Il mal di testa, o cefalea, è un dolore che coinvolge profondamente il capo fino alla parte superiore del collo, dando una sensazione di oppressione e costrizione, soprattutto a livello delle tempie. «Ogni anno, tra l’80 e il 99% della popolazione mondiale ha almeno un episodio di cefalea», spiega Fabio Frediani, presidente di Anircef. «Nelle forme secondarie, il sintomo accompagna altre malattie come l’ipertensione non controllata o la sinusite. Nelle forme primarie invece non è nota l’origine». La forma più comune di cefalee primarie è quella di tipo tensivo: ne soffre tra il 10 e il 70% della popolazione e si caratterizza per un dolore a livello della nuca-cervicali e frontale. Di solito il disturbo si controlla con un analgesico. «L’emicrania», continua il dottore, «è un tipo di cefalea primaria che interessa il 12% della popolazione generale, ma che colpisce il 25% delle donne in età fertile e il 10-15% degli uomini». Si caratterizza per dolori molto forti pulsanti che in genere interessano un unico lato del capo e si accompagna spesso a disturbi visivi (aurea), nausea, vomito e fastidio per i rumori e la luce. I dolori si manifestano anche più volte alla settimana, debilitando profondamente il paziente. Si stima che ne soffrano circa una persona su sette nel mondo, in forme più o meno intense. Sui 6 milioni di italiani, il 2% soffre della forma più grave e intensa dell’emicrania. A scatenare i sintomi, in questi pazienti, sono delle condizioni di stress che interessano un cambiamento di abitudini di vita. «Tipica l’emicrania del primo giorno di vacanza o di lavoro», osserva l’esperto. La terapia attuale consiste nell’impiego di vari analgesici, antinausea e, da una trentina d’anni, anche nell’uso di triptani. «Entro un anno dall’inizio della terapia», spiega Frediani, «l’80% dei pazienti non assume più i farmaci a causa degli effetti collaterali». Trovare una cura mirata e con minori effetti collaterali sembrava un traguardo impossibile. Invece da qualche giorno, dopo anni di studi, diventa concreta la possibilità di controllare anche l’emicrania con pochi effetti collaterali.
Dagli anni Ottanta è noto il ruolo che ha una proteina nello sviluppo del dolore emicranico: è il Cgrp (Calcitonin-gene-related-peptide). «I primi farmaci sintetizzati per bloccare questo peptide avevano pesanti effetti collaterali», spiega l’esperto. Tutto è cambiato con l’introduzione di farmaci biotecnologici, cioè sintetizzati come se fossero proteine umane e per questo chiamati anche anticorpi monoclonali. «Erenumab, approvato in questi giorni in America e in via di approvazione anche in Europa», dice Frediani, «impedisce in modo specifico al peptide Cgrp di attivare i recettori da cui si scatenano una serie di eventi che causano l’episodio emicranico. Somministrato per via sottocutanea con auto iniezione, mantiene l’efficacia per un mese».
In alcuni studi erenumab, sviluppato da Novartis e Amgen, «ha dimostrato di dimezzare gli episodi di emicrania in più del 50% dei pazienti», spiega l’esperto. «Nel 30-40% delle persone la riduzione è stata del 70% e, in un paziente su quattro non ci sono stati episodi rispetto ai 4-15 mensili. Il tutto con effetti collaterali irrilevanti». Si apre quindi una nuova era per le persone con emicrania, ma «sono dati di studi sperimentali», ricorda Frediani. «La prospettiva è affascinante e dà speranza, ma è nell’uso nella vita reale che registreremo le vere potenzialità del nuovo farmaco».
Nei prossimi mesi sono in arrivo altre molecole simili a Erenumab, ma che si differenziano perché non bloccano l’interazione tra il peptide Cgrp e il recettore, ma inattivano il Cgrp. Sono in fase di approvazione Galcanezumab di Eli Lilly, fremanezumab di Teva, in fase di studio ci sono anche Eptinezumab di Alder e Atogepant e Ubrogepant (Allergan). Alto il costo delle nuove terapie: 6.900 euro all’anno per Erenumab. «In Europa i prezzi potrebbero essere più contenuti», osserva Frediani, «ma dobbiamo ricordare che chi soffre di emicrania cronica, con più di 15 giorni di assenze dal lavoro al mese, costa 3-5.000 euro all’anno». Bisogna pensare in maniera diversa. «Ci sono dei prezzi che vanno pagati», conclude l’esperto, «uno stato deve saper spendersi per la salute dei propri cittadini».
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