Tegola pure per la Sturgeon: condannato l’ex marito dell’ultrà scozzese pro Ue
2026-06-24
Sinistra a pezzi
La scelta è tra la lista Caltagirone, quella di Assogestioni e l’astensione. Mentre è sempre più improbabile che i Benetton votino a favore dell’attuale ad Philippe Donnet per il rinnovo del cda delle Generali.
Venerdì un consiglio di amministrazione di Edizione ha fatto il punto anche sulla vicenda del gruppo triestino in vista dell’assemblea della settimana prossima e ha esaminato la valutazione sui due piani industriali concorrenti, commissionata all’amministratore delegato della holding Enrico Laghi. Nessuna comunicazione ufficiale e a questo punto diventa difficile ipotizzare che ce ne siano fino all’assemblea.
La quota dei Benetton, 3,97%, se dovesse appoggiare una delle due liste, potrebbe risultare determinante nella soluzione della partita. Sulla carta, la lista del cda può contare sul voto di Mediobanca (17,2%, compreso il prestito titoli) e De Agostini (1,4%). A questi andrebbero aggiunti i voti di una serie di grandi fondi istituzionali che hanno già espresso il proprio gradimento per la lista del board: dal fondo sovrano norvegese Norges (1,39%), al fondo pensione canadese Cpp fino al fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California, Calpers, e a quello della Florida, Sba.
IL PESO DEI PROXY
Dopo le indicazioni dei proxy advisor Iss, Glass Lewis, Frontis - le società specializzate che esaminano le delibere assembleari e forniscono le indicazioni di voto agli investitori - gli istituzionali sarebbero perlopiù schierati per la riconferma di Donnet. Sull’altro fronte, i voti di Caltagirone (9,95%), quello di Leonardo Del Vecchio (accreditato di una quota ormai vicina al 10%) e della Fondazione Crt (1,7%). Oltre a questi, la lista che candida il manager del Leone Luciano Cirinà come amministratore delegato e Claudio Costamagna come presidente potrebbe raccogliere il voto di qualche fondo che per statuto non è tenuto a seguire le indicazioni dei proxy e nelle settimane scorse ha preso posizione su Trieste.
Blackrock e Vanguard per esempio sono accreditati di un pacchetto intorno al 10% del capitale delle azioni del Leone. Ci sono poi altre fondazioni bancarie, accodate alla decisione della Crt seppur con quote più piccole. Diviso il retail, comprese le quote di alcune grandi famiglie imprenditoriali - non solo del Nord Est - che hanno pacchetti non insignificanti di titoli del Leone. Sembra invece certo che la Ferak delle famiglie Amenduni e Marchi, con l'1,3%, non parteciperà all’assemblea. In questo scenario - e con i Benetton fuori dalla mischia o in appoggio a Caltagirone o Assogestioni, la lista dei fondi che non dovrebbe andare oltre il 3% e quindi non nominerà nessun rappresentante in consiglio - diventa determinante l’affluenza.
Tradizionalmente alta a Trieste: nel 2019 era stata del 55,8%. Questa volta è attesa sensibilmente più alta. Secondo gli scenari che circolano in queste ore nei due schieramenti, un’affluenza inferiore al 62% vedrebbe l’affermazione delle lista Caltagirone, mentre oltre il 70% segnerebbe un’affermazione decisa della lista del cda. Lo scenario intermedio (tra il 62% e il 69%) è paradossalmente il peggiore per la compagnia: la lista che promuove la candidatura di Donnet come ad dovrebbe avere la meglio, ma di una percentuale tale da rendere determinanti i voti del prestito titoli di Mediobanca (4,4%) e dei titoli De Agostini, che ha già venduto ma dei quali il gruppo si è tenuto i diritti di voto fino all’assemblea.
LE CRITICHE
Operazioni criticate dallo schieramento che si riconosce nella lista promossa da Caltagirone e che potrebbero dare il via, se si rivelassero determinanti, a una serie di contestazioni e cause legali.
A questo proposito va evidenziato che nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della De Agostini Marco Drago ha motivato la decisione di vendere mantenendo i diritti di voto, come un’esigenza di avere liquidità da un lato e di pesare in un momento storico per Generali e il Paese dall’altro... Continua intanto il deposito dei titoli per partecipare all’assemblea. C’è tempo fino al 26 aprile e entro quella data si saprà l’affluenza.
