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2023-05-18
Schlein, opere mancate per l’Emilia allagata
Ansa
Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa.
Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno?
Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca».
Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».
Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. Perché un conto è se c’è di mezzo il centrodestra un conto è se c’entra il Pd.
Maltempo in Emilia, 9 morti. Annullato il Gp di F1 a Imola ma The Boss vuole suonare
Ci sono 9 morti, una quarantina di Comuni allagati, alcuni con frane importanti altri isolati, 10.000 sfollati, 21 fiumi esondati, sistema infrastrutturale messo a dura prova, tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni, l’A14 impercorribile nel tratto modenese. Sono i numeri della seconda alluvione che in poche settimane, ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma».
L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno».
Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social.
Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio.
Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
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Il bilancio dell’alluvione si aggrava (9 morti) ma a differenza di quanto avvenne a Senigallia, nessuno accusa. E nessuno ricorda che il neo segretario del Pd in Regione aveva proprio la delega alla prevenzione. Non fatta.L’alluvione mette in ginocchio anche le Marche. Stefano Bonaccini: «È un altro sisma». Ci sarà un dl modello Ischia. Dubbi sull’opportunità del concerto di Bruce Springsteen a Ferrara.Lo speciale contiene due articoli.Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa. Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno? Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca». Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. 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A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma». L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno». Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social. Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio. Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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Andrea Orcel (Imagoeconomica)
La nuova proposta secondo quanto rivela Il Sole 24 Ore sarebbe quella di acquistare la partecipazione in Generali pagandola con azioni Unicredit. Uno scambio di carta contro carta, elegante nella forma ma meno gradito nella sostanza alla holding della famiglia Del Vecchio, che guarderebbe con maggiore interesse a soluzioni capaci di generare liquidità immediata. E qui il negoziato si inceppa: da una parte chi vuole utilizzare il proprio titolo come valuta strategica, dall’altra chi preferisce monetizzare. Per gli eredi Del Vecchio, il pagamento in contante è essenziale considerando che la successione del fondatore é ancora aperta e Leonardo Maria vuole assumere il controllo acquistando le quote dei fratelli.
Ma il punto politico-finanziario del dossier non si esaurisce nello scontro tra carta e contante. Il vero tema è la geometria complessiva del controllo o, meglio, del presidio del gruppo assicurativo. In questo schema, infatti, Unicredit non si muoverebbe in contrapposizione ad altri grandi attori del sistema, ma dentro un equilibrio più ampio che coinvolge anche Intesa Sanpaolo. Secondo le letture che circolano negli ambienti finanziari, l’attivismo di Piazza Gae Aulenti non sarebbe ostile rispetto alla banca guidata da Carlo Messina. Il capo di Intesa ha già rafforzato la presenza in Generali con circa il 3%. Ora attraverso le dinamiche legate all’operazione su Mps e alla partecipazione in Mediobanca, potrebbe arrivare a influenzare indirettamente la quota di maggioranza relativa del 13,3%.
Numeri e incastri che, messi uno accanto all’altro, disegnano un quadro in cui i due grandi poli bancari italiani si ritrovano, a condividere la stessa area di influenza sul Leone. E qui che risiko assume contorni quasi gastronomici. Perché se lo schema dovesse consolidarsi, qualcuno nei salotti della finanza ha già ribattezzato il nuovo equilibrio come il «patto della carbonara». O in alternativa della «cacio e pepe» considerando le radici romane dei due banchieri: pochi ingredienti, tutti essenziali, ma capaci di reggere l’intera ricetta del potere finanziario italiano. Una sintesi ironica, ma non troppo lontana dalla realtà di un sistema in cui le grandi banche non si scontrano, ma si osservano, si bilanciano e, quando serve, si distribuiscono le posizioni strategiche con una logica più di presidio che di conquista. In questo contesto, l’intervento di Unicredit su Generali resta dunque aperto, sospeso tra valutazioni di prezzo, struttura dell’operazione e disponibilità di Delfin a trasformare una partecipazione industriale in liquidità o in leva finanziaria. Nessun commento ufficiale da parte della banca, solo un silenzio che sembra confermare l’esistenza del dossier.
Sul fronte istituzionale, intanto, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ribadisce la linea della prudenza sul disimpegno dello Stato da Mps, che procederà senza fretta e senza svendite. Sul grande risiko bancario rivendica la neutralità del governo, pur ricordando che il Golden Power resta uno strumento pienamente attivo. Poi, quasi a chiudere il quadro con una nota di colore politico, arriva la sua battuta destinata a restare: «Se c’è Italia-Germania tifo Italia, se c’è Italia-Francia tifo Italia». Una frase che sintetizza, meglio di molte analisi, l’idea di fondo: le regole restano regole, ma quando si parla di asset strategici, il tifo - quello per l’Italia - non va mai in panchina.
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Il cantiere di via Zecca Vecchia a Milano
Al centro dell’indagine coordinata dalla Procura vi è il maxi-progetto per la realizzazione di una struttura alberghiera da quasi 200 stanze, con cinque piani fuori terra e cinque interrati. Secondo l’accusa, si tratta di un’operazione illegittima, poiché l’intervento, con una Superficie Lorda di Pavimento (Slp) di oltre 7.200 metri quadrati, viola palesemente i limiti edificatori dell’area, fissati a 2.550.
Il Tribunale del Riesame ha dato piena ragione alla tesi accusatoria. Nelle motivazioni si legge che l’intervento non può essere qualificato come una «ristrutturazione», bensì come una vera e propria «nuova costruzione». Per le sue dimensioni e il suo impatto, avrebbe richiesto un Piano Attuativo, uno strumento urbanistico complesso mai approvato, e non un semplice permesso di costruire convenzionato. I giudici hanno quindi ritenuto pienamente sussistente il fumus commissi delicti, ovvero la plausibilità del reato contestato, validando l’intero lavoro investigativo della Procura.
Perché, allora, il cantiere è stato dissequestrato? La decisione si fonda su un aspetto puramente cautelare: la mancanza del cosiddetto «periculum in mora», cioè il pericolo attuale e concreto che il reato prosegua o si aggravi. I giudici hanno osservato che i lavori di costruzione non sono mai partiti e, soprattutto, non è stato rilasciato alcun permesso. L’elemento decisivo è stato il «preavviso di diniego» emesso dallo stesso Comune di Milano il 30 aprile 2026: un atto che, di fatto, blocca il progetto e rende il rischio di un’edificazione imminente non più attuale.
La Procura esce dunque da questa fase con un impianto accusatorio rafforzato in vista del processo di merito. La partita, infatti, non è chiusa. L’annullamento del sequestro è legato a una situazione contingente. Qualora il quadro dovesse cambiare, ad esempio con un improvviso via libera da parte del Comune, la Procura potrà richiedere nuovamente il vincolo sull’area, forte di una pronuncia che ha già riconosciuto la solidità delle sue tesi.
Il sindaco di Milano dovrebbe riflettere su questa ordinanza e avviare un esame autocritico serio di quanto avvenuto nel settore urbanistico a Milano negli ultimi dieci anni.
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