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2023-05-18
Schlein, opere mancate per l’Emilia allagata
Ansa
Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa.
Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno?
Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca».
Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».
Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. Perché un conto è se c’è di mezzo il centrodestra un conto è se c’entra il Pd.
Maltempo in Emilia, 9 morti. Annullato il Gp di F1 a Imola ma The Boss vuole suonare
Ci sono 9 morti, una quarantina di Comuni allagati, alcuni con frane importanti altri isolati, 10.000 sfollati, 21 fiumi esondati, sistema infrastrutturale messo a dura prova, tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni, l’A14 impercorribile nel tratto modenese. Sono i numeri della seconda alluvione che in poche settimane, ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma».
L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno».
Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social.
Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio.
Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
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Il bilancio dell’alluvione si aggrava (9 morti) ma a differenza di quanto avvenne a Senigallia, nessuno accusa. E nessuno ricorda che il neo segretario del Pd in Regione aveva proprio la delega alla prevenzione. Non fatta.L’alluvione mette in ginocchio anche le Marche. Stefano Bonaccini: «È un altro sisma». Ci sarà un dl modello Ischia. Dubbi sull’opportunità del concerto di Bruce Springsteen a Ferrara.Lo speciale contiene due articoli.Osservando in mattinata i talk della tv pubblica, di Telenazareno (al secolo La7) e pure di casa Berlusconi che a tutto schermo illustrano la tragedia dell’alluvione a Cesena, a Faenza, a Pesaro e a Fano, una domanda sorge spontanea, ma il giornalismo d’inchiesta, quello che per esempio praticano a Repubblica dove vanno a frugare negli scontrini della lavanderia della mamma di Giorgia Meloni, che fine ha fatto? Vale solo per Report che non ne azzecca una sul Nutriscore pur di dare contro al governo italiano? Ieri mattina su La7 si è raggiunto il massimo: si ragionava delle magnifiche sorti e progressive del Pd di Elly Schlein, che a suo dire avrebbe vinto le elezioni amministrative, col professor Gianfranco Pasquino, emerito e con molto merito per quella che fu in via Barberie la gloriosa federazione del Pci emiliano-romagnolo, a intonarne il peana mentre scorrevano le immagini di Cesena sott’acqua e di Faenza sommersa. Su Rai3, ad Agorà, il geotuttologo Mario Tozzi, non potendo invocare la siccità, narrava del dissesto idrogeologico permanente dell’Italia e poi gli ospiti del Pd Marco Furfaro (organico a Elly) e Davide Baruffi a condolersi ma esaltando l’azione positiva dei loro sindaci romagnoli e della grande Regione condotta da Stefano Bonaccini. Tra le righe si sentiva il vecchio adagio: piove, governo ladro! Tutto tragicamente bello. Ma che l’attuale segretario nazionale del Pd, nata in riva al lago di Lugano e dunque con una certa idrofilia, fino al 24 ottobre scorso aveva come vicepresidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna questa delega: «Patto per il clima e cioè coordinamento interassessorile delle politiche di prevenzione e adattamento ai cambiamenti climatici e per la transizione ecologica» non è venuto in mente a nessuno? Senza fare giornalismo d’inchiesta, ma consultando banalmente il sito della Regione si legge che cosa Elly Schlein fino al 24 ottobre dovesse fare. In un pensoso documento si legge al capitolo dedicato al clima: «Continuare a rafforzare la strategia a consumo di suolo zero e di rigenerazione urbana con un piano di rigenerazione e resilienza della città e della città capace non solo di attingere alle risorse europee ma anche di massimizzare gli incentivi alla riqualificazione edilizia, all’efficienza e alla sicurezza su larga scala». E appena