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2022-08-26
Sempre più armi, zero diplomazia. Così alimentiamo la guerra lunga
(Ansa)
Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili.
Scontro a oltranza
E mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.
La posizione atlantica
Sta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace.
a lunga scadenza
Nelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina.
Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.
Alla fine pure Di Maio va da Zelensky
Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto».
Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres.
È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
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Gli Usa daranno a Kiev materiale e addestramento per altri cinque anni. Da Berlino forniture per 500 milioni nel 2023. L’Occidente sta contribuendo alla creazione di un Afghanistan europeo, eternamente destabilizzato. Visita di Di Maio in Ucraina: «Non potevamo ignorare il vostro grido di dolore». Altri sette bombardamenti sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia.Lo speciale contiene due articoli.Sei mesi di guerra e a oggi non si intravvedono possibilità di negoziati che possano fermare gli scontri. Quello russo-ucraino è un conflitto del quale non si parla di fine ma neppure di riduzione dei combattimenti, mentre si discute all’infinito sulle sue conseguenze nella nostra vita quotidiana, bollette dell’energia in testa. I media occidentali parlano di quindicimila morti russi e quasi diecimila ucraini, oltre cinquemila i civili. Scontro a oltranzaE mentre sembra che Putin non abbia alcuna intenzione di cambiare strategia, seguendo modalità tipiche russe, ovvero la guerra a oltranza e l’avanzata a qualsiasi costo, come accadde durante la Seconda guerra mondiale contro i nazisti, il presidente Zelensky pare dimenticare che senza l’aiuto diretto delle forze occidentali, forse nemmeno con una improvvisa caduta di Putin riuscirà mai a ricacciare le truppe di Mosca dove si trovavano prima del 24 febbraio. Ma questo significherebbe l’inizio di una nuova guerra mondiale. Di certo le forniture di missili a medio e lungo raggio fatte dagli Usa gli hanno permesso un cambio di strategia, mettendo Kiev in grado di colpire fino a molti chilometri nel territorio controllato dai russi. Ma se queste regioni facevano parte dell’Ucraina come della Crimea, a essere distrutto è comunque ciò che resta del Paese che Kiev vorrebbe ricostituire. E tutto ciò avviene mentre l’Ucraina resiste all’avanzamento russo grazie all’innesco di focolai di controffensiva nei territori occupati. Il presidente ucraino insiste sul fatto che la Russia oggi sia una minaccia per tutti, ma questo è vero nella misura in cui la Ue, e di fatto la Nato, hanno deciso di sostenerlo militarmente e di non avviare, almeno un anno fa, politiche di distensione.La posizione atlanticaSta per arrivare l’autunno, il terreno di battaglia si farà pesante e difficile e l’avanzata russa, già difficoltosa per la mancanza di rifornimenti e le carenze logistiche, potrebbe ulteriormente rallentare. Abbandonando ogni ipocrisia, sono le nazioni Nato che stanno permettendo a Kiev di resistere, ed anche il presidente turco Erdogan, l’unico interlocutore che ha sortito effetti positivi sbloccando il trasporto del grano, non perde occasione di vendere armi e mezzi militari all’Ucraina. Ed anche se nel Paese è stato ripreso persino il campionato di calcio, quasi a voler dimostrare che la situazione sia in qualche modo sotto controllo, le perdite da entrambe le parti sono di circa 70-90 uomini al giorno, almeno stando agli analisti militari. C’è un risvolto pericoloso del quale si parla poco ma che rappresenta una delle ragioni per le quali Mosca chiude alle iniziative diplomatiche. La Nato sta approfittando della situazione per occidentalizzare gli armamenti delle nazioni dell’Europa dell’Est appartenenti all’Alleanza. Non è un caso