Scoperti resti umani. È la fossa di Saman?
I carabinieri hanno trovato un cadavere a due metri sottoterra in un casolare: ma solo l’esame del Dna potrà attribuirlo alla ragazza scomparsa. Il procuratore: «L’arresto del padre non c’entra». Ma potrebbe esserci stata una soffiata decisiva.

Il cadavere era avvolto in un sacco nero, sepolto due metri sottoterra. I Ris l’hanno trovato all’interno di un casolare diroccato, rudere in mezzo ai ruderi. Fino a poco tempo fa, nei dintorni c’era un allevamento di maiali. Adesso restano il campo incolto, un boschetto e altri edifici. E poi serre, campi, vigne. La casa dove viveva la famiglia di Saman Abbas è lì. A poche centinaia di metri. Sono accusati del delitto della ragazza cinque parenti. L’ipotesi degli investigatori non ha mai vacillato: la diciottenne pakistana fu uccisa per aver osato rifiutare un matrimonio combinato. Il suo corpo sarebbe stato poi sepolto nei dintorni della casa, a Novellara, sperduta campagna reggiana.

I carabinieri l’hanno cercata per un anno e mezzo. Avevano perlustrato anche quella zona, «ma in luoghi e modalità diverse» spiegano gli investigatori. Ora in via Reatino, dietro l’abitazione in cui è stata vista per l’ultima volta, hanno scoperto quei resti umani. È il corpo di Saman? Luogo e circostanze farebbero pensare di sì. Quel casolare è vicino all’ex casa degli Abbas. È adiacente ai campi dell’azienda agricola dove lavorava la famiglia. Ed è nella stessa direzione verso cui andavano i parenti della ragazza, immortalati dalle telecamere di sorveglianza il 29 aprile 2021, giorno prima della scomparsa. Nel filmato si vedono lo zio Danish Hasnain e i due cugini, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq, con in mano piede di porco e pala. Secondo gli investigatori, servivano a scavare una fossa. Per seppellire Saman. E infine: la casa diroccata in cui sono stati trovati i resti, era frequentata dai tre. Anche per consumare alcolici, rivela la trasmissione Chi l’ha visto. Dalle prime indiscrezioni, sembra che a rivelare il posto sia stato proprio uno dei tre parenti arrestati. Pure il padre, Shabbar Abbas, è stato catturato in Pakistan pochi giorni fa. Il procuratore di Reggio Emilia, Gaetano Paci, esclude però una repentina confessione dell’uomo: con il ritrovamento dei resti, «lui non c’entra assolutamente nulla».

L’allerta è scattata nel pomeriggio del 18 novembre. La strada è stata subito chiusa al traffico. La mattina seguente sono intervenuti i Ris e i vigili del fuoco con l’escavatore. Non è la prima volta che, in quest’indagine, gli esperti della scientifica dei carabinieri analizzano resti umani. A settembre 2021 concludono che quelli trovati in un canale a Maranello erano di animali. Due mesi dopo, escludono anche la corrispondenza con un osso ritrovato nel Po, vicino a Novellara. Stavolta sembra diverso, nonostante le cautele. Dopo un lungo sopralluogo, il magistrato aggiunge: «Non possiamo ancora dire che si tratta del corpo di Saman». Però anticipa: «Nei prossimi giorni, ci aspetta un lavoro complesso e difficile. L’edificio è pericolante. I resti sono ancora interrati. Potranno essere estratti solo dopo la richiesta di incidente probatorio. La perizia avverrà nel pieno contraddittorio delle parti, con la partecipazione degli indagati e dei loro difensori. I tempi non si possono preventivare».

La scomparsa di Saman è un giallo atroce e misterioso. Comincia la notte del 30 aprile 2021. Viene inquadrata per l’ultima volta dalle telecamere, mentre esce di casa con i genitori. La Procura di Reggio Emilia non ha dubbi: è stata uccisa dai cinque familiari, poi fuggiti da Novellara. Con pervicacia, li hanno scovati. Quasi tutti. Lo zio e i cugini, arrestati in Francia, adesso sono in Italia. L’ultimo ad essere stato preso, in Pakistan, è il padre della diciottenne. L’udienza a porte chiuse del 17 novembre scorso è stata posticipata di una settimana. Potrebbero allungarsi quindi i tempi dell’estradizione. Tra Italia e Pakistan, però, non ci sono accordi bilaterali. E l’uomo è accusato in patria di aver frodato un connazionale.

L’unica imputata a piede libero resta comunque la madre: Nazia Shaheen. È partita per il Pakistan col marito il primo maggio dello scorso anno, dopo la scomparsa della figlia. Adesso, sostiene il coniuge, si troverebbe in Europa. Paci chiarisce: «La sua presenza non è stata minimamente documentata. Questa affermazione lascia il tempo che trova». Il procuratore, però, è ottimista: «Confido che il 10 febbraio, giorno di inizio della corte d’assise, tutti gli imputati siano presenti». Intanto, spera almeno che i tempi dell’estradizione «siano brevi». La testimonianza del padre sarebbe decisiva: per arrivare al processo «con ulteriori elementi di chiarezza». Già, l’uomo avrebbe molto da spiegare. A partire da quella chiamata fatta l’8 giugno 2021, durante la latitanza, a un suo parente. Shabbar gli dice: «Per me la dignità degli altri non è più importante della mia. Io ho lasciato mio figlio in Italia». Si riferisce al fratello minorenne della ragazza, adesso affidato a una comunità protetta. E Saman? Dov’è finita? Le orripilanti parole del padre, al telefono, sembrano già una confessione: «Ho ucciso mia figlia e sono venuto. Non me ne frega nulla di nessuno».

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