True
2023-11-30
Schlein e Conte, i saltimbanchi del Pnrr
Elly Schlein e Giuseppe Conte (Ansa)
Come diceva Perpetua a Don Abbondio dopo la calata dei Lanzichenecchi: «È un peccato rubare, ma è un peccato non rubare a lei». Ci viene il dubbio che passati secoli l’amara costatazione resti valida. Per l’intero Paese. Con un gruppo di Don Abbondio come Giuseppe Conte e i rappresentanti del Pd (oggi tocca a Elly Schlein) per la nomenclatura di Bruxelles non è difficile fregarci. Anzi ha tutto l’agio possibile per approfittare di manifeste incapacità amministrative. Con il consiglio dei ministri di due giorni fa, da cui è uscito un decreto Sovranità energetica monco, il governo (almeno per il momento) non ha fermato il passaggio dal mercato tutelato a quello libero di all’incirca (tra gas ed elettricità) 11 milioni di utenti.
Al tempo stesso nulla è stato fatto per frenare l’accordo preso dal governo Draghi con l’Ue in tema di liberalizzazioni selvagge del settore idroelettrico. Nelle ultime cinque settimane (il testo è slittato per la prima volta in occasione del cdm del 23 ottobre) La Verità ha più volte cercato di spiegare come fosse fondamentale sui due temi (del tutelato e dell’idroelettrico) andare in discontinuità rispetto alle promesse fatte da Draghi nell’ambito delle riforme da mettere a terra per portare a casa gli assegni del Pnrr. Abbiamo più volte chiesto ulteriori proroghe sul tutelato facendo leva sull’emergenza economica derivata dalle due guerre in corso, quella ucraina e quella arabo-israeliana. Fare scattare la modifica del comparto da gennaio del 2024 avrebbe peggiorato la difficile situazione delle famiglie. Sul tema idroelettrico - lo ribadiamo - in ballo ci sono asset nazionali che valgono infinitamente di più dell’assegno che il Paese incassa con la rata del Pnrr. Infatti, le due voci in qualche modo sono collegate al terzo assegno incassato. Questo governo avrebbe dovuto far finire la tematica su un binario morto, sventolando a Bruxelles quanto stanno facendo Francia e Germania in termini di aiuti di Stato ad aziende e famiglie per tenere i costi del kilowattora più bassi. Non ce ne facciamo nulla degli assegni del Pnrr se fra qualche anno le nostre aziende non potranno più produrre. A chi diremo dopo il 2027 che il Paese non tiene più il passo perché avevamo preso degli impegni con l’Europa. Certo, sappiamo anche che con il debito alto siamo ricattabili. Dal Mes, dal patto di Stabilità e da altre amenità. C’è solo un dettaglio. Queste critiche ci sentiamo di metterle nero su bianco per un certo tipo di coerenza. Abbiamo criticato il modello sovietico del Pnrr già a partire dal 2019. Poi ai tempi di Mario Draghi. E anche oggi critichiamo l’abbinata bollette- Pnrr, per i rischi e i pericoli sopra descritti. Ribadiamo l’importanza di trovare una alternativa anche se ci sembra che le possibilità siano minime. Ma per favore l’ultima a poter strillare contro gli aumenti delle bollette è l’attuale opposizione. Pd e 5 stelle. Passi la Schlein che ha il pregio su molti temi di avere una ignoranza enciclopedica, ma a lasciarci basiti è Giuseppe Conte. Lui ha plurime colpe. A lui si deve il cul de sac in cui ci siamo infilati. È stato Conte nel 2019 ad avviare la partita del Pnrr. Ha passato il testimone a Draghi per una serie di motivi che non stiamo qui a inanellare. Ma certamente l’Ue è stata contenta di avere un nuovo interlocutore, al quale Conte ha tenuto bordone. La scelta di aprire il mercato dell’idroelettrico è stata siglata dal precedente esecutivo con l’ok del leader grillino. Sempre lui ha detto sì al passaggio al mercato libero delle bollette. E ora che fa? Parla e parla. «Portare 12 milioni di nuclei familiari dal mercato tutelato al mercato libero, rischia di aggravare le difficoltà economiche di queste famiglie», ha detto all’indomani del cdm, «che già vivono il problema dell’inflazione, del caro mutui, adesso si potrebbe aggiungere anche il caro energia, ed è una decisione che in questo momento assolutamente va scongiurata».