se c’è voluto un mese di trattative per riuscire a organizzare il sopralluogo dei tecnici nucleari presso l’impianto di Zaporizhzhya, e questo dimostra quale distanza e difficoltà di relazioni ci sia tra i belligeranti. Ogni altra proposta ventilata, dal referendum per il futuro della città di Kherson alla presenza dei caschi blu Onu, appare ancora troppo lontana. Non soltanto Zelensky sembra non accettare la realtà di perdere regioni come il Donbass, ma neppure pare prendere in considerazione quella possibilità per ottenere l’inizio di un colloquio di pace. a lunga scadenzaNelle ultime due settimane gli Usa hanno annunciato di voler fornire a Kiev armi per altri 2,98 miliardi di dollari, un record, una cifra che prevede anche l’addestramento delle forze ucraine per i prossimi cinque anni. A disposizione delle forze di Kiev arriveranno sistemi di difesa aerea Nasams, centinaia di migliaia di munizioni, decine di sistemi radar, droni e altri dispositivi offensivi. Ciò porta a quasi 16 miliardi di dollari il valore delle armi inviate da Washington in Ucraina dal 2014. L’ultimo episodio è ciò che viene definito «una partita di giro» per fornire nuovi carri armati a Kiev. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha annunciato che invierà a Kiev armi per 500 milioni di dollari, ma saranno consegnate a partire dal 2023. Ebbene, Berlino fornirà 15 carri Leopard 2-A4 alla Slovacchia in cambio dell’invio da parte di Bratislava di trenta veicoli da combattimento cingolati Bvp-1 di concezione sovietica all’Ucraina. Lo ha annunciato il ministero della Difesa tedesco specificando che si tratta proprio di uno dei «numerosi ring swap» in corso con i governi dell’Europa orientale dalla scorsa primavera. Per poter dare il via all’operazione, i funzionari della Difesa tedesca insieme ai colleghi slovacchi, hanno firmato un accordo il 23 agosto che approvava la consegna. L’idea non consente soltanto di fornire nuove armi all’Ucraina, ma anche di occidentalizzare le dotazioni della Difesa slovacca, come ha confermato alla stampa tedesca il ministro della Difesa di Bratislava, Jaroslav Nad. Con questa manovra il suo Paese potrà ridurre parte del divario tecnologico e aumentare la deterrenza nei confronti della sua frontiera Est, poco più di cento chilometri di confine con l’Ucraina. Non è la prima volta che questo accade, mesi fa un altro «ring swap» portò all’arrivo in Slovacchia di batterie di missili Patriot per sostituire gli S-300 (di costruzione Urss) donati all’Ucraina. Il pacchetto di carri armati fornito dalla Germania include anche munizioni, addestramento dei militari e pezzi di ricambio, con i primi Leopard 2-A4 che dovrebbero arrivare in Slovacchia entro la fine dell’anno. «La Slovacchia consegnerà veicoli da combattimento di fanteria all’Ucraina il prima possibile», ha affermato alla stampa il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht, osservando che i soldati ucraini hanno familiarità con l’utilizzo di quei veicoli. Parlare di pace innanzi a questi fatti è impossibile.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/sempre-piu-armi-zero-diplomazia-cosi-alimentiamo-la-guerra-lunga-2657948565.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="alla-fine-pure-di-maio-va-da-zelensky" data-post-id="2657948565" data-published-at="1661519819" data-use-pagination="False"> Alla fine pure Di Maio va da Zelensky Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha ribadito la vicinanza dell’Italia all’Ucraina durante il suo incontro con il presidente Volodymyr Zelensky. «L’Italia non abbandonerà il popolo ucraino», ha affermato, aggiungendo però che è «fondamentale ricercare la via diplomatica per ritrovare la pace e difendere la democrazia». Il ministro si è recato in visita a Kiev e Irpin, sottolineando che «non potevamo ignorare il grido di dolore di un popolo coraggioso, che non ha rinunciato a difendersi e a difenderci». Di Maio ha parlato di un’Europa pienamente coinvolta, usando l’espressione «resistenza europea». Il ministro ha ricordato che «siamo stati tra i Paesi che hanno dato più aiuti alla resistenza ucraina, ma dobbiamo fare ancora di più». A proposito poi del riconoscimento all’Ucraina dello status di Paese candidato all’Ue, Di Maio ha parlato di «passo fondamentale di vicinanza e di incoraggiamento», sottolineando che la visita a Kiev del premier Mario Draghi lo scorso giugno è stata determinante in questa direzione. «Noi come governo italiano abbiano scelto di stare dalla parte del popolo ucraino e dalla parte di questo Stato sovrano, che ha tutto il diritto di difendere la sua sovranità e integrità. Nel difendere l’Europa non possiamo che incoraggiarli a continuare». Il ministro è stato ringraziato da Zelensky, che ha confermato che «l’Italia è uno dei principali Paesi che hanno sostenuto l’Ucraina, la nostra società, coloro che sono dovuti fuggire dal conflitto». Sul campo, desta ancora grossa preoccupazione la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Il ministero della Difesa russo ha denunciato almeno sette bombardamenti d’artiglieria delle forze ucraine sull’area. Secondo i russi proprio i bombardamenti avrebbero causato il distacco momentaneo dell’impianto dalla rete elettrica. La centrale è stata riconnessa alla rete, infatti, dopo un’interruzione della quale non si capivano le cause. «Il distacco è stato dovuto a pesanti bombardamenti ucraini», secondo le autorità municipali di Energodar, dove ha sede l’impianto. Il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, ha espresso la speranza che avvenga a «giorni» la visita dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica alla centrale e ha dichiarato, in merito ai colloqui per un accordo con i russi sull’accesso alla struttura, che la soluzione è molto vicina. Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha confermato che l’Onu è pronta a sostenere una missione condotta dall’Aiea alla centrale, ribadendo la preoccupazione per i combattimenti in corso nell’area. «Qualsiasi ulteriore escalation della situazione potrebbe portare all’autodistruzione», ha affermato Guterres. È salito intanto a 25 il numero dei morti accertati dopo il bombardamento che ha colpito la stazione ferroviaria di Chaplyne, nella regione del Dnipropetrovsk fra Zaporizhzhia e Donetsk: due sono bambini. Come ha fatto sapere il vice capo dell’ufficio del presidente Volodymyr Zelensky, Kyrylo Tymoshenko, «un bambino di 11 anni è morto sotto le macerie dell’edificio, un altro di 6 anni è morto nell’incendio di un’auto vicino alla stazione ferroviaria». Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nell’attacco alla stazione sono stati colpiti obiettivi militari e che sono stati distrutti equipaggiamenti in viaggio verso la zona dei combattimenti, in Donbass. Il capo della diplomazia europea Borrell ha condannato l’attacco, avvertendo che «i responsabili del terrore missilistico russo dovranno renderne conto».
Nel riquadro a sinistra, il clochard milanese Pietro Alberto Paolo Signor e il suo assassino Cissè Camara (iStock)
Cisse Camara, 42 anni, è deceduto al San Martino dove era ricoverato in rianimazione dopo il fermo per l’omicidio del senzatetto Pietro Alberto Paolo Signor, conosciuto come Pedro, ucciso nel parco genovese. L’uomo non è mai stato interrogato e il movente resta senza risposta.
È morto all’ospedale Policlinico San Martino Cisse Camara, il 42enne senegalese accusato dell’omicidio di Pietro Alberto Paolo Signor, il senzatetto conosciuto come Pedro, ucciso il 30 maggio nel parco di Villetta di Negro, nel pieno centro di Genova.
Il decesso è avvenuto nel reparto di Rianimazione M3 del Monoblocco, dove l’uomo era ricoverato da giorni in condizioni critiche a causa di una polmonite e altre patologie. Intubato e sedato, Camara non si è mai ripreso dal peggioramento clinico seguito al fermo dei carabinieri e al successivo ricovero d’urgenza. Nelle ultime ore le sue condizioni si sono ulteriormente aggravate fino alla morte.
