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2025-07-27
Mentre Schlein sogna Palazzo Chigi il campo largo si trasforma in incubo
Elly Schlein (Ansa)
«Se fossi in Elly, l’accordo con il M5s per le politiche lo firmerei davanti a un notaio»: la battuta che un esponente di primo piano del Pd ama ripetere agli amici è rivelatrice dello psicodramma che sta vivendo la Schlein, leader del primo partito del centrosinistra ma completamente (testardamente, direbbe lei) subalterna a Giuseppe Conte. Elly sogna Palazzo Chigi, ha bisogno del M5s, e così Conte la tiene in pugno (tra l’altro, senza mai impegnarsi a sostenere una eventuale candidatura a premier della segretaria del Pd, da qui la battuta sul notaio).
Basta osservare cosa accade in due delle Regioni al voto in autunno, Marche e Campania, per rendersi conto dei rapporti di forza tra i due, politicamente rovesciati rispetto ai rispettivi pesi elettorali. Nelle Marche il candidato a presidente del centrosinistra, il dem Matteo Ricci, viene raggiunto da un avviso di garanzia e Conte mette in stand by l’alleanza senza pensarci un attimo. «Ci stiamo prendendo il tempo necessario: è importante», dice l’ex premier, «attendere la conclusione degli interrogatori dei prossimi 30-31 luglio da parte della Procura. Un avviso di garanzia non è una condanna, ma è importante conoscere anche le sensibilità del territorio». Se Ricci si avvarrà della facoltà di non rispondere, Conte lo mollerà definitivamente: intanto, storce il naso e vuole pure leggere «le carte» dell’inchiesta.
Un sussulto di orgoglio da parte del Pd? Macchè: «Ho apprezzato molto», commenta tutto contento Ricci, «le parole di Conte, ha detto delle cose più che condivisibili. Innanzitutto che un avviso di garanzia non è una condanna. Giustamente vogliono avere le carte, a me è arrivato l’avviso di garanzia alle tre di pomeriggio e alle cinque sia lui che la Schlein avevano già tutte le carte». In sostanza, Conte non si fida di Ricci, diserta l’evento del centrosinistra, aspetta gli interrogatori, deve ascoltare i territori, umilia politicamente e pubblicamente il Pd e quelli lo ringraziano pure.
E in Campania? L’esatto opposto. Il candidato spetta al M5s, che punta su Roberto Fico (qualcuno sussurra alla Verità che Conte abbia promesso la candidatura all’ex presidente della Camera per fargli mollare Beppe Grillo ai tempi della diatriba tra i due). Su Fico va in pezzi il centrosinistra: nel Pd in tanti non lo digeriscono, le liste civiche moderate non lo vogliono, Vincenzo De Luca lo sbeffeggia per mesi attaccando pesantemente il quartier generale dei dem, ma la Schlein tira diritto (in questo caso, i «territori» non contano niente). Poi De Luca, Conte e la Schlein chiudono l’accordo: in cambio del sostegno a Fico, il governatore uscente ottiene la segreteria regionale del Pd per il figlio deputato Piero e un paio di assessorati (Ambiente e Sanità) nella futura giunta.
Tutto ok? Manco per niente: l’altro ieri De Luca, in diretta su Facebook, fa saltare il banco. «Per quello che mi riguarda», ha attaccato, «in Campania non è risolto assolutamente nulla. Qual è la Regione dove i 5 stelle non hanno fatto nulla negli ultimi dieci anni? La Campania. E quale Regione offriamo ai 5 stelle? La Campania. C’è un detto a Napoli che riguarda le brave persone, chiagne e fotte. C’è un’area vasta di opportunisti che continuano a nascondersi dietro le spalle di De Luca e non ha il coraggio di parlare». A quanto risulta alla Verità, molti esponenti di primo piano dei dem campano, parlando con De Luca, si lamentano di Fico, ma davanti alla Schlein tacciono.
