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2021-12-27
E se provassimo a non sparire?
L’Italia è sull’orlo di una catastrofe demografica. Tra cinquant’anni, infatti, il nostro Paese rischia di ritrovarsi con un quinto degli abitanti in meno. Giusto per dare un’idea degli ordini di grandezza in gioco, è come se la Lombardia e la Calabria fossero cancellate dalle carte geografiche. A lanciare l’allarme è stato, di recente, l’Istituto nazionale di statistica. Nel report sulle previsioni della popolazione residente e delle famiglie pubblicato lo scorso novembre, gli studiosi hanno dipinto un quadro a tinte che definire fosche è un eufemismo. Popolazione in calo dai 59,2 milioni di abitanti nel 2020 a 54,5 milioni nel 2050 e appena 47,6 milioni nel 2070. A conti fatti, 12 milioni di abitanti in meno nell’arco di una decina di lustri, per quello che l’Istat definisce senza mezzi termini un «potenziale quadro di crisi».
Sia chiaro, si tratta di previsioni e gli autori del report ci tengono a precisare che, come tali, sono «tanto più incerte quanto più ci si allontana dall’anno base». Quelli forniti nella sintesi sono valori mediani: nella migliore delle ipotesi la popolazione potrebbe subire una perdita di «soli» 4,7 milioni entro il 2070, ma esiste anche un drammatico scenario peggiore, che prevede un calo di ben 18,6 milioni di abitanti, con una popolazione risultante pari a 41,1 milioni di persone. In altre parole, la tendenza è chiara e «nel lungo termine le conseguenze della dinamica demografica» si fanno «importanti».
Sul piano geografico, tutte le macroaree prese in considerazione dall’Istat sono destinate a subire un calo, ma ad avere la peggio sarà il Sud. Nello scenario medio, infatti, il Mezzogiorno potrebbe passare dagli attuali 20,2 milioni di abitanti ai 16,7 milioni del 2050 e ai 13,6 milioni del 2070, facendo registrare un calo complessivo del 33%. Migliore - si fa per dire - la situazione al Centro, con 2,1 milioni di abitanti persi e un calo del 18% da qui a cinquant’anni, e al Nord, con 3,3 milioni di abitanti in meno e un decremento del 12%. Entro il 2030, poi, 8 comuni su 10 si troveranno in una condizione di calo demografico. Nel decennio 2020-2029, le zone rurali (-49.000 unità) e quelle a densità intermedia (-59.000) si spopoleranno a favore delle città e delle zone densamente popolate (+108.000), ma in generale la migrazione interna promuoverà il Centro-nord a danno delle aree del Mezzogiorno.
Come evidenzia il report, le cause di questo declino sono molteplici. Prima fra tutte la denatalità, un fenomeno già in corso da un quindicennio, e accentuato nell’ultimo biennio dal Covid. Nello scenario mediano il bilancio negativo tra nascite e decessi, dopo lo shock di breve termine imposto dalla pandemia, dovrebbe subire un’inversione di tendenza almeno fino al 2038, per poi subire un brusco calo da qui al 2070. In termini assoluti, si dovrebbe passare dalle attuali 400.000 nascite, alle 422.000 del 2038, per poi scendere fino a poco più di 350.000 del 2070.
Parallelamente, i decessi sono previsti in calo con meno di 700.000 unità da qui al 2035, per poi impennarsi fino al picco tra il 2055 e il 2060, quinquennio nel quale sono previsti più di 820.000 morti l’anno. Per effetto del calo delle nascite la popolazione subirà un progressivo invecchiamento. Già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto (23,2%) del totale, mentre gli under 14 sono appena il 13%. In previsione, le persone con più di 65 anni potrebbero superare un terzo degli abitanti (35%), mentre bambini e ragazzi sotto i 14 anni poco più di un italiano su dieci (11,7%).
Nemmeno gli immigrati, tanto cari a una certa sinistra anche per la loro capacità di mascherare questa emorragia, rappresenteranno più una garanzia. L’Istat definisce infatti lo scenario migratorio «positivo ma incerto», con un saldo tra immigrati ed emigrati all’estero sbilanciato sui primi con valori tra le 118.000 e le 140.000 unità. Un equilibrio giudicato precario anche dagli autori, costretti ad ammettere che lo studio restituisce «due possibili fotografie del futuro tra loro molto diverse». Una che ritrae un «Paese molto attrattivo», e l’altra quella di un’Italia che «potrebbe radicalmente mutare la sua natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare».
