True
2022-08-26
Sempre più armi, zero diplomazia. Così alimentiamo la guerra lunga
(Ansa)
Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili.
Scontro a oltranza
E mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.
La posizione atlantica
Sta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace.
a lunga scadenza
Nelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina.
Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.
Alla fine pure Di Maio va da Zelensky
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto».
Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres.
È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
Continua a leggereRiduci
Gli Usa daranno a Kiev materiale e addestramento per altri cinque anni. Da Berlino forniture per 500 milioni nel 2023. L’Occidente sta contribuendo alla creazione di un Afghanistan europeo, eternamente destabilizzato. Visita di Di Maio in Ucraina: «Non potevamo ignorare il vostro grido di dolore». Altri sette bombardamenti sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia.Lo speciale contiene due articoli.Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili. Scontro a oltranzaE mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.La posizione atlanticaSta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace. a lunga scadenzaNelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina. Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-armi-zero-diplomazia-cosi-alimentiamo-la-guerra-lunga-2657948565.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-fine-pure-di-maio-va-da-zelensky" data-post-id="2657948565" data-published-at="1661519819" data-use-pagination="False"> Alla fine pure Di Maio va da Zelensky Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto». Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres. È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
Nessuno sia lasciato indietro. Il diritto di Taiwan a cooperare per una salute universale
Dal 18 al 23 maggio 2026, mentre si svolge a Ginevra la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità (AMS), una questione di giustizia e sicurezza globale rimane aperta e inaccettabilmente irrisolta. Nonostante il passare degli anni, la partecipazione di Taiwan ai lavori dell'Assemblea continua a essere ostacolata, lasciando un vuoto ingiustificabile nella rete sanitaria internazionale. L’AMS affronta temi cruciali sulla salute, dall'impatto del cambiamento climatico alla preparazione verso nuove pandemie e alla lotta contro la resistenza antimicrobica, eppure si continua a permettere che ragioni politiche prevalgano sul diritto universale alla salute, emarginando un Paese libero e democratico da un dialogo che appartiene a tutti.
L’esclusione di Taiwan dal sistema delle Nazioni Unite e dalle sue agenzie specializzate affonda le radici in una grave e persistente distorsione della Risoluzione 2758. È necessario ribadire con fermezza che tale documento, insieme alla Risoluzione 25.1 dell’AMS, affronta esclusivamente la rappresentanza della Cina all’ONU, ma non menziona Taiwan, non stabilisce che sia parte della Repubblica Popolare Cinese, né le conferisce il diritto di rappresentarla. Solo il governo democraticamente eletto di Taiwan può dare voce ai suoi 23 milioni di abitanti. Subire questa imposizione esterna è un’ingiustizia verso un intero popolo e mina l'integrità della sicurezza sanitaria globale.
Negli ultimi anni, il sostegno internazionale a favore di Taiwan è aumentato. In Italia, la Camera dei deputati ha approvato diverse risoluzioni, in particolare nel marzo 2025 ha approvato il documento finale dell’indagine conoscitiva sull’Indo-Pacifico, riaffermando l’importanza di Taiwan per la stabilità della regione. Nel mese di novembre 2025, l'Aula consiliare della Regione Lombardia ha compiuto un passo storico, approvando all'unanimità la mozione n. 370. L'atto promuove l’inclusione del Paese nelle organizzazioni internazionali, agendo concretamente contro il suo isolamento diplomatico. Un simile orientamento è condiviso anche dal Parlamento Europeo, dai suoi Stati membri e da numerosi altri governi, tra cui quelli di Giappone, Stati Uniti, Canada e Regno Unito, che hanno adottato risoluzioni affini, condannando le provocazioni militari della Cina e l’uso strumentale derivante dalla distorta interpretazione della Risoluzione 2758. Tali iniziative testimoniano la crescente consapevolezza delle democrazie mondiali e la ferma volontà di porre fine a un’emarginazione forzata e non più sostenibile per garantire a Taiwan il pieno riconoscimento nel contesto internazionale.
Taiwan ha dato prova di una competenza straordinaria nella gestione delle crisi e nell’innovazione medica. Nel 2025, ha raggiunto con cinque anni di anticipo i target dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l'eliminazione dell'epatite C, portando i tassi di diagnosi e trattamento sopra il 90%. La sua esperienza nella prevenzione delle malattie infettive, supportata da un sistema di sorveglianza digitale all'avanguardia, è un bene pubblico che il mondo non può permettersi di sprecare. Oltre alla gestione delle emergenze, sta guidando la transizione verso la "Sanità Intelligente". Attraverso l’implementazione del Programma 888 per il monitoraggio delle patologie croniche e l'integrazione dell'intelligenza artificiale nei protocolli clinici, ha sviluppato modelli di cura predittiva con il potenziale di rivoluzionare l'efficienza dei sistemi sanitari.
