True
2023-05-18
Schlein, opere mancate per l’Emilia allagata
Ansa
Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa.
Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno?
Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca».
Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».
Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. Perché un conto è se c’è di mezzo il centrodestra un conto è se c’entra il Pd.
Maltempo in Emilia, 9 morti. Annullato il Gp di F1 a Imola ma The Boss vuole suonare
Ci sono 9 morti, una quarantina di Comuni allagati, alcuni con frane importanti altri isolati, 10.000 sfollati, 21 fiumi esondati, sistema infrastrutturale messo a dura prova, tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni, l’A14 impercorribile nel tratto modenese. Sono i numeri della seconda alluvione che in poche settimane, ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma».
L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno».
Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social.
Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio.
Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
Continua a leggereRiduci
Il bilancio dell’alluvione si aggrava (9 morti) ma a differenza di quanto avvenne a Senigallia, nessuno accusa. E nessuno ricorda che il neo segretario del Pd in Regione aveva proprio la delega alla prevenzione. Non fatta.L’alluvione mette in ginocchio anche le Marche. Stefano Bonaccini: «È un altro sisma». Ci sarà un dl modello Ischia. Dubbi sull’opportunità del concerto di Bruce Springsteen a Ferrara.Lo speciale contiene due articoli.Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa. Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno? Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca». Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. Perché un conto è se c’è di mezzo il centrodestra un conto è se c’entra il Pd.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schlein-opere-mancate-emilia-allagata-2660285596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maltempo-in-emilia-9-morti-annullato-il-gp-di-f1-a-imola-ma-the-boss-vuole-suonare" data-post-id="2660285596" data-published-at="1684366218" data-use-pagination="False"> Maltempo in Emilia, 9 morti. Annullato il Gp di F1 a Imola ma The Boss vuole suonare Ci sono 9 morti, una quarantina di Comuni allagati, alcuni con frane importanti altri isolati, 10.000 sfollati, 21 fiumi esondati, sistema infrastrutturale messo a dura prova, tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni, l’A14 impercorribile nel tratto modenese. Sono i numeri della seconda alluvione che in poche settimane, ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma». L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno». Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social. Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio. Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci