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2022-08-26
Sempre più armi, zero diplomazia. Così alimentiamo la guerra lunga
(Ansa)
Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili.
Scontro a oltranza
E mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.
La posizione atlantica
Sta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace.
a lunga scadenza
Nelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina.
Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.
Alla fine pure Di Maio va da Zelensky
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto».
Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres.
È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
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Gli Usa daranno a Kiev materiale e addestramento per altri cinque anni. Da Berlino forniture per 500 milioni nel 2023. L’Occidente sta contribuendo alla creazione di un Afghanistan europeo, eternamente destabilizzato. Visita di Di Maio in Ucraina: «Non potevamo ignorare il vostro grido di dolore». Altri sette bombardamenti sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia.Lo speciale contiene due articoli.Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili. Scontro a oltranzaE mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.La posizione atlanticaSta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace. a lunga scadenzaNelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina. Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-armi-zero-diplomazia-cosi-alimentiamo-la-guerra-lunga-2657948565.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-fine-pure-di-maio-va-da-zelensky" data-post-id="2657948565" data-published-at="1661519819" data-use-pagination="False"> Alla fine pure Di Maio va da Zelensky Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto». Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres. È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
Donald Trump (Ansa)
Le esplosioni udite in diverse aree del Paese, ha spiegato il ministero della Difesa emiratino in una comunicazione diffusa su X, sono state provocate dall’attivazione dei sistemi di difesa aerea, entrati in funzione per neutralizzare gli attacchi in arrivo ed evitare conseguenze più gravi sul territorio. A sostegno degli Emirati è intervenuta anche il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha espresso «vicinanza per gli ingiustificabili attacchi». Parole che riflettono la crescente preoccupazione europea per le ricadute strategiche ed economiche della crisi.
Proprio nello Stretto si è registrato uno degli episodi più rilevanti delle ultime ore. Due cacciatorpediniere statunitensi, la Uss Truxtun e la Uss Mason, hanno attraversato Hormuz entrando nel Golfo Persico sotto forte pressione militare. Secondo fonti della difesa americana citate da Cbs, le unità navali sarebbero state bersaglio di un’azione coordinata attribuita all’Iran, condotta con missili, droni e piccole imbarcazioni veloci nel tentativo di saturare le difese americane. I sistemi difensivi di bordo, sostenuti da elicotteri Apache e dai droni, sono riusciti a intercettare e respingere tutte le minacce. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sottolineato che «il cessate il fuoco regge», pur riconoscendo la complessità della situazione operativa. «Ci aspettavamo problemi iniziali e ci siamo difesi con tutte le nostre forze», ha dichiarato, invitando Teheran a mantenere le proprie azioni sotto la soglia che farebbe saltare la tregua. «Nessun avversario deve confondere la nostra moderazione con una mancanza di determinazione», ha avvertito il capo degli Stati maggiori riuniti Dan Caine. Sul piano politico, la Casa Bianca continua a muoversi su una linea ambivalente. Donald Trump, che ha definito «scaramucce» gli scontri di questi giorni, alterna aperture diplomatiche e dichiarazioni muscolari, sostenendo da un lato che l’Iran «non ha alcuna possibilità» in un confronto diretto, dall’altro lasciando intendere che un ritorno alle operazioni militari potrebbe essere deciso in tempi brevi se lo stallo negoziale dovesse proseguire. Trump ha anche affermato che vorrebbe che «l’economia iraniana fallisse». In questo contesto si inseriscono nuovi tentativi di mediazione. Fonti diplomatiche hanno riferito che il primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, durante una telefonata con il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, ha indicato la disponibilità di Baghdad a svolgere un ruolo di ponte tra Teheran e Washington. Proseguono anche altri contatti su più livelli. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha confermato l’esistenza di consultazioni per raggiungere un’intesa «vantaggiosa per entrambe le parti». Il capo della diplomazia iraniana Abbas Araghchi è invece atteso a Pechino per colloqui con il ministro cinese Wang Yi, segnale dell’attivazione del canale asiatico nel tentativo di sbloccare il negoziato e riequilibrare le pressioni occidentali.
