigenici. Mentre ieri venivano ultimate le operazioni in terra spagnola, l’ultimo comunicato dell’Oms elevava a sette i casi confermati di contagio.
Un passeggero statunitense e uno francese sono risultati positivi al virus, un altro passeggero americano presenterebbe «sintomi lievi». Negli Stati Uniti, dei 18 individui rimpatriati, due sono stati trasportati in aereo ad Atlanta per «ulteriori valutazioni e cure» e 16 si trovano ora presso l’University of Nebraska Medical Center. «Nei prossimi giorni, i passeggeri saranno sottoposti a una prima valutazione sanitaria e riceveranno indicazioni da esperti sui passi successivi», ha spiegato John Knox, del Dipartimento della Salute e dei Servizi umani.
È invece in terapia intensiva la donna, tra i cinque cittadini francesi evacuati dalla nave, che aveva iniziato a sentirsi male domenica sera durante il volo da Tenerife a Parigi e che era risultata positiva al test. Lo ha comunicato lunedì il ministro della Salute francese, Stéphanie Rist, precisando inoltre che 22 cittadini transalpini sono stati identificati come contatti stretti e saranno posti in isolamento. Trentadue persone avevano infatti lasciato la nave da crociera quando questa ha fatto scalo sull’isola di Sant’Elena il 24 aprile.
I 14 spagnoli evacuati e trasferiti a Madrid hanno iniziato la quarantena presso l’ospedale Gómez Ulla, dove resteranno fino al 17 giugno, mentre le autorità olandesi hanno optato per un modello diverso: isolamento domiciliare con la responsabilità individuale di comunicare eventuali cambiamenti e la possibilità di effettuare brevi uscite, purché si indossi una mascherina e si mantenga il distanziamento fisico. I quattro contatti precauzionalmente isolati in Italia, invece, continuano a non presentare alcun sintomo. «Oggi da noi non c'è alcun pericolo», ha detto il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ieri sera al Tg1. Nella circolare del ministero, inoltre, si invitano le compagnie aeree a segnalare eventi sanitari sospetti che possono presentarsi a bordo.
Il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) ha riferito che l’analisi genetica dell’Hantavirus prelevato dalla nave da crociera olandese indica che si tratta della variante Andes già nota, non di una nuova, e pertanto non vi sono prove che sia più pericolosa. Però, con una nota della direttrice Pamela Rendi-Wagner, si è premurato di informare che «a causa delle incertezze persistenti e del lungo periodo di incubazione», è «possibile» che nelle prossime settimane si verifichino «ulteriori casi» di Hantavirus tra ex passeggeri e membri dell’equipaggio.
Già ci stanno pensando i virologi nostrani a rispolverare spauracchi pandemici. Come il virologo Roberto Burioni, che su Repubblica avverte: «Tutti questi individui devono essere isolati e controllati, perché il virus delle Ande può avere un’incubazione che arriva fino a quasi 50 giorni […]. Dobbiamo anche stabilire regole di comportamento rigorosissime». Eppure, l’ex commissario della Fda, Scott Gottlieb, ha dichiarato che «ci stiamo avvicinando alla fine del periodo di trasmissione» per i passeggeri che erano a bordo, e che, data la differenza di trasmissione con il Covid, l’Hantavirus «non si diffonderà come un virus pandemico».
Ma le virostar come Matteo Bassetti, direttore di Malattie infettive del San Martino di Genova, non perdono l’occasione di commentare. «Su quella nave sono stati commessi degli errori clamorosi: colpa dei negazionisti del Covid». Per poi aggiungere: «Se quelle persone non scendevano dalla nave il problema era risolto».
Per fortuna c’è chi mantiene una posizione scientifica. «Si sta diffondendo un allarme ingiustificato per l’Hantavirus. In Italia esiste da sempre una patologia batterica, talvolta grave, anche se curabile con una precoce antibioticoterapia, che riconosce gli stessi serbatoi dell’Hantaviris e simili modalità di trasmissione. Si chiama Leptospirosi. Era, ora di meno, particolarmente diffusa in Pianura Padana, soprattutto nelle risaie. Conosciuta da decenni, nessuno si è mai sognato di diffondere allarmismo per la stessa», commenta sui social il professor Pietro Luigi Garavelli, che è stato per un quarto di secolo primario di malattie infettive all’ospedale di Novara.
«Lo schema è sempre quello, notizia che genera paura. Il rischio di replica con il Covid è soprattutto sul piano comunicativo, non su quello epidemiologico», osserva Roy De Vita, primario della Chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena. Il medico e biochimico americano Robert W. Malone ha ironizzato su tanto allarmismo «Previsione: quest’anno tutti vorranno un test per l’Hantavirus quando contrarranno l’influenza o il comune raffreddore. Nei casi sub-clinici, la malattia appare come una breve sindrome simile all’influenza con febbre, stanchezza, dolori muscolari e mal di testa che si risolve da sola», ha postato su X. «Ma se un gran numero di persone verrà testato, quando i funzionari potranno dimostrare che più persone di quanto pensassero potrebbero aver avuto l’Hantavirus, a un certo punto potranno spingere per accelerare l’approvazione di un vaccino!»
