Oltre 3.000 agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Deposito container in Cina (Ansa)
Nel 2025 si temeva il crollo dell’export verso gli Usa per i dazi. Invece è salito del 7,2% e il surplus ha rallentato a 34 miliardi. Import da Pechino +16,4% e -6,6% di esportazioni.
Mentre i riflettori europei erano accesi sui dazi imposti dal presidente americano Donald Trump, non ci accorgevamo che la Cina ci invadeva con i suoi prodotti. Un assalto al mercato europeo che si è intensificato nel 2025 usando anche la triangolazione con Paesi del Sud Est asiatico, come Vietnam e Cambogia per bypassare lo sbarramento delle tariffe. L’invasione ha approfittato anche del fatto che tutta l’attenzione politica e mediatica era rivolta al «gigante cattivo» cioè gli Stati Uniti.
Dalla tabella dell’Istat che riporta i saldi della bilancia commerciale italiana con i Paesi extra Ue, emerge che mentre le esportazioni verso gli Usa nel 2025 hanno continuato ad aumentare (+7,2%) nonostante la politica dei dazi, determinando con Washington un surplus commerciale di 34,2 miliardi di euro a fronte di importazioni in crescita del 34,2%, c’è stato un intensificarsi del flusso di merci provenienti dalla Cina (+16,4%), che hanno creato un deficit commerciale di 46,3 miliardi di euro per l’Italia con una riduzione del 6,6% delle esportazioni. Basti pensare che l’anno precedente, nel 2024, le importazioni avevano avuto un incremento del 6,9%. Nel 2025 quindi c’è stato un raddoppio.
Nel 2025 la Cina ha segnato complessivamente un nuovo record nella sua bilancia commerciale, registrando un surplus di 1.189 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto ai 993 miliardi dell’anno precedente. Un risultato che conferma la centralità dell’export nell’economia del Dragone, nonostante le continue pressioni commerciali provenienti dagli Stati Uniti e un quadro geopolitico instabile. L’aumento del surplus è il frutto combinato di un’espansione delle esportazioni del 5,5% e di importazioni sostanzialmente stabili. Solo nel mese di dicembre, il surplus ha toccato i 114,1 miliardi, segnando il settimo mese consecutivo sopra i 100 miliardi.
Un dato interessante considerando che il commercio con gli Stati Uniti è in contrazione. L’anno scorso le esportazioni verso il mercato americano sono crollate del 20%, con un calo del 30% solo a dicembre. A compensare questa perdita è stato l’aumento delle vendite in altre aree del mondo. Le esportazioni verso l’Unione europea sono cresciute dell’8,4%.
La Cina quindi ha reagito alla chiusura del mercato americano dirottando parte della produzione verso Paesi alternativi, sfruttando anche una rete capillare di porti internazionali, oltre un centinaio, che le consente una flessibilità logistica fuori portata per molti concorrenti. Ha ridisegnato la mappa dei mercati di sbocco, ovvero meno Stati Uniti e più Asia (+13%) e Europa.
I dati ci raccontano anche un’altra realtà, ovvero che la bassa domanda interna del Dragone si traduce in altrettanto basse importazioni e nella necessità per le imprese di vendere all’estero gli eccessi delle rispettive produzioni. I consumi delle famiglie pesano per meno del 40% del Pil contro quasi il 70% negli Usa e intorno al 52% nell’Unione Europea. Viceversa, gli investimenti risultano doppi rispetto alla quota in Ue e Usa con un rapporto stabile sopra il 40%.
Quella cinese era un’invasione annunciata da quando il presidente Donald Trump annunciò i dazi. Bruxelles non ha fatto quasi nulla per arginare tale marea, salvo immaginare un’imposta di 2 euro sui pacchi di basso valore e raddoppiare i dazi sull’acciaio. Poca cosa. È il segnale del fallimento della Commissione Ue nell’incapacità di reagire con politiche accorte. Un esempio è la miopia della Germania che aveva pensato di conquistare il mercato cinese con le sue auto ma ha finito per comprarle da Pechino e chiudere i propri stabilimenti.
Ma c’è un altro pericolo che incombe. Sempre l’Istat evidenzia che le importazioni sono aumentate particolarmente anche dai Paesi del Sudamerica (+15%). Il recente accordo commerciale siglato dalla Commissione europea con i Paesi del Mercosur è destinato a spalancare anche queste porte.
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Si cercano accordi con Sudamerica o India mentre a casa nostra rallentano gli scambi. Scendono consumi e redditi, ride la Cina.
La morbosa attenzione riservata ai dazi imposti da Donald Trump non ha portato bene all’Unione europea, che continua a picconare quella che dovrebbe essere la sua reale ragione d’essere, ovvero il mercato unico.Secondo una bozza del rapporto annuale sulla salute del mercato unico dell’Unione, il commercio tra gli Stati membri in percentuale sul Pil è sceso dal 23,8% del 2023 al 22% del 2024. La bozza del documento, la cui versione ufficiale è attesa per la fine di questo mese, è stata vista dal Financial Times che ha rilanciato la notizia. Dopo avere scandagliato il rapporto dello scorso anno, noi aggiungiamo che anche nel 2023 il dato era in calo, rispetto ad un 2022 in cui la percentuale era al 26% del Pil europeo.
Il calo del valore del mercato unico dimostra che quello che avrebbe dovuto essere un grande ammortizzatore rispetto agli shock esterni, il mercato unico appunto, in realtà funziona sempre meno.
Per come è l’architettura finanziaria dell’Unione europea, del resto, non può che essere così. L’Ue si è dedicata a cercare di mantenere le proprie quote di export verso gli Stati Uniti, si è preoccupata di stipulare nuovi accordi commerciali come il Mercosur, dialoga costantemente con Cina e India per aumentare gli scambi. Bruxelles cioè ha fatto di tutto tranne che aiutare il mercato unico a svolgere la propria funzione assorbente degli shock della domanda estera.
Naturalmente, il rapporto cita molti ipotetici motivi per questa débâcle, tra cui le norme nazionali frammentate, la burocrazia, l’eccessiva regolazione. Ma la realtà è che il modo per far crescere il mercato unico sarebbe sostenere la domanda interna, ridare potere d’acquisto ai salari e proteggere l’Unione dal dumping asiatico.
Peccato che questi strumenti siano preclusi dalle rigide norme del Patto di stabilità, funzionali all’architettura stessa della moneta unica, l’euro, e contrari alla natura stessa dell’Ue. Essendo quella europea un’economia guidata dalle esportazioni, i mercati interni all’Unione sono depressi, alla ricerca spasmodica di una competitività costruita sulla compressione dei salari.
L’integrazione monetaria ha in realtà favorito una disintegrazione economica reale tra i Paesi membri, forzando aggiustamenti recessivi che danneggiano il mercato unico. Un meccanismo ben descritto nello studio Monetary integration vs. real disintegration: single currency and productivity divergence in the euro area, di Alberto Bagnai e C.A. Mongeau Ospina pubblicato sul Journal of Economic Policy Reform nel 2018.
Secondo il Financial Times, nel rapporto della Commissione è scritto che «il mercato unico è la nostra risorsa migliore per contrastare le pressioni esterne ed è giunto il momento di sfruttare i suoi punti di forza». Una frase certamente foriera di qualche nuovo regolamento escogitato a Bruxelles con chissà quali fantastici rimedi, nella certezza che sarà ignorata l’unica cosa sensata da fare.
Ieri poi la Bce, sul bollettino economico n. 8, ha diffuso alcuni dati sul monitoraggio del commercio globale. Emerge che dopo il tonfo registrato nel secondo trimestre 2025, il commercio mondiale è in netta ripresa ed è tornato a crescere nella media storica trimestrale registrata tra il 2016 e il 2024, ovvero 0,8%. A quanto pare, insomma, chi paventava una catastrofe del commercio globale dopo l’ondata di dazi imposti da Donald Trump si sbagliava di grosso.
I dati della bilancia dei pagamenti europea diffusi ieri da Eurostat lo confermano. Se il saldo è positivo (surplus), significa che il Paese è un creditore netto rispetto ai partner commerciali, se è negativo (deficit), il Paese è debitore verso l’estero.
Ebbene, nel terzo trimestre del 2025, l’Unione europea ha registrato un surplus delle partite correnti di 57,3 miliardi di euro (pari all’1,2% del Pil). Si tratta però di un valore in netto calo dagli 80,5 miliardi di euro del secondo trimestre e dai 96 miliardi del quarto trimestre 2024. Nella sola area euro il surplus è stato di 45,8 miliardi, in netto calo rispetto al trimestre precedente (83,7 miliardi) e al corrispondente trimestre del 2024, quando il surplus fu di ben 88,2 miliardi di euro.
L’Ue ha registrato i surplus più alti nei confronti di Regno Unito (+75,7 miliardi, era 69,2 nel terzo trimestre 2024), Canada (+12 miliardi, in calo dai 13,7 del terzo trimestre 2024) e Usa (+9,2 miliardi, in netto calo rispetto ai +25 miliardi dello stesso trimestre del 2024). Al contrario, ha registrato un forte deficit con la Cina (-58,3 miliardi, in peggioramento rispetto a -49,5 del terzo trimestre 2024). Deficit anche con l’India, sia pure in diminuzione (-0,3 miliardi nel terzo trimestre 2025 contro -0,7 dello stesso periodo del 2024).
Tra le pieghe del comunicato Eurostat vi sono alcune chicche. Ad esempio, sulle sole merci, nel terzo trimestre il deficit Ue con la Cina è peggiorato passando da 64,6 miliardi del 2024 a 70,1 miliardi del 2025.
Negli stessi periodi, il saldo merci con gli Stati Uniti è invece rimasto invariato a +66,5 miliardi. Dunque, l’Ue non è morta, seppellita dai dazi americani. Piuttosto, con gli Usa è peggiorato di molto il saldo dei servizi, da -30,8 miliardi a -41,6 miliardi.
A livello di Stati membri Ue, la Germania ha fatto registrare un saldo delle partite correnti di 41 miliardi nel terzo trimestre, in calo rispetto a tutti i trimestri precedenti dell’anno. In crescita l’Italia, con un surplus di 14,4 miliardi, in salita dai 10,3 del trimestre precedente e +5 miliardi rispetto allo stesso trimestre del 2024. Male la Francia, che inanella il terzo deficit consecutivo dell’anno (-4,8 miliardi di euro).
Mentre le leggi dell’economia fanno il proprio mestiere, insomma, l’Unione europea resta prigioniera delle proprie contraddizioni. Il surplus estero comincia a calare e il mercato unico non è in grado di assorbire lo shock, per la natura austeritaria delle politiche fiscali europee. Non sarà qualche nuovo piano Draghi a salvare la situazione.
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Luiz Inácio Lula da Silva (Ansa)
L’ambasciata a Roma organizza una Masterclass. Senza tariffe l’export in Germania crescerà a nostre spese.
Gli impatti economici del Mercosur per l’Ue non solo sono modesti come emerge da uno studio del Parlamento europeo, riportato dalla Verità domenica scorsa, ma rischia di spalancare un portone, all’ingresso di prodotti dal blocco Brasile-Argentina-Paraguay-Uruguay con una concorrenza insidiosa per le nostre aziende. La Commissione Ue ha promesso che avvierà un’indagine per tutelare i produttori puniti da una concorrenza low cost se il prezzo è inferiore di oltre il 5% a parità di prodotto, ma con quali tempi e con quale capillarità è tutto da vedere.
Intanto i Paesi sudamericani con le immense distese agricole, i sussidi governativi importanti, una strategia di marketing serrata e soprattutto non dovendo sottostare agli standard di produzione stringenti imposti dalle regole europee, rappresentano un competitor temibile per l’Europa e per l’Italia. L’argine che sarebbe dovuto arrivare dalla sigla dell’accordo del Mercosur non c’è stato per la mancanza delle regole di reciprocità. E questi Paesi sono pronti ad approfittarne.
È il caso del Brasile che sta attuando una politica molto spinta per promuovere i suoi prodotti nella Ue e nel nostro Paese. Conosciuto soprattutto per il caffè, sta guadagnando sempre più presenza a livello internazionale anche come produttore di vino. Con circa 85.000 ettari di vigneti e un clima favorevole, è diventato il terzo Paese del Sudamerica per superficie vitata, subito dopo Argentina e Cile. La viticoltura in Brasile si è sviluppata grazie all’immigrazione europea, in particolare di italiani e tedeschi che hanno portato la conoscenza della coltivazione della vite nella Serra Gaucha, nella regione del Rio Grande do Sul, divenuto il centro principale della produzione vinicola del Paese. E proprio questa regione, che i brasiliani paragonano alla Champagne, negli ultimi decenni si è rivelata adatta alla produzione di spumanti che oggi rappresentano una quota particolarmente importante del mercato vinicolo brasiliano con un consumo interno che negli ultimi tre anni ha raggiunto circa 30 milioni di litri con tassi di crescita annui a due cifre. Ora puntano ad avere uno sbocco importante sul mercato europeo anche se la concorrenza con Francia e Italia è ancora difficile da scalfire. E per promuovere la propria industria delle «bollicine», l’ambasciata del Brasile ha organizzato per la prossima settimana, nella sua sede di Roma, una Masterclass di Spumanti per presentare il meglio della produzione nazionale.
Saranno presenti brand quali Salton, una delle realtà storiche della Serra Gaucha, fondata nel 1910 da un immigrato dal Veneto, Antonio Domenico Salton e ora uno dei principali produttori vinicoli del Paese sudamericano, Miolo Wine Group e Casa Valduga. Un’operazione che punta a far conoscere i «campioni locali» superando il luogo comune che il Brasile sia solo caffè e a fare quel salto in avanti, nel mercato italiano, anche approfittando del recente accordo sul Mercosur.
Gli spumanti hanno un ruolo da protagonisti nelle esportazioni dei vini dal Brasile. A seguito del progetto Wines of Brazil, nel periodo 2024-2025 l’export di vini e spumanti è cresciuto oltre il 20% passando da circa 4,5 milioni a 5,4 milioni di dollari. Gli spumanti sono il vero motore delle vendite in Europa: il fatturato del segmento è aumentato di quasi il 30%. I principali mercati di sbocco nel Vecchio Continente sono la Lettonia, che funge da hub logistico per l’Est Europa, e la Germania. Questa in particolare ha mostrato una crescita importante. Italia e Francia al momento sono difficili da penetrare ma l’attenzione tedesca ai prodotti brasiliani rappresenta comunque una minaccia per le nostre esportazioni.
Il rapporto commerciale tra Brasile e Italia nel settore vinicolo è asimmetrico. L’Italia, essendo il primo produttore mondiale di vino (47,3 milioni di ettolitri previsti nel 2025), importa pochissimo prodotto brasiliano. Le esportazioni dei produttori brasiliani sono orientate soprattutto verso i Paesi limitrofi come Paraguay, Uruguay e Stati Uniti. L’Italia è invece uno dei principali fornitori del Brasile che nel 2024 ha acquistato vini italiani per circa 43,2 milioni di dollari con una crescita prevista del 14% per il 2025.
«La mancanza dei principi di reciprocità nell’accordo del Mercosur consente al blocco del Sudamerica di continuare a produrre vini e spumanti a costi molto bassi perché non devono rispettare le regole europee» spiega l’amministratore delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia, e sottolinea che «una volta aboliti i dazi potranno fare concorrenza ai nostri vini e spumanti di fascia di prezzo medio bassa e in nostri mercati di riferimento come la Germania».
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2025-12-27
Studio di Bankitalia smonta i catastrofisti. L’export in America non ha perso coi dazi
iStock
Le imprese che vendono negli States hanno visto calare i margini di appena lo 0,3%. Preoccupa di più l’aumento di import cinese.
Gli economisti avevano pronosticato sfaceli, crisi del sistema produttivo, crollo del Pil, ma a nove mesi (il 2 aprile scorso il primo annuncio di tariffe del 10% su tutte le importazioni mondiali) dall’ondata di dazi imposti dal presidente americano Donald Trump il cataclisma non c’è stato. Semmai, il maggior impatto si è avuto in modo indiretto dalle imposte doganali applicate alla Cina che, vedendosi sbarrato il mercato degli Stati Uniti, ha riversato un’ondata di merci sull’Europa.
A far risuonare le sirene d’allarme in Italia un po’ tutti i settori produttivi, che disegnando scenari apocalittici sono corsi a chiedere aiuti pubblici. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire, senonché questa narrazione è stata smentita dai fatti, passati in sordina.
A fare un bilancio degli effetti dei dazi americani sul tessuto produttivo è uno studio della Banca d’Italia: «Gli effetti dei dazi statunitensi sulle imprese italiane: una valutazione ex ante a livello micro» (Questioni di Economia e Finanza n. 994, dicembre 2025). Un punto innovativo del report riguarda il rischio che i prodotti cinesi, esclusi dal mercato statunitense dai dazi, vengano «dirottati» verso altri mercati internazionali (inclusa l’Europa), aumentando la concorrenza per le imprese italiane in quei territori.
Dall’analisi di Bankitalia emerge che, contrariamente a scenari catastrofici, l’impatto medio è, per ora, contenuto ma eterogeneo. Prima dello choc, gli esportatori verso gli Usa avevano un margine medio di profitto del 10,1%. Si stima che i dazi portino a una riduzione dei margini di circa 0,3 punti percentuali per la maggior parte delle imprese (circa il 75%). Questa fluttuazione è considerata gestibile, poiché rientra nelle normali variazioni cicliche del decennio scorso. Vale in linea generale ma si evidenzia anche che una serie di imprese (circa il 6,4% in più rispetto al normale) potrebbe subire perdite severe, nel caso di dazi più alti o con durata maggiore. Si tratta di aziende che vivono in una situazione particolare, ovvero i cui ricavi dipendono in modo massiccio dal mercato americano (il 6-7% che vive di solo export Usa, con margini ridotti) e che operano in settori con bassa elasticità di sostituzione o dove non è possibile trasferire l’aumento dei costi sui prezzi finali.
I tecnici di Bankitalia mettono in evidenza un altro aspetto del sistema di imprese italiane: oltre la metà dell’esposizione italiana agli Usa è di tipo indiretto. Molte Pmi (piccole e medie imprese) che non compaiono nelle statistiche dell’export sono in realtà vulnerabili perché producono componenti per i grandi gruppi esportatori. L’analisi mostra che i legami di «primo livello» (fornitore diretto dell’esportatore) sono i più colpiti, mentre l’effetto si diluisce risalendo ulteriormente la catena di produzione.
Si stanno verificando due comportamenti delle imprese a cominciare dal «pricing to market». Ovvero tante aziende scelgono di non aumentare i prezzi di vendita negli Stati Uniti per non perdere quote di mercato e preferiscono assorbire il costo del dazio riducendo i propri guadagni. Poi, per i prodotti di alta qualità, il made in Italy d’eccellenza, i consumatori americani sono disposti a pagare un prezzo più alto, permettendo all’impresa di trasferire parte del dazio sul prezzo finale senza crolli nelle vendite.
Lo studio offre una prospettiva interessante sulla distribuzione geografica e settoriale dell’effetto dei dazi. Anche se l’impatto è definito «marginale» in termini di punti percentuali sui profitti, il Nord Italia è l’area più esposta. Nell’asse Lombardia-Emilia-Romagna si concentra la maggior parte degli esportatori di macchinari e componentistica, e siccome le filiere sono molto lunghe, un calo della domanda negli Usa rimbalza sui subfornitori locali. Il settore automotive, dovendo competere con i produttori americani che non pagano i dazi, è quello che soffre di più dell’erosione dei margini. Nel Sud l’esposizione è minore in termini di volumi totali.
Un elemento di preoccupazione non trascurabile è la pressione competitiva asiatica. Gli Usa, chiudendo le porte alla Cina, inducono Pechino a spostare la sua offerta verso i mercati terzi. Lo studio avverte che i settori italiani che non esportano negli Usa potrebbero comunque soffrire a causa di un’ondata di prodotti cinesi a basso costo nei mercati europei o emergenti, erodendo le quote di mercato italiane.
Bankitalia sottolinea, nel report, che il sistema produttivo italiano possiede una discreta resilienza complessiva. Le principali indicazioni per il futuro includono la necessità di diversificare i mercati di sbocco e l’attenzione alle dinamiche di dumping o eccesso di offerta derivanti dalla diversione dei flussi commerciali globali.
Questo studio si affianca al precedente rapporto che integra queste analisi con dati derivanti da sondaggi diretti presso le imprese, confermando che circa il 20% delle aziende italiane ha già percepito un impatto negativo, seppur moderato, nella prima parte dell’anno.
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