A raccogliere le adesioni è la stessa Generali ma, secondo il Regolamento emittenti, chi raccoglie deleghe di azionisti - come la Vm 2006 di Caltagirone - ha accesso alle informazioni in qualunque momento. A raccogliere il voto è invece Computershare, società specializzata che è la sola depositaria dei voti raccolti fino al momento dell’assemblea, quando li renderà pubblici.
Indipendentismo, progressismo, europeismo e fatture false. Molte fatture false, per un importo totale di oltre 460.000 euro e con decine di spese pazze, come un suv Jaguar e un caravan a cinque stelle.
Con la condanna a cinque anni di Peter Murrell, a lungo marito dell’ex premier scozzese Nicola Sturgeon, sullo Scottish national party cala un macigno.
Con la giustizia la Sturgeon se l’è cavata: non sapeva nulla delle acrobazie finanziarie del consorte e neppure aveva subodorato alcunché dal tenore di vita. Ma per lo Snp è quasi una maledizione, visto che Lady Nicola (56 anni) prese il potere dopo che il predecessore Alex Salmond fu travolto (e arrestato) da un’inchiesta per violenza sessuale, per poi essere completamente assolto poco prima di morire d’infarto nel 2024. Peter Murrell invece ieri ha patteggiato, dopo essersi riconosciuto colpevole di varie malversazioni.
Secondo le carte dell’inchiesta sulle spese del partito per l’ennesimo tentativo di organizzare un referendum indipendentista, tra il 2011 e il 2023 il sessantenne marito della Sturgeon avrebbe falsificato i codici per l’accesso ai conti del movimento, disponendo mandati di pagamento per le spese più folli e registrandole con fatture inesistenti. Se si tiene conto che erano soldi delle donazioni dei militanti scozzesi, lo scandalo è micidiale. Tra le spese personali di Murrell ci sono alcune auto (tra cui una Jaguar), penne Montblanc e orologi di lusso e un camper da 150.000 euro. Ma anche una macchinetta per il caffè da 1.500 euro, un paio di chili di caffè macinato, videogiochi e oggetti da regalo o di arredamento per la cucina. Il tutto per un conto finale da 460.000 euro. Quando si è riconosciuto colpevole, un mese fa, Murrell ha ammesso che non era più in grado di controllarsi. Se non l’avesse fermato la polizia, si sarebbe divorato le finanze del partito.
La cronologia dello scandalo è molto veloce, specie se vista dall’Italia e paragonata a storie simili. Ad aprile del 2023, il tesoriere infedele viene arrestato con le accuse che ieri lo hanno portato alla condanna. Due mesi prima, senza nessun apparente motivo, Nicola Sturgeon si era dimessa dal governo e dalla guida del partito dopo nove anni di leadership assoluta. A giugno 2023 viene fermata anche lei e interrogata per sei ore dalla polizia. Viene rilasciata senza nessuna accusa, perché sarebbe riuscita a dimostrare che non sapeva assolutamente nulla delle disonestà del marito e al termine dell’inchiesta non emergeranno prove del contrario. L’ex premier, nota per i tailleur pastello e i capelli sempre cortissimi, divide i propri destini non solo dal tesoriere ma anche dal coniuge e si separa nel pieno dell’inchiesta giudiziaria. Il 15 gennaio del 2025, Sturgeon annuncia che la coppia ha deciso, «di comune accordo e con il cuore pesante», di «mettere fine al matrimonio» dopo 15 anni di unione. Due mesi dopo l’annuncio dell’avvenuto divorzio, l’ex premier viene ufficialmente prosciolta.
Il resto è storia recente. Murrell finisce in galera e lo scorso mese si riconosce colpevole. Avrebbe rischiato una condanna ad almeno sette anni di carcere, ma con il patteggiamento deciso ieri se la caverà con cinque anni e tre mesi, più una somma ancora da determinare, tra interessi e penali. In ogni caso, i suoi legali hanno detto in udienza che il loro cliente ha i fondi necessari per restituire la somma che il tribunale indicherà. I fatti ormai sono cristallizzati, per l’ex coppia più potente di Scozia: ha fatto tutto lui, all’insaputa di lei. Murrell guadagnava 100.000 euro l’anno, ma aveva un tenore di vita ben superiore. Però i conti bancari della coppia erano separati.
