Sceneggiata della sinistra sul cinema. Solo limature sui contributi pubblici

Nonostante le barricate del mondo di sinistra, il governo ha deciso di tirare dritto anche sulla riforma degli aiuti al cinema. L’articolo 14 della manovra infatti conferma le modifiche al sistema del tax credit. In particolare, «per le opere cinematografiche, l’aliquota è ordinariamente prevista nella misura del 40%», come in precedenza. La novità è che però il beneficio in alcuni casi potrebbe essere inferiore, visto che «è fatta salva la possibilità, nello stesso decreto, di prevedere aliquote diverse o escludere l’accesso al credito d’imposta», anche «in relazione alle dimensioni di impresa o gruppi di imprese, nonché in relazione a determinati costi eleggibili o soglie di costo eleggibile, ferma rimanendo la misura massima del 40%». Invece, per quel che riguarda le opere audiovisive, «l’aliquota del 40% può essere prevista in via prioritaria per le opere realizzate per essere distribuite attraverso un’emittente televisiva nazionale e, congiuntamente, in coproduzione internazionale ovvero per le opere audiovisive di produzione internazionale. È fatta salva la possibilità, nello stesso decreto, di prevedere differenziazioni». Entro 120 giorni verranno emanati i decreti per stabilire aliquote, limiti e beneficiari dei crediti di imposta.
Più che di un taglio drammatico che potrebbe affossare l’intero settore, come sostenuto da attori e registi, e impedire a opere di nicchia di vedere la luce, si tratta di un aggiustamento e di una limatura. Basti pensare che nel 2023 le risorse del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e audiovisivo sono state pari a 746 milioni di euro. E che il ministro alla Cultura Gennaro Sangiuliano ha spiegato che il taglio in totale ammonterà a circa 36 milioni di euro, non ai 100 che erano stati paventati in un primo momento. «Sono stato crocifisso sui giornali da una casta molto, molto ricca, solo perché mi sono permesso di dire che nel cinema italiano ci sono cose sospette, che fanno riflettere: film che ricevono milioni e milioni di contributi pubblici e vengono visti da pochissime persone», aveva denunciato il ministro. Nel 2021 il Fondo aveva toccato il record di 885,4 milioni, più del doppio rispetto ai 423,5 milioni del 2017. D’altronde, le richieste di tax credit sono esplose: nel 2019 riguardavano 122 opere, nel 2021 addirittura 464 e nel 2022 «solo» 409.
Per capire le storture del sistema basta guardare i dati. Come rivelato dalla Verità, a fronte di lauti aiuti pubblici spesso le pellicole nelle sale si rivelano dei flop. Per fare qualche esempio, Sherlock Santa e Ladri di Natale di Francesco Cinquemani sono costati complessivamente 15 milioni, con un contributo statale di 4 milioni e un incasso di 13.000 euro. Mentre Prima di andare via di Massimo Cappelli, che ha ricevuto 700.000 euro di contributi pubblici, ha attirato appena 29 spettatori. Venti film hanno avuto meno di 1.000 spettatori ciascuno, per un incasso medio di poco più di 2.000 euro, a fronte di un contributo pubblico totale di 11,5 milioni.
Tra l’altro vengono aiutati non solo registi emergenti, che senza il sostegno dello Stato farebbero fatica a esordire, ma anche star. We are who we are, miniserie di Luca Guadagnino per Hbo e Sky atlantic, è stata finanziata dal Fondo per il cinema per 13,2 milioni, con 2,4 milioni di compenso al regista. E ai produttori della doppia serie A casa tutti bene 1 e 2 di Gabriele Muccino, con attori del calibro di Pierfrancesco Favino, Stefano Accorsi e Laura Morante, sono arrivati in totale 6,3 milioni con il credito d’imposta.
Il governo però ha messo in campo altre misure per aiutare il comparto sostenendo i cinema, ancora vittime dell’onda lunga del Covid che ha falcidiato gli spettatori: nel 2022 sono scesi del 50% rispetto al 2019. Per questo sono previsti crediti d’imposta dal 20 al 40% delle spese sostenute per realizzare nuove sale o ripristinare sale inattive e del 40% dei costi di funzionamento delle sale, se gestite da grandi gruppi, o del 60% se gestite da piccole imprese.