Ma l’aspetto forse più sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, messo in luce dal rapporto dell’Istat risulta quello relativo alla trasformazione della famiglia. Con un paradosso: pur crescendo di numero, dagli attuali 25,7 milioni di unità ai 26,6 milioni nel 2040, diventeranno sempre più evanescenti. In aumento le coppie senza figli (dal 19,8% odierno al 21,6% del 2040) e, viceversa, in drastico calo quelle con figli (dal 32,1% al 23,9%). Sempre di più le persone sole sia di sesso maschile (+17%) che femminile (+23%), una categoria che complessivamente toccherà tra vent’anni quota 10 milioni.
Già nel censimento 2020, i cui risultati sono stati diffusi dall’Istat lo scorso 9 dicembre, si possono riscontrare le prime avvisaglie di questa preoccupante tendenza. Ormai la popolazione italiana si attesta stabilmente sotto quota 60 milioni (59,23 per la precisione), con un saldo negativo pari a 405.275 unità rispetto al 2019. Tranne l’Emilia-Romagna (+310 abitanti), tutte le Regioni fanno registrare una diminuzione degli abitanti. Marcato l’invecchiamento, con il costante e progressivo aumento delle classi di età più anziane e lo snellimento di quelle più giovani. Segnali che confermano come, senza un intervento rapido e netto, una fetta d’Italia è destinata nel prossimo futuro a sparire nel nulla.
Da Regioni e Comuni pioggia di incentivi ma lo Stato è assente
«Voglia di ritmi più lenti e in armonia con la natura? Di luoghi incontaminati in cui respirare a pieni polmoni e far crescere i propri figli in libertà? Di un posto diverso dove continuare il proprio lavoro, sempre più connesso e smart, o in cui iniziare magari una nuova attività? Cambiare vita si può», si legge nel comunicato diffuso lo scorso agosto dagli uffici di Piazza Castello a Torino, «e la Regione Piemonte ti aiuta a farlo». Sul piatto, un contributo da 10.000 a 40.000 euro (per complessivi 10 milioni di euro) destinato a chi sceglie di trasferirsi in un centro urbano e acquista o recupera un immobile in un Comune montano con meno di 5.000 abitanti. Obiettivo: invogliare giovani e meno giovani a ripopolare gli oltre 400 piccoli borghi piemontesi.
Famosa l’iniziativa delle case in vendita al prezzo simbolico di 1 euro, sposata da molti piccoli Comuni sparsi per la penisola. Si va da Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento, dove l’amministrazione ha aperto un secondo bando dopo avere già esaurito il primo lotto di 16 immobili; a Nulvi, provincia di Sassari, paesino nel quale tutte le case sono già state vendute; a Castropignano, in Molise, borgo storico di quasi 900 abitanti, dove sono stati immesse sul mercato diverse decine di immobili. Il progetto è talmente ampio e diffuso che si è meritato la realizzazione di un sito (Casea1euro.it) nel quale vengono raccolte informazioni sui Comuni aderenti e sui bandi pubblicati.
Visitando la pagina, è possibile anche consultare una mappa geografica interattiva per scoprire le zone di interesse. Un’idea che funziona? A Mussomeli (Caltanissetta), le richieste sono state circa 60.000, e gli immobili venduti circa 100. Ollolai, centro di 1.300 abitanti in provincia di Nuoro, ha fatto notizia, approdando nel 2018 addirittura sulla stampa internazionale. Tanto che, proprio in questi giorni, in municipio si apprestano a varare la «fase 2» del programma.
Strizza l’occhio alle giovani famiglie il piano lanciato la scorsa prima dal Comune di Bianzano, meno di 600 anime in provincia di Bergamo. Doppio bonus, uno da 500 euro per le coppie under 35 e l’altro da 250 euro per i nuovi nati, a condizione però che gli aderenti sottoscrivano un «patto di residenza», impegnandosi cioè a vivere nel paesino per almeno quattro anni. Nel 2019, era stato Luserna (250 abitanti in provincia di Trento) a mettere a disposizione di quattro coppie altrettanti immobili a titolo gratuito. Un progetto dal valore sociale, dal momento che i nuclei assegnatari «prenderanno parte a un processo partecipato, che prevederà una formazione iniziale con il coinvolgimento della comunità locale». Obiettivo? Dare «nuova linfa alla comunità cimbra».
Pochi giorni fa, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato una legge a difesa dei piccoli Comuni del territorio. Fino a 2.500 euro annui dalla nascita di un figlio fino ai 3 anni d’età, più un contributo di 2.500 euro a chi decide di trasferirsi in un piccolo centro montano abruzzese. Complessivamente, uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il biennio 2022-23. Promossa da Fratelli d’Italia, la norma è stata lodata dalla leader Giorgia Meloni, la quale l’ha definita «un esempio di buongoverno che mi auguro possa essere d’esempio anche per altre amministrazioni locali e regionali».
Un recente bando ancora allo studio da parte di alcuni Comuni calabresi ha destato l’attenzione nientemeno che della Cnn. Fino a 28.000 euro all’anno per iniziare una nuova vita e una nuova attività economica nei borghi con meno di 2.000 abitanti. La formula è ancora da definire, ma si pensa di erogare ai nuovi residenti un contributo mensile tra gli 800 e i 1.000 euro per due o tre anni. In alternativa, un finanziamento per l’apertura di un’attività commerciale o residenziale.
«Invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne». Stando alle dichiarazioni programmatiche pronunciate in Parlamento dal premier Mario Draghi lo scorso febbraio, il drammatico calo della popolazione rappresenta per l’esecutivo una priorità da affrontare con la massima determinazione. Nell’attesa che i buoni propositi dell’attuale governo si traducano in atti concreti, va registrato un fatto: in assenza di una regìa nazionale comune, finora i territori si sono trovati ad affrontare da soli ad affrontare una problematica più grande di loro, costretti a fare i conti con i vincoli burocratici e le limitate disponibilità finanziarie ereditate dai pesanti anni di austerità.
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L’Istat fotografa una catastrofe: crollano le nascite e aumenta l’età media, tra una cinquantina d’anni gli italiani saranno 12 milioni in meno. Le misure per invertire la tendenza ancora non bastano.Migliaia di richieste dall’estero per case a costo zero nei borghi da ripopolare. Manca però una strategia nazionale di intervento.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia è sull’orlo di una catastrofe demografica. Tra cinquant’anni, infatti, il nostro Paese rischia di ritrovarsi con un quinto degli abitanti in meno. Giusto per dare un’idea degli ordini di grandezza in gioco, è come se la Lombardia e la Calabria fossero cancellate dalle carte geografiche. A lanciare l’allarme è stato, di recente, l’Istituto nazionale di statistica. Nel report sulle previsioni della popolazione residente e delle famiglie pubblicato lo scorso novembre, gli studiosi hanno dipinto un quadro a tinte che definire fosche è un eufemismo. Popolazione in calo dai 59,2 milioni di abitanti nel 2020 a 54,5 milioni nel 2050 e appena 47,6 milioni nel 2070. A conti fatti, 12 milioni di abitanti in meno nell’arco di una decina di lustri, per quello che l’Istat definisce senza mezzi termini un «potenziale quadro di crisi». Sia chiaro, si tratta di previsioni e gli autori del report ci tengono a precisare che, come tali, sono «tanto più incerte quanto più ci si allontana dall’anno base». Quelli forniti nella sintesi sono valori mediani: nella migliore delle ipotesi la popolazione potrebbe subire una perdita di «soli» 4,7 milioni entro il 2070, ma esiste anche un drammatico scenario peggiore, che prevede un calo di ben 18,6 milioni di abitanti, con una popolazione risultante pari a 41,1 milioni di persone. In altre parole, la tendenza è chiara e «nel lungo termine le conseguenze della dinamica demografica» si fanno «importanti». Sul piano geografico, tutte le macroaree prese in considerazione dall’Istat sono destinate a subire un calo, ma ad avere la peggio sarà il Sud. Nello scenario medio, infatti, il Mezzogiorno potrebbe passare dagli attuali 20,2 milioni di abitanti ai 16,7 milioni del 2050 e ai 13,6 milioni del 2070, facendo registrare un calo complessivo del 33%. Migliore - si fa per dire - la situazione al Centro, con 2,1 milioni di abitanti persi e un calo del 18% da qui a cinquant’anni, e al Nord, con 3,3 milioni di abitanti in meno e un decremento del 12%. Entro il 2030, poi, 8 comuni su 10 si troveranno in una condizione di calo demografico. Nel decennio 2020-2029, le zone rurali (-49.000 unità) e quelle a densità intermedia (-59.000) si