Con la sua scomparsa si chiude anche la possibilità di ottenere da lui una versione dei fatti sull’omicidio. Il senegalese non è mai stato interrogato.
La vicenda era stata ricostruita nei giorni successivi al delitto attraverso le immagini di videosorveglianza e le prime testimonianze raccolte dagli investigatori. Vittima e aggressore si conoscevano e risultano insieme nelle ore precedenti all’omicidio, entrati nel parco all’alba senza apparenti segni di tensione. Poi la lite, improvvisa, degenerata in violenza. Signor viene colpito più volte al volto e al collo con un oggetto contundente, verosimilmente un coccio di bottiglia. Successivamente il corpo viene legato e trascinato all’interno dell’area verde. Una scena notata da una passante che ha dato l’allarme al 112, consentendo l’intervento immediato dei carabinieri. Quando i militari arrivano sul posto, trovano Camara ancora nei pressi del corpo. L’uomo viene bloccato dopo una fase concitata, durante la quale avrebbe opposto resistenza e tentato di aggredire gli stessi militari. Pochi minuti dopo viene trasferito all’ospedale San Martino per un grave stato di agitazione e un quadro clinico compromesso. Le condizioni di salute dell’uomo erano poi rapidamente peggiorate fino al ricovero in rianimazione. Le ipotesi investigative avevano richiamato un possibile stato di alterazione da stupefacenti, ma le cause precise del crollo clinico non sono mai state definitivamente chiarite.
Camara era in Italia da anni e la sua posizione amministrativa risultava irregolare dopo la mancata concessione della protezione internazionale e la successiva evoluzione del contenzioso giudiziario. Nel corso del tempo aveva accumulato diverse denunce e precedenti di polizia, mentre la sua permanenza sul territorio non era stata accompagnata da un provvedimento di espulsione eseguito. L’omicidio di Pietro Signor aveva aperto un ulteriore fronte di indagine su una vicenda già segnata da degrado sociale e marginalità estrema. La vittima, senza fissa dimora, era conosciuta nel quartiere per la sua presenza stabile nell’area della Villetta, dove trascorreva le giornate.
Con la morte dell’indagato, l’inchiesta prosegue ora sulla base degli elementi raccolti: rilievi, testimonianze e immagini di videosorveglianza. Ma il nodo del movente, già rimasto irrisolto nei giorni immediatamente successivi al delitto, resta senza una risposta diretta. Una vicenda che si chiude in ospedale, senza interrogatori e senza una versione definitiva di ciò che è accaduto nelle ore precedenti all'omicidio.
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Papa Leone XIV (Ansa)
«Semplicemente dire questo migrante lo mandiamo via, è come se noi ci lavassimo le mani del problema». Ovviamente la nostra stampa è sempre molto solerte nel dare spazio alle parole del Papa quando fanno comodo alla causa, e a molti non deve essere sembrato vero il fatto di poter dare la notizia di una sorta di scomunica rivolta alla Lega, a Vannacci e a tutti coloro che a destra parlano di remigrazione. Si potrebbe notare che il Papa non ha scritto una enciclica sull’argomento: ha pronunciato giusto due parole, e frettolose per giunta. Ma non vogliamo comportarci come alcuni colleghi che negano l’evidenza e censurano ciò che non gradiscono. Leone ha parlato, e va preso sul serio.
Proprio per questo ci poniamo alcune legittime domande. La prima è inevitabile: viene da chiedersi se il Papa abbia in effetti letto il saggio di Martin Sellner sulla remigrazione, o se il suo pensiero si basi su ricostruzioni giornalistiche o addirittura su riassunti e commenti ricevuti da collaboratori o alti prelati. Lungi da noi, sia chiaro, la tentazione di sindacare sui pensieri del Pontefice o sulle sue fonti, e ancora di più la pretesa di spiegargli qualsivoglia concetto. Ammettiamo però di essere un po’ dubbiosi.