In netto contrasto con questi contributi, dal 2017 a oggi la partecipazione di Taiwan ai meccanismi tecnici e informativi dell'OMS è stata drasticamente ridotta a causa dell'ostruzionismo di Pechino. Tale esclusione compromette la capacità di risposta globale, come abbiamo tragicamente appreso durante la pandemia di COVID-19, quando i nostri tempestivi segnali d'allerta rimasero inascoltati. Nell’attuale scenario del 2026, rinnoviamo con urgenza l’appello affinché l'Italia e la comunità internazionale si pongano come contrappeso a queste pressioni arbitrarie e discriminatorie. Sostenere l’ammissione di Taiwan in qualità di osservatore alle Nazioni Unite e alle sue agenzie specializzate non è un gesto politico contro qualcuno, ma un gesto di responsabilità verso tutti.
Taiwan è sempre pronta a mettere a disposizione strategie, tecnologie avanzate e l'eccellenza dei propri professionisti nella convinzione che il diritto alla salute e la sicurezza non debbano conoscere confini. “Insieme è meglio”, solo se nessuno viene lasciato indietro.
Riccardo Tsan Nan Lin
Direttore Generale
Ufficio di Rappresentanza di Taipei in Italia
Ufficio di Milano
Continua a leggereRiduci
La società IT presenta a Milano una nuova piattaforma gestionale dedicata alle piccole e medie imprese italiane. Automazione, integrazione con l’ecosistema Microsoft e modello «pay per use» al centro del progetto, con focus su produttività e digitalizzazione dei processi aziendali.
Le piccole e medie imprese italiane restano il cuore dell’economia del Paese, ma spesso affrontano la trasformazione digitale con strumenti limitati, costi elevati e processi ancora troppo manuali. È su questo terreno che Cegeka prova a inserirsi con SPACEplus, nuova piattaforma ERP presentata a Milano nella sede di Comin & Partners.
L’obiettivo dichiarato dall’azienda è rendere accessibili anche alle Pmi strumenti normalmente riservati a realtà più strutturate: gestione automatizzata dei processi aziendali, integrazione dell’intelligenza artificiale e un modello di utilizzo «pay per use», che consente alle imprese di attivare solo i moduli realmente necessari.
SPACEplus nasce dall’evoluzione delle precedenti piattaforme sviluppate da Cegeka negli ultimi decenni. Il progetto mantiene alcuni elementi storici della famiglia SPACE - modularità, personalizzazione e semplicità di utilizzo - ma introduce una nuova architettura tecnologica pensata per aumentare prestazioni e scalabilità. La piattaforma è stata sviluppata con un’attenzione particolare alle esigenze delle Pmi italiane, soprattutto nei settori manifatturiero, metallurgico, cosmetico, dell’occhialeria, dell’Oil & Gas, della plastica e dei servizi. Il sistema punta ad accompagnare le aziende nella gestione quotidiana di attività amministrative, produzione, gestione ordini e monitoraggio operativo.
Uno degli aspetti centrali del progetto riguarda l’integrazione dell’intelligenza artificiale all’interno dei processi aziendali. SPACEplus utilizza sistemi di automazione per attività come analisi documentale, inserimento dati, precompilazione e gestione ordini, fino alle analisi avanzate a supporto delle decisioni aziendali. La piattaforma dialoga inoltre con l’ecosistema Microsoft e Office 365, integrando strumenti come Teams, Excel, Outlook e Power BI per trasformare dati e documenti in dashboard e flussi automatizzati.
Secondo Cegeka, i benefici osservati riguardano soprattutto la riduzione dei tempi operativi, una maggiore accuratezza nella gestione dei dati e una diminuzione delle attività manuali ripetitive. «Il mercato degli ERP per le Pmi italiane aveva bisogno di essere ripensato», ha spiegato Lorenzo Greco, amministratore delegato di Cegeka Italia. «SPACEplus mette la sovranità digitale e la velocità decisionale al centro, trasformando uno strumento gestionale in un vero vantaggio competitivo». L’azienda ha inoltre delineato una roadmap di sviluppo che guarda al 2030, con l’obiettivo di evolvere progressivamente la piattaforma verso un’architettura cross-platform basata su .NET10 e di aggiornare in modo continuo le funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
Fondata nel 1992 in Belgio da André Knaepen, Cegeka opera oggi in 17 Paesi con oltre 9.000 dipendenti e un fatturato consolidato che nel 2025 ha superato 1,28 miliardi di euro. In Italia il gruppo conta circa 500 professionisti e concentra la propria attività su cloud, cybersecurity, data management, AI e business applications.
