Scontro su Generali, Benetton ago della bilancia. Pronti a non votare per la lista dell’ad Donnet

I Benetton pronti a non votare la lista di Donnet all'assemblea delle Generali
La scelta è tra la lista Caltagirone, quella di Assogestioni e l’astensione. Mentre è sempre più improbabile che i Benetton votino a favore dell’attuale ad Philippe Donnet per il rinnovo del cda delle Generali.
Venerdì un consiglio di amministrazione di Edizione ha fatto il punto anche sulla vicenda del gruppo triestino in vista dell’assemblea della settimana prossima e ha esaminato la valutazione sui due piani industriali concorrenti, commissionata all’amministratore delegato della holding Enrico Laghi. Nessuna comunicazione ufficiale e a questo punto diventa difficile ipotizzare che ce ne siano fino all’assemblea.
La quota dei Benetton, 3,97%, se dovesse appoggiare una delle due liste, potrebbe risultare determinante nella soluzione della partita. Sulla carta, la lista del cda può contare sul voto di Mediobanca (17,2%, compreso il prestito titoli) e De Agostini (1,4%). A questi andrebbero aggiunti i voti di una serie di grandi fondi istituzionali che hanno già espresso il proprio gradimento per la lista del board: dal fondo sovrano norvegese Norges (1,39%), al fondo pensione canadese Cpp fino al fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California, Calpers, e a quello della Florida, Sba.
IL PESO DEI PROXY
Dopo le indicazioni dei proxy advisor Iss, Glass Lewis, Frontis - le società specializzate che esaminano le delibere assembleari e forniscono le indicazioni di voto agli investitori - gli istituzionali sarebbero perlopiù schierati per la riconferma di Donnet. Sull’altro fronte, i voti di Caltagirone (9,95%), quello di Leonardo Del Vecchio (accreditato di una quota ormai vicina al 10%) e della Fondazione Crt (1,7%). Oltre a questi, la lista che candida il manager del Leone Luciano Cirinà come amministratore delegato e Claudio Costamagna come presidente potrebbe raccogliere il voto di qualche fondo che per statuto non è tenuto a seguire le indicazioni dei proxy e nelle settimane scorse ha preso posizione su Trieste.
Blackrock e Vanguard per esempio sono accreditati di un pacchetto intorno al 10% del capitale delle azioni del Leone. Ci sono poi altre fondazioni bancarie, accodate alla decisione della Crt seppur con quote più piccole. Diviso il retail, comprese le quote di alcune grandi famiglie imprenditoriali - non solo del Nord Est - che hanno pacchetti non insignificanti di titoli del Leone. Sembra invece certo che la Ferak delle famiglie Amenduni e Marchi, con l'1,3%, non parteciperà all’assemblea. In questo scenario - e con i Benetton fuori dalla mischia o in appoggio a Caltagirone o Assogestioni, la lista dei fondi che non dovrebbe andare oltre il 3% e quindi non nominerà nessun rappresentante in consiglio - diventa determinante l’affluenza.
Tradizionalmente alta a Trieste: nel 2019 era stata del 55,8%. Questa volta è attesa sensibilmente più alta. Secondo gli scenari che circolano in queste ore nei due schieramenti, un’affluenza inferiore al 62% vedrebbe l’affermazione delle lista Caltagirone, mentre oltre il 70% segnerebbe un’affermazione decisa della lista del cda. Lo scenario intermedio (tra il 62% e il 69%) è paradossalmente il peggiore per la compagnia: la lista che promuove la candidatura di Donnet come ad dovrebbe avere la meglio, ma di una percentuale tale da rendere determinanti i voti del prestito titoli di Mediobanca (4,4%) e dei titoli De Agostini, che ha già venduto ma dei quali il gruppo si è tenuto i diritti di voto fino all’assemblea.
LE CRITICHE
Operazioni criticate dallo schieramento che si riconosce nella lista promossa da Caltagirone e che potrebbero dare il via, se si rivelassero determinanti, a una serie di contestazioni e cause legali.
A questo proposito va evidenziato che nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della De Agostini Marco Drago ha motivato la decisione di vendere mantenendo i diritti di voto, come un’esigenza di avere liquidità da un lato e di pesare in un momento storico per Generali e il Paese dall’altro... Continua intanto il deposito dei titoli per partecipare all’assemblea. C’è tempo fino al 26 aprile e entro quella data si saprà l’affluenza.
A raccogliere le adesioni è la stessa Generali ma, secondo il Regolamento emittenti, chi raccoglie deleghe di azionisti - come la Vm 2006 di Caltagirone - ha accesso alle informazioni in qualunque momento. A raccogliere il voto è invece Computershare, società specializzata che è la sola depositaria dei voti raccolti fino al momento dell’assemblea, quando li renderà pubblici.