spopoleranno a favore delle città e delle zone densamente popolate (+108.000), ma in generale la migrazione interna promuoverà il Centro-nord a danno delle aree del Mezzogiorno.Come evidenzia il report, le cause di questo declino sono molteplici. Prima fra tutte la denatalità, un fenomeno già in corso da un quindicennio, e accentuato nell’ultimo biennio dal Covid. Nello scenario mediano il bilancio negativo tra nascite e decessi, dopo lo shock di breve termine imposto dalla pandemia, dovrebbe subire un’inversione di tendenza almeno fino al 2038, per poi subire un brusco calo da qui al 2070. In termini assoluti, si dovrebbe passare dalle attuali 400.000 nascite, alle 422.000 del 2038, per poi scendere fino a poco più di 350.000 del 2070. Parallelamente, i decessi sono previsti in calo con meno di 700.000 unità da qui al 2035, per poi impennarsi fino al picco tra il 2055 e il 2060, quinquennio nel quale sono previsti più di 820.000 morti l’anno. Per effetto del calo delle nascite la popolazione subirà un progressivo invecchiamento. Già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto (23,2%) del totale, mentre gli under 14 sono appena il 13%. In previsione, le persone con più di 65 anni potrebbero superare un terzo degli abitanti (35%), mentre bambini e ragazzi sotto i 14 anni poco più di un italiano su dieci (11,7%).Nemmeno gli immigrati, tanto cari a una certa sinistra anche per la loro capacità di mascherare questa emorragia, rappresenteranno più una garanzia. L’Istat definisce infatti lo scenario migratorio «positivo ma incerto», con un saldo tra immigrati ed emigrati all’estero sbilanciato sui primi con valori tra le 118.000 e le 140.000 unità. Un equilibrio giudicato precario anche dagli autori, costretti ad ammettere che lo studio restituisce «due possibili fotografie del futuro tra loro molto diverse». Una che ritrae un «Paese molto attrattivo», e l’altra quella di un’Italia che «potrebbe radicalmente mutare la sua natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare».Ma l’aspetto forse più sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, messo in luce dal rapporto dell’Istat risulta quello relativo alla trasformazione della famiglia. Con un paradosso: pur crescendo di numero, dagli attuali 25,7 milioni di unità ai 26,6 milioni nel 2040, diventeranno sempre più evanescenti. In aumento le coppie senza figli (dal 19,8% odierno al 21,6% del 2040) e, viceversa, in drastico calo quelle con figli (dal 32,1% al 23,9%). Sempre di più le persone sole sia di sesso maschile (+17%) che femminile (+23%), una categoria che complessivamente toccherà tra vent’anni quota 10 milioni.Già nel censimento 2020, i cui risultati sono stati diffusi dall’Istat lo scorso 9 dicembre, si possono riscontrare le prime avvisaglie di questa preoccupante tendenza. Ormai la popolazione italiana si attesta stabilmente sotto quota 60 milioni (59,23 per la precisione), con un saldo negativo pari a 405.275 unità rispetto al 2019. Tranne l’Emilia-Romagna (+310 abitanti), tutte le Regioni fanno registrare una diminuzione degli abitanti. Marcato l’invecchiamento, con il costante e progressivo aumento delle classi di età più anziane e lo snellimento di quelle più giovani. 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Cambiare vita si può», si legge nel comunicato diffuso lo scorso agosto dagli uffici di Piazza Castello a Torino, «e la Regione Piemonte ti aiuta a farlo». Sul piatto, un contributo da 10.000 a 40.000 euro (per complessivi 10 milioni di euro) destinato a chi sceglie di trasferirsi in un centro urbano e acquista o recupera un immobile in un Comune montano con meno di 5.000 abitanti. Obiettivo: invogliare giovani e meno giovani a ripopolare gli oltre 400 piccoli borghi piemontesi. Famosa l’iniziativa delle case in vendita al prezzo simbolico di 1 euro, sposata da molti piccoli Comuni sparsi per la penisola. Si va da Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento, dove l’amministrazione ha aperto un secondo bando dopo avere già esaurito il primo lotto di 16 immobili; a Nulvi, provincia di Sassari, paesino nel quale tutte le case sono già state vendute; a Castropignano, in Molise, borgo storico di quasi 900 abitanti, dove sono stati immesse sul mercato diverse decine di immobili. Il progetto è talmente ampio e diffuso che si è meritato la realizzazione di un sito (Casea1euro.it) nel quale vengono raccolte informazioni sui