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2022-06-08
Lega e Tg2 si svegliano sul voto in maschera
Il governo non informa gli italiani sui referendum di domenica, però fa sapere che bisogna presentarsi ai seggi mascherati. Come dire, andate al mare così respirate meglio. La circolare firmata a quattro mani dai ministri Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, rispettivamente con deleghe alla Salute e all’Interno, e che nessuna obiezione ha suscitato all’interno dell’esecutivo, rappresenta il boicottaggio definitivo del voto per abrogare alcune importanti norme in materia di giustizia.
Già i cinque quesiti, proposti da Lega e radicali e ammessi dalla Consulta, sono ignoti alla maggior parte dei cittadini e quasi nessuno si preoccupa di spiegarli in tv o sui giornali. Se poi aggiungiamo che l’associazione urne per le amministrative e per il referendum nello stesso giorno, «sfugge» ai più, sarà decisamente dura superare il quorum di partecipazione. L’operazione al voto con la maschera è, dunque, l’ultima spallata al diritto di esprimersi su separazione delle carriere dei magistrati, o sull’opportunità di eliminare la custodia cautelare durante le indagini, per delitti puniti fino a cinque anni di carcere o quattro di domiciliari.
La circolare che detta le regole sul bavaglio ai seggi è la numero 48 dell’11 maggio scorso, indirizzata a prefetti e Regioni. Ancora una volta ci tocca leggere che il protocollo sanitario e di sicurezza, per lo svolgimento delle consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2022, si avvale delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico. Quel Cts sciolto, cancellato con la fine dello stato di emergenza lo scorso 31 marzo ma che ritorna buono per dettare misure che «si basano sui principi cardine che hanno caratterizzato le scelte e gli indirizzi tecnici delle strategie di prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2».
I due ministri hanno così deciso che per poter votare bisognerà indossare la chirurgica, ma non la Ffp2 (bontà loro), e che i componenti dei seggi dovranno vigilare perché nessuno entri privo di bavaglio. Altrimenti che cosa succede? L’elettore non riceve le schede e se ne torna a casa, senza votare? O assieme ai dispenser di gel idroalcolico da passare su mani e matita a più riprese, saranno a disposizione dpi per coloro che non hanno letto la geniale circolare? Mascherine inutili, per non dire dannose, circolano in abbondanza e pagate con i nostri soldi, magari non sarebbe una cattiva idea offrirle ai distratti.
Anche perché, nell’election day, non si vota solo sui quesiti referendari, a molti indigesti, ma pure per il rinnovo delle amministrazioni locali in 974 Comuni. Il parlamentare della Lega, Claudio Borghi ha presentato un’interrogazione: «Poiché è possibile che una larga parte della popolazione rischi di essere respinta al seggio in quanto sprovvista della mascherina, da tempo non più richiesta per le comuni attività quotidiane», chiede «che cosa si intende fare per garantire urgentemente il diritto di voto a tutti».
La mascherina è sparita quasi ovunque, nessuno è tenuto a conservarla in tasca per ogni evenienza, come era necessario fino al mese scorso. «Noi facciamo ricorso come Lega al Tar, quantomeno per la maturità e anche per le elezioni di domenica prossima, perché se dimentichi la mascherina al seggio ti rimandano a casa», ha annunciato Matteo Salvini. Per poi aggiungere: «Da milanista ho festeggiato con centinaia di migliaia di persone in giro per Milano, ai concerti di Vasco ci sono 100.000 persone, ovunque sei tornato a vivere e a respirare normalmente, in classe o al seggio elettorale no. Mi sembra veramente una perversione ideologica senza alcuna ragione scientifica».
Feroce il post dell’infettivologo Matteo Bassetti, che ieri sui social commentava: «In Italia non si contagia e non ci si contagia con il Covid ballando la macarena in discoteca, scegliendo i pomodori al supermercato e comprando le Zigulì in farmacia, ma votando per amministrative e referendum sì». Per poi affondare sull’inutilità della misura prevista: «Questa è l’ultima, altissima evidenza medico scientifica partorita dalla burocrazia italiana. A sto’ punto potevano obbligare all’uso della Ffp2 per votare i referendum, mentre per le amministrative forse poteva bastare la chirurgica», ironizza il direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, dove ieri è stato dimesso l’ultimo paziente ricoverato per Covid.
