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2021-12-27
E se provassimo a non sparire?
L’Italia è sull’orlo di una catastrofe demografica. Tra cinquant’anni, infatti, il nostro Paese rischia di ritrovarsi con un quinto degli abitanti in meno. Giusto per dare un’idea degli ordini di grandezza in gioco, è come se la Lombardia e la Calabria fossero cancellate dalle carte geografiche. A lanciare l’allarme è stato, di recente, l’Istituto nazionale di statistica. Nel report sulle previsioni della popolazione residente e delle famiglie pubblicato lo scorso novembre, gli studiosi hanno dipinto un quadro a tinte che definire fosche è un eufemismo. Popolazione in calo dai 59,2 milioni di abitanti nel 2020 a 54,5 milioni nel 2050 e appena 47,6 milioni nel 2070. A conti fatti, 12 milioni di abitanti in meno nell’arco di una decina di lustri, per quello che l’Istat definisce senza mezzi termini un «potenziale quadro di crisi».
Sia chiaro, si tratta di previsioni e gli autori del report ci tengono a precisare che, come tali, sono «tanto più incerte quanto più ci si allontana dall’anno base». Quelli forniti nella sintesi sono valori mediani: nella migliore delle ipotesi la popolazione potrebbe subire una perdita di «soli» 4,7 milioni entro il 2070, ma esiste anche un drammatico scenario peggiore, che prevede un calo di ben 18,6 milioni di abitanti, con una popolazione risultante pari a 41,1 milioni di persone. In altre parole, la tendenza è chiara e «nel lungo termine le conseguenze della dinamica demografica» si fanno «importanti».
Sul piano geografico, tutte le macroaree prese in considerazione dall’Istat sono destinate a subire un calo, ma ad avere la peggio sarà il Sud. Nello scenario medio, infatti, il Mezzogiorno potrebbe passare dagli attuali 20,2 milioni di abitanti ai 16,7 milioni del 2050 e ai 13,6 milioni del 2070, facendo registrare un calo complessivo del 33%. Migliore - si fa per dire - la situazione al Centro, con 2,1 milioni di abitanti persi e un calo del 18% da qui a cinquant’anni, e al Nord, con 3,3 milioni di abitanti in meno e un decremento del 12%. Entro il 2030, poi, 8 comuni su 10 si troveranno in una condizione di calo demografico. Nel decennio 2020-2029, le zone rurali (-49.000 unità) e quelle a densità intermedia (-59.000) si spopoleranno a favore delle città e delle zone densamente popolate (+108.000), ma in generale la migrazione interna promuoverà il Centro-nord a danno delle aree del Mezzogiorno.
Come evidenzia il report, le cause di questo declino sono molteplici. Prima fra tutte la denatalità, un fenomeno già in corso da un quindicennio, e accentuato nell’ultimo biennio dal Covid. Nello scenario mediano il bilancio negativo tra nascite e decessi, dopo lo shock di breve termine imposto dalla pandemia, dovrebbe subire un’inversione di tendenza almeno fino al 2038, per poi subire un brusco calo da qui al 2070. In termini assoluti, si dovrebbe passare dalle attuali 400.000 nascite, alle 422.000 del 2038, per poi scendere fino a poco più di 350.000 del 2070.
Parallelamente, i decessi sono previsti in calo con meno di 700.000 unità da qui al 2035, per poi impennarsi fino al picco tra il 2055 e il 2060, quinquennio nel quale sono previsti più di 820.000 morti l’anno. Per effetto del calo delle nascite la popolazione subirà un progressivo invecchiamento. Già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto (23,2%) del totale, mentre gli under 14 sono appena il 13%. In previsione, le persone con più di 65 anni potrebbero superare un terzo degli abitanti (35%), mentre bambini e ragazzi sotto i 14 anni poco più di un italiano su dieci (11,7%).
Nemmeno gli immigrati, tanto cari a una certa sinistra anche per la loro capacità di mascherare questa emorragia, rappresenteranno più una garanzia. L’Istat definisce infatti lo scenario migratorio «positivo ma incerto», con un saldo tra immigrati ed emigrati all’estero sbilanciato sui primi con valori tra le 118.000 e le 140.000 unità. Un equilibrio giudicato precario anche dagli autori, costretti ad ammettere che lo studio restituisce «due possibili fotografie del futuro tra loro molto diverse». Una che ritrae un «Paese molto attrattivo», e l’altra quella di un’Italia che «potrebbe radicalmente mutare la sua natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare».