Bene, ma questo si sapeva anche prima: cosa è cambiato negli ultimi giorni per far saltare i nervi a De Luca? Innanzitutto, in molti tra i deluchiani si sono sentiti traditi dallo «sceriffo», accusato di aver ceduto su tutta la linea pensando solo al futuro del figlio. In secondo luogo, la corrente orlandiana (che sostiene la Schlein), di fronte alla prospettiva di Piero De Luca segretario regionale, avrebbe fatto fuoco e fiamme, chiedendo a quel punto la segreteria provinciale di Napoli. Infine, De Luca ha capito che la Schlein è debole e tira la corda finché può. De Luca bombarda pure Ricci e Antonio Decaro, candidato (in bilico) del Pd in Puglia: «L’onorevole Ricci è parlamentare europeo», argomenta De Luca, «a 20.000 euro al mese. La domanda che si pongono i cittadini normali non è se si debba fermare perché ha avuto un avviso di garanzia, ma è un’altra: siccome ha già altri incarichi, glielo ha prescritto il medico di candidarsi alle regionali? In Puglia si sta preparando a candidarsi un altro europarlamentare, l’onorevole Decaro, che appartiene alla categoria degli esponenti politici che si presentano come preti spretati, come brave persone. Ma Decaro si è candidato come capolista nella circoscrizione meridionale alle elezioni europee e dopo un anno decide di dimettersi. La correttezza nei confronti degli elettori», aggiunge De Luca, «ha ancora un valore o no?».
Ce ne sarebbe abbastanza per un intervento della Schlein, ma niente: il Nazareno si finge morto. Sbeffeggiato da De Luca, preso a pesci in faccia da Conte, il Pd non reagisce. Il motivo? Sempre lo stesso: la Schlein ha in mente solo le elezioni politiche del 2027, vuole arrivarci con la coalizione unita e con i «cacicchi», quelli che aveva detto di voler combattere, dalla sua parte con i rispettivi pacchetti di voti. Ultimo dettaglio: per avere il proprio nome stampato sulla scheda come candidato premier nel 2027, la Schlein deve pure sperare che Giorgia Meloni cambi la legge elettorale. Altrimenti, il futuro di Elly è già scritto: se anche il centrosinistra dovesse spuntarla, a Palazzo Chigi ci andrebbe qualcun altro. Notaio o non notaio.
Ricci si rintana nello scaricabarile
Tra la rossiniana La calunnia è un venticello e Orietta Berti di Fin che la barca va, Matteo Ricci - che grazie alla Fondazione Rossini ha avuto buona stampa e ancora più favorevole televisione - salpa per la sua campagna elettorale. Stamani prende il largo a bordo del Pelikan, un catamarano spazzino del mare, a simboleggiare «che noi siamo sostenibili, siamo per l’ambiente pulito». Lo ha ripetuto ai suoi venerdì sera sull’arenile di Pesaro. Cena a cura dei fornitori delle mense scolastiche della città - pagati da Ricci, sia chiaro - un migliaio di attovagliati più alcuni altri astanti. Lui, con la voce irata che respinge l’attacco degli squadristi mediatici, di Fdi in particolare, ma Arianna Meloni gli fa sapere che «Non godono delle disgrazie altrui», si dice innocente, butta lì un «Vinceremo» e liscia il pelo a Franco Arceci: «Bisognerebbe fargli un monumento per la sua dedizione alla pubblica amministrazione». Non fosse che il capo di gabinetto è indagato pure lui, l’interrogatorio è previsto per giovedì, il giorno dopo di quello del «capo», quella di Ricci passerebbe da adulazione a subornazione di teste. Devono aver avvertito l’ex sindaco che il suo braccio destro non ha gradito il fatto d’essere indicato come uno dei funzionari che hanno sbagliato. Ecco, allora, la retromarcia dell’eurodeputato Pd - indagato per concorso in corruzione - che, invece, si sfoga senza nominarlo su Massimiliano Santini, che deporrà domani e potrebbe fare come Stefano Esposto, l’altro indagato principale che ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere, eventualità che Giuseppe Conte nega a Matteo Ricci pena far saltare il banco, l’uomo di fiducia che ha tradito. Ammette Ricci: «Se si dimostreranno le accuse, io avrei fatto un errore, avrei scelto un collaboratore sbagliato». Di lapsus in lapsus, mentre la folla (si fa per dire) concede applausi un po’ mosci tra una lasagnetta e una patatina fritta, l’eurodeputato Pd ne dice una apparentemente grossa: «Da mesi ho spiegato anche al procuratore che io non c’entro nulla». Come da mesi? Dunque quando si è candidato sapeva già di essere indagato? L’interpretazione autentica è che lui da mesi ha spiegato che nulla sapeva di appalti e che lo ripeterà anche mercoledì quando sarà interrogato dal procuratore. Di cosa farà per le Marche dice poco, aspetta di sapere se la barca va. Anche Giuseppe Conte - Ricci lo ha ringraziato per le parole che ha detto: «Un avviso di garanzia non è una condanna» - attende l’interrogatorio del candidato del (fu) campo largo. L’avvocato di Volturara Appula deve fronteggiare una mezza rivolta nel movimento. Per la base, il Pd è e resta il partito di Bibbiano. A partire dalle Marche. Francesca Frenquellucci sta con Ricci, ma è quasi sola. La sua è una lunga frequentazione. Nel 2020 accettò dall’ex sindaco di Pesaro l’incarico di assessore e i 5 stelle la cacciarono. L’hanno riammessa e ora è assessore pentastellata nella giunta di Andrea Biancani - al raduno di ieri sera nessuno lo ha visto, resta distante dal suo predecessore - dove il M5s sta col Pd. Ma tra l’ex senatore Mauro Coltorti e l’attuale coordinatore Giorgio Fede sono volati gli stracci. Coltorti dice: cambiate cavallo, Ricci è azzoppato; Fede aspetta il verdetto di Conte che è in ambasce dopo la sparata di Vincenzo De Luca che vuole far saltare l’accordo in Campania su Roberto Fico alla presidenza.Tutto è appeso al 30 luglio quando Ricci sarà dai pm. Chi, invece, non se lo fila di pezza, per dirla alla romana, è Arianna Meloni. La responsabile della segreteria nazionale di Fdi ieri era a Senigallia con deputati e senatori a sostegno di Francesco Acquaroli, presidente uscente delle Marche, che si tiene lontanissimo dalla polemica. Meloni ha chiarito: «Siamo sempre stati garantisti e non godiamo delle disgrazie altrui. Ricci è un problema di Pd e M5s: noi non abbiamo bisogno di questi assist, non godiamo delle disgrazie altrui. Con Acquaroli abbiamo fatto di questa Regione, diventata una periferia per il pessimo governo della sinistra, il modello Marche. Acquaroli ha fatto qui ciò che Giorgia Meloni ha fatto in Italia».
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Il segretario dem ha in mente solo di sfidare la Meloni. Nel frattempo, Conte prende a pesci in faccia il Pd sull’alleanza nelle Marche e De Luca bombarda il partito in Campania (e in Puglia). Ed Elly che fa? Niente.L’eurodeputato Ricci continua a gettare la croce addosso allo staff anche durante gli incontri elettorali dove non parla della sua Regione. Base del M5s spaccata. Acquaroli prudente. Lo speciale contiene due articoli.«Se fossi in Elly, l’accordo con il M5s per le politiche lo firmerei davanti a un notaio»: la battuta che un esponente di primo piano del Pd ama ripetere agli amici è rivelatrice dello psicodramma che sta vivendo la Schlein, leader del primo partito del centrosinistra ma completamente (testardamente, direbbe lei) subalterna a Giuseppe Conte. Elly sogna Palazzo Chigi, ha bisogno del M5s, e così Conte la tiene in pugno (tra l’altro, senza mai impegnarsi a sostenere una eventuale candidatura a premier della segretaria del Pd, da qui la battuta sul notaio). Basta osservare cosa accade in due delle Regioni al voto in autunno, Marche e Campania, per rendersi conto dei rapporti di forza tra i due, politicamente rovesciati rispetto ai rispettivi pesi elettorali. Nelle Marche il candidato a presidente del centrosinistra, il dem Matteo Ricci, viene raggiunto da un avviso di garanzia e Conte mette in stand by l’alleanza senza pensarci un attimo. «Ci stiamo prendendo il tempo necessario: è importante», dice l’ex premier, «attendere la conclusione degli interrogatori dei prossimi 30-31 luglio da parte della Procura. Un avviso di garanzia non è una condanna, ma è importante conoscere anche le sensibilità del territorio». Se Ricci si avvarrà della facoltà di non rispondere, Conte lo mollerà definitivamente: intanto, storce il