più oltre: «Aumentare la tutela e un migliore utilizzo delle risorse idriche, migliorando gli ecosistemi, favorendo un uso sostenibile attraverso la riduzione dei consumi e degli sprechi nel settore residenziale, industriale e agricolo (Water footprint), migliorando la qualità e la disponibilità, in un’ottica di dimezzamento delle perdite di rete, aumentare, innovare e migliorare la capacità di stoccaggio, riutilizzare le acque reflue e meteoriche, approfittando della possibilità di presentare progetti nell’ambito del Programma nazionale di ricerca». Ma soprattutto: «Investire, anche grazie alle risorse del Next Generation EU, in un Piano strategico di manutenzione, difesa e adattamento degli insediamenti e delle infra strutture esistenti, e di prevenzione del dissesto idrogeologico e di difesa della costa attraverso una programmazione pluriennale condivisa con gli enti locali».Tutto bellissimo e tutto scritto nel «Patto per il lavoro e per il clima. In Emilia Romagna costruiamo il futuro assieme». Ad ascoltare il dottor Tozzi si capisce che l’elenco delle cose che Elly Schlein doveva fare sono in gran parte le cose che andrebbero fatte. Magari con meno afflato sui diritti e più attenzione ai doveri di amministratore. Ma a nessuno è venuto in mente che l’assessore Schlein non le ha fatte. Come a nessuno è venuto in mente di constatare che il suo Pact of work and climate ha una lista di aderenti lunga come l’Enciclopedia Treccani perché in Emilia Romagna il consociativismo è sempre stata l’anima del commercio della sinistra, ma nessuno di questi si è mosso. Quando c’era il vecchio Pci a quest’ora la Manutencoop, il Ccc, l’Edilfornaciai sarebbero state mobilitate in forza a sorvegliare gli argini, a costruire dighe, a mettere in sicurezza le strade e invece ora quel mondo non c’è più. Le cooperative badano al business e il collateralismo è venuto meno; Stefano Bonaccini che si è detto orgoglioso di esser stato comunista deve rimpiangere i tempi belli. Strano perché quando c’è stata l’alluvione a Senigallia nel 2022 - siamo sempre nelle Marche - al sindaco Massimo Olivetti che ha il difetto di essere di centrodestra gli hanno imputato di tutto. Nei talk show televisivi quando c’è di mezzo l’alluvione scatta la sindrome «panta rei» di Eraclito: non ci si bagna mai nella stessa acqua. Perché un conto è se c’è di mezzo il centrodestra un conto è se c’entra il Pd.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schlein-opere-mancate-emilia-allagata-2660285596.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="maltempo-in-emilia-9-morti-annullato-il-gp-di-f1-a-imola-ma-the-boss-vuole-suonare" data-post-id="2660285596" data-published-at="1684366218" data-use-pagination="False"> Maltempo in Emilia, 9 morti. Annullato il Gp di F1 a Imola ma The Boss vuole suonare Ci sono 9 morti, una quarantina di Comuni allagati, alcuni con frane importanti altri isolati, 10.000 sfollati, 21 fiumi esondati, sistema infrastrutturale messo a dura prova, tra cancellazioni e ritardi è interrotta in molti tratti la circolazione dei treni, l’A14 impercorribile nel tratto modenese. Sono i numeri della seconda alluvione che in poche settimane, ha messo in ginocchio l’Emilia Romagna. A creare il disastro una quantità d’acqua di due mesi di precipitazioni concentrata in due soli giorni. «È un altro terremoto» ha detto ieri il governatore Stefano Bonaccini prendendo spunto dal fatto che fra tre giorni sarà l’undicesimo anniversario del terremoto del 2012. «Siamo di fronte ad eventi imprevedibili: in alcuni territori, nelle ultime 24 ore, sono caduti addirittura 300 millimetri di acqua» ha sottolineato il presidente, «una pioggia mai vista in queste dimensioni e in così poche ore in un territorio tanto ampio, che va da parte del reggiano fino a tutta la Romagna, e che arriva dove due settimane fa era già avvenuto un evento di cui non avevamo memoria». Poi Bonaccini ha rivolto un pensiero ai familiari delle vittime: «Questa è l’unica cosa irreparabile, tutto il