E a proposito di separazioni, Sturgeon ha incarnato per quasi un decennio un volto eroico di sinistra, al contempo progressista e nazionalista, ma soprattutto fan scatenata di Bruxelles (pur di fare dispetto a Londra). Dalla condanna dell’ex marito, la Sturgeon ne è uscita indenne giudiziariamente, ma dal punto di vista politico lo scandalo delle spese pazze è un colpo da ko. Il predecessore Salmond aveva sfiorato la vittoria al referendum separatista e Sturgeon ha continuato a chiederne la ripetizione.
Raccogliendo fondi e donazioni che il marito ha speso in videogiochi. Ma Sturgeon piaceva molto, a Bruxelles come in Italia, sponda centrosinistra, per come ha lottato contro la Brexit, per come ha affrontato con durezza Boris Johnson, non esitando a definirlo «un clown» per come aveva gestito la pandemia cinese. Lei, manco a dirlo, in Scozia ha imposto vaccinazioni, lockdown e forme di green pass appena meno invadenti delle follie di Roberto Speranza. Mentre sui diritti civili, il 22 dicembre 2022 fece approvare dal parlamento scozzese la legge più liberale del mondo sulla possibilità di autodeterminarsi il genere. La legge è poi stata impugnata dal Regno Unito e a maggio del 2025 la Corte suprema di Londra ha vietato ai trans di farsi registrare come donne. Insomma, ha volato alto, la signora Sturgeon, tra Edimburgo, Londra, Bruxelles e il mondo intero. Ma è stata abbattuta da un camper nel giardino di casa.
Dopo la fragorosa caduta di Keir Starmer, a breve potrebbe saltare un altro simbolo della sinistra europea. Pedro Sánchez, infatti, arriva all’appuntamento con il Congresso dei deputati più isolato che mai, travolto da scandali giudiziari, accuse di corruzione e alleati che iniziano apertamente a prenderne le distanze.
E se fino a pochi mesi fa il premier spagnolo poteva denunciare un presunto accanimento politico e mediatico, la condanna definitiva del suo ex braccio destro, José Luis Ábalos, rischia di rendere quella linea difensiva molto più difficile da sostenere.
Di recente la Corte suprema ha inflitto ad Ábalos, ex ministro dei Trasporti ed ex numero tre del Partito socialista, una condanna a 24 anni e tre mesi di carcere nell’ambito del cosiddetto caso Koldo, lo scandalo sulle forniture di mascherine durante la pandemia. Con lui è stato condannato anche il suo storico collaboratore, Koldo García, mentre il faccendiere Víctor de Aldama ha ottenuto una pena più lieve grazie alla collaborazione con la giustizia. Si tratta della prima condanna definitiva che colpisce un esponente del cerchio ristretto di Sánchez e rappresenta un durissimo colpo politico per il premier.