Ma l’aspetto forse più sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, messo in luce dal rapporto dell’Istat risulta quello relativo alla trasformazione della famiglia. Con un paradosso: pur crescendo di numero, dagli attuali 25,7 milioni di unità ai 26,6 milioni nel 2040, diventeranno sempre più evanescenti. In aumento le coppie senza figli (dal 19,8% odierno al 21,6% del 2040) e, viceversa, in drastico calo quelle con figli (dal 32,1% al 23,9%). Sempre di più le persone sole sia di sesso maschile (+17%) che femminile (+23%), una categoria che complessivamente toccherà tra vent’anni quota 10 milioni.
Già nel censimento 2020, i cui risultati sono stati diffusi dall’Istat lo scorso 9 dicembre, si possono riscontrare le prime avvisaglie di questa preoccupante tendenza. Ormai la popolazione italiana si attesta stabilmente sotto quota 60 milioni (59,23 per la precisione), con un saldo negativo pari a 405.275 unità rispetto al 2019. Tranne l’Emilia-Romagna (+310 abitanti), tutte le Regioni fanno registrare una diminuzione degli abitanti. Marcato l’invecchiamento, con il costante e progressivo aumento delle classi di età più anziane e lo snellimento di quelle più giovani. Segnali che confermano come, senza un intervento rapido e netto, una fetta d’Italia è destinata nel prossimo futuro a sparire nel nulla.
Da Regioni e Comuni pioggia di incentivi ma lo Stato è assente
«Voglia di ritmi più lenti e in armonia con la natura? Di luoghi incontaminati in cui respirare a pieni polmoni e far crescere i propri figli in libertà? Di un posto diverso dove continuare il proprio lavoro, sempre più connesso e smart, o in cui iniziare magari una nuova attività? Cambiare vita si può», si legge nel comunicato diffuso lo scorso agosto dagli uffici di Piazza Castello a Torino, «e la Regione Piemonte ti aiuta a farlo». Sul piatto, un contributo da 10.000 a 40.000 euro (per complessivi 10 milioni di euro) destinato a chi sceglie di trasferirsi in un centro urbano e acquista o recupera un immobile in un Comune montano con meno di 5.000 abitanti. Obiettivo: invogliare giovani e meno giovani a ripopolare gli oltre 400 piccoli borghi piemontesi.
Famosa l’iniziativa delle case in vendita al prezzo simbolico di 1 euro, sposata da molti piccoli Comuni sparsi per la penisola. Si va da Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento, dove l’amministrazione ha aperto un secondo bando dopo avere già esaurito il primo lotto di 16 immobili; a Nulvi, provincia di Sassari, paesino nel quale tutte le case sono già state vendute; a Castropignano, in Molise, borgo storico di quasi 900 abitanti, dove sono stati immesse sul mercato diverse decine di immobili. Il progetto è talmente ampio e diffuso che si è meritato la realizzazione di un sito (Casea1euro.it) nel quale vengono raccolte informazioni sui Comuni aderenti e sui bandi pubblicati.
Visitando la pagina, è possibile anche consultare una mappa geografica interattiva per scoprire le zone di interesse. Un’idea che funziona? A Mussomeli (Caltanissetta), le richieste sono state circa 60.000, e gli immobili venduti circa 100. Ollolai, centro di 1.300 abitanti in provincia di Nuoro, ha fatto notizia, approdando nel 2018 addirittura sulla stampa internazionale. Tanto che, proprio in questi giorni, in municipio si apprestano a varare la «fase 2» del programma.
Strizza l’occhio alle giovani famiglie il piano lanciato la scorsa prima dal Comune di Bianzano, meno di 600 anime in provincia di Bergamo. Doppio bonus, uno da 500 euro per le coppie under 35 e l’altro da 250 euro per i nuovi nati, a condizione però che gli aderenti sottoscrivano un «patto di residenza», impegnandosi cioè a vivere nel paesino per almeno quattro anni. Nel 2019, era stato Luserna (250 abitanti in provincia di Trento) a mettere a disposizione di quattro coppie altrettanti immobili a titolo gratuito. Un progetto dal valore sociale, dal momento che i nuclei assegnatari «prenderanno parte a un processo partecipato, che prevederà una formazione iniziale con il coinvolgimento della comunità locale». Obiettivo? Dare «nuova linfa alla comunità cimbra».