Perché la remigrazione non è affatto «mandare via» qualcuno e lavarsene le mani. È, prima di tutto, un cambio di prospettiva radicale sulla questione migratoria. Che ha notevoli tratti in comune con il punto di vista fornito proprio dal Papa in tempi recentissimi. È stato Leone a spiegare che «non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute. Ogni barca che arriva non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita?». Sono interrogativi che dobbiamo porci e a chi dobbiamo dare una risposta chiara: nessuno deve più morire in mare. Infatti uno dei principali punti di critica all’immigrazione di massa riguarda proprio il fatto che si tratta di una macchina di morte e sfruttamento. Sono dunque sante le parole che ha usato il Pontefice quando si è rivolto ai potenziali migranti: «Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte». La remigrazione si basa sull’idea che esista il diritto di restare a casa propria e di costruirsi li una vita dignitosa. In proposito, Leone ha avuto parole chiarissime: «Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini». La remigrazione è la difesa di questo diritto, che deve valere tanto per gli africani e asiatici costretti a partire quanto per gli europei che vorrebbero vivere sicuri e pacifici nelle proprie terre. È per tutelare questo diritto che si propone di espellere chi compie reati, chi stupra, uccide, rapina, minaccia e crea scompiglio. Agire in questo senso non significa abbandonare le persone lavandosi le mani della loro sorte, significa semmai tutelare i più fragili e impedire abusi e ingiustizie. Allo stesso modo, non vi è nulla di feroce e razzista e disumano nemmeno nel sostenere che gli stranieri presenti sul suolo europeo dovrebbero assimilarsi. Di nuovo, ricordiamo ciò che ha detto il Papa: «A voi, cari fratelli migranti, spetta una parte nobile e necessaria di questo cammino: aprirvi con fiducia alla comunità che vi accoglie, imparare la sua lingua, rispettare le sue leggi, conoscere i suoi costumi, partecipare alla vita comune e offrire con gratitudine i vostri doni». Se questo non è un appello ad assimilarsi, che cosa lo è?
C’è poi un’ultima domanda che ci batte nel cervello. Se la remigrazione non è cristiana, è forse cristiano il sistema attualmente in vigore? È cristiano permettere che enormi masse umane siano sradicate dalla loro terra in nome di spietati interessi economici e vengano deportate sul suolo europeo dove o sono sfruttate o vivono con difficoltà o delinquono causando altra morte e sofferenza?
Il Papa ha lanciato un chiaro appello ai trafficanti di uomini e a coloro che sfruttano l’immigrazione affinché si convertano, ma in attesa che i cuori di costoro si aprano, la politica ha il dovere di prendere dei provvedimenti. Quelli presi finora non hanno portato al crollo della macchina di morte migratoria, che ancora opera a pieno regime. Un bravo cristiano dovrebbe rimanere a guardare senza fare nulla?
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Dopo l’approvazione del Parlamento, il testo dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale. «Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa», ha commentato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che lo definisce «un provvedimento storico, frutto soprattutto del lavoro del governo italiano, che ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Ue». Entusiasta anche il relatore Alessandro Ciriani, europarlamentare dei conservatori europei. «Due anni e mezzo fa non si poteva neanche nominare la parola rimpatrio», ma oggi il vento è cambiato perché come spiega Ciriani «anche molte famiglie di partiti di sinistra, penso ai danesi ai maltesi, alla sinistra romena, si sono accorto che le politiche dei confini aperti non hanno portato ai risultati sperati. Al contrario, è successo quello che voi della Verità scrivete continuamente: è aumentata la povertà, si sono abbassati i salari, condanniamo migliaia di persone alla povertà economica e culturale, offrendo manovalanza alla criminalità e ai caporali. Era necessario un cambio di passo. È una vittoria frutto della determinazione di Giorgia Meloni, senza il suo lavoro non saremmo riusciti a portare a casa questo risultato. Noi alla fine abbiamo finalizzato l’azione e segnato il gol».