A complicare ulteriormente la situazione vi sono poi le vicende che riguardano la moglie del presidente del governo, Begoña Gómez, attesa oggi davanti al giudice Juan Carlos Peinado nell’ambito del procedimento per corruzione, traffico di influenze e appropriazione indebita. Sullo sfondo restano inoltre le inchieste che hanno coinvolto il fratello David Sánchez e le ombre che continuano ad addensarsi attorno ad alcune figure storiche del socialismo spagnolo, tra cui l’ex premier José Luis Zapatero. Di fronte a questo scenario, il governo ha scelto la linea dello scontro frontale. La portavoce dell’esecutivo, Elma Saiz, ha definito l’inchiesta contro Begoña Gómez «una persecuzione» e «una campagna di logoramento che sembra non avere fine». Secondo la Saiz, ci si troverebbe di fronte a «un procedimento che fin dall’inizio è stato assurdo e anomalo», tanto che l’esecutivo attende che «gli organi superiori mettano ordine» nella vicenda. Insomma, la linea difensiva è sempre la stessa: si tratta di puro accanimento contro il povero governo socialista. La stessa portavoce ha poi cercato di minimizzare le conseguenze politiche della sentenza contro Ábalos (che farà ricorso alla Corte suprema spagnola e alla Cedu), sostenendo che «le responsabilità politiche sono state assunte dal primo momento». Il governo, cioè, rivendica di aver preso le distanze dall’ex ministro già quando emersero le prime indagini e insiste sul proprio «fermo impegno» contro la corruzione, richiamando il piano di misure presentato nei mesi scorsi. Il problema per Sánchez, però, è che le critiche non arrivano più soltanto dal Partito popolare o da Vox. A colpire il premier sono ormai anche forze che appartengono allo stesso campo progressista. La leader di Podemos, Ione Belarra, ha infatti lanciato ieri un attacco durissimo a Sánchez: «In politica non basta la capacità di resistere, servono anche dignità ed etica», ha dichiarato, sostenendo che una condanna a 24 anni di carcere inflitta «al principale collaboratore di un presidente del governo non può essere normalizzata come se nulla fosse accaduto». Ancora più significativa la valutazione politica: secondo Belarra, la legislatura sarebbe «ormai finita» e la Spagna si troverebbe «di fatto già in campagna elettorale».
Ma non è finita qui. La dirigente di Podemos si è spinta oltre, insinuando che i vertici socialisti sapessero da tempo dei problemi che riguardavano Ábalos. La sua destituzione improvvisa nel 2021, ha affermato Belarra, dimostrerebbe che all’interno del governo «si sapesse già cosa stava accadendo» e che vi fosse la volontà di occultarlo. Come se non bastasse, ieri è tornato a parlare anche Víctor de Aldama, il faccendiere al centro del caso mascherine. In un’intervista all’emittente Telecinco, l’imprenditore ha rilanciato le accuse contro il premier affermando che «Sánchez era informato di tutto». De Aldama ha precisato di non riferirsi necessariamente alla vicenda delle mascherine, ma ad altri possibili filoni ancora aperti. «È il numero uno», ha dichiarato, e per questo «era informato di tutto». L’imprenditore ha inoltre sostenuto che Ábalos avrebbe ora «l’opportunità di collaborare con la giustizia» anche su altre indagini riguardanti opere pubbliche, possibili finanziamenti irregolari al partito e il controverso salvataggio della compagnia aerea Plus Ultra. Al momento non esistono accuse formali nei confronti di Sánchez, ma le parole del pentito pesano inevitabilmente come macigni. Per anni Pedro Sánchez è stato idolatrato come il modello vincente della sinistra europea: capace di sopravvivere a ogni crisi, di costruire maggioranze improbabili e di sconfiggere avversari che sembravano più forti di lui. Oggi, però, il quadro appare molto diverso. Dopo la caduta di Starmer, anche l’inossidabile Sánchez rischia di essere detronizzato. E sarebbe una vera mazzata: la sinistra, che per anni ha rivendicato una presunta superiorità morale rispetto agli avversari, ne uscirebbe inevitabilmente a brandelli.
Silvia Salis non meriterebbe risposta, ma ci sforziamo per dovere di cronaca. La sindaca di Genova, ieri, dopo che per giorni i suoi più stretti collaboratori, gli organizzatori dei tre concerti di Olly e i media avevano mantenuto un ostinato silenzio sulla Concertopoli denunciata dalla Verità, ha deciso di fare il suo show.
L’opposizione in Consiglio comunale ha provato a evitare di concederle il palcoscenico e ha ritirato l’interrogazione sul tema della concessione dello stadio Luigi Ferraris al cantante genovese. Ma non è bastato. La prima cittadina ha sparato le sue cartucce (a salve) sui social.