Sempre su questo fronte, Trump ha annunciato che discuterà della crisi con il presidente cinese Xi Jinping durante il vertice bilaterale previsto a Pechino il 14 e 15 maggio. L’incontro, già rinviato in precedenza a causa dell’escalation, si svolgerà in un clima di forte tensione internazionale e con inevitabili ripercussioni sui mercati finanziari globali. Parlando alla Casa Bianca, il presidente americano ha cercato di minimizzare le frizioni con Pechino, definendo Xi «molto rispettoso» e sottolineando che la Cina «non sta sfidando» gli Stati Uniti, pur restando uno dei principali importatori di petrolio iraniano. Lo stesso Trump, intervenendo nello Studio Ovale, ha affrontato anche il tema delle proteste interne in Iran e dell’ipotesi di un sostegno armato ai manifestanti. «Gli iraniani vogliono protestare ma non hanno armi», ha dichiarato, descrivendo uno scenario in cui grandi folle disarmate si troverebbero esposte alla repressione e manifestando l’intenzione di fornirgliele. Sul versante interno iraniano emergono intanto segnali di tensione. Secondo fonti citate da Iran International, Masoud Pezeshkian avrebbe espresso irritazione per le iniziative dei pasdaran, giudicate «irresponsabili». A questo si aggiunge lo scontro sul piano informativo: il social X ha rimosso la spunta blu dagli account ufficiali del ministero degli Esteri iraniano, provocando la protesta di Teheran, che ha denunciato una «censura selettiva». Proprio da Teheran, nelle stesse ore, è arrivato un messaggio diretto sul controllo delle rotte marittime. La Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito le imbarcazioni in transito nello Stretto di Hormuz a non utilizzare percorsi non autorizzati, ribadendo che «l’unica rotta sicura è il corridoio precedentemente annunciato dall’Iran» e minacciando una «risposta decisa» in caso contrario. Resta aperto anche il dossier nucleare. Il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha espresso preoccupazione per l’assenza di controlli efficaci, mentre l’intelligence americana ritiene che i tempi per la costruzione di un’arma nucleare non siano cambiati in modo significativo. Trump ha rilanciato sostenendo che l’Iran sarebbe «a due settimane» dalla bomba, giustificando così la linea dura. Nel frattempo Israele valuta nuovi scenari operativi, mentre sul piano economico emergono timidi segnali di ripresa. Maersk ha confermato il passaggio di una propria nave nello Stretto di Hormuz sotto scorta americana, senza incidenti: un segnale positivo, ma non sufficiente a ridurre i rischi di escalation. Intanto Teheran irrigidisce il controllo: secondo Mohammad Bagher Ghalibaf «la nuova equazione dello Stretto si sta consolidando» e, come riportato da Press Tv, le navi dovranno attenersi a istruzioni inviate via e-mail dalla Persian Gulf Strait Authority. Solo chi rispetta le nuove regole otterrà il via libera al transito. Resta da capire però quanto durerà questa stretta.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 6 maggio con Carlo Cambi
Il padiglione della Russia alla Biennale di Venezia 2026 (Ansa)
Si chiama eterogenesi dei fini e significa che, all’opposto dell’obiettivo di stigmatizzare l’apertura del padiglione della Federazione russa nell’ambito della 61ª edizione della Biennale d’arte contemporanea, le reprimende dei vertici di Bruxelles e gli appelli dei ministri europei della Cultura e degli Esteri hanno ottenuto il risultato di accendere l’attenzione mondiale proprio sull’esposizione degli artisti provenienti da Mosca.
Ieri, nel primo giorno di preapertura, davanti al fluire di giornalisti, artisti e curatori, è stata palese la percezione di due mondi che viaggiano su binari paralleli e usano linguaggi reciprocamente estranei. Da una parte ci sono le burocrazie con i loro rappresentanti armati di veti e diktat, dall’altra c’è l’espressione dell’arte e della creatività, magari anche non condivisibile o criticabile, ma pur sempre liberale e libertaria. Da una parte gli ispettori e le carte bollate, dall’altra una cittadella di confronto imperfetto, ma possibile. Difeso senza ripensamenti dal presidente Pietrangelo Buttafuoco («L’arte ha una potenza che supera ogni prepotenza») e dal suo staff.
