Nell’ennesimo caso di corruzione che coinvolge figure ucraine di alto profilo, l’ex capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, Andriy Yermak, è già uscito dal carcere, nonostante penda su di lui l’accusa di riciclaggio di denaro. È stato rilasciato grazie ad alcuni benefattori che hanno pagato la cauzione fissata a 2,7 milioni di euro.
La scarcerazione arriva dopo che la scorsa settimana un tribunale anticorruzione di Kiev aveva disposto la detenzione preventiva per 60 giorni, fissando anche la somma della cauzione. Con Yermak che pochi giorni fa sperava nell’aiuto di «amici e conoscenti», sono stati in diversi a rispondere all’appello, tra singoli individui come l’ex allenatore della nazionale di calcio ucraina, Serhij Rebrov, aziende private e studi legali.
Il sospetto avanzato dall’ufficio nazionale anticorruzione (Nabu) e dalla Procura specializzata anticorruzione (Sapo) è che Yermak abbia riciclato 10 milioni di dollari durante la realizzazione del progetto edilizio di lusso Dynastiia a Kozyn. E gli inquirenti non escludono che i fondi provengano anche dallo schema corruttivo legato all’azienda statale Energoatom, ovvero lo scandalo che ha costretto l’ex capo di gabinetto a dimettersi il 28 novembre. Zelensky però non sembra badare troppo alle questioni interne, preferendo concentrarsi su quello che accade dentro la Russia. Ha quindi sostenuto che Mosca sta affrontando perdite statali «significative», tenute volutamente nascoste. A dirlo sarebbe l’intelligence ucraina sulla base di alcuni documenti ottenuti. A detta del leader di Kiev «una sola compagnia petrolifera russa è stata costretta a chiudere circa 400 pozzi» e sarebbe stata notata «una riduzione della raffinazione petrolifera di almeno il 10% in pochi mesi solo quest’anno». Intanto Zelensky è costretto a incassare la richiesta «del rispetto dei diritti della minoranza ungherese che vive in Ucraina». A chiederlo è stato lo stesso presidente del Consiglio europeo, António Costa, incalzato dal nuovo premier ungherese, Péter Magyar, che ha scritto su X: «Prima dell’inizio della riunione di gabinetto di oggi (ieri, ndr), ho informato telefonicamente il presidente del Consiglio europeo che abbiamo avviato un ciclo di colloqui a livello tecnico con la parte Ucraina volti ad assicurare garanzie legali per i diritti linguistici, educativi e culturali della comunità ungherese in Transcarpazia».
Sul fronte delle trattative, a seguito dell’escalation degli attacchi reciproci tra Mosca e Kiev, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha commentato le dichiarazioni rilasciate la scorsa settimana del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Dopo il massiccio raid su Kiev, il tycoon aveva infatti adombrato la possibilità di rallentamenti negli sforzi diplomatici. E Peskov ieri ha confermato: «Attualmente il processo di pace è in pausa, ci aspettiamo che venga ripreso». La speranza è che «i colleghi americani continueranno i loro sforzi di mediazione». Nei confronti dell’Europa non c’è lo stesso livello di speranza. Il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, ha sostenuto che «i radicali europei, i neoliberisti e i neonazisti, insieme al regime di Zelensky, sono decisi a impedire l’attuazione dei piani di pace che stanno elaborando gli Stati Uniti».
Nonostante il clima di sfiducia russo, in Europa prosegue il dibattito sull’apertura del dialogo con Mosca per evitare di stare in panchina nei futuri negoziati. Politico ha ipotizzato alcuni nomi che potrebbero guidare i colloqui, individuando però allo stesso tempo elementi di criticità: cita l’ex cancelliere tedesco, Angela Merkel, l’ex premier Mario Draghi e l’attuale presidente finlandese, Alexander Stubb. A frenare sul toto nomi è stata la portavoce della Commissione europea per gli Affari esteri, Anitta Hipper: settimana prossima, ha dichiarato, in occasione della riunione informale dei ministri degli Esteri, «verrà discussa la posizione europea in termini di richieste e di condizioni». «Si guarderà al “cosa”», ha aggiunto, «non al “chi”».
Chi ha tirato le orecchie a Bruxelles è la Merkel, «rammaricata» dal fatto che «l’Europa non stia sfruttando a sufficienza il proprio potenziale diplomatico» nel contesto della guerra in Ucraina. Ha poi aggiunto che «non è sufficiente» che solo il presidente degli Stati Uniti abbia contatti con Mosca, visto che «anche gli europei contano».