Implacabile anche il giudizio di Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’ospedale Sacco di Milano: «Alle urne in mascherina? È una misura che non ha alcun nessun senso. Se stiamo senza mascherina al ristorante, non si capisce perché per andare a votare dovremo mettercela». Per il professore di igiene, Fabrizio Pregliasco, invece «le mascherine alle urne hanno un senso e hanno un’utilità. Sono una giusta misura di attenzione in un momento di assembramento istituzionale». Non ha spiegato la differenza tra l’andare in un supermercato affollato senza obbligo di bavaglio e il momento del voto, con tanto di numero limitato di accesso ai seggi.
In Rai si sveglia il «Tg2». Ma solo per un’ora
Ma domenica c’è un referendum sulla giustizia? Parrebbe di sì, anche se finora un silenzio peloso è sceso a coprirne i forti significati riformisti, sollecitato dai due partiti delle procure (Pd e Movimento 5 stelle), dai magistrati medesimi e dal mondo dell’informazione, soprattutto televisivo, in massima parte appiattito sui desiderata del Nazareno. La speranza dei custodi dello status quo si concentra sull’eventuale mancato raggiungimento del quorum (50% degli elettori più uno) da parte del fronte del Sì in un weekend destinato alla prima tintarella.
Almeno così spera il ministero dell’Interno di Luciana Lamorgese che ha piazzato la consultazione in mezzo a giugno. Eppure. Eppure il delitto perfetto potrebbe fallire perché, dopo l’indignazione pubblica dei promotori (radicali e Lega) e lo sciopero della fame del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della tesoriera del partito radicale Irene Testa e di 200 fra dirigenti e militanti, qualcosa di sostanziale si muove per evitare, come ha denunciato Matteo Salvini, «un furto di democrazia». Il leader leghista ha aggiunto: «È un’occasione storica per milioni di italiani di fare riforme che la politica non ha saputo fare negli ultimi 30 anni». Contro il silenzio dell’establishment ha cominciato a funzionare una campagna di informazione alternativa, via social, per sensibilizzare i distratti e gli scettici, con una frase di Enzo Tortora come stella polare. «Solo tre categorie di persone non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati».
Ieri, dopo una deplorazione dell’Agicom, si è svegliata anche la Rai. O meglio il Tg2 di Gennaro Sangiuliano, il meno lottizzato a sinistra, che ha invitato il segretario radicale a un dibattito sui referendum della durata di un’ora. «Meglio tardi che mai», il commento di Maurizio Turco. «Questa è una timida e insufficiente riparazione alla violazione del diritto dei cittadini a essere informati che abbiamo denunciato a fine maggio. Difficilmente riusciremo a recuperare il silenzio che ha accompagnato questa campagna referendaria, siamo comunque riusciti a iscrivere la questione giustizia nell’agenda politica di questo Paese e, grazie a Salvini e alla Lega, a votare i referendum per una giustizia giusta a 25 dal tradimento del referendum Tortora per la responsabilità civile dei pm. Il recupero di questi spazi dimostra che, se la Rai vuole, può fare servizio pubblico. Cosa che non ha fatto dalla metà di febbraio a oggi, mandando in onda brevi spazi referendari per un pubblico inesistente visto l’orario».
Un ruolo decisivo ha avuto Calderoli, che ha scritto al premier Mario Draghi «perché tra i tanti messaggi mandi anche quello di invitare la gente al voto». Poi ha aggiunto: «Inneggiavo a Mani pulite, oggi lotto con i radicali per i referendum. Ho sentito storie di innocenti arrestati all’alba che mi hanno sconvolto. La giustizia va riformata, il parlamento non sa farlo, ci pensi il popolo».
I cinque quesiti riguardano la modifica della legge Severino; l’abrogazione della custodia cautelare alla sudamericana, retaggio di Tangentopoli; la decisiva separazione delle carriere fra giudici e pm; le valutazioni sull’operato dei magistrati (oggi il Csm di fatto non sanziona nessuno) e le candidature al Csm per tarpare le ali alle correnti politicizzate. Tre dei cinque punti entrano ed escono anche dall’aula del parlamento poiché sono alla base della discussa riforma della Guardasigilli Marta Cartabia (il 15 va in Senato), definita troppo leggera dal centrodestra e troppo vessatoria nei confronti delle procure dal centrosinistra. L’opera di sbarramento di piddini e grillini, orfani dell’ex ministro disc jockey Alfonso Bonafede, rischia di annacquare una riforma che neppure a sinistra viene vista come risolutiva e modernizzatrice del sistema giudiziario.
Così il referendum assume un ruolo decisivo. Mentre Enrico Letta ha battezzato il No per compiacere Giuseppe Conte, i suoi alleati si stanno smarcando. Emma Bonino, leader di +Europa, ne è l’esempio: «Il segretario del Pd ha indicato il No, che di fatto è un invito all’astensione, il modo più efficace per far fallire i referendum. Questo nonostante molti dirigenti e semplici iscritti voteranno Sì. Ha fatto prevalere le ragioni dell’alleanza con il M5s, contrario ai referendum perché mette alle spalle la stagione giustizialista di Bonafede».
Pure Matteo Renzi si è espresso per cinque Sì («Sarà difficile ma andiamo avanti anche perché la riforma Cartabia è inutile. Chi sbaglia paga»), come Claudio Martelli e Giuliano Pisapia. Luciano Violante, ex icona delle procure, voterà contro la legge Severino. Si spiega il senso del silenzio, un bavaglio che non scalfisce la serenità del capo dello Stato. Sollecitato a intervenire per invitare a un esercizio di democrazia popolare, Sergio Mattarella per ora tace.
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Il leader del Carroccio promette battaglia legale sulla scelta del duo Speranza-Lamorgese di imbavagliare gli elettori che si recheranno alle urne. Incredibile Lorenzo Pregliasco: «Mettiamola, è assembramento istituzionale»Il direttore Gennaro Sangiuliano ha organizzato in extremis un dibattito sul voto sulla Giustizia con il segretario dei radicali. Viale Mazzini ha fatto finora poco: brevi spazi in orari con scarso pubblico. Continua la campagna di informazione sui social. E Mattarella tace.Lo speciale contiene due articoliIl governo non informa gli italiani sui referendum di domenica, però fa sapere che bisogna presentarsi ai seggi mascherati. Come dire, andate al mare così respirate meglio. La circolare firmata a quattro mani dai ministri Roberto Speranza e Luciana Lamorgese, rispettivamente con deleghe alla Salute e all’Interno, e che nessuna obiezione ha suscitato all’interno dell’esecutivo, rappresenta il boicottaggio definitivo del voto per abrogare alcune importanti norme in materia di giustizia. Già i cinque quesiti, proposti da Lega e radicali e ammessi dalla Consulta, sono ignoti alla maggior parte dei cittadini e quasi nessuno si preoccupa di spiegarli in tv o sui giornali. Se poi aggiungiamo che l’associazione urne per le amministrative e per il referendum nello stesso giorno, «sfugge» ai più, sarà decisamente dura superare il quorum di partecipazione. L’operazione al voto con la maschera è, dunque, l’ultima spallata al diritto di esprimersi su separazione delle carriere dei magistrati, o sull’opportunità di eliminare la custodia cautelare durante le indagini, per delitti puniti fino a cinque anni di carcere o quattro di domiciliari. La circolare che detta le regole sul bavaglio ai seggi è la numero 48 dell’11 maggio scorso, indirizzata a prefetti e Regioni. Ancora una volta ci tocca leggere che il protocollo sanitario e di sicurezza, per lo svolgimento delle consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2022, si avvale delle indicazioni del Comitato tecnico scientifico. Quel Cts sciolto, cancellato con la fine dello stato di emergenza lo scorso 31 marzo ma che ritorna buono per dettare misure che «si basano sui principi cardine che hanno caratterizzato le scelte e gli indirizzi tecnici delle strategie di prevenzione dell’infezione da Sars-Cov-2». I due ministri hanno così deciso che per poter votare bisognerà indossare la chirurgica, ma non la Ffp2 (bontà loro), e che i componenti dei seggi dovranno vigilare perché nessuno entri privo di bavaglio. Altrimenti che cosa succede? L’elettore non riceve le schede e se ne torna a casa, senza votare? O assieme ai dispenser di gel idroalcolico da passare su mani e matita a più riprese, saranno a disposizione dpi per coloro che non hanno letto la geniale circolare? Mascherine inutili, per non dire dannose, circolano in abbondanza e pagate con i nostri soldi, magari non sarebbe una cattiva idea offrirle ai distratti. Anche perché, nell’election day, non si vota solo sui quesiti referendari, a molti indigesti, ma pure per il rinnovo delle amministrazioni locali in 974 Comuni. Il parlamentare della Lega, Claudio Borghi ha presentato un’interrogazione: «Poiché è possibile che una larga parte della popolazione rischi di essere respinta al seggio in quanto sprovvista della mascherina, da tempo non più richiesta per le comuni attività quotidiane», chiede «che cosa si intende fare per garantire urgentemente il diritto di voto a tutti». La mascherina è sparita quasi ovunque, nessuno è tenuto a conservarla in tasca per ogni evenienza, come era necessario fino al mese scorso. «Noi facciamo ricorso come Lega al Tar, quantomeno per la maturità e anche per le elezioni di domenica prossima, perché se dimentichi la mascherina al seggio ti rimandano a casa», ha annunciato Matteo Salvini. Per poi aggiungere: «Da milanista ho festeggiato con centinaia di migliaia di persone in giro per Milano, ai concerti di Vasco ci sono 100.000 persone, ovunque sei tornato a vivere e a respirare normalmente, in classe o al seggio elettorale no. Mi sembra veramente una perversione ideologica senza alcuna ragione scientifica». Feroce il post dell’infettivologo Matteo Bassetti, che ieri sui social commentava: «In Italia non si contagia e non ci si contagia con il Covid ballando la macarena in discoteca, scegliendo i pomodori al supermercato e comprando le Zigulì in farmacia, ma votando per amministrative e referendum sì». Per poi affondare sull’inutilità della misura prevista: «Questa è l’ultima, altissima evidenza medico scientifica partorita dalla burocrazia italiana. A sto’ punto potevano obbligare all’uso della Ffp2 per votare i referendum, mentre per le amministrative forse poteva bastare la chirurgica», ironizza il direttore della clinica di malattie infettive del Policlinico San Martino di Genova, dove ieri è stato dimesso l’ultimo paziente ricoverato per Covid. Implacabile anche il giudizio di Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica dell’ospedale Sacco di Milano: «Alle urne in mascherina? È una misura che non ha alcun nessun senso. Se stiamo senza mascherina al ristorante, non si capisce perché per andare a votare dovremo mettercela». Per il professore di igiene, Fabrizio Pregliasco, invece «le mascherine alle urne hanno un senso e hanno un’utilità. Sono una giusta misura di attenzione in un momento di assembramento istituzionale». Non ha spiegato la differenza tra l’andare in un supermercato affollato senza obbligo di bavaglio e il momento del voto, con tanto di numero limitato di accesso ai seggi.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-presenta-ricorso-al-tar-no-al-voto-con-la-mascherina-2657472085.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-rai-si-sveglia-il-tg2-ma-solo-per-unora" data-post-id="2657472085" data-published-at="1654638777" data-use-pagination="False"> In Rai si sveglia il «Tg2». Ma solo per un’ora Ma domenica c’è un referendum sulla giustizia? Parrebbe di sì, anche se finora un silenzio peloso è sceso a coprirne i forti significati riformisti, sollecitato dai due partiti delle procure (Pd e Movimento 5 stelle), dai magistrati medesimi e dal mondo dell’informazione, soprattutto televisivo, in massima parte appiattito sui desiderata del Nazareno. La speranza dei custodi dello status quo si concentra sull’eventuale mancato raggiungimento del quorum (50% degli elettori più uno) da parte del fronte del Sì in un weekend destinato alla prima tintarella. Almeno così spera il ministero dell’Interno di Luciana Lamorgese che ha piazzato la consultazione in mezzo a