Comuni aderenti e sui bandi pubblicati. Visitando la pagina, è possibile anche consultare una mappa geografica interattiva per scoprire le zone di interesse. Un’idea che funziona? A Mussomeli (Caltanissetta), le richieste sono state circa 60.000, e gli immobili venduti circa 100. Ollolai, centro di 1.300 abitanti in provincia di Nuoro, ha fatto notizia, approdando nel 2018 addirittura sulla stampa internazionale. Tanto che, proprio in questi giorni, in municipio si apprestano a varare la «fase 2» del programma. Strizza l’occhio alle giovani famiglie il piano lanciato la scorsa prima dal Comune di Bianzano, meno di 600 anime in provincia di Bergamo. Doppio bonus, uno da 500 euro per le coppie under 35 e l’altro da 250 euro per i nuovi nati, a condizione però che gli aderenti sottoscrivano un «patto di residenza», impegnandosi cioè a vivere nel paesino per almeno quattro anni. Nel 2019, era stato Luserna (250 abitanti in provincia di Trento) a mettere a disposizione di quattro coppie altrettanti immobili a titolo gratuito. Un progetto dal valore sociale, dal momento che i nuclei assegnatari «prenderanno parte a un processo partecipato, che prevederà una formazione iniziale con il coinvolgimento della comunità locale». Obiettivo? Dare «nuova linfa alla comunità cimbra». Pochi giorni fa, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato una legge a difesa dei piccoli Comuni del territorio. Fino a 2.500 euro annui dalla nascita di un figlio fino ai 3 anni d’età, più un contributo di 2.500 euro a chi decide di trasferirsi in un piccolo centro montano abruzzese. Complessivamente, uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il biennio 2022-23. Promossa da Fratelli d’Italia, la norma è stata lodata dalla leader Giorgia Meloni, la quale l’ha definita «un esempio di buongoverno che mi auguro possa essere d’esempio anche per altre amministrazioni locali e regionali». Un recente bando ancora allo studio da parte di alcuni Comuni calabresi ha destato l’attenzione nientemeno che della Cnn. Fino a 28.000 euro all’anno per iniziare una nuova vita e una nuova attività economica nei borghi con meno di 2.000 abitanti. La formula è ancora da definire, ma si pensa di erogare ai nuovi residenti un contributo mensile tra gli 800 e i 1.000 euro per due o tre anni. In alternativa, un finanziamento per l’apertura di un’attività commerciale o residenziale. «Invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne». Stando alle dichiarazioni programmatiche pronunciate in Parlamento dal premier Mario Draghi lo scorso febbraio, il drammatico calo della popolazione rappresenta per l’esecutivo una priorità da affrontare con la massima determinazione. Nell’attesa che i buoni propositi dell’attuale governo si traducano in atti concreti, va registrato un fatto: in assenza di una regìa nazionale comune, finora i territori si sono trovati ad affrontare da soli ad affrontare una problematica più grande di loro, costretti a fare i conti con i vincoli burocratici e le limitate disponibilità finanziarie ereditate dai pesanti anni di austerità.
@Petronas
Searah integra portafogli, competenze industriali ed esperienza regionale complementari, con l’obiettivo di creare valore di lungo periodo e rafforzare l’eccellenza operativa nei due Paesi. La nuova piattaforma parte con 19 asset di produzione e sviluppo gas, di cui 14 in Indonesia e 5 in Malesia. La produzione iniziale sarà superiore a 300.000 barili equivalenti di petrolio al giorno, con l’obiettivo di superare i 500.000 barili al giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni.
La costituzione della joint venture è stata completata dopo l’ottenimento di tutte le autorizzazioni regolatorie, governative e dei partner in Indonesia e Malesia, insieme al soddisfacimento delle condizioni sospensive previste.
Per Eni, Searah rappresenta una nuova applicazione della propria strategia, basata sulla creazione di società focalizzate, efficienti e capaci di accelerare la crescita degli asset. L’amministratore delegato Claudio Descalzi ha sottolineato che «Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita». Descalzi ha aggiunto che la nuova società sarà «una nuova e solida entità nel Sud-Est asiatico, la prima e la più grande del suo genere nella regione», nata per sostenere lo sviluppo delle risorse energetiche in Indonesia e Malesia, con attenzione alla tutela dell’ambiente e alla crescita locale.