Sul campo di battaglia, intanto, Zelensky ha accusato Mosca, a ridosso della visita di Putin in Cina, di aver colpito una nave cinese con un drone a Odessa. Altri raid russi si sono registrati a Dnipro, Zaporizhzhia, Kherson: gli attacchi sul territorio ucraino hanno interessato 524 droni e 22 missili, causando oltre 30 feriti e almeno due morti, dopo che, il giorno precedente, Mosca era stata colpita con un maxi blitz di droni in cui hanno perso la vita almeno quattro civili. Ieri, invece, in Russia è stata colpita la regione di Belgorod, ma raid ucraini sono stati diretti anche contro la regione del Donetsk.
Xi al centro del globo: arriva Putin
A pochi giorni dalla visita di Donald Trump in Cina, Vladimir Putin vola a sua volta a Pechino per un vertice che il Cremlino presenta come un ulteriore rafforzamento dell’asse strategico tra Russia e Cina. Putin atterrerà stasera nella capitale cinese e domani mattina incontrerà Xi Jinping nella Grande sala del popolo, in Piazza Tiananmen. Sul tavolo di questo delicato summit ci saranno energia, commercio, trasporti, cooperazione industriale e, soprattutto, il consolidamento del partenariato tra Mosca e Pechino, che nel 2026 compie 30 anni.
Il Cremlino, che ha parlato di «aspettative alte», ha annunciato che Putin e Xi firmeranno una lunga dichiarazione congiunta sull’«interazione strategica» tra le due nazioni, oltre a un secondo documento dedicato alla costruzione di «un mondo multipolare» e di «un nuovo tipo di relazioni internazionali», come ha dichiarato Yuri Ushakov, il consigliere diplomatico del Cremlino. Secondo lo stesso Ushakov, il testo principale sarà un documento «programmatico» di 47 pagine destinato a definire le linee guida della cooperazione futura tra Mosca e Pechino. Complessivamente, durante la visita dovrebbero essere firmati circa 40 accordi nei settori dell’industria, dei trasporti, dell’energia nucleare, dell’istruzione, del cinema e della cooperazione tra agenzie di stampa.
La delegazione russa sarà imponente: cinque vicepremier, otto ministri, la governatrice della Banca centrale (Elvira Nabiullina), dirigenti delle grandi banche, manager delle imprese di Stato e rappresentanti dei principali gruppi industriali. «Molto, molto rappresentativa», l’ha definita Ushakov. Da parte sua, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha invece respinto ogni paragone con la visita di Trump, sostenendo che Mosca «non compete con nessuno» sulla composizione delle delegazioni. Sarà, ma resta il fatto che Putin arriverà a Pechino appena quattro giorni dopo la partenza del tycoon, reduce da un cauto riavvicinamento con Xi dopo mesi di tensioni commerciali e politiche tra Washington e la Repubblica popolare.
Ad ogni modo, il tema forte dei colloqui sino-russi sarà l’energia. Putin e Xi discuteranno della cooperazione sugli idrocarburi e in particolare del progetto Power of Siberia 2, il grande gasdotto destinato a collegare i giacimenti della Siberia occidentale alla Cina attraverso la Mongolia. Mosca spinge da tempo per chiudere definitivamente l’accordo, che prevedrebbe forniture per 30 anni e una capacità aggiuntiva di 50 miliardi di metri cubi di gas. Ushakov ha confermato che il dossier sarà affrontato «in modo molto approfondito».
Negli ultimi anni, infatti, Pechino è diventata uno dei principali sbocchi economici della Russia colpita dalle sanzioni occidentali: gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno raggiunto livelli record dopo il 2022 e la Cina acquista ormai oltre un quarto delle esportazioni russe. In questo modo, Mosca può contare su entrate di vitale importanza, mentre Pechino si è dotata di una vera e propria garanzia sul piano energetico (oggi ancora più strategica a causa della crisi dello Stretto di Hormuz).
I colloqui tra Putin e Xi, peraltro, si svolgeranno in formato sia ristretto sia allargato. Domani, infatti, i due leader avranno anche un incontro informale che il Cremlino considera particolarmente significativo, perché consentirà di discutere «apertamente e in via riservata» i principali dossier internazionali. Dopo i negoziati, infine, i due presidenti rilasceranno dichiarazioni alla stampa e parteciperanno a un ricevimento ufficiale ospitato dal leader cinese.
Secondo Joseph Webster, ricercatore dell’Atlantic council, «Taiwan potrebbe essere il tema sottinteso dell’incontro tra Xi e Putin». L’ipotesi dell’autorevole think tank americano è che Pechino voglia rafforzare ulteriormente la cooperazione energetica con Mosca proprio per garantirsi approvvigionamenti più sicuri in caso di una futura crisi nello Stretto di Taiwan. In quest’ottica, pertanto, il progetto Power of Siberia 2 assumerebbe non soltanto un valore prettamente economico, ma anche una chiara valenza strategica e geopolitica.