Pochi giorni fa, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato una legge a difesa dei piccoli Comuni del territorio. Fino a 2.500 euro annui dalla nascita di un figlio fino ai 3 anni d’età, più un contributo di 2.500 euro a chi decide di trasferirsi in un piccolo centro montano abruzzese. Complessivamente, uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il biennio 2022-23. Promossa da Fratelli d’Italia, la norma è stata lodata dalla leader Giorgia Meloni, la quale l’ha definita «un esempio di buongoverno che mi auguro possa essere d’esempio anche per altre amministrazioni locali e regionali».
Un recente bando ancora allo studio da parte di alcuni Comuni calabresi ha destato l’attenzione nientemeno che della Cnn. Fino a 28.000 euro all’anno per iniziare una nuova vita e una nuova attività economica nei borghi con meno di 2.000 abitanti. La formula è ancora da definire, ma si pensa di erogare ai nuovi residenti un contributo mensile tra gli 800 e i 1.000 euro per due o tre anni. In alternativa, un finanziamento per l’apertura di un’attività commerciale o residenziale.
«Invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne». Stando alle dichiarazioni programmatiche pronunciate in Parlamento dal premier Mario Draghi lo scorso febbraio, il drammatico calo della popolazione rappresenta per l’esecutivo una priorità da affrontare con la massima determinazione. Nell’attesa che i buoni propositi dell’attuale governo si traducano in atti concreti, va registrato un fatto: in assenza di una regìa nazionale comune, finora i territori si sono trovati ad affrontare da soli ad affrontare una problematica più grande di loro, costretti a fare i conti con i vincoli burocratici e le limitate disponibilità finanziarie ereditate dai pesanti anni di austerità.
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L’Istat fotografa una catastrofe: crollano le nascite e aumenta l’età media, tra una cinquantina d’anni gli italiani saranno 12 milioni in meno. Le misure per invertire la tendenza ancora non bastano.Migliaia di richieste dall’estero per case a costo zero nei borghi da ripopolare. Manca però una strategia nazionale di intervento.Lo speciale contiene due articoli.L’Italia è sull’orlo di una catastrofe demografica. Tra cinquant’anni, infatti, il nostro Paese rischia di ritrovarsi con un quinto degli abitanti in meno. Giusto per dare un’idea degli ordini di grandezza in gioco, è come se la Lombardia e la Calabria fossero cancellate dalle carte geografiche. A lanciare l’allarme è stato, di recente, l’Istituto nazionale di statistica. Nel report sulle previsioni della popolazione residente e delle famiglie pubblicato lo scorso novembre, gli studiosi hanno dipinto un quadro a tinte che definire fosche è un eufemismo. Popolazione in calo dai 59,2 milioni di abitanti nel 2020 a 54,5 milioni nel 2050 e appena 47,6 milioni nel 2070. A conti fatti, 12 milioni di abitanti in meno nell’arco di una decina di lustri, per quello che l’Istat definisce senza mezzi termini un «potenziale quadro di crisi». Sia chiaro, si tratta di previsioni e gli autori del report ci tengono a precisare che, come tali, sono «tanto più incerte quanto più ci si allontana dall’anno base». Quelli forniti nella sintesi sono valori mediani: nella migliore delle ipotesi la popolazione potrebbe subire una perdita di «soli» 4,7 milioni entro il 2070, ma esiste anche un drammatico scenario peggiore, che prevede un calo di ben 18,6 milioni di abitanti, con una popolazione risultante pari a 41,1 milioni di persone. In altre parole, la tendenza è chiara e «nel lungo termine le conseguenze della dinamica demografica» si fanno «importanti». Sul piano geografico, tutte le macroaree prese in considerazione dall’Istat sono destinate a subire un calo, ma ad avere la peggio sarà il Sud. Nello scenario medio, infatti, il Mezzogiorno potrebbe passare dagli attuali 20,2 milioni di abitanti ai 16,7 milioni del 2050 e ai 13,6 milioni del 2070, facendo registrare un calo complessivo del 33%. Migliore - si fa per dire - la situazione al Centro, con 2,1 milioni di abitanti persi e un calo del 18% da qui a cinquant’anni, e al Nord, con 3,3 milioni di abitanti in meno e un decremento del 12%. Entro il 2030, poi, 8 comuni su 10 si troveranno in una