La cosa sorprendente (si fa per dire) è che tutti i mezzi di informazione che avevano censurato la nostra inchiesta hanno subito dato conto delle parole della sindaca. In prima fila, ovviamente, Il Secolo XIX, che dopo aver nascosto la notizia per giorni, ha subito sparato: «Lo stadio gratis per Olly? La sindaca Salis: “Notizia falsa, anzi ci rifaranno pure il manto erboso”». In pratica i media hanno dato conto della smentita a una notizia che non avevano mai riportato. La Salis, da par suo, ha mescolato le carte e ci ha attaccato sapendo che tutti i suoi collaboratori, per giorni, hanno evitato di rispondere alle nostre domande. Nel video i suoi tratti sono abbastanza duri e tradiscono un certo nervosismo. Che non deve stupire. Il motivo è presto detto: ieri Matteo Renzi l’ha lanciata come propria candidata alle primarie del Campo largo, rimarcando l’importanza dell’esperienza che l’ex vicepresidente del Coni sta facendo a Palazzo Tursi. «Se dovessero esserci le primarie del centrosinistra voterei Salis tutta la vita» ha dichiarato l’ex premier. «Se non ci sarà, sogno comunque una persona che ha fatto o sta facendo l'esperienza di sindaco». Purtroppo per lei (e per i genovesi) la prova da prima cittadina della Salis si sta rivelando estremamente deludente e non solo per i risultati nel settore della (mancata) sicurezza.
In questi giorni il personale del Comune di Genova ha indetto lo stato di agitazione: tutti i settori e tutte le sigle sindacali unite. Una cosa che non si vedeva da 20 anni. I lavoratori lamentano carichi di lavoro intollerabili (compresa la Polizia locale, ma non solo), tagli agli organici (con 570 posti eliminati), gestione fallimentare degli straordinari (92.000 ore accumulate), mancate risposte politiche alle loro istanze. I dipendenti sono pronti al blocco degli straordinari e a negare i cambi turno. Di fatto si rischia la paralisi dei servizi della macchina comunale. Tutto questo con la sindaca dei diritti, che ha fatto del «salario minimo» la propria bandiera. Ed ecco così che la Salis prova a cambiare argomento: «Nei giorni scorsi c’è chi ha provato a buttare fango sul successo di un grande evento, molto importante per Genova: il ritorno, dopo 22 anni, di un concerto nel nostro stadio Luigi Ferraris. C’è chi ha sostenuto che il Comune di Genova avrebbe dato lo stadio gratis per il concerto di Olly. Mettiamo subito le cose in chiaro: è una notizia completamente falsa» ha scandito la sindaca in uno dei suoi soliti video senza contraddittorio, recitati davanti al gobbo amico. «Non c’è stata nessuna concessione gratuita da parte del Comune. L’affitto dello stadio è stato un accordo strettamente privato tra gli organizzatori dell’evento e chi gestisce lo stadio, cioè la società Luigi Ferraris, formata da Genoa e Sampdoria». Quindi ha precisato: «E vi dirò di più: chi ha organizzato il concerto si farà carico del rifacimento del prato. Invece di costruire polemiche sul nulla, parliamo dei fatti. Tre serate di musica, oltre 90.000 persone, più della metà arrivate da fuori Genova. Voglio ringraziare Olly e tutto il suo staff per aver creduto nella nostra città e per aver superato tutte le difficoltà logistiche che, da 22 anni, tenevano lontani i concerti dal nostro stadio». Bene, brava, bis.
Peccato che nei giorni scorsi Corriere della sera e La Stampa, dopo aver parlato con Ferdinando Salzano, patron della Magellano, una delle società organizzatrici dell’evento, abbiano espressamente parlato di concessione gratuita in cambio di rizollatura da 250.000 euro. Rizollatura che è il minimo sindacale per chi ottiene un campo da gioco per uno o più concerti ed è chiamato a restituire il bene nelle stesse condizioni in cui lo ha ricevuto. Succede così in tutte le città d’Italia.
