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2023-05-30
Gli scontri tra Iran e Afghanistan e il ruolo di al-Qaeda
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Non è certo la prima volta che tra l’Iran dei fondamentalisti sciiti e i fondamentalisti Talebani si verificano scontri armati ma stavolta la frattura è più profonda e rischia di coinvolgere i Paesi confinanti e altre realtà che in quell’area hanno messo radici vedi al-Qaeda e la rete Haqqani, stretti alleati dei Talebani.
Secondo secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Tasnim sono iniziati Makki, gli scontri tra la provincia afghana sudorientale di Nimruz e la provincia iraniana di Sistan e Balochistan, con un fitto scambio colpi di artiglieria e armi leggere. L'Iran accusa i Talebani di violare il trattato del 1973 che regola la condivisione delle risorse idriche del fiume Helmand, il più lungo dell'Afghanistan che è anche affluente del lago Hamun che si trova nella provincia iraniana del Sistan e Balochistan (al confine con il Pakistan) una delle trentuno province dell'Iran che nell'aprile 2013 venne colpita da un violento terremoto con l'epicentro nei dintorni della città di Khash. I Talebani hanno subito negato qualsiasi violazione e hanno accusato gli iraniani di aver sparato per primi : « Oggi, nella provincia di Nimroz, le forze di frontiera iraniane hanno sparato verso l'Afghanistan, ricevendo una contro-reazione» si legge nel comunicato del portavoce del ministero degli Interni dei Talebani. Successivamente alcuni capi Talebani hanno pubblicato dei video minacciosi come quello del comandante talebano Abdul Hamid: « Se otteniamo l'ordine, conquisteremo l'Iran entro 24 ore. L'Iran sta flirtando con l'Occidente. In realtà, l'Iran ha fatto squadra con l'Occidente. L'Iran dovrebbe sapere che se attraversano le nostre linee rosse, li cancelleremo dalla mappa della Terra». L'Afghanistan afferma che un totale di 18 checkpoint, basi e punti di forza del confine iraniano sono stati catturati o distrutti, senza molta resistenza da parte delle truppe locali anche se il bilancio degli scontri depone a sfavore dei fondamentalisti afghani. Gli iraniani hanno risposto con un comunicato conciliante, anche se non sono mancate le stilettate da parte di funzionari del regime di Teheran: «La situazione è ora sotto controllo. Non vogliamo combattere con i nostri vicini». In ogni caso gli iraniani dopo gli scontri hanno chiuso il valico di frontiera di Milak, un importante valico commerciale: «La polizia di frontiera iraniana ha risposto all'attacco delle forze talebane oggi alle ore 10 contro la stazione di polizia di Sasouli nella zona di confine iraniana di Zabol, nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan», ha affermato il vicecomandante della polizia iraniana Ghassem Rezai, citato dalla tv di Stato. Poi Rezai ha attaccato i Talebani: «La mossa dei Talebani è contraria alle regole internazionali e ai principi di buon vicinato. Abbiamo messo in guardia sugli attacchi di oggi, ma le forze afghane hanno ripreso a sparare, usando diversi tipi di armi, e gli scontri sono proseguiti e le forze iraniane risponderanno a qualsiasi aggressione contro il nostro territorio e gli attuali governanti in Afghanistan dovrebbero rispondere a questo atto imprudente e illegale». Che il clima tra afghani e iraniani stava diventando sempre più teso lo si era capito da diverse settimane nelle quali da Teheran erano arrivate continue lamentele nei confronti dei Talebani che più volte invitati a rispettare il proprio impegno sul diritto iraniano all'acqua, previsto nell'accordo del 1973, di fornire 820 milioni di metri cubi d'acqua all'anno. In tal senso era intervenuto anche il presidente iraniano Ebrahim Raisi che ha ammonito le autorità afghane, esortandole a riconoscere