giugno. Eppure. Eppure il delitto perfetto potrebbe fallire perché, dopo l’indignazione pubblica dei promotori (radicali e Lega) e lo sciopero della fame del vicepresidente del Senato Roberto Calderoli, della tesoriera del partito radicale Irene Testa e di 200 fra dirigenti e militanti, qualcosa di sostanziale si muove per evitare, come ha denunciato Matteo Salvini, «un furto di democrazia». Il leader leghista ha aggiunto: «È un’occasione storica per milioni di italiani di fare riforme che la politica non ha saputo fare negli ultimi 30 anni». Contro il silenzio dell’establishment ha cominciato a funzionare una campagna di informazione alternativa, via social, per sensibilizzare i distratti e gli scettici, con una frase di Enzo Tortora come stella polare. «Solo tre categorie di persone non rispondono dei loro crimini: i bambini, i pazzi e i magistrati». Ieri, dopo una deplorazione dell’Agicom, si è svegliata anche la Rai. O meglio il Tg2 di Gennaro Sangiuliano, il meno lottizzato a sinistra, che ha invitato il segretario radicale a un dibattito sui referendum della durata di un’ora. «Meglio tardi che mai», il commento di Maurizio Turco. «Questa è una timida e insufficiente riparazione alla violazione del diritto dei cittadini a essere informati che abbiamo denunciato a fine maggio. Difficilmente riusciremo a recuperare il silenzio che ha accompagnato questa campagna referendaria, siamo comunque riusciti a iscrivere la questione giustizia nell’agenda politica di questo Paese e, grazie a Salvini e alla Lega, a votare i referendum per una giustizia giusta a 25 dal tradimento del referendum Tortora per la responsabilità civile dei pm. Il recupero di questi spazi dimostra che, se la Rai vuole, può fare servizio pubblico. Cosa che non ha fatto dalla metà di febbraio a oggi, mandando in onda brevi spazi referendari per un pubblico inesistente visto l’orario». Un ruolo decisivo ha avuto Calderoli, che ha scritto al premier Mario Draghi «perché tra i tanti messaggi mandi anche quello di invitare la gente al voto». Poi ha aggiunto: «Inneggiavo a Mani pulite, oggi lotto con i radicali per i referendum. Ho sentito storie di innocenti arrestati all’alba che mi hanno sconvolto. La giustizia va riformata, il parlamento non sa farlo, ci pensi il popolo». I cinque quesiti riguardano la modifica della legge Severino; l’abrogazione della custodia cautelare alla sudamericana, retaggio di Tangentopoli; la decisiva separazione delle carriere fra giudici e pm; le valutazioni sull’operato dei magistrati (oggi il Csm di fatto non sanziona nessuno) e le candidature al Csm per tarpare le ali alle correnti politicizzate. Tre dei cinque punti entrano ed escono anche dall’aula del parlamento poiché sono alla base della discussa riforma della Guardasigilli Marta Cartabia (il 15 va in Senato), definita troppo leggera dal centrodestra e troppo vessatoria nei confronti delle procure dal centrosinistra. L’opera di sbarramento di piddini e grillini, orfani dell’ex ministro disc jockey Alfonso Bonafede, rischia di annacquare una riforma che neppure a sinistra viene vista come risolutiva e modernizzatrice del sistema giudiziario. Così il referendum assume un ruolo decisivo. Mentre Enrico Letta ha battezzato il No per compiacere Giuseppe Conte, i suoi alleati si stanno smarcando. Emma Bonino, leader di +Europa, ne è l’esempio: «Il segretario del Pd ha indicato il No, che di fatto è un invito all’astensione, il modo più efficace per far fallire i referendum. Questo nonostante molti dirigenti e semplici iscritti voteranno Sì. Ha fatto prevalere le ragioni dell’alleanza con il M5s, contrario ai referendum perché mette alle spalle la stagione giustizialista di Bonafede». Pure Matteo Renzi si è espresso per cinque Sì («Sarà difficile ma andiamo avanti anche perché la riforma Cartabia è inutile. Chi sbaglia paga»), come Claudio Martelli e Giuliano Pisapia. Luciano Violante, ex icona delle procure, voterà contro la legge Severino. Si spiega il senso del silenzio, un bavaglio che non scalfisce la serenità del capo dello Stato. Sollecitato a intervenire per invitare a un esercizio di democrazia popolare, Sergio Mattarella per ora tace.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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