Per meglio comprendere il nocciolo della questione basta dare un’occhiata alla foto in questa pagina: dopo il trittico di concerti di Olly è come se sul prato di Marassi fossero passati gli Unni di Attila. Quindi l’organizzazione sta facendo solo il suo dovere. La Luigi Ferraris, contattata ieri dalla Verità, ha confermato l’esistenza dell’accordo. Abbiamo così appreso che il produttore ufficiale dell’evento risulta essere la Magellano srl, il local promoter la Rst srl. La stessa Rst ha firmato l’accordo con la Luigi Ferraris srl per l’utilizzo dell’impianto e i servizi e la riconsegna è prevista per il 26 giugno. Il 29 inizieranno i lavori per il manto erboso e lo stadio dovrebbe essere pronto per il 10/15 luglio. La Luigi Ferraris per ragioni di riservatezza contrattuale non ci ha riferito l’importo esatto dell’accordo, ma, a quanto risulta alla Verità, il costo fisso complessivo, rifacimento del prato compreso e altri lavori di ripristino (per esempio alcune barriere sono state spostate, diventando uscite di sicurezza), dovrebbe ammontare a meno di 500.000 euro, a cui vanno aggiunti gli importi variabili sui servizi garantiti dalla Luigi Ferraris srl che devono essere ancora calcolati poiché sono a consuntivo. La rizollatura dovrebbe costare tra i 250.000 euro e i 300.000 (più 300 che 250), costo medio per un cosiddetto «prato armato» (composto da erba naturale con sotto uno strato di sintetico) e, quindi, se si pensa anche alle altre operazioni di ripristino, il vero e proprio «affitto» è una fetta davvero modesta del prezzo pagato. Una scelta su cui non può non avere pesato la ferrea volontà dell’amministrazione comunale, proprietaria dell’impianto, di portare la «grande musica» nello stadio genovese.
Resta da capire perché la Salis abbia impiegato una settimana prima di rispondere alle nostre domande sul costo della concessione e perché né le tre società organizzatrici, né il vicesindaco Alessandro Terrile, né il consigliere delegato agli eventi Lorenzo Garzarelli, di Avs, abbiano accettato di rispondere ai quesiti inviati dal nostro giornale. Un silenzio assordante che è stato rotto solo dalla Salis in prima persona, come se l’argomento fosse troppo scottante per affidare ad altri le spiegazioni. Quindi dopo aver taciuto per giorni la sindaca parla di fango e notizia del tutto infondata, rischiando seriamente una denuncia per diffamazione. Esattamente una settimana fa, dopo esserci presentati, avevamo scritto a Garzarelli: «Non riusciamo a sapere quanto abbiano pagato la Rst e Olly per affittare il Ferraris. Ci può aiutare? Grazie per la cortese attenzione». Lo stesso giorno avevamo scritto al vicesindaco Terrile: «Ci può dire quanto abbia pagato Olly o la Rst o chi per loro per il noleggio dello stadio?». Stesso discorso con tutti e tre gli organizzatori: Salzano, Alessandro Orlando e Nicolò Sasso. Risposta? Un silenzio di tomba.
La nostra curiosità nasceva dal fatto che la Rst aveva vinto il bando per l’organizzazione del Capodanno genovese e che il Tar ha giudicato tale assegnazione irregolare. Motivo per cui ha ordinato di rifare la gara. Il Comune ha chiesto la sospensione della decisione e in cambio ha promesso di non dare più affidamenti diretti per eventi simili sino alla decisione definitiva del Consiglio di Stato.
Insomma, una situazione quanto meno ingarbugliata su cui abbiamo provato a fare chiarezza senza ottenere la minima collaborazione da parte di chi gestisce la Cosa pubblica e dovrebbe fare della trasparenza il proprio faro. Certo colpisce vedere che, durante i concerti di Olly, i titolari della società (la Rst) che avrebbe prevalso nella gara per lo show di fine anno a causa dell’estromissione d’imperio della ditta concorrente (che aveva fatto l’offerta più favorevole), siano finiti nei post del consigliere delegato agli eventi Garzarelli, di fatto l’organo politico che detta la linea sul settore «panem et circenses» con cui distrarre il popolo dai quotidiani disastri amministrativi della giunta. Garzarelli, sui social, ha pubblicato le foto con i due organizzatori amici (Orlando e Sasso) e ha scritto: «Grazie ai lavoratori che hanno permesso tutto questo. Un grazie speciale ad Ops eventi e a tutto l’ufficio Eventi del Comune (i cui vertici componevano la commissione aggiudicatrice bocciata dal Tar, ndr), se oggi siamo qui a gioire per questo successo è merito loro». Una corrispondenza di amorosi sensi che poco si adatta al rapporto tra committente pubblico e aggiudicatario privato.
Sarebbero tante le domande a cui la Salis dovrebbe rispondere e a cui non risponderà mai. Tanto le basta fare un video senza contraddittorio per veicolare attraverso i giornali amici solo la sua versione.