condizione di calo demografico. Nel decennio 2020-2029, le zone rurali (-49.000 unità) e quelle a densità intermedia (-59.000) si spopoleranno a favore delle città e delle zone densamente popolate (+108.000), ma in generale la migrazione interna promuoverà il Centro-nord a danno delle aree del Mezzogiorno.Come evidenzia il report, le cause di questo declino sono molteplici. Prima fra tutte la denatalità, un fenomeno già in corso da un quindicennio, e accentuato nell’ultimo biennio dal Covid. Nello scenario mediano il bilancio negativo tra nascite e decessi, dopo lo shock di breve termine imposto dalla pandemia, dovrebbe subire un’inversione di tendenza almeno fino al 2038, per poi subire un brusco calo da qui al 2070. In termini assoluti, si dovrebbe passare dalle attuali 400.000 nascite, alle 422.000 del 2038, per poi scendere fino a poco più di 350.000 del 2070. Parallelamente, i decessi sono previsti in calo con meno di 700.000 unità da qui al 2035, per poi impennarsi fino al picco tra il 2055 e il 2060, quinquennio nel quale sono previsti più di 820.000 morti l’anno. Per effetto del calo delle nascite la popolazione subirà un progressivo invecchiamento. Già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto (23,2%) del totale, mentre gli under 14 sono appena il 13%. In previsione, le persone con più di 65 anni potrebbero superare un terzo degli abitanti (35%), mentre bambini e ragazzi sotto i 14 anni poco più di un italiano su dieci (11,7%).Nemmeno gli immigrati, tanto cari a una certa sinistra anche per la loro capacità di mascherare questa emorragia, rappresenteranno più una garanzia. L’Istat definisce infatti lo scenario migratorio «positivo ma incerto», con un saldo tra immigrati ed emigrati all’estero sbilanciato sui primi con valori tra le 118.000 e le 140.000 unità. Un equilibrio giudicato precario anche dagli autori, costretti ad ammettere che lo studio restituisce «due possibili fotografie del futuro tra loro molto diverse». Una che ritrae un «Paese molto attrattivo», e l’altra quella di un’Italia che «potrebbe radicalmente mutare la sua natura di accoglienza per tornare a essere un luogo da cui emigrare».Ma l’aspetto forse più sorprendente, e al tempo stesso preoccupante, messo in luce dal rapporto dell’Istat risulta quello relativo alla trasformazione della famiglia. Con un paradosso: pur crescendo di numero, dagli attuali 25,7 milioni di unità ai 26,6 milioni nel 2040, diventeranno sempre più evanescenti. In aumento le coppie senza figli (dal 19,8% odierno al 21,6% del 2040) e, viceversa, in drastico calo quelle con figli (dal 32,1% al 23,9%). Sempre di più le persone sole sia di sesso maschile (+17%) che femminile (+23%), una categoria che complessivamente toccherà tra vent’anni quota 10 milioni.Già nel censimento 2020, i cui risultati sono stati diffusi dall’Istat lo scorso 9 dicembre, si possono riscontrare le prime avvisaglie di questa preoccupante tendenza. Ormai la popolazione italiana si attesta stabilmente sotto quota 60 milioni (59,23 per la precisione), con un saldo negativo pari a 405.275 unità rispetto al 2019. Tranne l’Emilia-Romagna (+310 abitanti), tutte le Regioni fanno registrare una diminuzione degli abitanti. Marcato l’invecchiamento, con il costante e progressivo aumento delle classi di età più anziane e lo snellimento di quelle più giovani. Segnali che confermano come, senza un intervento rapido e netto, una fetta d’Italia è destinata nel prossimo futuro a sparire nel nulla.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/se-provassimo-a-non-sparire-2656161978.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-regioni-e-comuni-pioggia-di-incentivi-ma-lo-stato-e-assente" data-post-id="2656161978" data-published-at="1640528573" data-use-pagination="False"> Da Regioni e Comuni pioggia di incentivi ma lo Stato è assente «Voglia di ritmi più lenti e in armonia con la natura? Di luoghi incontaminati in cui respirare a pieni polmoni e far crescere i propri figli in libertà? Di un posto diverso dove continuare il proprio lavoro, sempre più connesso e smart, o in cui iniziare magari una nuova attività? Cambiare vita si può», si legge nel comunicato diffuso lo scorso agosto dagli uffici di Piazza Castello a Torino, «e la Regione Piemonte ti aiuta a