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2018-06-26
Chi paga Ankara poi si indigna per Tripoli
ANSA
Il giorno dopo le elezioni in Turchia, i giornali di mezzo mondo sono pieni di commenti allarmati a proposito del sultano Recep Tayyip Erdogan e delle sue tentazioni autoritarie. Ankara viene descritta come la capitale di un Paese in cui l'islam radicale prende piede, i diritti vengono calpestati e gli oppositori politici hanno vita difficile. In effetti, tale quadro è abbastanza realistico, e anche parecchio inquietante.
Conviene tenersi bene a mente le numerose descrizioni della situazione turca. Già, dobbiamo stamparci a fuoco nel cervello l'immagine di Erdogan, e richiamarla ogni volta che sentiamo parlare di accordi con la Libia. Che cosa c'entrano le due cose? Spieghiamo.
Con l'autocrate turco, nel marzo del 2016, l'Unione europea ha siglato un accordo per la gestione dei rifugiati. A stringere il patto fu Angela Merkel, allora sulla cresta dell'onda, con l'obiettivo di contenere i flussi di migranti in arrivo in Germania. Lo scorso aprile, l'Ue ha rinnovato il legame con Erdogan. Jean Claude Juncker ha celebrato il «dialogo franco e aperto» con il leader turco. E l'Europa ha, per l'ennesima volta, allargato i cordoni della borsa. Dal 2016 a oggi, ai turchi sono stati versati circa 6 miliardi di euro. A questi pagamenti ha contribuito anche l'Italia, pur non ricavandone alcun beneficio. Gli stranieri fermati dai turchi, infatti, non hanno mai considerato il nostro Paese come destinazione finale. Semmai, mirano a raggiungere il territorio tedesco o i Paesi del Nord.
Tra l'altro, queste persone sono in gran parte provenienti dalla Siria, dunque effettivamente in fuga da un conflitto. Stando alle cifre riportate un paio di mesi fa dall'Espresso, la Turchia ospita più o meno 3.700.000 profughi. Solo che il modo in cui li gestisce non è esattamente trasparente. Ha ricevuto decine di milioni di euro per creare ospedali e infrastrutture ad hoc; altre decine per edificare scuole e distribuire cibo. Ma, stando a un'inchiesta realizzata dai giornalisti di The black sea, una parte di questi finanziamenti non si capisce bene dove sia finita.
Riassumendo: abbiamo pagato una enorme quantità di denaro a un signore che promuove politiche discutibili e non è certo un campione di diritti umani. Abbiamo aperto il portafogli affinché Erdogan facesse il lavoro sporco e proteggesse gli interessi della Germania in materia di immigrazione. Ed è a partire da questa consapevolezza che bisogna guardare all'azione di Matteo Salvini e del governo italiano in Libia.
Ieri il ministro dell'Interno, in visita a Tripoli, ha proposto di creare «hotspot per migranti nel sud del Paese». Il vicepresidente libico, Ahmed Maitig, ha subito fatto capire quale sia il livello dello scontro: «Rifiutiamo categoricamente», ha detto, «l'idea di realizzare campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica». Insomma, il signore fa il difficile. Alza il prezzo, batte cassa. Esattamente come ha fatto Muammar Gheddafi prima di lui. I detrattori dell'attuale governo già ieri ne approfittavano per sparare a palle incatenate contro Salvini, uno sport piuttosto facile e piuttosto in voga, negli ultimi tempi.