naso e vuole pure leggere «le carte» dell’inchiesta.Un sussulto di orgoglio da parte del Pd? Macchè: «Ho apprezzato molto», commenta tutto contento Ricci, «le parole di Conte, ha detto delle cose più che condivisibili. Innanzitutto che un avviso di garanzia non è una condanna. Giustamente vogliono avere le carte, a me è arrivato l’avviso di garanzia alle tre di pomeriggio e alle cinque sia lui che la Schlein avevano già tutte le carte». In sostanza, Conte non si fida di Ricci, diserta l’evento del centrosinistra, aspetta gli interrogatori, deve ascoltare i territori, umilia politicamente e pubblicamente il Pd e quelli lo ringraziano pure.E in Campania? L’esatto opposto. Il candidato spetta al M5s, che punta su Roberto Fico (qualcuno sussurra alla Verità che Conte abbia promesso la candidatura all’ex presidente della Camera per fargli mollare Beppe Grillo ai tempi della diatriba tra i due). Su Fico va in pezzi il centrosinistra: nel Pd in tanti non lo digeriscono, le liste civiche moderate non lo vogliono, Vincenzo De Luca lo sbeffeggia per mesi attaccando pesantemente il quartier generale dei dem, ma la Schlein tira diritto (in questo caso, i «territori» non contano niente). Poi De Luca, Conte e la Schlein chiudono l’accordo: in cambio del sostegno a Fico, il governatore uscente ottiene la segreteria regionale del Pd per il figlio deputato Piero e un paio di assessorati (Ambiente e Sanità) nella futura giunta.Tutto ok? Manco per niente: l’altro ieri De Luca, in diretta su Facebook, fa saltare il banco. «Per quello che mi riguarda», ha attaccato, «in Campania non è risolto assolutamente nulla. Qual è la Regione dove i 5 stelle non hanno fatto nulla negli ultimi dieci anni? La Campania. E quale Regione offriamo ai 5 stelle? La Campania. C’è un detto a Napoli che riguarda le brave persone, chiagne e fotte. C’è un’area vasta di opportunisti che continuano a nascondersi dietro le spalle di De Luca e non ha il coraggio di parlare». A quanto risulta alla Verità, molti esponenti di primo piano dei dem campano, parlando con De Luca, si lamentano di Fico, ma davanti alla Schlein tacciono.Bene, ma questo si sapeva anche prima: cosa è cambiato negli ultimi giorni per far saltare i nervi a De Luca? Innanzitutto, in molti tra i deluchiani si sono sentiti traditi dallo «sceriffo», accusato di aver ceduto su tutta la linea pensando solo al futuro del figlio. In secondo luogo, la corrente orlandiana (che sostiene la Schlein), di fronte alla prospettiva di Piero De Luca segretario regionale, avrebbe fatto fuoco e fiamme, chiedendo a quel punto la segreteria provinciale di Napoli. Infine, De Luca ha capito che la Schlein è debole e tira la corda finché può. De Luca bombarda pure Ricci e Antonio Decaro, candidato (in bilico) del Pd in Puglia: «L’onorevole Ricci è parlamentare europeo», argomenta De Luca, «a 20.000 euro al mese. La domanda che si pongono i cittadini normali non è se si debba fermare perché ha avuto un avviso di garanzia, ma è un’altra: siccome ha già altri incarichi, glielo ha prescritto il medico di candidarsi alle regionali? In Puglia si sta preparando a candidarsi un altro europarlamentare, l’onorevole Decaro, che appartiene alla categoria degli esponenti politici che si presentano come preti spretati, come brave persone. Ma Decaro si è candidato come capolista nella circoscrizione meridionale alle elezioni europee e dopo un anno decide di dimettersi. La correttezza nei confronti degli elettori», aggiunge De Luca, «ha ancora un valore o no?».Ce ne sarebbe abbastanza per un intervento della Schlein, ma niente: il Nazareno si finge morto. Sbeffeggiato da De Luca, preso a pesci in faccia da Conte, il Pd non reagisce. Il motivo? Sempre lo stesso: la Schlein ha in mente solo le elezioni politiche del 2027, vuole arrivarci con la coalizione unita e con i «cacicchi», quelli che aveva detto di voler combattere, dalla sua parte con i rispettivi pacchetti di voti. Ultimo dettaglio: per avere il proprio nome stampato sulla scheda come candidato premier nel 2027, la Schlein deve pure sperare che Giorgia Meloni cambi la legge elettorale. Altrimenti, il futuro di Elly è già scritto: se anche il centrosinistra dovesse spuntarla, a Palazzo Chigi ci andrebbe qualcun altro. 