Anche Petronas attribuisce all’operazione un valore strategico rilevante. Il presidente e amministratore delegato del gruppo, Tengku Muhammad Taufik, ha evidenziato che la costituzione di Searah è in linea con «una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse», con «un impiego del capitale più agile» e con una maggiore attenzione alla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del gas. Facendo leva sui portafogli e sulle capacità complementari dei due gruppi, Searah punta a rafforzare profondità operativa, resilienza finanziaria e capacità di crescita, contribuendo alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici di Indonesia e Malesia.
A sostegno dei piani industriali, Searah ha ottenuto una linea di credito revolving da sei miliardi di dollari, segnale della fiducia dei mercati finanziari nella nuova piattaforma. Gli investimenti previsti superano i 20 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni e saranno destinati allo sviluppo di oltre tre miliardi di barili equivalenti di petrolio di risorse scoperte, oltre alla valorizzazione di un potenziale esplorativo addizionale stimato in diversi miliardi di boe.
La nuova società punta, inoltre, a generare sinergie significative, soprattutto in ambito logistico e tecnologico, grazie a un modello operativo indipendente e integrato. Tutto il personale di Eni Indonesia e Petronas Indonesia è confluito in Searah, mentre in Malesia è stata costituita Searah Malaysia Sdn Bhd, società dedicata alla gestione delle attività locali.
Il lancio di Searah segue le recenti decisioni finali di investimento relative ai giacimenti Gendalo e Gandang, nel South Hub, e Geng North e Gehem, nel North Hub, annunciate da Eni nel marzo 2026. Questi progetti contengono quasi 283 miliardi di metri cubi di gas inizialmente in posto e circa 550 milioni di barili di condensato associato. La produzione è attesa dal 2028, con un plateau previsto entro il 2029 pari a 56,5 milioni di metri cubi di gas e 90.000 barili al giorno di condensato.
Alla crescita futura contribuirà anche la scoperta del pozzo Geliga-1, nel blocco Ganal, all’interno del bacino del Kutei. La scoperta è stimata in circa 140 miliardi di metri cubi di gas e 300 milioni di barili di condensato in posto. Il pozzo ha mostrato un’elevata qualità del giacimento, con capacità produttiva indicata in circa 5,7 milioni di metri cubi di gas e 10.000 barili al giorno di condensato.
In particolare, per il cane a sei zampe, presente in Indonesia dal 2001, l’operazione segna un nuovo capitolo di crescita all’interno del gruppo, che può fare affidamento su un portafoglio diversificato di attività di esplorazione, sviluppo e produzione, con una produzione netta di circa 90.000 barili al giorno.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 giugno 2026. Il generale Giuseppe Santomartino, docente di intelligence, spiega perché in Medio Oriente la situazione è pericolosissima.
Papa Leone XIV (Ansa)
«Matematico» anche nel gestire le citazioni di Benedetto XVI e Francesco, il Papa squaderna una visione del diritto naturale che tocca aborto, eutanasia, migrazioni, concezione della libertà e origine dei diritti. Un discorso accolto da una standing ovation promossa con particolare convinzione soprattutto dal Partito popolare.
Prevost tesse una lode storico-culturale della Spagna, poggiando su citazioni di Cervantes (1547-1616, da cui pesca l’inno alla libertà del Don Chisciotte), Santa Teresa d’Avila (1515-1582, prima donna proclamata Dottore della Chiesa) e Miguel de Unamuno (1864-1936, autore del Sentimento tragico della vita). Ma è sulla «scuola di Salamanca» che il Papa si dilunga per entrare nel vivo dell’intervento. La grande ondata di studiosi salita sotto il regno di Isabella e Fernando circa mezzo secolo fa è ritenuta una delle vette filosofiche nella riflessione pre-moderna sul diritto internazionale. «Alcuni maestri», spiega Leone riferendosi a frate Francisco de Vitoria (1483?-1546) e ai suoi allievi e colleghi, «compresero che la ragione non poteva essere invocata per rivestire di legittimità ciò che la forza o l’interesse presentavano come conveniente. Introdussero così [...] la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti del potere».