Ecco, è proprio in casi come questi che bisogna ricordarsi di Erdogan. Anche il turco ha alzato il prezzo parecchie volte. Ha ricattato, ha fatto lo smargiasso. Di recente ha minacciato perfino quei furbastri dei francesi («Spero non chiedano il nostro aiuto quando i terroristi troveranno rifugio sul loro territorio», ha detto). Ogni volta, però, il sultano è stato accontentato. Tutto, purché facesse il suo sordido mestiere. E allora perché dovremmo scandalizzarci se i libici si comportano come se gestissero la bancarella di un suk? Le trattative con loro non saranno brevi, e non saranno facili. A settembre, ha detto Salvini, si organizzerà una grande conferenza sull'immigrazione proprio in Libia. In questi mesi estivi, dunque, procederanno i negoziati. A tale riguardo, va considerato che trattare con un sol uomo - magari un mezzo dittatore come Erdogan o Gheddafi - è decisamente più facile che rapportarsi a una miriade di tribù, funzionari e politici diversi, come tocca fare nell'attuale scenario libico.
Toccherà pagare, e pure abbastanza caro. Ma è necessario, almeno per adesso. Se l'Europa ha pagato (anche con soldi nostri) il caro amico turco, perché non dovrebbe fare lo stesso con i libici? Forse perché sono accusati di violare i diritti umani? Beh, questa è bella... Forse qualcuno si è premurato di «formare» il personale turco nel modo in cui l'Italia sta formando, ormai da mesi, la Guardia costiera libica? Certo che no. Eppure, non abbiamo assistito a grandi levate di scudi contro la Merkel crudele che fa affari con gli spietati turchi...
È giunto il momento di farla finita con l'ipocrisia. In questa fase, se vogliamo fermare le partenze dei gommoni della morte, accordarsi con i libici è necessario. Sarà complesso, forse anche costoso. Ma se abbiamo firmato accordi con il diavolaccio Erdogan, possiamo accordarci anche con i diavoletti di Tripoli e dintorni.
Francesco Borgonovo
Il piano di Salvini contro le Ong: «Aprire hotspot a Sud della Libia»
La prima mossa politica per contrastare l'invasione è stata fatta ieri a Tripoli dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: hotspot a Sud dei confini libici e aiuti economici per mettere la Libia nelle condizioni di fermare le partenze dei finti profughi.
Dopo una piccola incomprensione con il ministro dell'Interno libico, alimentata online dai media italiani, legata a principi di sovranità nazionale, è tutto rientrato. E Salvini torna a Roma soddisfatto: «C'è totale condivisione su tre o quattro punti». La Libia aveva detto no agli hotspot per migranti, ma solo se al loro interno fosse prevista la presenza di polizia straniera. Salvini, poco dopo, ha indicato i punti in cui dovranno sorgere: «Pensiamo a Niger, Mali, Chad e Sudan». E ha annunciato: «Già questa settimana ci sarà un tavolo tecnico ai confini Sud. Per coinvolgere i Paesi serve una azione forte dell'Ue, altrettanto concreto deve essere l'intervento là dove i migranti partono. Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza all'avanguardia. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani». Incomprensione chiarita. Di ritorno da Tripoli, il ministro ha convocato una conferenza stampa per fare un bilancio: «La Libia ci ha chiesto di proseguire nel blocco del traffico di esseri umani che vede nelle Ong soggetti, non so se consapevolmente o inconsapevolmente, complici dei trafficanti». Un ringraziamento, ha detto Salvini, va alla Guardia Costiera libica per aver salvato nell'ultima settimana 2.500 persone.
E per smontare tutta la propaganda sulle torture nei campi d'accoglienza libici, Salvini ha chiesto di visitarne uno. La nuova linea italiana sull'immigrazione è questa: «Siamo disponibili», ha detto il ministro, «ad aumentare quote di ingressi regolari di persone in fuga dalla guerra, limitando gli arrivi di chi non fugge da guerra». E ora si passa dalle parole ai fatti. Il grande progetto di Salvini per contrastare gli arrivi, illustrato ieri mattina al suo omologo libico Abdulsalam Ashour e al vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig, viaggia su due direttrici: centri di accoglienza da costruire a Sud della Libia e aiuti tecnici ed economici per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori.
