Invogliano i migranti ad andare in Uk usando video con ragazzine di 12 anni
2026-06-19
Storia da riscrivere
La scelta è tra la lista Caltagirone, quella di Assogestioni e l’astensione. Mentre è sempre più improbabile che i Benetton votino a favore dell’attuale ad Philippe Donnet per il rinnovo del cda delle Generali.
Venerdì un consiglio di amministrazione di Edizione ha fatto il punto anche sulla vicenda del gruppo triestino in vista dell’assemblea della settimana prossima e ha esaminato la valutazione sui due piani industriali concorrenti, commissionata all’amministratore delegato della holding Enrico Laghi. Nessuna comunicazione ufficiale e a questo punto diventa difficile ipotizzare che ce ne siano fino all’assemblea.
La quota dei Benetton, 3,97%, se dovesse appoggiare una delle due liste, potrebbe risultare determinante nella soluzione della partita. Sulla carta, la lista del cda può contare sul voto di Mediobanca (17,2%, compreso il prestito titoli) e De Agostini (1,4%). A questi andrebbero aggiunti i voti di una serie di grandi fondi istituzionali che hanno già espresso il proprio gradimento per la lista del board: dal fondo sovrano norvegese Norges (1,39%), al fondo pensione canadese Cpp fino al fondo pensioni dei dipendenti pubblici della California, Calpers, e a quello della Florida, Sba.
IL PESO DEI PROXY
Dopo le indicazioni dei proxy advisor Iss, Glass Lewis, Frontis - le società specializzate che esaminano le delibere assembleari e forniscono le indicazioni di voto agli investitori - gli istituzionali sarebbero perlopiù schierati per la riconferma di Donnet. Sull’altro fronte, i voti di Caltagirone (9,95%), quello di Leonardo Del Vecchio (accreditato di una quota ormai vicina al 10%) e della Fondazione Crt (1,7%). Oltre a questi, la lista che candida il manager del Leone Luciano Cirinà come amministratore delegato e Claudio Costamagna come presidente potrebbe raccogliere il voto di qualche fondo che per statuto non è tenuto a seguire le indicazioni dei proxy e nelle settimane scorse ha preso posizione su Trieste.
Blackrock e Vanguard per esempio sono accreditati di un pacchetto intorno al 10% del capitale delle azioni del Leone. Ci sono poi altre fondazioni bancarie, accodate alla decisione della Crt seppur con quote più piccole. Diviso il retail, comprese le quote di alcune grandi famiglie imprenditoriali - non solo del Nord Est - che hanno pacchetti non insignificanti di titoli del Leone. Sembra invece certo che la Ferak delle famiglie Amenduni e Marchi, con l'1,3%, non parteciperà all’assemblea. In questo scenario - e con i Benetton fuori dalla mischia o in appoggio a Caltagirone o Assogestioni, la lista dei fondi che non dovrebbe andare oltre il 3% e quindi non nominerà nessun rappresentante in consiglio - diventa determinante l’affluenza.
Tradizionalmente alta a Trieste: nel 2019 era stata del 55,8%. Questa volta è attesa sensibilmente più alta. Secondo gli scenari che circolano in queste ore nei due schieramenti, un’affluenza inferiore al 62% vedrebbe l’affermazione delle lista Caltagirone, mentre oltre il 70% segnerebbe un’affermazione decisa della lista del cda. Lo scenario intermedio (tra il 62% e il 69%) è paradossalmente il peggiore per la compagnia: la lista che promuove la candidatura di Donnet come ad dovrebbe avere la meglio, ma di una percentuale tale da rendere determinanti i voti del prestito titoli di Mediobanca (4,4%) e dei titoli De Agostini, che ha già venduto ma dei quali il gruppo si è tenuto i diritti di voto fino all’assemblea.
LE CRITICHE
Operazioni criticate dallo schieramento che si riconosce nella lista promossa da Caltagirone e che potrebbero dare il via, se si rivelassero determinanti, a una serie di contestazioni e cause legali.
A questo proposito va evidenziato che nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, il presidente della De Agostini Marco Drago ha motivato la decisione di vendere mantenendo i diritti di voto, come un’esigenza di avere liquidità da un lato e di pesare in un momento storico per Generali e il Paese dall’altro... Continua intanto il deposito dei titoli per partecipare all’assemblea. C’è tempo fino al 26 aprile e entro quella data si saprà l’affluenza.
A raccogliere le adesioni è la stessa Generali ma, secondo il Regolamento emittenti, chi raccoglie deleghe di azionisti - come la Vm 2006 di Caltagirone - ha accesso alle informazioni in qualunque momento. A raccogliere il voto è invece Computershare, società specializzata che è la sola depositaria dei voti raccolti fino al momento dell’assemblea, quando li renderà pubblici.
Su X è diventato di nuovo virale un video che ha fatto rabbrividire molti utenti britannici. Nella clip, realizzata nel 2023 da una scuola gallese e successivamente rilanciata dal Welsh refugee council, alcune ragazzine di circa 12 anni danno il benvenuto ai rifugiati, spiegando loro quali mirabolanti opportunità li attendono in Galles.
«Accogliamo tutti», affermano le giovani protagoniste, illustrando i servizi messi gentilmente a disposizione degli immigrati: corsi di inglese, assistenza per trovare un alloggio, accesso alla sanità pubblica, istruzione gratuita e sostegno per l’inserimento lavorativo. Una delle ragazze cita persino la collaborazione tra Ikea e il Welsh refugee council per favorire l’assunzione dei rifugiati.
