Famiglia del bosco, Femminella: «D’Angelo non è un’assistente sociale»
2026-03-17
Giustizia al contrario
La scelta è tra la lista Caltagirone, quella di Assogestioni e l’astensione. Mentre è sempre più improbabile che i Benetton votino a favore dell’attuale ad Philippe Donnet per il rinnovo del cda delle Generali.
Venerdì un consiglio di amministrazione di Edizione ha fatto il punto anche sulla vicenda del gruppo triestino in vista dell’assemblea della settimana prossima e ha esaminato la valutazione sui due piani industriali concorrenti, commissionata all’amministratore delegato della holding Enrico Laghi. Nessuna comunicazione ufficiale e a questo punto diventa difficile ipotizzare che ce ne siano fino all’assemblea.
La quota dei Benetton, 3,97%, se dovesse appoggiare una delle due liste, potrebbe risultare determinante nella soluzione della partita. Sulla carta, la lista del cda può contare sul voto di Mediobanca (17,2%, compreso il prestito titoli) e De Agostini (1,4%). A questi andrebbero aggiunti i voti di una serie di grandi fondi istituzionali che hanno già espresso il proprio gradimento per la lista del board: dal fondo sovrano norvegese Norges (1,39%), al fondo pensione canadese Cpp fino al fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California, Calpers, e a quello della Florida, Sba.
IL PESO DEI PROXY
Dopo le indicazioni dei proxy advisor Iss, Glass Lewis, Frontis - le società specializzate che esaminano le delibere assembleari e forniscono le indicazioni di voto agli investitori - gli istituzionali sarebbero perlopiù schierati per la riconferma di Donnet. Sull’altro fronte, i voti di Caltagirone (9,95%), quello di Leonardo Del Vecchio (accreditato di una quota ormai vicina al 10%) e della Fondazione Crt (1,7%). Oltre a questi, la lista che candida il manager del Leone Luciano Cirinà come amministratore delegato e Claudio Costamagna come presidente potrebbe raccogliere il voto di qualche fondo che per statuto non è tenuto a seguire le indicazioni dei proxy e nelle settimane scorse ha preso posizione su Trieste.
Blackrock e Vanguard per esempio sono accreditati di un pacchetto intorno al 10% del capitale delle azioni del Leone. Ci sono poi altre fondazioni bancarie, accodate alla decisione della Crt seppur con quote più piccole. Diviso il retail, comprese le quote di alcune grandi famiglie imprenditoriali - non solo del Nord Est - che hanno pacchetti non insignificanti di titoli del Leone. Sembra invece certo che la Ferak delle famiglie Amenduni e Marchi, con l'1,3%, non parteciperà all’assemblea. In questo scenario - e con i Benetton fuori dalla mischia o in appoggio a Caltagirone o Assogestioni, la lista dei fondi che non dovrebbe andare oltre il 3% e quindi non nominerà nessun rappresentante in consiglio - diventa determinante l’affluenza.
Tradizionalmente alta a Trieste: nel 2019 era stata del 55,8%. Questa volta è attesa sensibilmente più alta. Secondo gli scenari che circolano in queste ore nei due schieramenti, un’affluenza inferiore al 62% vedrebbe l’affermazione delle lista Caltagirone, mentre oltre il 70% segnerebbe un’affermazione decisa della lista del cda. Lo scenario intermedio (tra il 62% e il 69%) è paradossalmente il peggiore per la compagnia: la lista che promuove la candidatura di Donnet come ad dovrebbe avere la meglio, ma di una percentuale tale da rendere determinanti i voti del prestito titoli di Mediobanca (4,4%) e dei titoli De Agostini, che ha già venduto ma dei quali il gruppo si è tenuto i diritti di voto fino all’assemblea.
LE CRITICHE
Operazioni criticate dallo schieramento che si riconosce nella lista promossa da Caltagirone e che potrebbero dare il via, se si rivelassero determinanti, a una serie di contestazioni e cause legali.