il diritto di accesso alle risorse idriche alla popolazione della provincia iraniana del Sistan e Balochistan, che ne soffre una grave carenza, ma Kabul non ha dato nessun segno di disponibilità. L’Iran quindi accusa l’Afghanistan di non voler cedere la parte concordata a seguito della costruzione delle dighe di Khajiki e di Kamal Khan, che hanno deviato forzatamente il corso del fiume. Il governo dei Talebani ha rifiutato di rispondere alle richieste dell’Iran, con il pretesto della carenza di acqua nel letto del fiume. A questo proposito Teheran sostiene che le fotografie aeree del fiume dimostrino il contrario mentre le Nazioni Unite affermano che l'Afghanistan e l'Iran hanno sofferto di una prolungata siccità e le condizioni di siccità sono peggiorate nell'ultimo decennio. Nonostante i toni aspri e le minacce un portavoce del ministero dell'Interno afghano ha dichiarato che il suo governo «non vuole combattere con i suoi vicini», affermando che sono state le forze iraniane a iniziare iniziato il conflitto, spingendo le forze di frontiera afghane a reagire. Mentre il portavoce del ministero della Difesa afghano Enayatullah Khowarazmi su Twitter ha scritto che «L'Emirato islamico dell'Afghanistan ritiene che il dialogo e la negoziazione siano una buona strada per affrontare qualsiasi problema. Trovare scuse per la guerra e azioni negative non serve l'interesse di nessuna delle parti». Ma l’Afghanistan di oggi può permettersi una guerra con l’Iran? Aldilà delle minacce dei Talebani la risposta non può essere che negativa. L'Afghanistan che è completamente isolato dalla comunità internazionale dopo le restrizioni imposte dai Talebani al diritto delle donne all'istruzione e al lavoro, nonché la mancanza di inclusione politica nel loro governo e dopo quattro decenni di guerre e quattro milioni di afgani che vivono in Iran come rifugiati, non ha alcuna possibilità di imbarcarsi in un conflitto militare, senza dimenticare che come scrive Arab News «mentre l'Afghanistan affronta il suo terzo anno di siccità, il Paese si è classificato al terzo posto in una lista di emergenza del 2023 pubblicata dall'International Rescue Committee, che ha evidenziato come il cambiamento climatico contribuisca e aggravi la crisi nel paese». Tra coloro che osservano con attenzione la crisi tra Iran e Afghanistan c’è il Pakistan alle prese con giganteschi problemi interni, il Tagikistan e il Turkmenistan che temono problemi alle frontiere e di conseguenza la Russia che dei Talebani non si è mai fidata. La Cina osserva con preoccupazione le mosse dei Talebani visto che ha siglato onerosi contratti per sfruttare il sottosuolo e le miniere afghane, e lo stesso fanno gli Stati Uniti che vogliono indebolire il regime di Teheran sempre più minaccia nucleare. Anche al-Qaeda osserva quanto accade ai confini dell’Afghanistan e rischia nel caso di un conflitto di doversi trovare su entrambe le barricate. Con il ritorno dei Talebani al potere a Kabul l’organizzazione terroristica fondata da Osama Bin Laden che non gli ex studenti coranici ha sempre avuto un rapporto simbiotico ha ripreso legittimità, tanto che esprime uomini di governo al pari dell’Haqqani Network. Tuttavia non può certo dimenticare che in Iran vivono importanti dirigenti del gruppo terroristico uno tra tutti è Saif al-Adel, all’anagrafe Mohammed Salah al-Din Zaidan, che sarebbe secondo le Nazioni Unite il nuovo leader di al-Qaeda dopo la morte di Ayman al-Zawahiri incenerito dai droni della Cia il 31 luglio del 2022 mentre si trovava sul terrazzo di una casa guarda caso a Kabul. Iran e al-Qaeda collaborano (al pari di Hezbollah) segretamente dagli anni '90 e fino ad oggi le relazioni si sono mantenute in equilibrio, ma una guerra Afghanistan/Iran cambierebbe tutto e a qual punto nessuno sa cosa potrebbe accadere.