farlo». Sul piatto, un contributo da 10.000 a 40.000 euro (per complessivi 10 milioni di euro) destinato a chi sceglie di trasferirsi in un centro urbano e acquista o recupera un immobile in un Comune montano con meno di 5.000 abitanti. Obiettivo: invogliare giovani e meno giovani a ripopolare gli oltre 400 piccoli borghi piemontesi. Famosa l’iniziativa delle case in vendita al prezzo simbolico di 1 euro, sposata da molti piccoli Comuni sparsi per la penisola. Si va da Sambuca di Sicilia, in provincia di Agrigento, dove l’amministrazione ha aperto un secondo bando dopo avere già esaurito il primo lotto di 16 immobili; a Nulvi, provincia di Sassari, paesino nel quale tutte le case sono già state vendute; a Castropignano, in Molise, borgo storico di quasi 900 abitanti, dove sono stati immesse sul mercato diverse decine di immobili. Il progetto è talmente ampio e diffuso che si è meritato la realizzazione di un sito (Casea1euro.it) nel quale vengono raccolte informazioni sui Comuni aderenti e sui bandi pubblicati. Visitando la pagina, è possibile anche consultare una mappa geografica interattiva per scoprire le zone di interesse. Un’idea che funziona? A Mussomeli (Caltanissetta), le richieste sono state circa 60.000, e gli immobili venduti circa 100. Ollolai, centro di 1.300 abitanti in provincia di Nuoro, ha fatto notizia, approdando nel 2018 addirittura sulla stampa internazionale. Tanto che, proprio in questi giorni, in municipio si apprestano a varare la «fase 2» del programma. Strizza l’occhio alle giovani famiglie il piano lanciato la scorsa prima dal Comune di Bianzano, meno di 600 anime in provincia di Bergamo. Doppio bonus, uno da 500 euro per le coppie under 35 e l’altro da 250 euro per i nuovi nati, a condizione però che gli aderenti sottoscrivano un «patto di residenza», impegnandosi cioè a vivere nel paesino per almeno quattro anni. Nel 2019, era stato Luserna (250 abitanti in provincia di Trento) a mettere a disposizione di quattro coppie altrettanti immobili a titolo gratuito. Un progetto dal valore sociale, dal momento che i nuclei assegnatari «prenderanno parte a un processo partecipato, che prevederà una formazione iniziale con il coinvolgimento della comunità locale». Obiettivo? Dare «nuova linfa alla comunità cimbra». Pochi giorni fa, il Consiglio regionale dell’Abruzzo ha approvato una legge a difesa dei piccoli Comuni del territorio. Fino a 2.500 euro annui dalla nascita di un figlio fino ai 3 anni d’età, più un contributo di 2.500 euro a chi decide di trasferirsi in un piccolo centro montano abruzzese. Complessivamente, uno stanziamento di 2,5 milioni di euro per il biennio 2022-23. Promossa da Fratelli d’Italia, la norma è stata lodata dalla leader Giorgia Meloni, la quale l’ha definita «un esempio di buongoverno che mi auguro possa essere d’esempio anche per altre amministrazioni locali e regionali». Un recente bando ancora allo studio da parte di alcuni Comuni calabresi ha destato l’attenzione nientemeno che della Cnn. Fino a 28.000 euro all’anno per iniziare una nuova vita e una nuova attività economica nei borghi con meno di 2.000 abitanti. La formula è ancora da definire, ma si pensa di erogare ai nuovi residenti un contributo mensile tra gli 800 e i 1.000 euro per due o tre anni. In alternativa, un finanziamento per l’apertura di un’attività commerciale o residenziale. «Invertire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne». Stando alle dichiarazioni programmatiche pronunciate in Parlamento dal premier Mario Draghi lo scorso febbraio, il drammatico calo della popolazione rappresenta per l’esecutivo una priorità da affrontare con la massima determinazione. Nell’attesa che i buoni propositi dell’attuale governo si traducano in atti concreti, va registrato un fatto: in assenza di una regìa nazionale comune, finora i territori si sono trovati ad affrontare da soli ad affrontare una problematica più grande di loro, costretti a fare i conti con i vincoli burocratici e le limitate disponibilità finanziarie ereditate dai pesanti anni di austerità.
(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 27 maggio con Carlo Cambi
Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia (Ansa)
Sindaco Simone Veturini, una grande vittoria al primo turno se la aspettava?