Sulla possibilità che certa magistratura, le Ong e altre associazioni possano provare a mettere i bastoni tra le ruote nonostante sia ormai dimostrato che si tratti di una norma voluta ampiamente e quindi democraticamente approvata risponde: «Io immagino che non si arrenderanno, faranno tutti i loro ricorsi per disarticolare un provvedimento voluto da tutti». Un provvedimento che, come sottolinea Ciriani, è ricco di garanzie di tutela dei diritti, frutto di un grande lavoro di cui beneficeranno gli stessi migranti, non solo i cittadini europei. In un momento in cui si parla molto di remigrazione Ciriani spiega che si tratta di un concetto collegato a quello di rimpatrio: «Noi abbiamo fatto remigrazione concretamente con i provvedimenti. Per fare remigrazione servono strumenti giuridici efficaci, non slogan. Io penso che chi chiede remigrazione faccia una richiesta condivisibile, ma dietro non ci sono proposte di strumenti efficaci. Oggi (ieri, ndr) questi strumenti li abbiamo dati noi».
Il nuovo regolamento introduce una base giuridica europea per i «return hubs»: strutture situate in Paesi terzi, dove possono essere trasferiti i migranti destinatari di una decisione di rimpatrio durante la fase di esecuzione dello stesso. Gli hub possono svolgere una funzione di transito, ospitando temporaneamente la persona in attesa del completamento delle procedure di rimpatrio verso il Paese di origine, oppure costituire essi stessi il Paese di destinazione del rimpatrio sulla base di un accordo o di un’intesa. L’unica eccezione riguarda i minori non accompagnati, che non possono essere trasferiti nei «return hubs». Questo l’unico vulnus secondo Anna Maria Cisint, europarlamentare della Lega che alla Verità ha spiegato che si tratta di un risultato storico per le politiche migratorie ma che sarebbe migliorabile proprio su questo punto. Oggi presenterà infatti una risoluzione con cui si intende imporre una stretta sui controlli dell’età dei migranti in entrata. «Ci consentirà di trasferire, se non ci piace il termine remigrazione che invece a me piace molto, non solo gli irregolari verso i Paesi terzi sicuri, oppure negli hub che per la prima volta, cambiando paradigma, si trovano al di fuori dell’Unione europea. E riprendendo l’apertura del vostro giornale “Remigrare si può” sottolineo che anche noi in Italia abbiamo proposto una stretta sui permessi di soggiorno» perché oggi «le leggi sono troppo lasche. I permessi di soggiorno sono la base per rimanere qui in Italia prima ancora di avere la cittadinanza. Attualmente bisogna raggiungere 30 punti in due anni per mantenere il permesso di soggiorno ma se appena arrivi te ne regaliamo 15 ci deve essere qualcosa che non va», evidenzia l’europarlamentare della Lega. «La nostra proposta è proseguire sul tracciato indicato nel regolamento approvato, ma bisogna proseguire anche sulla possibilità di mandare via non solo chi commette reati, ma anche chi, con permesso di soggiorno, non rispetta i cannoni che la nostra cultura e i nostri valori considerano imprescindibili. Il regolamento di oggi ci dà forza perché si inseriscono sanzioni, sia nei confronti dell’extracomunitario, sia nei confronti dei Paesi terzi, per chi non collabora». Cisint insiste sul fatto che vada «controllata l’età effettiva degli irregolari. In Italia su 20.000, 11.000 dichiarano di avere diciassette anni. Peccato che, come a volte si riesce a dimostrare, molti di questi abbiano persino 30 anni».
Il nuovo regolamento approvato oggi dovrebbe essere risolutivo perché dispone anche nuovi strumenti investigativi più efficaci per individuare gli irregolari, comprese perquisizioni e sequestri di documenti, dispositivi elettronici (anche senza il consenso dell’interessato). Il sequestro del cellulare quindi che potrà meglio far risalire all’identità e all’età effettiva del migrante irregolare.