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
Immagino che da ieri nessuno avrà più dubbi sul prezzo da pagare per la transizione energetica. Volkswagen, ossia il più grande gruppo automobilistico europeo e il secondo nel mondo, si prepara a licenziare 100.000 dipendenti, all’incirca un sesto dell’intera sua forza lavoro. La decisione sarebbe maturata in seguito al calo delle vendite ma soprattutto dei profitti che nello scorso anno si sarebbero ridotti di oltre il 40 per cento. Che a Wolfsburg, in Bassa Sassonia, le cose non andassero a gonfie vele lo si era capito da tempo, quando l’azienda aveva annunciato un programma di riduzione del personale da qui al 2030.
Ma mesi fa nessuno immaginava che i tagli fossero di simili dimensioni. Soprattutto, all’inizio dell’anno non vi erano segnali di cessione di interi rami d’azienda. Invece, pochi giorni fa è arrivata la notizia della vendita della divisione motori marini, ceduta per 7,4 miliardi, e ieri la doccia fredda di un piano di «esuberi» con il doppio dei numeri previsti nella peggiore delle ipotesi. Come se non bastasse, sulla stampa specializzata sono iniziate a circolare voci che non escludono il fallimento del gruppo.
Volkswagen è un colosso industriale di oltre 320 miliardi di fatturato e con 114 stabilimenti sparsi nel mondo. Ma pur essendo un gigante ha i piedi d’argilla, costituiti non già dall’alto debito, che pure esiste, ma dagli obblighi indotti dalle misure imposte dall’Unione europea per combattere il cambiamento climatico. La rivista tedesca Manager magazin, in uno dei suoi ultimi numeri, ha dedicato alla questione della sostenibilità del gruppo un’inchiesta, sentendo in forma anonima i componenti del consiglio di amministrazione della casa automobilistica e le risposte non sono state confortanti. Sei dei nove membri del cda si sono spinti fino a definire l’azienda a rischio di sopravvivenza. Altri tre hanno parlato di una «situazione tesa». Nessuno ha scelto l’opzione che descriveva il quadro come «non critico».
La crisi della Volkswagen tuttavia non è isolata. Innanzitutto perché coinvolge l’industria della componentistica, con tagli pesanti anch’essi già annunciati; ma poi se il gruppo di Wolfsburg sta male, neppure i concorrenti si sentono granché bene. Martin Brudermueller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes Benz, due giorni fa dalle pagine del quotidiano economico Handelsblatt ha lanciato l’allarme: la situazione è gravissima, il costo del lavoro è fuori controllo e la produttività non basta più a contrastare i competitor internazionali. Secondo Brudermueller, la crisi in Germania è molto più grave di quanto la maggior parte delle persone pensi.
Qualcuno potrebbe fare spallucce e magari anche pensare che se i tedeschi arrancano, gli italiani potrebbero trarne vantaggio o per lo meno ne potrebbe guadagnare l’industria automobilistica di casa nostra. Sbagliato. Non solo perché le aziende del settore hanno tutte, chi più chi meno, gli stessi problemi, ma una parte delle nostre imprese che operano nell’automotive lavorano per le grandi case della Germania. Dalle viti ai motori, dai freni ai cambi, molta componentistica montata dai veicoli di Volkswagen, Audi, Mercedes, Opel Bmw e Porsche è made in Italy. Dagli pneumatici (5,5 per cento) per finire alle parti meccaniche o ai sedili (21,2), le imprese nazionali lavorano a pieno ritmo per Berlino e dintorni e la crisi le investe inevitabilmente.
Certo, nessuno immaginava che introducendo norme sempre più stringenti per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione gli effetti sarebbero stati questi. Ma ora solo gli stupidi rifiutano di ammettere che così si è spinta l’auto verso il baratro. Aver accelerato l’adozione dei motori elettrici, penalizzando quelli termici, rischia infatti di far scomparire la spina dorsale dell’industria europea. E solo i folli possono negare che, di questo passo, la transizione energetica ci porterà a una distruzione di valore e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, creando problemi sociali spaventosi. Purtroppo, i pazzi sono però alla guida dell’Europa e ogni giorno fanno danni. E a questo proposito, l’ultima invenzione riguarda il regolamento Ue sul metano, che potrebbe farci perdere fino al 43 per cento delle forniture di gas e fino all’87 per cento degli acquisti di petrolio, a causa del rischio di non conformità ai requisiti imposti da Bruxelles agli importatori.