«È in circolazione da molto tempo. La gente lo conosce molto bene. È molto difficile da diffondere. È molto più difficile da contrarre rispetto al Covid. Ci conviviamo da anni, molti anni. Siamo molto attenti», ha fatto sapere il presidente statunitense Donald Trump.
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Vladimir Putin (Ansa)
La Serbia si è offerta di ospitare i negoziati tra Ucraina e Russia, e girano già alcuni nomi di possibili negoziatori e mediatori per conto dell’Ue, come Antonio Costa, Angela Merkel e Mario Draghi. La prudenza in Europa è alta, ma è un fatto che sabato, alla parata militare di Mosca, Putin ha parlato per la prima volta della fine della guerra. Poi, certo, potrebbe finirla e basta, avendola iniziata lui, ma sono le troppe le questioni sul tappeto, troppi gli interessi in gioco, anche di terzi.
Durante i festeggiamenti per l’anniversario della vittoria sulla Germania nazista, il presidente russo ha affermato che la Russia «non ha mai rifiutato» di tenere negoziati con l’Unione europea, prendendo al volo una proposta del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di avviare un dialogo con Mosca. Soprattutto, ha sorpreso un po’ tutti affermando che «la guerra sta volgendo al termine». Poi, certo, come possibile mediatore ha tirato fuori un nome non proprio popolare dalle parti di Bruxelles, quando ha detto: «Come candidato al ruolo di negoziatore preferirei l’ex cancelliere tedesco Schröder. Altrimenti, che scelgano loro un leader di cui si fidano». Putin per primo sa che l’ex cancelliere, che ha avuto ruoli ben remunerati in colossi del gas e del petrolio russi come Gazprom e Rosfnet, non verrà mai preso in considerazione, specie da Berlino, ma lui stesso ha detto chiaramente che è pronto a valutare altri nomi.
Certo, non si poteva pretendere che a una parata militare di quel genere uno come Putin non definisse la guerra «giusta» e l’Ucraina «un Paese aggressivo», «supportato e armato dall’intera Nato», ma le parole sul conflitto agli sgoccioli sono inedite.
Le reazioni più preoccupate sono arrivate dalla Germania, al momento. Il ministro Pistorius parla di «diversivo» russo rispetto a «ingenti perdite militari» e afferma di temere che si tratti «di un nuovo inganno, visto che spesso Putin ha giocato con le carte truccate», anche se questa volta spera di sbagliarsi. Secco il ministro degli Esteri, Johann Wadephul: «È un inganno» e basta.
Il governo di Berlino è comunque in imbarazzo, boccia informalmente l’idea dell’ottantaduenne Schröder e fa sapere che eventuali negoziati tra Ue e Russia dovrebbero essere coordinati con tutti gli Stati membri e, naturalmente, con Kiev. Un portavoce del cancelliere Merz ha poi chiarito che «il governo tedesco continua a impegnarsi per le trattative. La Russia sa molto bene quali sono i possibili interlocutori in Europa e l’Europa è pronta».
Proprio pronta, forse, no. Anche perché i negoziati di pace ci sono e li stanno guidando gli Stati Uniti di Donald Trump. Per Bruxelles sarebbe l’occasione di rientrare in partita, dopo essersi svenata per salvare l’Ucraina ed essersi data la zappa sui piedi, economicamente, con le sanzioni contro Mosca. Kaja Kallas, alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la sicurezza, parte dalla considerazione che «Putin si trova in una posizione più debole che mai», con il suo esercito che «sta perdendo molte vite sul campo» e un «malcontento crescente nella sua società». Quindi non chiude la porta, ma alza la posta: «Ho capito le trappole che la Russia sta tendendo (…), e non siamo pronti a negoziare in questo momento, non si tratta di negoziare in buona fede». La prova di questa «cattiva fede»? Per Kallas sarebbero le «rivendicazioni massime» di Mosca, ovvero ottenere tutto il Donbass ed escludere per sempre l’Ucraina dalla Nato.
Toni non certo da falco, invece, da parte di Antonio Costa. Il presidente del Consiglio europeo, dopo le aperture di Putin, ha ripetuto che l’obiettivo dell’Ue rimane «una pace giusta e duratura», aggiungendo però che è necessario «non disturbare l’iniziativa del presidente Trump». Al momento opportuno, continua Costa, «sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni». Non è un caso che il nome del socialista portoghese sia uno di quelli ricorrenti per una mediazione tra Putin e Zelensky, insieme a quelli di Angela Merkel e Mario Draghi. Antonio Tajani, ministro degli Esteri italiano, ha comunque fatto notare che «il negoziatore lo sceglie l’Europa». Nonostante i suggerimenti di Putin. Eventuali negoziati si svolgerebbero in un Paese terzo e ieri si è offerta la Serbia, che non a caso è storicamente il Paese più filorusso d’Europa.
Sul fronte americano, a oggi l’unico vero canale di dialogo operativo tra Mosca e Kiev, arriva la notizia che presto Steve Witcoff e Jared Kushner, i due negoziatori Usa, saranno a Mosca per allungare la tregua con l’Ucraina. Lo ha annunciato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov all’agenzia Tass, garantendo che il dialogo andrà avanti. Mentre da parte di Zelensky arriva la conferma che anche l’Ucraina ha preparato, come la Russia, la sua lista di 1.000 persone destinate a uno scambio di prigionieri.
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