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Resta molto tesa la situazione al confine tra i due Paesi dove da sabato 27 maggio sono in corso sporadici scontri tra le forze dei Talebani e le Guardie di frontiera iraniane, con il bilancio che finora è di 14 membri dei Talebani uccisi e altri 30 feriti.Non è certo la prima volta che tra l’Iran dei fondamentalisti sciiti e i fondamentalisti Talebani si verificano scontri armati ma stavolta la frattura è più profonda e rischia di coinvolgere i Paesi confinanti e altre realtà che in quell’area hanno messo radici vedi al-Qaeda e la rete Haqqani, stretti alleati dei Talebani.Secondo secondo quanto riferito dall'agenzia di stampa semi-ufficiale iraniana Tasnim sono iniziati Makki, gli scontri tra la provincia afghana sudorientale di Nimruz e la provincia iraniana di Sistan e Balochistan, con un fitto scambio colpi di artiglieria e armi leggere. L'Iran accusa i Talebani di violare il trattato del 1973 che regola la condivisione delle risorse idriche del fiume Helmand, il più lungo dell'Afghanistan che è anche affluente del lago Hamun che si trova nella provincia iraniana del Sistan e Balochistan (al confine con il Pakistan) una delle trentuno province dell'Iran che nell'aprile 2013 venne colpita da un violento terremoto con l'epicentro nei dintorni della città di Khash. I Talebani hanno subito negato qualsiasi violazione e hanno accusato gli iraniani di aver sparato per primi : « Oggi, nella provincia di Nimroz, le forze di frontiera iraniane hanno sparato verso l'Afghanistan, ricevendo una contro-reazione» si legge nel comunicato del portavoce del ministero degli Interni dei Talebani. Successivamente alcuni capi Talebani hanno pubblicato dei video minacciosi come quello del comandante talebano Abdul Hamid: « Se otteniamo l'ordine, conquisteremo l'Iran entro 24 ore. L'Iran sta flirtando con l'Occidente. In realtà, l'Iran ha fatto squadra con l'Occidente. L'Iran dovrebbe sapere che se attraversano le nostre linee rosse, li cancelleremo dalla mappa della Terra». L'Afghanistan afferma che un totale di 18 checkpoint, basi e punti di forza del confine iraniano sono stati catturati o distrutti, senza molta resistenza da parte delle truppe locali anche se il bilancio degli scontri depone a sfavore dei fondamentalisti afghani. Gli iraniani hanno risposto con un comunicato conciliante, anche se non sono mancate le stilettate da parte di funzionari del regime di Teheran: «La situazione è ora sotto controllo. Non vogliamo combattere con i nostri vicini». In ogni caso gli iraniani dopo gli scontri hanno chiuso il valico di frontiera di Milak, un importante valico commerciale: «La polizia di frontiera iraniana ha risposto all'attacco delle forze talebane oggi alle ore 10 contro la stazione di polizia di Sasouli nella zona di confine iraniana di Zabol, nella provincia sud-orientale del Sistan-Baluchestan», ha affermato il vicecomandante della polizia iraniana Ghassem Rezai, citato dalla tv di Stato. Poi Rezai ha attaccato i Talebani: «La mossa dei Talebani è contraria alle regole internazionali e ai principi di buon vicinato. Abbiamo messo in guardia sugli attacchi di oggi, ma le forze afghane hanno ripreso a sparare, usando diversi tipi di armi, e gli scontri sono proseguiti e le forze iraniane risponderanno a qualsiasi aggressione contro il nostro territorio e gli attuali governanti in Afghanistan dovrebbero rispondere a questo atto imprudente e illegale». Che il clima tra afghani e iraniani stava diventando sempre più teso lo si era capito da diverse settimane nelle quali da Teheran erano arrivate continue lamentele nei confronti dei Talebani che più volte invitati a rispettare il proprio impegno sul diritto iraniano all'acqua, previsto nell'accordo del 1973, di fornire 820 milioni di metri cubi d'acqua all'anno. In tal senso era intervenuto anche il presidente iraniano Ebrahim Raisi che ha ammonito le