Dodici Paesi, tra cui l’Italia (più la Germania), hanno lanciato l’allarme, ma ieri il commissario all’energia, il danese Dan Jorgensen, ha chiuso la porta a qualsiasi modifica. «Il mio compito», ha detto, «è garantire l’attuazione dei provvedimenti per combattere il cambiamento climatico». Dunque, avanti fino alla morte dell’economia europea. E della nostra.
Benvenuti nel Milanostan. Fra autoflagellazioni maschili, nenie di tradizione sciita e universo femminile con il burqa è andato in scena il rito pubblico dell’Ashura. Dove? Davanti alla Stazione Centrale di Teheran trasferita in piazza Duca d’Aosta, con il traffico di via Vittor Pisani bloccato per dare spazio al corteo musulmano che commemora il martirio dell’imam Hussein, nipote di Maometto, durante la battaglia di Karbala nel 680 dopo Cristo.
Scena folcloristica e pure educativa, visto che non più tardi di 20 giorni fa l’arcivescovo Mario Delpini decise di vietare la processione del Corpus Domini all’aperto, perché «in mezzo al traffico e ai turisti non ci sono le condizioni per vivere nel profondo la preghiera». Non sia mai che i simboli della cristianità possano turbare chi abbraccia altre fedi.
Una preoccupazione che non tocca gli organizzatori dell’evento islamico. Men che meno la moltitudine vestita di nero che scandisce slogan, sventola vessilli, innalza canti ed esibisce segnali di potenza. Una cerimonia religiosa che si trasforma in una prova di forza. Poiché i vuoti sono fatti per essere riempiti, il ritiro del millenario rito cattolico da strade e piazze lascia spazio all’altra grande religione monoteista proprio nel cuore dell’Occidente, proprio nella nazione che ospita il Papa. Così 2.000 musulmani mostrano con orgoglio i simboli della propria avanzata laddove la civiltà occidentale si ritrae, preda di una subalternità che sa di sconfittismo. Ed è singolare per il passante assistere a una scena intollerabile per la sensibilità italiana: l’isolamento delle donne in fondo al corteo, discoste dagli uomini, con niqab e mascherine e passeggini. A Palazzo Marino la chiamano integrazione.
Una realtà che nel Milanostan è diventata progetto politico (involontario, a conferma dell’inettitudine) implementato dalla giunta di sinistra. Il corteo dell’Ashura sarebbe l’apoteosi per il sindaco ayatollah Giuseppe Sala, stranamente assente dalla manifestazione. Forse perché in ritiro spirituale in vista del Gay pride di oggi, forse perché già sbilanciato verso la frescura del suo cottage di Sankt Moritz. Mentre in Danimarca, la premier socialista Mette Frederiksen ha proposto di ridurre la presenza di stranieri nei quartieri ad alto tasso di migranti («Basta ghetti, basta enclave, non ci devono essere dubbi che siamo in Danimarca»), a Milano, zona Stazione Centrale, accade il contrario e il peloso «grande abbraccio» a senso unico diventa realtà. Con le donne burqate e relegate in fondo, senza che le vestali del patriarcato tossico abbiano alcunché da ridire. Neppure quelle di Nonunadimeno e ActionAid che proprio in città, per l’8 marzo, avevano portato una mostra per denunciare le bassezze del maschilismo velenoso.
La contraddizione non è passata inosservata e la vicesegretaria della Lega, Silvia Sardone, ha sottolineato le «inaccettabili immagini delle donne velate, separate dagli uomini durante il corteo, all’interno di recinti e posizionate dietro un telo nero oltre un camion. L’ennesimo episodio di discriminazione che ormai è consuetudine in molte comunità musulmane. Il sindaco Sala non ha niente da dire davanti a queste immagini? Elly Schlein, Laura Boldrini e il Pd considerano queste scene un arricchimento culturale e un’integrazione positiva? Le femministe staranno in silenzio come al solito, pur di non affrontare il tema del patriarcato islamico?». A Sardone non è sfuggito il messaggio politico con la (neppure troppo strisciante) avanzata islamica nel nostro Paese. «Oltre all’oppressione femminile, colpiscono il numero dei presenti e l’islamismo sempre più evidente. Il rischio serio è che, in nome del politicamente corretto e di una finta integrazione, continueremo a nascondere e censurare i nostri simboli, la nostra cultura e la nostra identità per subìre tradizioni che non ci appartengono e sono inconciliabili con i nostri valori. A partire dalla libertà delle donne». Come profetizzava Oriana Fallaci, prove tecniche di Eurabia.