resto lo ricostruiremo, come facemmo dopo il sisma». L’anomalo evento meteorologico in Emilia Romagna, (dove oggi resta l’allerta rossa) è stato provocato secondo gli esperti dal ciclone mediterraneo che si è accanito sull’Appennino romagnolo e sulle pianure adiacenti a causa di un fenomeno chiamato «effetto Stau». Il termine tedesco che significa «coda», «ristagno», in meteorologia indica un vento di risalita che si presenta quando una corrente d’aria, mentre supera una catena montuosa, perde parte della propria umidità che condensa in precipitazioni piovose o nevose. Il grande quantitativo di pioggia ha gonfiato fiumi e torrenti che hanno tracimato. «Questi corsi d’acqua passano nei centri abitati e sono circondati da asfalto e cemento. Con la pioggia si gonfiano e allagano case e locali», spiega Massimo Gargano direttore generale Anbi (Associazione nazionale dei consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue). «I dati Ispra sono chiari: nel nostro Paese si cementificano 14 ettari di terra al giorno». Durante il punto stampa nella sede della Protezione civile il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, ha sottolineato l’impegno di 900 vigili del fuoco, con 100 mezzi specializzati, oltre a quello di Esercito e volontari: «Adesso bisogna portare avanti una complicata operazione di soccorso resa molto difficile perché molte zone sono sott’acqua e sono interessate da distacchi dell’energia elettrica e difficoltà di comunicazione». Nel corso dell’incontro Piantedosi ha gelato le aspettative sul concerto di Bruce Springsteen, sold out da mesi, previsto questa sera a Ferrara dove sono attesi 50.000 fan: «Non abbiamo ancora affrontato il problema, visto che non è una zona direttamente interessata». Lo show dunque sarebbe confermato e ieri pomeriggio si continuava a lavorare al palco che ospiterà the Boss, leggenda del rock mondiale. Il sindaco Alan Fabbri e la sua giunta confermano l’evento mentre sull’opportunità si discute in città e sui social. Confermato invece l’annullamento del Gran Premio in programma domenica ad Imola. La decisione è arrivata dall’organizzazione che ha deciso di non mettere ulteriormente sotto pressione la zona colpita dall’alluvione e dopo lo sgombero del paddock allagato ieri dal Santerno. I piloti Max Verstappen e Charles Leclerc, che hanno condiviso la decisione, si sono attivati attraverso i propri canali social per sostenere il crowdfunding e sensibilizzare il pubblico sulla situazione del maltempo, invitando ad aiutare le persone colpite dall’enorme disagio. Nel frattempo il premier Giorgia Meloni dal Giappone, in costante contatto con il sottosegretario Alfredo Mantovano, ringraziando i soccorritori, ha ribadito: «Come già avevo detto al presidente Bonaccini quando ci siamo incontrati la settimana scorsa, il governo è a disposizione per fare quello che è necessario. Sulle risorse faremo tutto quello che c’è da fare per aiutare la popolazione». E il consiglio dei ministri, convocato per martedì 23 maggio, estenderà lo stato di emergenza Rimini, un decreto tipo Ischia, con le misure già anticipate dal vertice di ieri pomeriggio con i ministri Musumeci, Nordio, Calderone, Ciriani, Lollobrigida e il viceministro Maurizio Leo. «La proposta che porterò in cdm è di un’ulteriore risorsa a disposizione della Emilia Romagna di 20 milioni di euro, una somma che si aggiunge ai 10 milioni già deliberati il 4 maggio» ha detto Musumeci. Saranno sospesi i termini per i versamenti e per gli adempimenti tributari tanto per le persone fisiche quanto per strutture più articolate come le società. Saranno inoltre rinviate le udienze giudiziarie, previsti ammortizzatori sociali e interventi straordinari del ministero dei Trasporti di Matteo Salvini anche se restano le polemiche sul tweet che il leader leghista, milanista, ha postato martedì sera: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero».
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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