La realtà è che pochissimi politici capiscono di energia. E gli italiani non se ne occupano. Sono vittime di propaganda green e di interventi scollegati dalle reali esigenze. Abbiamo apprezzato che la Lega per bocca di Matteo Salvini abbia chiesto un braccio di ferro con l’Ue proprio sul tema del mercato tutelato. Ma perché solo a cdm avvenuto? Conoscevamo tutti da cinque settimane il tipo di spada che pendeva sulle teste delle aziende e delle famiglie italiane... non era il caso di discuterne apertamente? Il ministro Raffaele Fitto, che tiene i rapporti con l’Ue, l’altro giorno ha risposto stizzito al collega vice ministro. Comprendiamo anche lui. La pratica è complessa e non può essere ridotta a slogan. Per di più il Pnrr ormai è un vincolo e se non lo portiamo avanti ci troviamo cornuti e mazziati. Insomma, nessuno sta capendo a pieno il pignoramento in atto degli asset energetici italiani e la necessità di rivedere l’intero sistema. Ma per favore da Conte e compagni ci aspettiamo il silenzio e non le pagliacciate. Su Pnrr e bollette ci hanno venduti loro.
Al via la mini trattativa a Bruxelles
Oggi a Bruxelles ci sarà un tavolo tecnico per capire se si riuscirà ad ottenere una proroga sul mercato tutelato dell’energia. Verrà richiesto maggior tempo alla Commissione Ue per ottimizzare il sistema nel suo complesso. Parliamo per esempio della questione delle aste, della comunicazione o dei rid bancari. Al momento non si è infatti ancora trovata una soluzione su quest’ultimo aspetto, che risulta essere però di particolare importanza nel processo del passaggio dal mercato tutelato a quello libero dell’energia. La comunicazione alle famiglie italiane, poi, per il momento non è ancora avvenuta, e anche questo aspetto deve essere colmato, per dare informazioni e indicazioni precise e puntuali sul cambiamento. «Nel corso del 2024 il mercato libero deve andare a regime e bisogna stabilirne le modalità - ha sottolineato il ministro Pichetto Fratin intervenendo a 24 Mattino su Radio 24 - il ragionamento attuale è su qualche mese, anche per una grande campagna pubblicitaria che Arera e l’Acquirente unico devono fare, perché è fondamentale dare il massimo delle informazioni». Ciò al fine di «avere il massimo del controllo contro gli abusi, anche perché i venditori sono 600». I tempi per convincere Bruxelles di un possibile rinvio risultano però essere veramente stretti, dato che entro il 4 dicembre, cioè una settimana prima della presentazione delle proposte dei vari venditori per le aste, si dovrà sapere con certezza le tempistiche di entrata in vigore del mercato libero dell’energia. Questo perché i vari operatori devono avere il tempo tecnico per poter calibrare la loro strategia di offerta. E dunque, il confronto di oggi con la Commissione si rivela essere più cruciale che mai, per una possibile proroga.
In termini numerici parliamo di 4 milioni di utenze che saranno interessate dalle aste di dicembre nel settore energia e che, nel caso in cui non volessero scegliere un operatore del mercato libero, verrebbero assegnate per tre anni al venditore che si aggiudicherà l’asta territoriale del caso. Per i 5 milioni di soggetti fragili (over, 65, terremotati, possessori di 104, e dei bonus sociali), non si pone il problema per due motivi. Il primo perché il passaggio al mercato libero avverrà il 1° gennaio 2025 e il secondo perché quando dovranno abbandonare il mercato tutelato quello libero si sarà già rodato.