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Cena a cura dei fornitori delle mense scolastiche della città - pagati da Ricci, sia chiaro - un migliaio di attovagliati più alcuni altri astanti. Lui, con la voce irata che respinge l’attacco degli squadristi mediatici, di Fdi in particolare, ma Arianna Meloni gli fa sapere che «Non godono delle disgrazie altrui», si dice innocente, butta lì un «Vinceremo» e liscia il pelo a Franco Arceci: «Bisognerebbe fargli un monumento per la sua dedizione alla pubblica amministrazione». Non fosse che il capo di gabinetto è indagato pure lui, l’interrogatorio è previsto per giovedì, il giorno dopo di quello del «capo», quella di Ricci passerebbe da adulazione a subornazione di teste. Devono aver avvertito l’ex sindaco che il suo braccio destro non ha gradito il fatto d’essere indicato come uno dei funzionari che hanno sbagliato. Ecco, allora, la retromarcia dell’eurodeputato Pd - indagato per concorso in corruzione - che, invece, si sfoga senza nominarlo su Massimiliano Santini, che deporrà domani e potrebbe fare come Stefano Esposto, l’altro indagato principale che ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere, eventualità che Giuseppe Conte nega a Matteo Ricci pena far saltare il banco, l’uomo di fiducia che ha tradito. Ammette Ricci: «Se si dimostreranno le accuse, io avrei fatto un errore, avrei scelto un collaboratore sbagliato». Di lapsus in lapsus, mentre la folla (si fa per dire) concede applausi un po’ mosci tra una lasagnetta e una patatina fritta, l’eurodeputato Pd ne dice una apparentemente grossa: «Da mesi ho spiegato anche al procuratore che io non c’entro nulla». Come da mesi? Dunque quando si è candidato sapeva già di essere indagato? L’interpretazione autentica è che lui da mesi ha spiegato che nulla sapeva di appalti e che lo ripeterà anche mercoledì quando sarà interrogato dal procuratore. Di cosa farà per le Marche dice poco, aspetta di sapere se la barca va. Anche Giuseppe Conte - Ricci lo ha ringraziato per le parole che ha detto: «Un avviso di garanzia non è una condanna» - attende l’interrogatorio del candidato del (fu) campo largo. L’avvocato di Volturara Appula deve fronteggiare una mezza rivolta nel movimento. Per la base, il Pd è e resta il partito di Bibbiano. A partire dalle Marche. Francesca Frenquellucci sta con Ricci, ma è quasi sola. La sua è una lunga frequentazione. Nel 2020 accettò dall’ex sindaco di Pesaro l’incarico di assessore e i 5 stelle la cacciarono. L’hanno riammessa e ora è assessore pentastellata nella giunta di Andrea Biancani - al raduno di ieri sera nessuno lo ha visto, resta distante dal suo predecessore - dove il M5s sta col Pd. Ma tra l’ex senatore Mauro Coltorti e l’attuale coordinatore Giorgio Fede sono volati gli stracci. Coltorti dice: cambiate cavallo, Ricci è azzoppato; Fede aspetta il verdetto di Conte che è in ambasce dopo la sparata di Vincenzo De Luca che vuole far saltare l’accordo in Campania su Roberto Fico alla presidenza.Tutto è appeso al 30 luglio quando Ricci sarà dai pm. Chi, invece, non se lo fila di pezza, per dirla alla romana, è Arianna Meloni. La responsabile della segreteria nazionale di Fdi ieri era a Senigallia con deputati e senatori a sostegno di Francesco Acquaroli, presidente uscente delle Marche, che si tiene lontanissimo dalla polemica. Meloni ha chiarito: «Siamo sempre stati garantisti e non godiamo delle disgrazie altrui. Ricci è un problema di Pd e M5s: noi non abbiamo bisogno di questi assist, non godiamo delle disgrazie altrui. Con Acquaroli abbiamo fatto di questa Regione, diventata una periferia per il pessimo governo della sinistra, il modello Marche. Acquaroli ha fatto qui ciò che Giorgia Meloni ha fatto in Italia».
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Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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