A questo proposito va evidenziato che nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della De Agostini Marco Drago ha motivato la decisione di vendere mantenendo i diritti di voto, come un’esigenza di avere liquidità da un lato e di pesare in un momento storico per Generali e il Paese dall’altro... Continua intanto il deposito dei titoli per partecipare all’assemblea. C’è tempo fino al 26 aprile e entro quella data si saprà l’affluenza.
A raccogliere le adesioni è la stessa Generali ma, secondo il Regolamento emittenti, chi raccoglie deleghe di azionisti - come la Vm 2006 di Caltagirone - ha accesso alle informazioni in qualunque momento. A raccogliere il voto è invece Computershare, società specializzata che è la sola depositaria dei voti raccolti fino al momento dell’assemblea, quando li renderà pubblici.
Secondo Emanuel Pietrobon, analista di Masirax, anche il dossier sul magnate pedofilo potrebbe aver indotto Trump a iniziare una guerra contro gli ayatollah.
«Veruska D'Angelo? Io non vedo un’assistente sociale. Lei ne ha vista una in giro?». Sono le parole di Marco Femminella, uno dei due avvocati della famiglia del bosco, riferendosi alla professionista con cui da tempo c’è un clima di forte tensione.
Il culmine si è registrato dieci giorni fa con l’allontanamento di Catherine Trevallion dalla casa famiglia in cui sono ospitati i suoi tre figli.
«Tutta questa sovraesposizione mediatica è diventata un problema, non è più sostenibile – ha aggiunto il legale lasciando il suo studio di Chieti –. Quei poveretti sono assediati, già stanno messi come stanno».
Parlando dell’arrivo degli ispettori del Ministero della Giustizia al Tribunale per i minorenni dell'Aquila, Femminella ha sottolineato: «È un argomento che riguarda il ministero e il tribunale. Se ci sono problemi lo sanno loro. Chi ha delle responsabilità se le assume. L’importante è che su questa vicenda torni l’equilibrio».
In risposta a chi dice che voteranno Sì solo massoni deviati e imputati, aumentano gli esponenti di sinistra favorevoli alla riforma Nordio.
L’esercito dei riformisti avanza spedito. L’ultimo in ordine di tempo a schierarsi dalla parte del Sì è, Arturo Parisi, promotore dell’Ulivo e delle riforme istituzionali negli anni Novanta, ex ministro della Difesa con Prodi: «Voto Sì per far avanzare una giustizia garantista. Voterò Sì guidato dalla domanda che sta al centro della riforma della separazione delle carriere dei magistrati: la necessità della terzietà del giudice tra chi accusa e chi difende».
La sinistra per il Sì diventa così un moto insurrezionale contro i dogmi che imbrigliano il campo largo. Un messaggio chiaro e forte a Elly Schlein che gioca ancora a fare a gara con Giuseppe Conte per intestarsi un’eventuale vittoria che miri a un illusorio avviso di sfratto al governo.
Alla Camera nasce l’intergruppo per il Sì. Oltre al Pd, ci sono dentro esponenti di Azione, +Europa e Italia Viva oltre al Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin che dice: «Qui non si vota sul governo Meloni ma su una riforma che condividiamo».
Il leader di Azione, Carlo Calenda, non ha dubbi: «La riforma era nel nostro programma». E la neo calendiana Elisabetta Gualmini, dopo l’addio al Pd, gli va dietro insieme alla collega Valentina Grippo. «Sono sempre stato favorevole a questa riforma, anche quando ero nella Margherita o nel Pd», conferma l’altro calendiano Ettore Rosato.
Nel gruppo anche Benedetto Della Vedova, +Europa, ex radicale, puro pedigree garantista: «La riforma è radicale, liberale, antiautoritaria, più di sinistra che di destra».