La scelta dell’operatore sul mercato libero dell’energia non sarà indolore, dato che al momento, secondo i dati Arera, c’è solo un 10% di offerte più conveniente rispetto al tutelato. Per quanto riguarda invece il gas, la questione, in termini tecnici, è molto più semplice, dato che il mercato risulta essere maggiormente in equilibrio, non essendoci una società monopolista nel settore. Per questo, il passaggio al mercato libero avverrà il 1° gennaio 2024. Ovviamente anche in questo caso si potrà scegliere di non scegliere, rimanendo con l’operatore attuale che andrà ad applicare la tariffa placet (si avrà un prezzo libero a condizioni equiparate di tutela, approvato dall’autorità). La fine del mercato tutelato dell’energia non è però l’unico tema delicato contenuto nel decreto Energia. La federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche (Anie), ieri ha infatti previsto, basandosi sulle misure presenti nell’ultimo decreto Energia, della legge di Bilancio 2024 e considerando anche le ultime dinamiche inflattive, che ci sarà un costo in rapida crescita per l’energia derivante da fonti rinnovabili. Il motivo? «Il fondo di compensazione alimentato dai proprietari di impianti superiori ai 20 kilowatt e la tassazione dei contratti di diritto di superficie di durata ventennale per gli impianti Fer (fonti energia rinnovabili) sono misure inaspettate che vanno nella direzione opposta agli obiettivi fissati per il 2030», sottolinea Alberto Pinori, presidente di Anie rinnovabili. La bozza del decreto Energia prevede infatti la creazione di un fondo dove i produttori di energia a fonte rinnovabile, proprietari di impianti di potenza superiore a 20 kilowatt dovranno versare un contributo di 10 euro per kilowatt per tre anni a partire dal 1° gennaio 2024. Questo avrà dunque un impatto negativo sugli impianti Fer con un conseguente aumento dei prezzi.
Continua a leggereRiduci
È stato il leader grillino ad avviare la partita del Recovery che ci porta al mercato libero su gas e luce e a dire sì a Mario Draghi sull’apertura dell’idroelettrico. E adesso dà le colpe al governo per il salasso causato alle famiglie.Oggi tavolo con la Commissione: l’obiettivo è una proroga delle tariffe tutelate per motivi tecnici, aste e rid bancari. L’Anie avverte: su i costi anche per l’energia da rinnovabili.Lo speciale contiene due articoliCome diceva Perpetua a Don Abbondio dopo la calata dei Lanzichenecchi: «È un peccato rubare, ma è un peccato non rubare a lei». Ci viene il dubbio che passati secoli l’amara costatazione resti valida. Per l’intero Paese. Con un gruppo di Don Abbondio come Giuseppe Conte e i rappresentanti del Pd (oggi tocca a Elly Schlein) per la nomenclatura di Bruxelles non è difficile fregarci. Anzi ha tutto l’agio possibile per approfittare di manifeste incapacità amministrative. Con il consiglio dei ministri di due giorni fa, da cui è uscito un decreto Sovranità energetica monco, il governo (almeno per il momento) non ha fermato il passaggio dal mercato tutelato a quello libero di all’incirca (tra gas ed elettricità) 11 milioni di utenti. Al tempo stesso nulla è stato fatto per frenare l’accordo preso dal governo Draghi con l’Ue in tema di liberalizzazioni selvagge del settore idroelettrico. Nelle ultime cinque settimane (il testo è slittato per la prima volta in occasione del cdm del 23 ottobre) La Verità ha più volte cercato di spiegare come fosse fondamentale sui due temi (del tutelato e dell’idroelettrico) andare in discontinuità rispetto alle promesse fatte da Draghi nell’ambito delle riforme da mettere a terra per portare a casa gli assegni del Pnrr. Abbiamo più volte chiesto ulteriori proroghe sul tutelato facendo leva sull’emergenza economica derivata dalle due guerre in corso, quella ucraina e quella arabo-israeliana. Fare scattare la modifica del comparto da gennaio del 2024 avrebbe peggiorato la difficile situazione delle famiglie. Sul tema idroelettrico - lo ribadiamo - in ballo ci sono asset nazionali