«Mi aspettavo che il centrodestra avrebbe vinto, ma non in queste dimensioni, soprattutto mi ha stupito il risultato della mia lista. Sapevo però che i sondaggi che faceva girare il centrosinistra che ci davano perdenti senza chances di vittoria non erano aderenti alla realtà. Io sentivo altro girando per la città, parlando con le persone. Infatti, poi i risultati hanno dimostrato che quello che sentivo era vero».
Lei quindi in campagna elettorale aveva capito che tutti i dibattiti e le polemiche cresciute intorno alla Biennale e alla Fenice non stavano influenzando il voto in alcun modo?
«Sentivo che i veneziani volevano scegliere un sindaco vicino a loro, simile a loro, figlio di questa città, che la conoscesse, che avesse esperienza di governo qui, ed effettivamente così poi è stato. L’altro candidato invece era un profilo completamente diverso dal mio».
Per quanto riguarda gli stranieri, ha detto che hanno votato per lei alla fine. Perché?
«Non c’è stato un voto monolitico degli stranieri per il Pd solo perché ha candidato dei bengalesi. Loro speravano che con questa operazione avrebbero ottenuto i 3.000 voti dei bengalesi. Un’operazione semplicistica che evidentemente non ha funzionato e anche offensiva per l’intelligenza delle persone. La cosa che mi ha inquietato di più è stata questa sorta di accordo elettorale che non mi è chiaro in cosa consistesse. Prendiamo i vostri voti e poi? Cosa avrebbero dato in cambio? Questi aspetti non sono mai stati chiariti, nonostante io abbia incalzato il mio avversario più volte su questo punto».
Il centrodestra cosa offre invece agli stranieri?
«Integrazione, che secondo me presuppone la volontà delle persone di voler aderire ai principi, al nostro modo di vivere. Altrimenti non si può parlare di integrazione, ma di creazione di un sottoinsieme di persone che vivono separatamente con regole diverse. Oggi la comunità bengalese ha ancora molta strada da fare in tal senso. L’operazione del Pd, per altro, non ha fatto che acuire tensioni e non ha fatto un regalo al processo di integrazione della città, anzi lo ha danneggiato. Molti voti li avranno ottenuti, ma evidentemente ne hanno persi altrettanti perché l’elettorato ha capito l’operazione e si è sentito preso in giro. Tutti, come me, si sono chiesti: cosa ha barattato il Pd in cambio di questi voti? Ha barattato sui diritti delle donne? Ha offerto nuove moschee in cambio? Qual era la contropartita? E su questo secondo me non hanno ricevuto risposte».
Esiste un tema sulla città di Mestre: insicurezza, degrado. Che piani ha?
«Io prevedo una realizzazione di una mappa delle opportunità come le aree di sviluppo e riqualificazione, Progetti che possano partire velocemente grazie a una serie di investimenti da fare».
Pubblici o privati?
«Di privati, io non sono per fare solamente investimenti pubblici, perché non viviamo in un Paese socialista. Certo che questi investimenti vanno attirati».
E qual è la strategia?
«Prevedo la realizzazione di un board internazionale composto da personalità importanti che vivono a Venezia o che ci passano che, opportunamente motivate, potrebbero mettere al servizio della città una rete importante di relazioni capace di attirare grandi investitori».
Ha in mente una squadra per la sua giunta?
«Fra pochi giorni mi insedierò ufficialmente e sarò eletto ufficialmente. Poi mi incontrerò con le forze politiche della coalizione, sicuramente chiederò a tutti competenza e dedizione. Quindi chiederò una rosa di nomi e farò una valutazione che sarà molto incentrata sul merito».
Qual è la prima cosa che conta di fare appena insediato? Il primo atto politico.
«Sarò un sindaco presente sulla strada, conto di esserlo fin da subito anche nei quartieri difficili, sia per dare un segnale di attenzione sia per dimostrare la volontà di voler risolvere i problemi».
Sul piano della cultura quali sono i suoi progetti?
«Vorrei coordinare e mettere a terra una sorta di regia per coordinare tutte le realtà associative e fondazioni culturali che stanno nascendo. Rafforzare la sinergia con la Biennale che sta facendo un grandissimo lavoro e d’altra parte chiedere alla Fondazione musei civici di effettuare un grande investimento per i giovani che scelgono di vivere a Venezia per un periodo per produrre qui la loro creazione artistica».
Prima di lasciarla: qual è stato il più grave errore del centrosinistra in questa campagna elettorale?
«La tracotanza. Sono partiti con l’idea di essere superiori moralmente, convinti di vincere. E poi la scelta del candidato. Un nome calato dall’alto estraneo alla città».
E tutti quei big dei partiti nazionali secondo lei non hanno aiutato?
«Conte, Schlein e Fratoianni alla fine venendo a Venezia hanno aiutato me. Volevano entusiasmare i loro, ma la gente fuori dai partiti li ha guardati un po’ stralunata. Insomma, effetto opposto a quello desiderato».
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Imagoeconomica
Il suo estremismo religioso è diventato centrale nell’ordinanza di custodia cautelare con cui il gip l’ha privato della libertà. L’indagato, dopo aver gridato per anni «al lupo al lupo» in Germania, con falsi allarmi bomba, minacce di attentati nelle stazioni ferroviarie, lettere dal carcere con riferimenti ad Hamas e Isis, fantasie di ostaggi e martirio e minacce deliranti che gli sono costati l’espulsione verso l’Italia, secondo il giudice avrebbe superato il confine della semplice provocazione entrando in contatto con ambienti capaci di accompagnarlo verso un possibile attentato. Un quadro molto cupo rispetto alla sua radicalizzazione viene segnalato il 26 dicembre 2023. Naggay è nel penitenziario di Adelsheim, in Germania. Parlando con un operatore della struttura, è riportato nel suo curriculum giudiziario, «aveva auspicato la morte per le persone omosessuali, ribadendo che presto il territorio tedesco sarebbe stato occupato dallo Stato islamico». In quello stesso episodio affermò «che era pronto a morire come martire». E anche che «la violenza è un mezzo legittimo per manifestare le sue convinzioni religiose».
Ma c’è anche una frase che sembra uscita da un proclama jihadista: «In nome di Allah il misericordioso. Voglio solo mettervi in guardia, poiché così è scritto nel Corano. Che mettiate in guardia o no i miscredenti, essi non crederanno comunque a nulla». Infine, durante il colloquio con uno psicologo avrebbe manifestato «ammirazione per l’attentatore di Wurzburg (un somalo che il 25 giugno 2021 accoltellò passanti nel centro della città bavarese, provocando tre morti e diversi feriti, ndr)» e spiegato di voler uccidere gli infedeli. Per poi commentare: «Così si può essere grandi come Dio e raggiungere Dio». I tedeschi, a quel punto, gli hanno messo in mano un foglio di via. Lui è quindi tornato dai genitori a Montecchio Emilia. E dalla sua cameretta ha ricominciato a fantasticare. È finito in una chat di Telegram. Lì dentro un contatto (al momento non identificato) dal nome «ForDm» ha cominciato a prendergli le misure. Finché Naggay si propone per «un’operazione». Due parole che gli inquirenti traducono con «un attentato». Naggay in quella chat avrebbe cercato legittimazione, dimostrando di essere pronto. E annunciando: «Registrerò un video in cui confesserò di essere un sostenitore del Daesh». E un attimo dopo: «Organizzerò un’operazione con ostaggi per te». Il tono della conversazione cambia rapidamente. Si parla di soldi, di aiuti, di preparazione tecnica. Naggay chiede denaro: «Mi servono dei soldi». L’interlocutore continua a verificare quanto sia disposto ad andare avanti. A un certo punto usa una definizione che accende un campanello d’allarme: «Lupo solitario». La formula con cui il terrorismo jihadista definisce chi colpisce da solo, usando mezzi rudimentali: coltelli, auto o esplosivi artigianali. Solo un attimo prima l’uomo misterioso si era reso disponibile a fornire a Naggay «dei file su produzione di tossine» e a farlo «entrare» in un «gruppo specializzato». Secondo il gip, Naggay non è più il ragazzo che in Germania telefonava annunciando falsi attentati per vedere le stazioni evacuate e per finire sui giornali. Qui, scrive il giudice, emerge «la concreta disponibilità» dell’indagato «al compimento di atti terroristici». Tutta la conversazione si intreccia con i messaggi mandati alla madre solo poche ore prima del fermo: «Sto veramente male, chiama la polizia, vado a fare una cosa in centro con un coltello». A quel punto gli inquirenti l’hanno preso sul serio. E l’hanno fermato.
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