Continua a leggereRiduci
Edifici residenziali fatiscenti e danneggiati costeggiano le strade dell'Avana, a testimonianza di anni di degrado e mancanza di manutenzione, in un contesto di persistente difficoltà economica (Getty Images)
Washington colpisce Gaesa, il colosso statale che controlla oltre il 40% dell’economia cubana, imponendo lo stop ai rapporti con L’Avana entro il 5 giugno. Diaz-Canel denuncia un attacco «genocida», mentre l’isola sprofonda fra blackout e crisi del turismo.
Nello scontro fra Cuba e Donald Trump si è aperto un nuovo capitolo e l’amministrazione statunitense ha imposto l’ennesimo pacchetto di sanzioni all’isola caraibica. Washington questa volta ha colpito le imprese straniere che lavorano con L'Avana e che entro il 5 giugno dovranno chiudere ogni tipo di transazione con il consorzio Gaesa, Grupo de admnistración empresarial sociedad anónima, l’ente statale cubano che gestisce oltre il 40% dell’economia dell’isola e ha un patrimonio stimato superiore ai 18 miliardi di dollari.
Gaesa è nato a metà degli anni Novanta, dopo il crollo del blocco sovietico, ed è stato fondamentale per mantenere in piedi la sempre traballante economia cubana. Le nuove sanzioni colpiscono anche gli istituti finanziari e bancari e rischiano di essere il colpo di grazia per il regime del presidente e segretario del partito comunista Miguel Diaz-Canel. Se la scadenza del 5 giugno non verrà rispettata tutti i soggetti saranno sottoposti a quelle che tecnicamente si chiamano sanzioni secondarie, che bloccherebbero i loro rapporti con gli Stati Uniti. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha voluto inserire Gaesa in questa nuova black list, insieme a Mona Nickel, un’azienda con un’importante partecipazione canadese nell’esportazione del nichel e cobalto, attraverso la Sherrit, che ha subito sospeso tutte le attività a L’Avana.
Il Canada è una delle nazioni con più interessi a Cuba, insieme a Messico e Spagna. Madrid per il momento si è rifiutata di chiudere il canale cubano, ma le pressioni statunitensi stanno crescendo, perché sostengono che queste imprese facciano profitti con asset che il regime comunista ha espropriato a persone ed imprese statunitensi. Il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodríguez Parrilla su X ha attaccato Washington accusando Donald Trump di voler punire la popolazione lasciandola senza cibo né medicinali. Il responsabile degli Esteri è arrivato a definire queste nuove sanzioni nate con un intento genocida contro la nazione cubana e che questo rende più difficili le relazioni fra i due stati. «Questo atto statunitense è contro i principi dell’umanità», ha continuato Parrilla Rodriguez, e le dichiarazioni di Marco Rubio sono ciniche, ipocrite e deliranti. «Queste azioni della Casa Bianca vogliono causare il massimo danno possibile alla popolazione e alle famiglie cubane, senza alcuna giustificazione, se non quella di occupare la nostra nazione». Al ministro degli Esteri ha fatto eco Jose Ernesto Diaz-Perez, rappresentante di Cuba presso l’Organizzazione mondiale del commercio, che ha detto che si tratta di una violazione del diritto internazionale e delle norme che reggono il sistema multilaterale del commercio.
Cuba sta attraversando uno dei momenti più bui della sua storia e la sua economia non sembra dare nessun segno di ripresa. Nei primi mesi del 2026 il turismo, settore trainante di Cuba, è crollato del 46%, rispetto al primo semestre del 2025 ed i resort sono sempre più spesso vuoti. Manca energia elettrica quasi ovunque con blackout che arrivano anche a 24 ore consecutive colpendo anche gli edifici pubblici e soprattutto i trasporti. A l’Havana scarseggia da mesi il carburante ed il comparto industriale ha una produzione ridotta a metà delle sue potenzialità. Il governo di Diaz-Canel sta provando a recuperare energia con impianti solari, ma si tratta di piccoli apparecchi che faticano a fornire un minimo di sicurezza energetica. Il primo ministro Manuel Marreno Cruz ha lanciato un appello internazionale dichiarando che «ogni volta che un turista viene a Cuba, aiuta il popolo cubano a sopravvivere a queste ingiuste sanzioni».
Continua a leggereRiduci