che valgono infinitamente di più dell’assegno che il Paese incassa con la rata del Pnrr. Infatti, le due voci in qualche modo sono collegate al terzo assegno incassato. Questo governo avrebbe dovuto far finire la tematica su un binario morto, sventolando a Bruxelles quanto stanno facendo Francia e Germania in termini di aiuti di Stato ad aziende e famiglie per tenere i costi del kilowattora più bassi. Non ce ne facciamo nulla degli assegni del Pnrr se fra qualche anno le nostre aziende non potranno più produrre. A chi diremo dopo il 2027 che il Paese non tiene più il passo perché avevamo preso degli impegni con l’Europa. Certo, sappiamo anche che con il debito alto siamo ricattabili. Dal Mes, dal patto di Stabilità e da altre amenità. C’è solo un dettaglio. Queste critiche ci sentiamo di metterle nero su bianco per un certo tipo di coerenza. Abbiamo criticato il modello sovietico del Pnrr già a partire dal 2019. Poi ai tempi di Mario Draghi. E anche oggi critichiamo l’abbinata bollette- Pnrr, per i rischi e i pericoli sopra descritti. Ribadiamo l’importanza di trovare una alternativa anche se ci sembra che le possibilità siano minime. Ma per favore l’ultima a poter strillare contro gli aumenti delle bollette è l’attuale opposizione. Pd e 5 stelle. Passi la Schlein che ha il pregio su molti temi di avere una ignoranza enciclopedica, ma a lasciarci basiti è Giuseppe Conte. Lui ha plurime colpe. A lui si deve il cul de sac in cui ci siamo infilati. È stato Conte nel 2019 ad avviare la partita del Pnrr. Ha passato il testimone a Draghi per una serie di motivi che non stiamo qui a inanellare. Ma certamente l’Ue è stata contenta di avere un nuovo interlocutore, al quale Conte ha tenuto bordone. La scelta di aprire il mercato dell’idroelettrico è stata siglata dal precedente esecutivo con l’ok del leader grillino. Sempre lui ha detto sì al passaggio al mercato libero delle bollette. E ora che fa? Parla e parla. «Portare 12 milioni di nuclei familiari dal mercato tutelato al mercato libero, rischia di aggravare le difficoltà economiche di queste famiglie», ha detto all’indomani del cdm, «che già vivono il problema dell’inflazione, del caro mutui, adesso si potrebbe aggiungere anche il caro energia, ed è una decisione che in questo momento assolutamente va scongiurata». La realtà è che pochissimi politici capiscono di energia. E gli italiani non se ne occupano. Sono vittime di propaganda green e di interventi scollegati dalle reali esigenze. Abbiamo apprezzato che la Lega per bocca di Matteo Salvini abbia chiesto un braccio di ferro con l’Ue proprio sul tema del mercato tutelato. Ma perché solo a cdm avvenuto? Conoscevamo tutti da cinque settimane il tipo di spada che pendeva sulle teste delle aziende e delle famiglie italiane... non era il caso di discuterne apertamente? Il ministro Raffaele Fitto, che tiene i rapporti con l’Ue, l’altro giorno ha risposto stizzito al collega vice ministro. Comprendiamo anche lui. La pratica è complessa e non può essere ridotta a slogan. Per di più il Pnrr ormai è un vincolo e se non lo portiamo avanti ci troviamo cornuti e mazziati. Insomma, nessuno sta capendo a pieno il pignoramento in atto degli asset energetici italiani e la necessità di rivedere l’intero sistema. Ma per favore da Conte e compagni ci aspettiamo il silenzio e non le pagliacciate. Su Pnrr e bollette ci hanno venduti loro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/schlein-e-conte-i-saltimbanchi-del-pnrr-2666393209.