Da questa premessa, il pontefice desume i giudizi sull’attualità: «Tale dignità precede ogni concessione dello Stato e non può essere subordinata a consensi sociali mutevoli o alle fluttuazioni delle maggioranze»: e qui incastra un riferimento diretto a un discorso analogo per peso, quello di Ratzinger al Bundestag del 22 settembre 2011. Non è da meno la successiva puntualizzazione: «La fede cristiana la proclama (la dignità, ndr) a partire dalla Rivelazione; la ragione umana può riconoscerla come esigenza inscritta nella verità dell’uomo». Arriva il colpo più deciso su aborto ed eutanasia: «Se la vita cessa di essere riconosciuta come un valore fondamentale, quale futuro possono avere le nostre società? Può dirsi pienamente giusta una comunità che lascia nell’ombra il bambino non ancora nato, l’anziano, il malato, chi soffre in silenzio o chi dipende interamente dalla cura degli altri?».
Non scontata la definizione di bene comune (che non è «mera somma di interessi particolari»), così come il vallo invocato a tutela della famiglia, che passa dal «diritto primario e inalienabile dei genitori di scegliere il tipo di istruzione e formazione da impartire ai figli, coerentemente alle proprie convinzioni morali, culturali e religiose». Sul «dramma migratorio», Leone XIV al dovere dell’accoglienza fa precedere un approccio che «affronti le cause che costringono a partire», promuovendo «il diritto di rimanere nella propria terra»: e lo ha detto a un Paese che ha appena regolarizzato centinaia di migliaia di migranti. «Nessuna nazione», aggiunge, «può affrontare da sola una sfida di questa portata». L’invocazione della pace in un mondo che «sta attraversando una profonda crisi spirituale e culturale» ha toccato anche una nota cara a questo Papa: il linguaggio, capace di «instaurare e tutelare» la pace stessa dando forma e forza alla diplomazia e al dialogo.
Dopo l’affondo sull’aborto, altre parole saranno suonate aspre per un premier socialista, ma anche a diverse latitudini politiche: Prevost indica come «questione decisiva per ogni società veramente democratica la libertà di pensiero, di coscienza e di religione. La libertà su cui si fonda lo Stato contemporaneo, se è autentica, riconosce la dimensione religiosa dell’essere umano, la rispetta e la tutela giuridicamente». Questa libertà non è né creata né concessa dallo Stato: «Essere liberi non significa solo disporre di possibilità di scelta ma poter riconoscere il bene e aderirvi: ogni società libera richiede anche una giusta delimitazione del potere pubblico. [...] La fede non può essere relegata al silenzio come fosse irrilevante per la vita pubblica». Altro affondo diretto a Macron e Sànchez, che a diverso titolo hanno messo in discussione il vincolo del segreto confessionale: «Il sigillo sacramentale della confessione si inserisce nel contesto più ampio della libertà religiosa».
La giornata è proseguita con l’incontro coi vescovi iberici, l’omaggio alla Vergine dell’Almudena, una drammatica visita ad alcune vittime di abusi commessi da preti e un incontro con la comunità diocesana. Ma l’eco più forte risuona sulla libertà: «Quella moderna è stata preparata anche da una luna educazione alla coscienza profondamente segnata dalla tradizione cristiana».
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Francesca Michielin (Getty Images)
Ne hanno tutto il diritto, intendiamoci: ciascuno si impegna per le battaglie in cui crede e, se è davvero motivato, fa bene a sostenerle perché la democrazia funziona bene proprio grazie all’impegno dei singoli e appassisce nell’indifferenza. Il problema, però, è nella gran parte delle «lotte per i diritti» della sinistra odierna c’è ben poco di alato ideale e molto di concreto tornaconto. Più che l’onor, insomma, può il digiuno o il timore del digiuno, cioè la paura di restare senza soldi.
Assistiamo in queste ore alla mobilitazione del consueto gruppo di artisti, Vip e presunti intellettuali contro il ddl Valditara sul consenso informato, una norma sacrosanta che introduce per i genitori la possibilità di difendersi da intrusioni ideologiche di varia natura nelle classi dei loro figli. L’esercito degli impegnati non ha perso un momento, è subito sceso in campo con furore.
La fondazione «Una nessuna centomila» ha inviato al ministro una lettera di protesta firmata da Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Noemi, Tosca, Lino Guanciale, Gigi D’Alessio, Ermal Meta, l’immancabile Piero Pelù, Caterina Caselli, Ferzan Özpetek, Carolina Crescentini, Francesca Michielin (quella che voleva lasciare l’Italia per colpa dei fascisti), Giuliano Sangiorgi, Paola Turci, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Claudia Pandolfi, Edoardo Leo, Brunori Sas, Cristina Comencini, Serena Dandini e ci fermiamo qui per evitare svenimenti. Sono sempre i soliti, quelli che militano per tutte le buone cause, i travet della firma e della mobilitazione politica.
«Nei giorni scorsi abbiamo assistito all’ennesimo passo indietro del nostro Paese su uno strumento fondamentale per la prevenzione della violenza di genere, l’eduzione sessuoaffettiva», dicono gli eroici combattenti. E spiegano che «ostacolare il cambiamento culturale significa rallentare un processo di trasformazione che ha l’obiettivo di contrastare la violenza prima che si manifesti».
Inutile stare a spiegare che nella scuola italiana esistono già miriadi di progetti di educazione sessuale, affettiva, ai diritti... Inutile pure ribadire che è un diritto consentire alle famiglie di esprimersi sull’educazione dei figli. La verità è che ai nostri Vip della firma pronta non interessano realmente né i cambiamenti culturali né la libertà di espressione né tantomeno il benessere di questo o quell’altro. La ragione della protesta è una sola: i soldi.
Il ddl Valditara di certo non danneggia i ragazzi e nemmeno impedisce che siano trattati a scuola argomenti delicati. Rischia, però, di fare perdere a qualche associazione e cooperativa incarichi remunerativi. Ecco perché suscita tanta rabbia: perché qualche attivista finora abituato a entrare nelle classi col generoso finanziamento degli istituti pubblici potrebbe vedersi tagliato il budget. Per questo ogni volta, attorno ai temi dell’educazione, si sviluppa tanta accorata attenzione: perché c’è in ballo il grano che foraggia gli amichetti del quartierino.
Tra coloro che in queste ore si scagliano contro Valditara c’è Silvia Salis, sindaco di Genova. Dura e un po’ destrorsa in materia di sicurezza (come ha notato ieri Giacomo Amadori), ma sempre bene attenta a garantirsi l’appoggio arcobaleno. La giunta genovese, infatti, ha annunciato lotta dura senza paura: «Non cancelliamo nulla: se il ddl Valditara vieta l’educazione sessuo-affettiva negli asili, le cambieremo nome, ma porteremo avanti questa battaglia di educazione ai diritti: ce lo chiedono le famiglie, gli insegnanti, è un nostro impegno», dichiara Rita Bruzzone, assessore al Diritto all’istruzione, alle pari opportunità e alle politiche di genere. «Ora interpelleremo il Garante dei diritti dell’infanzia, sia comunale che regionale, e ovviamente l’ufficio scolastico regionale, ma non abbandoneremo il nostro percorso».
L’iniziativa che il Comune intende difendere a ogni costo è una sperimentazione partita all’inizio dell’anno scolastico in quattro scuole dell’infanzia che coinvolge 300 bambini tra i 3 e i 6 anni. Non ci sarebbe nemmeno da perdere tempo a commentarla: parlare di educazione sessuo-affettiva a bambini di 3 o 4 anni è una totale assurdità, una idiozia dolosa che va fermata. E se nel progetto non c’è «niente di sessuale», come ribadisce l’assessore Bruzzone, una ragione in più per non farlo. A insegnare ai bambini le «competenze relazionali» basta quel che già si fa normalmente nelle scuole italiane, senza stravaganti integrazioni utili a compiacere questa o quella associazione di pedagogisti.
In fondo, è sempre la solita vecchia storia, già ampiamente vista ai tempi del ddl Zan. Anche allora il vero tema non era tanto la difesa delle minoranze quanto, piuttosto, la possibilità per attivisti e sedicenti formatori di ottenere preziose prebende dagli istituti. Non c’entrano la libertà e i diritti, ma il potere e il denaro. L’egemonia culturale tanto discussa, dopo tutto, è solo il corollario di una più profonda e pervasiva egemonia senza cultura basata sull’occupazione degli spazi e l’utilizzo dei fondi.
A questo punto, tanto varrebbe che i progressisti lasciassero perdere l’educazione affettiva per concentrarsi sull’educazione finanziaria: mostrerebbero maggiore onestà intellettuale.
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