Ieri il contrasto si è ulteriormente radicalizzato. La Commissione europea ha inviato l’ennesima lettera «sulla base di ulteriori prove», secondo le quali la Biennale avrebbe fornito «servizi agli ospiti russi». Lo ha confermato Henna Virkkunen, commissaria per la Sovranità tecnologica, la sicurezza e la democrazia - raramente titolo istituzionale è parso più paradossale - ribadendo che se la violazione del finanziamento di 2 milioni di euro verrà confermata, Bruxelles «non esiterà a sospenderlo e revocarlo». Curiosamente, ha osservato la commissaria, la Biennale aprirà al pubblico il 9 maggio, «nella Giornata dell’Europa» pensata come un’occasione «per celebrare la pace, non per la Russia di brillare». L’osservazione risulta quanto mai grottesca, considerando che il 9 maggio il padiglione russo verrà chiuso, non sarà visitabile dal pubblico e le performance saranno visibili solo su maxischermi.
Immediata è giunta, comunque, la nota della Fondazione che ha annunciato la replica «nei tempi e termini dovuti le proprie controdeduzioni alla seconda lettera della Commissione europea» e che, rimandando alle informazioni fornite agli ispettori del ministero della Cultura italiano, ha ribadito di «aver verificato e rispettato tutte le norme nazionali e internazionali». Intanto, mentre la partita a scacchi prosegue, ieri nella palazzina liberty dei Giardini di proprietà di Mosca dal 1914, è stato finalmente aperto The tree is rooted in the sky - L’albero è radicato nel cielo (inaugurazione ufficiale oggi alle 17, visite solo a inviti). È uno spazio dominato da un impianto sensoriale immersivo. Il visitatore viene accolto da una musica evocativa che si sviluppa senza soluzione di continuità, composta da sonorità folk, ancestrali e ipnotiche provenienti da geografie e epoche lontane. Ci sono note primordiali e canti spirituali e liturgici che dialogano con paesaggi siberiani, orizzonti sconfinati, distese innevate, foreste di abeti. Al centro della scena s’impone l’installazione di «un albero che trae la propria forza dal cielo», proponendosi come «un punto di attrazione per persone con coordinate culturali ed estetiche differenti». Non ci sono simboli riconducibili al potere politico, nessuna propaganda legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. «Lasciamo che sia l’arte a occupare il centro della scena», sottolinea la curatrice Anastasia Karneeva in un video sui social. «Noi crediamo che l’arte debba rimanere indipendente. Sono fermamente convinta che l’apertura di questo padiglione, così come di ogni padiglione, sia significativa, perché diventa un luogo in cui accrescere la conoscenza e la comprensione reciproca. Al contrario, in un padiglione chiuso nulla può crescere». Era il 2019 quando il padiglione russo è stato aperto l’ultima volta. Nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, gli artisti e i curatori si erano ritirati. Nel 2024 il padiglione è stato prestato alla Bolivia.
Dopo le dimissioni delle giurie a seguito della minaccia di azione legale dell’artista israeliano Belu Simon Fainaru e dopo la cancellazione dell’inaugurazione seguita alla defezione del ministro Alessandro Giuli, lo scontro tra i vertici della Commissione europea e la Fondazione Biennale sembra lontano dal comporsi. In Italia, dal ministero della Cultura ora l’istruttoria è sul tavolo del premier Giorgia Meloni. Ma il dibattito attraversa la maggioranza. Pur premettendo che «la Biennale gode di ampia autonomia», il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovambattista Fazzolari ha definito la riapertura del padiglione russo «un pastrocchio testimoniato anche dal fatto che rimarrà chiuso nei giorni aperti al pubblico». Di opinione diametralmente opposta è Luca Zaia, presidente del Consiglio regionale: «La Biennale non è la vetrina di Mosca né di alcun governo. È uno dei più grandi presidi mondiali di cultura, libertà di espressione e confronto tra popoli», afferma l’ex doge di Venezia riferendosi alle parole della commissaria Virkkunen. «Difendo Pietrangelo Buttafuoco che sta tutelando l’autonomia e la dignità di un’istituzione conosciuta in tutto il mondo. Se ci sono verifiche tecniche, si facciano. Ma non si accetta l’idea che Bruxelles, attraverso queste lettere fin troppo formali, possa mettere sotto processo Venezia e la Biennale».