autorità afghane, esortandole a riconoscere il diritto di accesso alle risorse idriche alla popolazione della provincia iraniana del Sistan e Balochistan, che ne soffre una grave carenza, ma Kabul non ha dato nessun segno di disponibilità. L’Iran quindi accusa l’Afghanistan di non voler cedere la parte concordata a seguito della costruzione delle dighe di Khajiki e di Kamal Khan, che hanno deviato forzatamente il corso del fiume. Il governo dei Talebani ha rifiutato di rispondere alle richieste dell’Iran, con il pretesto della carenza di acqua nel letto del fiume. A questo proposito Teheran sostiene che le fotografie aeree del fiume dimostrino il contrario mentre le Nazioni Unite affermano che l'Afghanistan e l'Iran hanno sofferto di una prolungata siccità e le condizioni di siccità sono peggiorate nell'ultimo decennio. Nonostante i toni aspri e le minacce un portavoce del ministero dell'Interno afghano ha dichiarato che il suo governo «non vuole combattere con i suoi vicini», affermando che sono state le forze iraniane a iniziare iniziato il conflitto, spingendo le forze di frontiera afghane a reagire. Mentre il portavoce del ministero della Difesa afghano Enayatullah Khowarazmi su Twitter ha scritto che «L'Emirato islamico dell'Afghanistan ritiene che il dialogo e la negoziazione siano una buona strada per affrontare qualsiasi problema. Trovare scuse per la guerra e azioni negative non serve l'interesse di nessuna delle parti». Ma l’Afghanistan di oggi può permettersi una guerra con l’Iran? Aldilà delle minacce dei Talebani la risposta non può essere che negativa. L'Afghanistan che è completamente isolato dalla comunità internazionale dopo le restrizioni imposte dai Talebani al diritto delle donne all'istruzione e al lavoro, nonché la mancanza di inclusione politica nel loro governo e dopo quattro decenni di guerre e quattro milioni di afgani che vivono in Iran come rifugiati, non ha alcuna possibilità di imbarcarsi in un conflitto militare, senza dimenticare che come scrive Arab News «mentre l'Afghanistan affronta il suo terzo anno di siccità, il Paese si è classificato al terzo posto in una lista di emergenza del 2023 pubblicata dall'International Rescue Committee, che ha evidenziato come il cambiamento climatico contribuisca e aggravi la crisi nel paese». Tra coloro che osservano con attenzione la crisi tra Iran e Afghanistan c’è il Pakistan alle prese con giganteschi problemi interni, il Tagikistan e il Turkmenistan che temono problemi alle frontiere e di conseguenza la Russia che dei Talebani non si è mai fidata. La Cina osserva con preoccupazione le mosse dei Talebani visto che ha siglato onerosi contratti per sfruttare il sottosuolo e le miniere afghane, e lo stesso fanno gli Stati Uniti che vogliono indebolire il regime di Teheran sempre più minaccia nucleare. Anche al-Qaeda osserva quanto accade ai confini dell’Afghanistan e rischia nel caso di un conflitto di doversi trovare su entrambe le barricate. Con il ritorno dei Talebani al potere a Kabul l’organizzazione terroristica fondata da Osama Bin Laden che non gli ex studenti coranici ha sempre avuto un rapporto simbiotico ha ripreso legittimità, tanto che esprime uomini di governo al pari dell’Haqqani Network. Tuttavia non può certo dimenticare che in Iran vivono importanti dirigenti del gruppo terroristico uno tra tutti è Saif al-Adel, all’anagrafe Mohammed Salah al-Din Zaidan, che sarebbe secondo le Nazioni Unite il nuovo leader di al-Qaeda dopo la morte di Ayman al-Zawahiri incenerito dai droni della Cia il 31 luglio del 2022 mentre si trovava sul terrazzo di una casa guarda caso a Kabul. Iran e al-Qaeda collaborano (al pari di Hezbollah) segretamente dagli anni '90 e fino ad oggi le relazioni si sono mantenute in equilibrio, ma una guerra Afghanistan/Iran cambierebbe tutto e a qual punto nessuno sa cosa potrebbe accadere.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.