Il video era già finito al centro delle polemiche nel gennaio 2025, quando venne condiviso da Elon Musk per mostrare le storture della propaganda immigrazionista. Oggi, però, è tornato a circolare sui social senza un intervento diretto del patron di Tesla. E il motivo è semplice: il contesto britannico è radicalmente cambiato. Se fino a poco tempo fa quel messaggio veniva presentato come un esempio virtuoso di integrazione e solidarietà, oggi molti cittadini lo interpretano come l’emblema di una stagione politico-culturale in cui istituzioni, scuole, enti pubblici e organizzazioni legate al mondo dell’accoglienza non esitavano a coinvolgere persino i minori nella promozione dell’immigrazione di massa. L’indignazione generale, del resto, è ancora più veemente di allora perché adesso il Regno Unito è stato letteralmente travolto da uno degli scandali più gravi della sua storia recente: quello delle grooming gang.
Negli ultimi mesi, infatti, il dibattito è andato ben oltre le responsabilità dei criminali delle «bande di adescamento». Al centro dell’attenzione, ormai, c’è soprattutto il comportamento delle istituzioni che, per anni, non riuscirono a proteggere migliaia di ragazze vulnerabili. Le recenti condanne inflitte a una ventina di persone, per la maggior parte uomini di origine pachistana, hanno riacceso i riflettori sul fenomeno, ma le polemiche sono state ulteriormente alimentate dal rapporto della baronessa Louise Casey e dall’avvio di una nuova inchiesta nazionale.
Secondo la Casey, per troppo tempo le istituzioni britanniche hanno affrontato il problema con un approccio burocratesco e superficiale. Le sue conclusioni, peraltro, hanno contribuito a far emergere nuove testimonianze delle vittime, molte delle quali sostengono di essere state trattate come responsabili del proprio destino, anziché come minorenni da proteggere. Alcune raccontano di essere state ignorate dalla polizia, mentre altre accusano servizi sociali e autorità locali di aver ignorato i loro ripetuti segnali d’allarme.
Nelle scorse settimane sono emersi nuovi casi di donne che, durante gli anni degli abusi, finirono per essere perseguite o condannate per reati collegati allo sfruttamento subito. Alcune di queste sentenze potrebbero ora essere riesaminate alla luce delle conclusioni dell’inchiesta Casey. Nel frattempo, in Parlamento sono state lette testimonianze drammatiche di sopravvissute che descrivono anni di violenze, intimidazioni e stupri sistematici consumati nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto intervenire. E si tratta di vittime che, in alcuni casi, avevano appena 12 anni quando iniziarono gli abusi. Non stupisce che il video con le ragazzine gallesi abbia ripreso a spopolare sui social. Per molti britannici, quelle immagini rappresentano il simbolo di una stagione politica fallimentare.
Il ceo Simoneschi: «Concorrenza serrata tra i 10 team in arrivo da tutto il mondo».
Taranto si rivela una delle tappe simbolo del Marina Militare Nastro Rosa Tour 2026, grazie alla partecipazione del pubblico, alla qualità dell'organizzazione e al forte legame con il mare. Lo hanno sottolineato il ceo del Marina Militare «Nastro Rosa Tour» e presidente di SSI Sport & Events, Riccardo Simoneschi, e l'ammiraglio di Divisione Andrea Petroni, comandante del Comando Interregionale Marittimo Sud, intervenendo al talk «Taranto, città dello sport - I Giochi del Mediterraneo volano per la crescita della città dei due mari», che ha chiuso la tappa ionica del Giro dell'Italia a Vela 2026. «Abbiamo avuto delle condizioni meteo bellissime, una giornata di mare stupenda. La città è super ospitale e siamo stati benissimo. La collocazione del villaggio è davvero iconica, quindi questo è candidato a essere uno dei più bei villaggi del tour di quest'anno», ha detto Simoneschi. Le immagini dell’evento.
Hanno l'effetto di detonazione di una bomba atomica le dichiarazioni in cui il presidente americano Donald Trump definisce Giorgia Meloni «più accondiscendente con gli altri leader che con gli alleati». Parole in cui spiega che nell'incontro avuto al G7 Meloni lo avrebbe «implorato di fare una foto insieme» un scena in cui la premier gli avrebbe fatto «pena». Parole consegnate al programma di La 7 L'Aria che tira.
La risposta del presidente del Consiglio arriva subito: «Dunque, certe cose meritano una risposta immediata. Le dichiarazioni di Donald Trump sono dichiarazioni totalmente inventate. Sono francamente allibita. Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così con i propri alleati, non è del resto la prima volta che accade. Posso solo dire che mi dispiace che non abbia la stessa determinazione con i nemici dell'Occidente, con i nemici degli Stati Uniti con leadership con le quali invece si dimostra molto più accondiscendente. Però una cosa se la deve ricordare: io e L'Italia non imploriamo mai».
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, parla di «deliri di Trump su Meloni» che rappresentano «solo l'ultimo episodio di attacchi e insulti rivolti ai leader europei». Il presidente Usa, prosegue, «sta rovinando gli storici rapporti tra Usa ed Europa», «non si capisce se per volontà o per inettitudine». E, così facendo, sta «danneggiando non solo l'Europa ma soprattutto gli Usa».
«Le gravi e offensive parole del Presidente Trump nei confronti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni offendono tutta l'Italia. Per questo motivo ho deciso di annullare la mia visita negli Stati Uniti prevista per i prossimi 21 e 22 giugno». Il commento del vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani.