Dal canto suo, il vicepremier Matteo Salvini annuncia che venerdì visiterà la Biennale, «nessun padiglione escluso, l’arte è arte. L’arte e lo sport dovrebbero essere immuni da boicottaggi e divieti. Spero che il ministro della Cultura trovi l’accordo col presidente della Fondazione autonoma Biennale di Venezia».
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Il ministro della Cultura Alessandro Giuli (Imagoeconomica)
Intendiamoci: nessuno ha intenzione di cancellare la vicenda del giovane friulano vittima di uomini dei servizi segreti del Cairo, anche perché sarebbe impossibile dato che a Roma è in corso un processo contro quattro alti ufficiali del regime di Al Sisi. Questo, però, non significa che si possa usare il caso Regeni come grimaldello per scassinare il bancomat che per anni ha mantenuto attori e registi, finanziando opere di dubbia qualità e con nessun spettatore.
La storia di Giulio Regeni è tragica, ma non può essere trasformata in farsa, con società di produzione che presentano sceneggiature scadenti nella certezza che saranno ricoperte di soldi pubblici, a garanzia dei compensi per il circoletto radical chic che ruota intorno alla cinematografia italiana. Chi ha voluto, in passato, ricostruire la vicenda di Regeni lo ha potuto fare, riuscendo a produrre una miniserie efficace. Ma non basta il nome della vittima dei sicari del Cairo per poter battere cassa. Ciò che sto dicendo vi sembrerà ovvio, ma di questi tempi non lo è. Forse provato dalle polemiche che lo inseguono da oltre un anno, non ultime quelle sulla partecipazione di una delegazione russa alla Biennale, il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, da cui dipendono anche i fondi per il cinema, non soltanto ha condannato l’esclusione del film su Regeni dal novero di quelli da finanziare, ma pare pure intenzionato a tornare al passato. Ovvero a riaprire la mangiatoia pubblica attorno alla quale per un lungo periodo ha banchettato la compagnia di cinematografari italiani e non solo.
L’elenco dei beneficiari di contributi statali è lungo e si resta basiti a scorrerlo, soprattutto quando si scopre che, a fronte di una montagna di denaro, non solo non ci sono opere da premio Oscar, ma neppure esistono pellicole che siano state premiate dal botteghino. Alcuni di questi film sono finiti nel mirino della magistratura perché, più che al grande pubblico, miravano al grande affare del credito d’imposta. Altri, invece, sono al vaglio delle forze dell’ordine perché, nel novero dei richiedenti, c’era pure l’assassino di Villa Pamphili, l’americano che ha ammazzato figlia e fidanzata, abbandonandone poi i cadaveri nella boscaglia.
Tutto ciò consiglierebbe di procedere con prudenza, per evitare sprechi e ruberie. Invece, proprio parlando del film di Regeni, Giuli è tornato sui suoi passi, dicendo di aver pronti 20 milioni per far ritornare il Fondo cinema e audiovisivo ai fasti del passato, con una dotazione di 626 milioni. Sì, avete capito bene. Mentre non si trovano soldi per sostenere spese fondamentali, il ministro della Cultura si prepara a staccare un assegno in bianco a registi e attori. Come e con quali modalità? Ma con una proposta di legge del Pd, che diamine.
Anzi, Giuli fa un appello alla sua maggioranza perché sostenga il disegno del principale partito d’opposizione. Non importa che il Pd, tramite Dario Franceschini, nel mondo del cinema la faccia da sempre da padrone e proprio questo intreccio fra politica e cultura abbia consentito di finanziare a carico dei contribuenti film di nessun peso. Non importa neppure che Giorgia Meloni un anno fa avesse promesso di smantellare il magico mondo con cui per anni si è alimentata una narrazione cinematografica di parte e per pochi intimi.
No, forse per garantirsi un anno senza polemiche, Giuli vuole tornare al passato, rimettendo il settore nelle mani dei soliti noti. E Regeni torna utile per dire che così le cose non vanno e bisogna cambiare. Certo, era molto meglio quando non bastava un nome e neppure una sceneggiatura per avere accesso ai soldi pubblici. Che poi sono la sola cosa che conta in un sistema che non produce grandi opere, ma grandi guadagni per poche persone.
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