Idee che sono in linea con quanto è emerso dal summit dei 16 leader europei ospitato dal presidente dell'esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker in vista del vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea in programma giovedì e venerdì: più soldi da destinare al fondo per Africa (500 milioni) e Turchia, attivazione di punti di ricezione e sbarco fuori dall'Ue, potenziamento dei controlli delle frontiere esterne con 10.000 uomini di Frontex entro il 2020, accelerazione del processo legislativo per l'adozione di provvedimenti di gestione dei movimenti secondari, quelli cioè tra Stati membri.
In attesa dell'incontro, però, Salvini mantiene la linea dura, soprattutto con Francia e Germania: «Macron e Merkel siano conseguenti e coerenti alle loro parole e dimostrino che l'Europa ha un senso. Non si capisce perché solo Italia e Libia devono pagare i costi economici e sociali dell'immigrazione».
La situazione è stata riportata così da Salvini al ministro libico: «Alcuni Paesi europei, tra cui proprio la Francia, hanno proposto che i centri di accoglienza venissero costruiti in Italia». Ma Salvini vuole evitare che Tripoli diventi un imbuto, così come come l'Italia. «E speriamo che la nostra idea», ha detto ieri al collega libico, «abbia la maggioranza in Europa». La seconda tappa anti invasione è prevista per giovedì a Bruxelles. «Lì sosterremo di comune accordo che i centri di accoglienza e identificazione vanno costruiti nel Nord Africa per aiutare a bloccare l'immigrazione che stiamo subendo entrambi», ha detto il capo del Viminale parlando al fianco del numero due del governo di Al Sarraj. La trattativa è appena cominciata. «La Libia», ha sottolineato Salvini è un paese amico dell'Italia e il mio impegno sarà massimo per definire una più stretta collaborazione per contrastare l'immigrazione illegale, ma anche per realizzare iniziative comuni in materia economica e culturale».
L'aspetto economico, in particolare, è ciò che tiene di più in ansia entrambi i Paesi: l'Italia chiede da tempo all'Europa di finanziare con i 625 milioni che mancano il Fondo per l'Africa, con cui pagare i programmi di collaborazione con la Libia e Maitig lo ha subito ricordato: «Occorre che l'Europa sostenga finanziariamente l'azione volta a garantire percorsi di immigrazione legale e opporsi a flussi senza controllo. L'unico modo per contrastare veramente gli interessi criminali degli scafisti ed evitare i viaggi della morte è impedire che i barconi prendano il largo». È la posizione che unisce Italia e Libia. «Nella prima metà di settembre», ha annunciato Maitig, «terremo una conferenza sull'immigrazione illegale con la visione italiana e libica». Ora tocca a Salvini farsi portavoce con l'Ue. Anche se qualche risultato è già arrivato. Nella bozza delle conclusioni del summit dei 16 è scritto: «Per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale, gli sforzi per fermare i trafficanti che operano dalla Libia o da altri luoghi devono essere intensificati. L'Ue continuerà a essere al fianco dell'Italia e degli altri Paesi in prima linea. Rafforzerà il suo sostegno alla Guardia costiera libica, alle comunità costiere e meridionali, così come la cooperazione con gli altri Paesi di origine e transito». Parole che ora dovranno trasformarsi in azioni.
Fabio Amendolara
Arrestato gambiano legato all'Isis: era arrivato in Italia su un barcone
Vi ricordate quella storia per cui «i terroristi non arrivano sui barconi», di cui sembrava tanto sicuro Marco Minniti? Andatelo a chiedere a Sillah Osman, gambiano, 34 anni. Professione: aspirante stragista. Un altro soldato della jihad fermato prima di entrare in azione e, guarda un po', arrivato in Sicilia con un barcone.
L'immigrato è stato arrestato nei giorni scorsi dal Dipartimento antiterrorismo della Procura di Napoli grazie alle indagini della Digos e dei Ros coordinate dal pm Gianfranco Scarfò. Il decreto di fermo è stato convalidato dal gip. Nel capoluogo campano era arrivato dopo essere passato per la Puglia, dove aveva da poco partecipato a una manifestazione religiosa. Fatto, questo, che ha allarmato gli investigatori. Anche perché, nel suo soggiorno al Cara di Lecce, era stato filmato dalle telecamere apposte dalle forze dell'ordine mentre mimava l'uso di un mitra.
L'uomo è descritto particolarmente fragile dal punto di vista psicologico. Uno, per capirci, che dichiarava di «sentire la voce di Allah». Un delirio religioso crescente, che ha indotto alla fine gli inquirenti a fermarlo. L'instabilità psichica (aggravata dall'uso di droghe) non gli ha peraltro impedito di superare un durissimo addestramento militare nei campi jihadisti in Libia. Forse folle, ma non inesperto, Osman. Non il solito terrorista amatoriale, insomma, né un disperato radicalizzatosi negli interstizi di un'integrazione che non c'è. Osman era, come peraltro si definiva egli stesso, un vero e proprio «soldato di Allah».
L'arresto del gambiano avviene a due mesi da quello del connazionale di 22 anni, il richiedente asilo Alagie Touray, che aveva girato un video nel quale giurava fedeltà al califfo dell'Isis Al Baghdadi. Arrestato lo scorso 20 aprile davanti alla moschea di Licola, nel Napoletano, nel corso di un blitz interforze del Ros e della Digos, Touray aveva ricevuto l'ordine di lanciarsi sulla folla con un'auto, come avvenuto Nizza. I due erano nello stesso campo libico, dove hanno prestato il medesimo giuramento collettivo. Una volta in Europa, spiegano gli investigatori, «vi è l'idea che entrambi dovessero partecipare a un attentato terroristico che prevedeva la partecipazione di molti uomini, ma non sappiamo dove, se in Francia, in Spagna oppure altrove». Sia Osman che Touray facevano parte di un gruppo partito dal Gambia, addestrato nel deserto libico e composto da 13 persone, alcune delle quali morte in agguati e altre ancora libere. Sarebbe stato proprio Touray, collaborando con le forze dell'ordine dopo il suo arresto, a fornire elementi utili alla cattura di Osman.
Determinante, ai fini della cattura, la descrizione che l'arrestato ha fatto del miliziano più anziano: un gambiano, ha raccontato, che porta solo calzoni corti, ha gli incisivi divaricati, ascolta reggae e ha una camminata caratteristica.
Il livello di coinvolgimento dei due gambiani con la struttura dell'Isis è descritto come molto alto: basti pensare che l'arresto del «fratello Touray» fu anche pubblicato sulla rivista dello Stato islamico, che nell'occasione definì «crociati» gli inquirenti italiani che avevano preso parte all'operazione. L'ingresso in Italia per mezzo dei barconi di disperati, quindi, faceva parte sin dall'inizio di una strategia scelta consapevolmente e che ci racconta di come l'Isis, battuto militarmente sul campo, abbia ancora molti suoi soldati pronti a colpire in giro per l'Europa. Nei prossimi giorni ci saranno riunioni e contatti con inquirenti francesi, spagnoli e tedeschi per fare il punto della situazione sulla presenza di una nuova, possibile filiera jihadista.
Adriano Scianca
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L'Unione europea ha ricoperto di milioni Recep Tayyip Erdogan per fermare i flussi, passando sopra alle violazioni turche dei diritti umani. Se però il nostro governo cerca di trattare con il Paese nordafricano (che alza la posta), spuntano le critiche e gli scrupoli etici.Il ministro dell'Interno Matteo Salvini incontra il suo omologo e annuncia nuovi centri di raccolta per migranti in Nordafrica. Gelo quando le autorità locali smentiscono, poi il chiarimento: «Totale condivisione su tre o quattro punti».Arrestato gambiano legato all'Isis. Era arrivato in Italia su un barcone: addestratosi in Libia, dichiarava di sentire la voce di Allah ed era pronto a colpire.Lo speciale contiene tre articoliIl giorno dopo le elezioni in Turchia, i giornali di mezzo mondo sono pieni di commenti allarmati a proposito del sultano Recep Tayyip Erdogan e delle sue tentazioni autoritarie. Ankara viene descritta come la capitale di un Paese in cui l'islam radicale prende piede, i diritti vengono calpestati e gli oppositori politici hanno vita difficile. In effetti, tale quadro è abbastanza realistico, e anche parecchio inquietante. Conviene tenersi bene a mente le numerose descrizioni della situazione turca. Già, dobbiamo stamparci a fuoco nel cervello l'immagine di Erdogan, e richiamarla ogni volta che sentiamo parlare di accordi con la Libia. Che cosa c'entrano le due cose? Spieghiamo. Con l'autocrate turco, nel marzo del 2016, l'Unione europea ha siglato un accordo per la gestione dei rifugiati. A stringere il patto fu Angela Merkel, allora sulla cresta dell'onda, con l'obiettivo di contenere i flussi di migranti in arrivo in Germania. Lo scorso aprile, l'Ue ha rinnovato il legame con Erdogan. Jean Claude Juncker ha celebrato il «dialogo franco e aperto» con il leader turco. E l'Europa ha, per l'ennesima volta, allargato i cordoni della borsa. Dal 2016 a oggi, ai turchi sono stati versati circa 6 miliardi di euro. A questi pagamenti ha contribuito anche l'Italia, pur non ricavandone alcun beneficio. Gli stranieri fermati dai turchi, infatti, non hanno mai considerato il nostro Paese come destinazione finale. Semmai, mirano a raggiungere il territorio tedesco o i Paesi del Nord. Tra l'altro, queste persone sono in gran parte provenienti dalla Siria, dunque effettivamente in fuga da un conflitto. Stando alle cifre riportate un paio di mesi fa dall'Espresso, la Turchia ospita più o meno 3.700.000 profughi. Solo che il modo in cui li gestisce non è esattamente trasparente. Ha ricevuto decine di milioni di euro per creare ospedali e infrastrutture ad hoc; altre decine per edificare scuole e distribuire cibo. Ma, stando a un'inchiesta realizzata dai giornalisti di The black sea, una parte di questi finanziamenti non si capisce bene dove sia finita. Riassumendo: abbiamo pagato una enorme quantità di denaro a un signore che promuove politiche discutibili e non è certo un campione di diritti umani. Abbiamo aperto il portafogli affinché Erdogan facesse il lavoro sporco e proteggesse gli interessi della Germania in materia di immigrazione. Ed è a partire da questa consapevolezza che bisogna guardare all'azione di Matteo Salvini e del governo italiano in Libia. Ieri il ministro dell'Interno, in visita a Tripoli, ha proposto di creare «hotspot per migranti nel sud del Paese». Il vicepresidente libico, Ahmed Maitig, ha subito fatto capire quale sia il livello dello scontro: «Rifiutiamo categoricamente», ha detto, «l'idea di realizzare campi per migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica». Insomma, il signore fa il difficile. Alza il prezzo, batte cassa. Esattamente come ha fatto Muammar Gheddafi prima di lui. I detrattori dell'attuale governo già ieri ne approfittavano per sparare a palle incatenate contro Salvini, uno sport piuttosto facile e piuttosto in voga, negli ultimi tempi. Ecco, è proprio in casi come questi che bisogna ricordarsi di Erdogan. Anche il turco ha alzato il prezzo parecchie volte. Ha ricattato, ha fatto lo smargiasso. Di recente ha minacciato perfino quei furbastri dei francesi («Spero non chiedano il nostro aiuto quando i terroristi troveranno rifugio sul loro territorio», ha detto). Ogni volta, però, il sultano è stato accontentato. Tutto, purché facesse il suo sordido mestiere. E allora perché dovremmo scandalizzarci se i libici si comportano come se gestissero la bancarella di un suk? Le trattative con loro non saranno brevi, e non saranno facili. A settembre, ha detto Salvini, si organizzerà una grande conferenza sull'immigrazione proprio in Libia. In questi mesi estivi, dunque, procederanno i negoziati. A tale riguardo, va considerato che trattare con un sol uomo - magari un mezzo dittatore come Erdogan o Gheddafi - è decisamente più facile che rapportarsi a una miriade di tribù, funzionari e politici diversi, come tocca fare nell'attuale scenario libico. Toccherà pagare, e pure abbastanza caro. Ma è necessario, almeno per adesso. Se l'Europa ha pagato (anche con soldi nostri) il caro amico turco, perché non dovrebbe fare lo stesso con i libici? Forse perché sono accusati di violare i diritti umani? Beh, questa è bella... Forse qualcuno si è premurato di «formare» il personale turco nel modo in cui l'Italia sta formando, ormai da mesi, la Guardia costiera libica? Certo che no. Eppure, non abbiamo assistito a grandi levate di scudi contro la Merkel crudele che fa affari con gli spietati turchi... È giunto il momento di farla finita con l'ipocrisia. In questa fase, se vogliamo fermare le partenze dei gommoni della morte, accordarsi con i libici è necessario. Sarà complesso, forse anche costoso. Ma se abbiamo firmato accordi con il diavolaccio Erdogan, possiamo accordarci anche con i diavoletti di Tripoli e dintorni.Francesco Borgonovo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-libia-erdogan-migranti-2581262156.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-piano-di-salvini-contro-le-ong-aprire-hotspot-a-sud-della-libia" data-post-id="2581262156" data-published-at="1779301797" data-use-pagination="False"> Il piano di Salvini contro le Ong: «Aprire hotspot a Sud della Libia» La prima mossa politica per contrastare l'invasione è stata fatta ieri a Tripoli dal ministro dell'Interno Matteo Salvini: hotspot a Sud dei confini libici e aiuti economici per mettere la Libia nelle condizioni di fermare le partenze dei finti profughi. Dopo una piccola incomprensione con il ministro dell'Interno libico, alimentata online dai media italiani, legata a principi di sovranità nazionale, è tutto rientrato. E Salvini torna a Roma soddisfatto: «C'è totale condivisione su tre o quattro punti». La Libia aveva detto no agli hotspot per migranti, ma solo se al loro interno fosse prevista la presenza di polizia straniera. Salvini, poco dopo, ha indicato i punti in cui dovranno sorgere: «Pensiamo a Niger, Mali, Chad e Sudan». E ha annunciato: «Già questa settimana ci sarà un tavolo tecnico ai confini Sud. Per coinvolgere i Paesi serve una azione forte dell'Ue, altrettanto concreto deve essere l'intervento là dove i migranti partono. Ho chiesto di visitare un centro di accoglienza all'avanguardia. Questo per smontare la retorica in base alla quale in Libia si tortura e non si rispettano i diritti umani». Incomprensione chiarita. Di ritorno da Tripoli, il ministro ha convocato una conferenza stampa per fare un bilancio: «La Libia ci ha chiesto di proseguire nel blocco del traffico di esseri umani che vede nelle Ong soggetti, non so se consapevolmente o inconsapevolmente, complici dei trafficanti». Un ringraziamento, ha detto Salvini, va alla Guardia Costiera libica per aver salvato nell'ultima settimana 2.500 persone. E per smontare tutta la propaganda sulle torture nei campi d'accoglienza libici, Salvini ha chiesto di visitarne uno. La nuova linea italiana sull'immigrazione è questa: «Siamo disponibili», ha detto il ministro, «ad aumentare quote di ingressi regolari di persone in fuga dalla guerra, limitando gli arrivi di chi non fugge da guerra». E ora si passa dalle parole ai fatti. Il grande progetto di Salvini per contrastare gli arrivi, illustrato ieri mattina al suo omologo libico Abdulsalam Ashour e al vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig, viaggia su due direttrici: centri di accoglienza da costruire a Sud della Libia e aiuti tecnici ed economici per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Idee che sono in linea con quanto è emerso dal summit dei 16 leader europei ospitato dal presidente dell'esecutivo comunitario Jean-Claude Juncker in vista del vertice dei capi di Stato e di governo dell'Unione europea in programma giovedì e venerdì: più soldi da destinare al fondo per Africa (500 milioni) e Turchia, attivazione di punti di ricezione e sbarco fuori dall'Ue, potenziamento dei controlli delle frontiere esterne con 10.000 uomini di Frontex entro il 2020, accelerazione del processo legislativo per l'adozione di provvedimenti di gestione dei movimenti secondari, quelli cioè tra Stati membri. In attesa dell'incontro, però, Salvini mantiene la linea dura, soprattutto con Francia e Germania: «Macron e Merkel siano conseguenti e coerenti alle loro parole e dimostrino che l'Europa ha un senso. Non si capisce perché solo Italia e Libia devono pagare i costi economici e sociali dell'immigrazione». La situazione è stata riportata così da Salvini al ministro libico: «Alcuni Paesi europei, tra cui proprio la Francia, hanno proposto che i centri di accoglienza venissero costruiti in Italia». Ma Salvini vuole evitare che Tripoli diventi un imbuto, così come come l'Italia. «E speriamo che la nostra idea», ha detto ieri al collega libico, «abbia la maggioranza in Europa». La seconda tappa anti invasione è prevista per giovedì a Bruxelles. «Lì sosterremo di comune accordo che i centri di accoglienza e identificazione vanno costruiti nel Nord Africa per aiutare a bloccare l'immigrazione che stiamo subendo entrambi», ha detto il capo del Viminale parlando al fianco del numero due del governo di Al Sarraj. La trattativa è appena cominciata. «La Libia», ha sottolineato Salvini è un paese amico dell'Italia e il mio impegno sarà massimo per definire una più stretta collaborazione per contrastare l'immigrazione illegale, ma anche per realizzare iniziative comuni in materia economica e culturale». L'aspetto economico, in particolare, è ciò che tiene di più in ansia entrambi i Paesi: l'Italia chiede da tempo all'Europa di finanziare con i 625 milioni che mancano il Fondo per l'Africa, con cui pagare i programmi di collaborazione con la Libia e Maitig lo ha subito ricordato: «Occorre che l'Europa sostenga finanziariamente l'azione volta a garantire percorsi di immigrazione legale e opporsi a flussi senza controllo. L'unico modo per contrastare veramente gli interessi criminali degli scafisti ed evitare i viaggi della morte è impedire che i barconi prendano il largo». È la posizione che unisce Italia e Libia. «Nella prima metà di settembre», ha annunciato Maitig, «terremo una conferenza sull'immigrazione illegale con la visione italiana e libica». Ora tocca a Salvini farsi portavoce con l'Ue. Anche se qualche risultato è già arrivato. Nella bozza delle conclusioni del summit dei 16 è scritto: «Per quanto riguarda la rotta del Mediterraneo centrale, gli sforzi per fermare i trafficanti che operano dalla Libia o da altri luoghi devono essere intensificati. L'Ue continuerà a essere al fianco dell'Italia e degli altri Paesi in prima linea. Rafforzerà il suo sostegno alla Guardia costiera libica, alle comunità costiere e meridionali, così come la cooperazione con gli altri Paesi di origine e transito». Parole che ora dovranno trasformarsi in azioni. Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/salvini-libia-erdogan-migranti-2581262156.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="arrestato-gambiano-legato-allisis-era-arrivato-in-italia-su-un-barcone" data-post-id="2581262156" data-published-at="1779301797" data-use-pagination="False"> Arrestato gambiano legato all'Isis: era arrivato in Italia su un barcone Vi ricordate quella storia per cui «i terroristi non arrivano sui barconi», di cui sembrava tanto sicuro Marco Minniti? Andatelo a chiedere a Sillah Osman, gambiano, 34 anni. Professione: aspirante stragista. Un altro soldato della jihad fermato prima di entrare in azione e, guarda un po', arrivato in Sicilia con un barcone. L'immigrato è stato arrestato nei giorni scorsi dal Dipartimento antiterrorismo della Procura di Napoli grazie alle indagini della Digos e dei Ros coordinate dal pm Gianfranco Scarfò. Il decreto di fermo è stato convalidato dal gip. Nel capoluogo campano era arrivato dopo essere passato per la Puglia, dove aveva da poco partecipato a una manifestazione religiosa. Fatto, questo, che ha allarmato gli investigatori. Anche perché, nel suo soggiorno al Cara di Lecce, era stato filmato dalle telecamere apposte dalle forze dell'ordine mentre mimava l'uso di un mitra. L'uomo è descritto particolarmente fragile dal punto di vista psicologico. Uno, per capirci, che dichiarava di «sentire la voce di Allah». Un delirio religioso crescente, che ha indotto alla fine gli inquirenti a fermarlo. L'instabilità psichica (aggravata dall'uso di droghe) non gli ha peraltro impedito di superare un durissimo addestramento militare nei campi jihadisti in Libia. Forse folle, ma non inesperto, Osman. Non il solito terrorista amatoriale, insomma, né un disperato radicalizzatosi negli interstizi di un'integrazione che non c'è. Osman era, come peraltro si definiva egli stesso, un vero e proprio «soldato di Allah». L'arresto del gambiano avviene a due mesi da quello del connazionale di 22 anni, il richiedente asilo Alagie Touray, che aveva girato un video nel quale giurava fedeltà al califfo dell'Isis Al Baghdadi. Arrestato lo scorso 20 aprile davanti alla moschea di Licola, nel Napoletano, nel corso di un blitz interforze del Ros e della Digos, Touray aveva ricevuto l'ordine di lanciarsi sulla folla con un'auto, come avvenuto Nizza. I due erano nello stesso campo libico, dove hanno prestato il medesimo giuramento collettivo. Una volta in Europa, spiegano gli investigatori, «vi è l'idea che entrambi dovessero partecipare a un attentato terroristico che prevedeva la partecipazione di molti uomini, ma non sappiamo dove, se in Francia, in Spagna oppure altrove». Sia Osman che Touray facevano parte di un gruppo partito dal Gambia, addestrato nel deserto libico e composto da 13 persone, alcune delle quali morte in agguati e altre ancora libere. Sarebbe stato proprio Touray, collaborando con le forze dell'ordine dopo il suo arresto, a fornire elementi utili alla cattura di Osman. Determinante, ai fini della cattura, la descrizione che l'arrestato ha fatto del miliziano più anziano: un gambiano, ha raccontato, che porta solo calzoni corti, ha gli incisivi divaricati, ascolta reggae e ha una camminata caratteristica. Il livello di coinvolgimento dei due gambiani con la struttura dell'Isis è descritto come molto alto: basti pensare che l'arresto del «fratello Touray» fu anche pubblicato sulla rivista dello Stato islamico, che nell'occasione definì «crociati» gli inquirenti italiani che avevano preso parte all'operazione. L'ingresso in Italia per mezzo dei barconi di disperati, quindi, faceva parte sin dall'inizio di una strategia scelta consapevolmente e che ci racconta di come l'Isis, battuto militarmente sul campo, abbia ancora molti suoi soldati pronti a colpire in giro per l'Europa. Nei prossimi giorni ci saranno riunioni e contatti con inquirenti francesi, spagnoli e tedeschi per fare il punto della situazione sulla presenza di una nuova, possibile filiera jihadista. Adriano Scianca
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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