Molti anche gli esponenti di Italia Viva per il Sì, da quando Matteo Renzi ha dato libertà di voto, riservandosi lui di prendere una posizione a ridosso dell’urna, a partire dalla presidente dei senatori, Raffaella Paita e dal renziano Roberto Giachetti: «È una battaglia che porto avanti da trent’anni, ho auspicato venisse approvata con Berlusconi», commenta.
Molti dem sudano freddo. Stefano Ceccanti, costituzionalista ed ex deputato del Pd, è in prima linea per spiegare le ragioni del Sì. «Con il Sì completiamo il giusto processo rimasto incompiuto. Non un disegno contro la magistratura, ma una coerenza attesa. Separare le carriere per rafforzare la terzietà del giudice», dichiara.
Nel Pd pesa soprattutto l’adesione all’intergruppo della vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno, enfant prodige della Margherita, cresciuta, nel mito di Ciriaco De Mita, che da mesi non le manda a dire a Schlein. «Questa riforma riguarda concretamente la vita delle persone. E io credo che sia molto importante provare a discutere nel merito», recita in un video social visto come un atto di insubordinazione alla linea dettata dalla segretaria Pd.
Pur votando contro il governo Meloni si espone per il Sì anche Augusto Barbera, 87 anni, ex presidente della Consulta, ex parlamentare Pci-Pds ed ex (per una breve parentesi) ministro con Ciampi.
Il leader di Democrazia sovrana popolare, Marco Rizzo, sceglie un intervento social per annunciare il suo Sì raccontando del furto alla moglie nella metropolitana di Milano «e non ditemi che non c’entra nulla perché se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro. Basta, ci siamo rotti le scatole».
Ma a mandare su tutte le furie gli ultras del No è Giuliano Pisapia, l’ex sindaco arancione di Milano che strappò la città, dopo anni di dominio, al centrodestra. Da stimato avvocato penalista, figlio di Gian Domenico Pisapia, uno degli artefici del codice di procedura penale entrato in vigore nel 1989, che introdusse il rito accusatorio, dice che voterà Sì. Ha prevalso l’avvocato sul politico beccandosi anche una sequela di insulti dai dem.
Impegnato per la campagna del Sì anche il presidente dell’associazione di area di centrosinistra Libertà eguale, Enrico Morando, già senatore Pds-Ds, viceministro con i governi Renzi e Gentiloni e fondatore del Pd: «Bisogna votare sul testo e non sul contesto. Non abbiamo alcuna intenzione di sostenere il governo Meloni, ma essendo in gioco il testo e non il contesto questa è una buona riforma che ne completa altre di cui la sinistra è stata protagonista».
Insieme a lui tanti volti noti ex Pds-Ds, come la filosofa e storica, Claudia Mancina, componente della direzione del Pd, e poi Chicco Testa, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi, Umberto Ranieri, Nicola Latorre, Mario Oliverio che portano sul fronte del Sì la cultura politica della Quercia. Tra questi c’è l’ex ministro dell’Interno nonché figura chiave del governo D’Alema, Marco Minniti, il quale ritiene che «questa riforma sia un passo in avanti, che rende l’Italia più moderna, più europea e anche più sicura».
Ma il Sì viene pronunciato anche dall’ex senatore Giorgio Tonini, fondatore del Pd e tra i principali ispiratori del Lingotto, e Tommaso Nannicini, ex parlamentare dem ed esponente di spicco del think thank a supporto del governo Renzi. A favore del Sì, gli ex parlamentari dem, Anna Paola Concia e Stefano Esposito. Per confermare la riforma del governo anche l’ex ministro dell’Interno del governo Prodi, Enzo Bianco e, dalla Cgil, il sindacalista Michele Magno.
Nell’opposizione il Sì più netto arriva dal Psi: «Non si tratta solo di una scelta politica ma di una posizione coerente con la storia della comunità socialista», dice il segretario Enzo Maraio. Idem da socialisti di oggi e di ieri, da Bobo Craxi a Fabrizio Cicchitto.
Riformisti e progressisti non accettano di essere inquadrati in una minoranza della minoranza.