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Matteo Salvini (Ansa)
In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo. Mentre il centrosinistra discute da mesi di primarie - tra Mario Calabresi e Pierfrancesco Majorino come possibili candidati a sindaco -, nel centrodestra milanese si è aperto negli ultimi giorni il primo vero confronto su chi potrebbe essere il nome da schierare alle comunali del 2027. In questa area si muovono anche le candidature di Antonio Civita e Massimiliano Lisa, anche se i due non sembrano convincere i partiti che rappresentano l’attuale maggioranza di governo.
Così a prendere in mano la situazione e a muoversi per prima è stata la Lega, che nel prossimo fine settimana (20 e 21 giugno) allestirà 35 gazebo in tutta Milano per raccogliere indicazioni sul futuro candidato sindaco e sulle priorità per la città. Una consultazione che, nelle intenzioni del Carroccio, dovrebbe rappresentare un momento di partecipazione popolare. Ma che ha anche il sapore di una prova di forza politica all’interno della coalizione.
Non è un mistero, infatti, che molti esponenti leghisti abbiano già scelto il nome da portare al tavolo del centrodestra. Il sottosegretario Alessandro Morelli, che aveva anticipato la sua decisione in una intervista alla Verità uscita ieri, ha ribadito che ai gazebo voterà per Matteo Salvini sindaco di Milano. Stessa linea per il deputato Igor Iezzi e per il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, che ha spiegato come, qualora il nome del leader leghista comparisse sulla scheda, la sua scelta ricadrebbe «sicuramente su Salvini». L’operazione politica è evidente. La Lega punta a rimettere il proprio leader al centro della partita milanese, affidandosi alla sua notorietà e al suo radicamento cittadino. Salvini è milanese, conosce il territorio e resta uno dei pochi dirigenti del centrodestra con un livello di riconoscibilità immediato anche tra gli elettori meno politicizzati. Non tutti gli alleati, però, sembrano guardare con lo stesso entusiasmo a questa prospettiva.
La prima frenata è arrivata da Forza Italia. Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale del partito in Lombardia, ha chiarito che una candidatura di Salvini sarebbe pienamente legittima per la Lega, ma non necessariamente condivisa dall’intera coalizione. «Forza Italia ha altre idee rispetto a Salvini candidato sindaco», ha spiegato, ribadendo la preferenza per un profilo civico e ricordando che anche gli azzurri dispongono di «nomi importanti» da mettere sul tavolo quando sarà il momento.
A stretto giro è arrivata la replica di Morelli. «Dire di no a prescindere è sempre sbagliato», ha affermato il sottosegretario, invitando ironicamente Sorte a votare in uno dei gazebo leghisti. Nella stessa occasione ha aggiunto che «FdI propone legittimamente Maurizio Lupi», mentre la Lega porterà al tavolo dei leader il nome scelto dalla propria consultazione.
Sul fronte di Fratelli d’Italia, per ora, prevale la prudenza. Eppure, tra gli osservatori della politica milanese, è diffusa la convinzione che la vera cabina di regia del partito resti nelle mani del presidente del Senato Ignazio La Russa. Un peso politico difficilmente aggirabile in una città dove Fdi, pur forte dei risultati nazionali, non ha ancora consolidato una classe dirigente locale capace di esprimere un candidato unitario o di imporsi come naturale punto di riferimento della coalizione.
Non è un dettaglio secondario. Milano è da sempre il banco di prova più difficile per il centrodestra. E la sensazione, in alcuni ambienti politici, è che la partita venga considerata complicata se non addirittura proibitiva, soprattutto dopo quasi dieci anni di amministrazione guidata da Giuseppe Sala. La Lega, però, legge il quadro in modo diverso. Il consigliere comunale Samuele Piscina sostiene che i sondaggi descrivono una città contendibile e un sostanziale equilibrio tra le coalizioni. È anche per questo che il Carroccio rivendica la necessità di partire subito, raccogliendo non soltanto preferenze sui candidati, ma anche indicazioni sui temi più sentiti dai cittadini: sicurezza, mobilità, degrado urbano e casa. Il lascito di Beppe Sala ai milanesi.
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