Ai cantori delle virtù salvifiche per l’Italia del debito comune Ue pare essersi rotto il giocattolo tra le mani.
Infatti, per quanto riguarda il finanziamento delle spese per la difesa, è passato senza colpo ferire il termine del 31 maggio (non perentorio) per firmare l’accordo di prestito per lo strumento Safe, per il quale l’Italia aveva opzionato la somma di 14,9 miliardi.
Una sorta di Pnrr militare che mette a disposizione degli Stati membri prestiti, a condizioni almeno in apparenza particolarmente vantaggiose, fino a 150 miliardi, di cui finora sono stati opzionati circa 130 miliardi.
Ora è arrivato il momento di passare dalle opzioni non vincolanti ai fatti concludenti e l’Italia non è più così convinta di aggiungere altri 15 miliardi ai 123 miliardi di debiti che già oggi abbiamo con la Ue. L’ipotesi che circola è quella di chiedere un prestito di soli 4-5 miliardi, una cifra così modesta rispetto alle dimensioni della nostra finanza pubblica, che appare sostanzialmente un garbato rifiuto. Ed è evidente lo smacco per i difensori in servizio permanente effettivo del debito comune come bacchetta magica in grado di risolvere tutti i nostri problemi.
Eppure i segnali premonitori non erano mancati. Già nel documento di finanza pubblica di fine aprile si attribuivano al Safe solo «alcuni vantaggi finanziari». Insomma, l’equivalente della scelta di una banca per il mutuo, una volta deciso di ristrutturare la casa. Con l’essenziale precisazione, nascosta in una noticina in fondo a pagina 80, che «il piano presentato alla Commissione contempla tutte voci già definite all’interno degli attuali capitoli di bilancio e non porteranno a spese aggiuntive. Fanno eccezione quattro voci che esulano dal perimetro dei progetti finanziabili col Safe; il loro importo è estremamente limitato e la copertura avverrà tramite riduzione di altri capitoli di spesa». Concetto ribadito dal ministro Giancarlo Giorgetti a metà maggio alla Camera: «La quasi totalità dei programmi di spesa che l’Italia pensa di finanziare con Safe riguarda contratti già esistenti e tuttora in corso di esecuzione».
In altre parole, al Mef e alla Difesa hanno svuotato i cassetti, prendendo progetti già inseriti a bilancio e quindi nei tendenziali di spesa, e li hanno candidati al finanziamento con il Safe, anziché con l’emissione di titoli pubblici. Nessuna spesa aggiuntiva causata dalla Ue. Esattamente come avvenuto col Pnrr per circa 60 miliardi su 194.
Il 31 maggio la scadenza riguardava la firma degli accordi di prestito, degli accordi operativi e la presentazione dei contratti firmati aventi come unico committente l’Italia, dopo questa data devono essere coinvolti almeno due Stati membri. Quindi tecnicamente c’è ancora tempo, ma è la volontà politica che sta vacillando. Perché contemporaneamente il presidente Giorgia Meloni e lo stesso Giorgetti hanno più volte ribadito l’insostenibilità politica di prestiti per le spese militari, mentre la Commissione non autorizza un maggiore deficit per aiutare famiglie e imprese colpite dalla crisi dei prezzi energetici.
Una posizione di sfida che a Bruxelles non hanno preso bene e, come spesso accade in questi casi, hanno affidato i loro malumori ad una sapiente «velina» veicolata sul Financial Times che ha immediatamente ripreso notizie di un «furioso litigio» sul tema tra la Meloni e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Le perplessità dell’Italia dovrebbero essere però fondate anche sul rapporto costi-benefici degli ipotetici 15 miliardi di prestito Ue. Infatti, premesso che una somma del genere è solo una piccola frazione delle emissioni annuali del Tesoro, anche su lunghe scadenze come 10 e 30 anni, l’Italia sta già sperimentando sulla sua pelle (e sui suoi conti) con i prestiti del Pnrr, che il vantaggio in termini di costo per interessi è modesto. Infatti come già spiegato qualche settimana fa su questo giornale, quando la Commissione si indebita sui mercati per prestarci il denaro fa delle ben precise scelte in termini di scadenze, che sono effettivamente risultate subottimali. Si è indebitata a breve quando i tassi a lunga erano molto bassi e ora è costretta a rifinanziarsi a tassi ben più alti, ribaltando l’onere sui malcapitati Stati membri debitori.
Ma anche a parità di scadenze, il minor costo per interessi spuntato dalla Ue sui mercati rispetto al Tesoro italiano è diventato ormai irrilevante. Fino alla scadenza di 2 anni siamo praticamente alla pari, ma anche sulle scadenze di 5, 10 e 30 anni lo spread tra i due emittenti è ridotto rispettivamente a 25, 42 e 45 punti base, stando alle quotazioni di ieri.
40 punti base su un prestito di 15 miliardi, significano circa 60 milioni all’anno in più di oneri finanziari. Tuttavia va considerato che trattasi di un prestito di fatto privilegiato nel rimborso, assistito da vincoli molto stringenti a carico dell’Italia, anche per la natura delle spese finanziabili. Su 15 miliardi sarebbe sufficiente spendere «inutilmente» anche solo 100 milioni e i 60 milioni di risparmio teorico sugli interessi sfumerebbero in un attimo. Per non parlare del costo della burocrazia Ue che c’è dietro quel prestito, comunque a carico del debitore. Ma sono conti che al Mef sanno fare benissimo, evitando di ascoltare i canti delle sirene di Bruxelles.