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="al-via-la-mini-trattativa-a-bruxelles" data-post-id="2666393209" data-published-at="1701289074" data-use-pagination="False"> Al via la mini trattativa a Bruxelles Oggi a Bruxelles ci sarà un tavolo tecnico per capire se si riuscirà ad ottenere una proroga sul mercato tutelato dell’energia. Verrà richiesto maggior tempo alla Commissione Ue per ottimizzare il sistema nel suo complesso. Parliamo per esempio della questione delle aste, della comunicazione o dei rid bancari. Al momento non si è infatti ancora trovata una soluzione su quest’ultimo aspetto, che risulta essere però di particolare importanza nel processo del passaggio dal mercato tutelato a quello libero dell’energia. La comunicazione alle famiglie italiane, poi, per il momento non è ancora avvenuta, e anche questo aspetto deve essere colmato, per dare informazioni e indicazioni precise e puntuali sul cambiamento. «Nel corso del 2024 il mercato libero deve andare a regime e bisogna stabilirne le modalità - ha sottolineato il ministro Pichetto Fratin intervenendo a 24 Mattino su Radio 24 - il ragionamento attuale è su qualche mese, anche per una grande campagna pubblicitaria che Arera e l’Acquirente unico devono fare, perché è fondamentale dare il massimo delle informazioni». Ciò al fine di «avere il massimo del controllo contro gli abusi, anche perché i venditori sono 600». I tempi per convincere Bruxelles di un possibile rinvio risultano però essere veramente stretti, dato che entro il 4 dicembre, cioè una settimana prima della presentazione delle proposte dei vari venditori per le aste, si dovrà sapere con certezza le tempistiche di entrata in vigore del mercato libero dell’energia. Questo perché i vari operatori devono avere il tempo tecnico per poter calibrare la loro strategia di offerta. E dunque, il confronto di oggi con la Commissione si rivela essere più cruciale che mai, per una possibile proroga. In termini numerici parliamo di 4 milioni di utenze che saranno interessate dalle aste di dicembre nel settore energia e che, nel caso in cui non volessero scegliere un operatore del mercato libero, verrebbero assegnate per tre anni al venditore che si aggiudicherà l’asta territoriale del caso. Per i 5 milioni di soggetti fragili (over, 65, terremotati, possessori di 104, e dei bonus sociali), non si pone il problema per due motivi. Il primo perché il passaggio al mercato libero avverrà il 1° gennaio 2025 e il secondo perché quando dovranno abbandonare il mercato tutelato quello libero si sarà già rodato. La scelta dell’operatore sul mercato libero dell’energia non sarà indolore, dato che al momento, secondo i dati Arera, c’è solo un 10% di offerte più conveniente rispetto al tutelato. Per quanto riguarda invece il gas, la questione, in termini tecnici, è molto più semplice, dato che il mercato risulta essere maggiormente in equilibrio, non essendoci una società monopolista nel settore. Per questo, il passaggio al mercato libero avverrà il 1° gennaio 2024. Ovviamente anche in questo caso si potrà scegliere di non scegliere, rimanendo con l’operatore attuale che andrà ad applicare la tariffa placet (si avrà un prezzo libero a condizioni equiparate di tutela, approvato dall’autorità). La fine del mercato tutelato dell’energia non è però l’unico tema delicato contenuto nel decreto Energia. La federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche (Anie), ieri ha infatti previsto, basandosi sulle misure presenti nell’ultimo decreto Energia, della legge di Bilancio 2024 e considerando anche le ultime dinamiche inflattive, che ci sarà un costo in rapida crescita per l’energia derivante da fonti rinnovabili. Il motivo? «Il fondo di compensazione alimentato dai proprietari di impianti superiori ai 20 kilowatt e la tassazione dei contratti di diritto di superficie di durata ventennale per gli impianti Fer (fonti energia rinnovabili) sono misure inaspettate che vanno nella direzione opposta agli obiettivi fissati per il 2030», sottolinea Alberto Pinori, presidente di Anie rinnovabili. La bozza del decreto Energia prevede infatti la creazione di un fondo dove i produttori di energia a fonte rinnovabile, proprietari di impianti di potenza superiore a 20 kilowatt dovranno versare un contributo di 10 euro per kilowatt per tre anni a partire dal 1° gennaio 2024. Questo avrà dunque un impatto negativo sugli impianti Fer con un conseguente aumento dei prezzi.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara