Nella parte sui princìpi e sui diritti fondamentali, le culture politiche trovano relativamente presto un terreno comune: la Costituzione è «riconosciuta» da tutti come liberale e democratica, come sottolinea Meuccio Ruini quando, nella seduta del 12 marzo 1947, rivendica il sistema di libertà e diritti che la distingue tanto dai modelli totalitari quanto dalle esperienze instabili del passato.
E i diritti che essa riconosce sono quasi sempre bilanciati da corrispondenti doveri che con il tempo, nella lettura politica della Carta, sono stati sottostimati quando non addirittura omessi. In altre parole, il consenso sulla prima parte nasce dalla comune volontà di fondare una democrazia pluralista e garantista, non di imporre un progetto ideologico unilaterale. Tanto che la stessa prima parte della Costituzione (si consideri a tal proposito, in particolare, la vicenda dell’art. 3 comma 2 relativo all’eguaglianza), sarà oggetto di interpretazioni politiche differenti. Il compromesso ideologico, dunque, si trova senza troppe tensioni, amalgamando diverse culture politiche intorno alla base comune dell’accettazione dei princìpi di una democrazia liberale.
È nella seconda parte - quella sulla forma di governo e sulle garanzie - che, invece, il compromesso diventa molto più sofferto. Qui la logica delle «garanzie politiche» prevale su quella dell’efficienza. Per l’essenziale: le sinistre temono che un rafforzamento dell’esecutivo possa tradursi in restaurazione autoritaria; la Dc e i partiti di centro temono, al contrario, che un eccesso di parlamentarismo esponga il sistema alle pressioni di un grande partito comunista legato all’Urss. Ne risulta una razionalizzazione assai debole del regime parlamentare. Fallisce l’ipotesi di introdurre meccanismi come la sfiducia costruttiva o il cancellierato sul modello del Grundgesetz tedesco, previsti dall’ordine del giorno Perassi del settembre 1946, e si preferisce «abbondare» in termini di garanzie e contropoteri, sacrificando la stabilità dei governi alla salvaguardia dell’equilibrio tra i partiti. È la scelta che porterà a una forma di governo intrinsecamente fragile, nella quale l’esecutivo dipende da maggioranze fluide, i governi sono esposti a crisi frequenti e il circuito decisionale tende a spostarsi dai luoghi istituzionali formali alle sedi informali di mediazione partitica.
In questo contesto, De Gasperi - che è Presidente del Consiglio per tutto il periodo dei lavori costituenti - mantiene un ruolo relativamente defilato nell’Assemblea, concentrando le sue energie sul fronte internazionale, sulla continuità statuale, sulla statuizione dei rapporti tra Chiesa e Stato. Va poi considerato in tutta la sua rilevanza il fatto che il processo costituente viene «tagliato in due» dalla rottura del maggio 1947 con le sinistre, che segna il passaggio dai governi di unità antifascista al centrismo e rende ancora più cogente la ricerca di garanzie reciproche e complessa la traduzione dei compromessi costituzionali in una forma di governo stabile. In quel torno di tempo la divisione del lavoro è netta: la Costituente scrive le regole, il governo si incarica di far sopravvivere e riconoscere lo Stato italiano in un contesto internazionale difficile, e da questa separazione di funzioni nasce anche il limite strutturale della nostra forma di governo, pensata più per impedire torsioni verticali che per decidere.
Proprio perché la forma di governo disegnata nel 1948 è debole, dunque, la Repubblica, per stare in piedi, necessita di un «Principe». Non un Principe individuale, s’intende, ma un soggetto politico capace di concentrare la legittimazione, di tenere insieme un sistema parlamentare frammentato e di assumere decisioni nei momenti di crisi. Antonio Gramsci aveva già immaginato questa traslazione tra il «Principe individuo» di Machiavelli al partito, inteso come «principe collettivo». E infatti, si può affermare che il partito sin dall’origine si candidi a svolgere questo ruolo, proponendosi come vera e propria infrastruttura del nuovo regime. È nel circuito della «democrazia dei partiti» che si regolano e si compongono i conflitti, si formano e si disfano le maggioranze e gli esecutivi, in continuità con la propensione che era stata già dell’Italia liberale a far convergere al centro del sistema le forze chiamate a esercitare responsabilità di governo isolando le ali antisistema. Col tempo, la centralità dei partiti sarebbe diventata ancora più avvertita. Al punto che la storiografia più recente individua, addirittura, nella «centralità assoluta dell’infrastruttura partitica» il meccanismo di funzionamento del regime parlamentare italiano che avrebbe trasformato il Parlamento in un mero luogo di ratifica di scelte compiute altrove.
Questa deriva, colta a posteriori in modo persino troppo unilaterale, non può, però, ritenersi scontata, soprattutto agli esordi. E quando poi all’inizio degli anni Novanta il sistema dei partiti costruito su quel compromesso esplode, sotto la pressione congiunta della fine della Guerra Fredda, delle inchieste di Tangentopoli e del crollo delle culture politiche tradizionali, il bisogno di trovare un Principe non scompare. Di fatti, il Principe resta, pur cambiando soggettività. Venuto meno il partito-Principe, con la dissoluzione della Dc, del Psi e la trasformazione del Pci, il fulcro di stabilizzazione si trasferisce progressivamente sul Presidente della Repubblica, che assume una funzione sempre più attiva nella gestione delle crisi, nella formazione degli esecutivi e nel raccordo con i vincoli europei e internazionali. Si può perciò affermare che il Capo dello Stato divenga il nuovo Principe della Repubblica: non per un mutamento formale della Costituzione, ma per l’inerzia di una forma di governo che continua a non fornire da sola un baricentro solido e che, in assenza del partito egemone, trova nel Quirinale l’unico attore in grado di garantire la continuità del sistema. Da ultimo, questa circostanza è stata emblematizzata dal film di un grande regista italiano, Paolo Sorrentino, dedicato per l’appunto alla figura del presidente colta nell’intreccio tra responsabilità istituzionale e scelte interiori. Il regista, nell’intervista di presentazione, afferma di essersi ispirato per il suo lavoro un po’ a Scalfaro, un po’ a Napolitano e un po’ a Mattarella: tre personalità politiche e umane assai diverse. Segno che la rilevanza istituzionale della carica si sia così tanto dilatata da influenzare persino la dimensione interiore e determinare la portata delle scelte di coscienza da assumere.
Non è nemmeno così lussuoso questo famoso Hotel de Bilderberg in Olanda. Tetti a punta, grandi vetrate, verande luminose, un giardino curato. Una bella e ampia dimora borghese, ma niente a che vedere con lo sfarzo aristocratico di alcuni alberghi dell’Italia del Nord, del Sud della Francia o della campagna inglese. Eppure qui, dal 29 al 31 maggio del 1954, si riuniscono 50 rappresentanti da 11 Paesi dell’Europa occidentale più 11 americani. Da questo momento in avanti, ogni anno, i membri di questa speciale associazione si riuniranno in modo itinerante. Ogni anno un luogo diverso. È il Club Bilderberg. A quella prima riunione ci sono ministri, ambasciatori, banchieri, grandi industriali. Nei decenni successivi questo incontro ecciterà le fantasie di complottisti, dietrologi, esoteristi, paranoici e semplici curiosi. Cos’è questo Club? Una rete di potere internazionale, un luogo di scambio culturale tra persone che contano, un incrocio di favori e interessi delle élite, un governo unico del mondo, la riunione dei burattinai della Terra? Lavora per la pace e la prosperità dei popoli oppure ordisce trame per la sottomissione dei più a una ristretta oligarchia?
Tanto si è fantasticato e ciascuno si è dato la propria risposta. Tuttavia, pochi conoscono come tutto questo è nato. Perché in quel fine maggio del 1954 c’è un uomo magro, non tanto alto, con gli occhi vispi, le orecchie grandi, i capelli con il riporto a sinistra, vestito con sobria raffinatezza, dai modi gentili che si muove da un capannello all’altro degli invitati. Sorride, stringe mani, incrocia presentazioni. Non è un banchiere, non è un politico, non è un giornalista, non è particolarmente ricco né di nobili origini. Si chiama Josef Hieronim Retinger e ha fondato il Club più discusso, osteggiato, ambito e ammirato dell’ultimo secolo. Il suo più intimo amico è il principe Bernardo d’Olanda, che gli succederà alla presidenza del Bilderberg, il quale descrive Retinger come un «monaco-soldato che amava i piaceri semplici come fumare, bere, chiacchierare, ridere, ma era dotato di una volontà d’acciaio, una mente notevole e un’energia inesauribile». Nato a Cracovia da una famiglia piccolo borghese, il papà è un avvocato che lavora per il conte Zamoysky, un ambiente che stimola nel giovane Josef uno slancio cosmopolita. Così, a 16 anni, si trasferisce a Parigi per studiare e qualche anno dopo si laurea in Lettere alla Sorbona. Nella capitale francese affina le sue capacità frequentando l’élite politica, intellettuale e letteraria di inizio secolo. […] Per il futuro fondatore del Club Bilderberg l’azione politica non può essere separata dalla formazione e dunque per prima cosa si trasferisce a Monaco a studiare Psicologia comparata, dove perfeziona gli studi con successo. Retinger è dotato di un naturale charme e sviluppa una notevole capacità relazionale e manipolatoria. Impara anche le lingue con notevole facilità e arriva a padroneggiarne quattro prima della fine dell’università. Si sposta poi in Inghilterra, anche qui nella capitale. Si specializza per un anno alla London School of Economics dove entra in contatto con i maggiori esponenti della Fabian Society che mescolano con sapienza riformismo, socialismo ed elitismo. A Londra persegue il suo obiettivo politico animando il movimento per l’indipendenza della Polonia, ma soprattutto inizia a costruire la sua rete di relazioni: diventa amico di scrittori come Joseph Conrad, polacco come lui, e il commediografo fabiano George Bernard Shaw ma soprattutto di politici, dall’ex premier Asquith a lord Balfour fino a Churchill. […] Retinger si trova a suo agio con gruppi sociali e di interesse diversissimi, e talvolta persino in conflitto tra di loro, mostrando una notevole capacità relazionale e trasformistica. Cattolici e massoni, socialisti e liberali, federalisti, monarchici, repubblicani, dove c’è una rete d’influenza, c’è Retinger. […]
Tra il 1906 e il 1920 si impegna su fronti diversi, sempre dentro la cornice liberale e sovranazionale: collabora alla definizione di un piano per riorganizzare l’Europa centro-orientale, voluto dal generale dei gesuiti, il conte polacco Ledóchowski; propugna la creazione di un governo mondiale, col federalista britannico Arthur Capel; sostiene la fondazione dello Stato di Israele, con leader del movimento sionista come Chaim Weizmann e Nahum Sokolov. Ma qualcosa va storto sul piano politico, siamo pur sempre nel corso della prima guerra mondiale e di fronte a un reflusso nazionalistico, e nel 1920 Retinger viene bollato come «persona non grata» nel Regno Unito. Prossima destinazione? Il Messico, ma con lo sguardo rivolto agli Stati Uniti. […] Nel Vecchio continente ritorna solo nel 1939, con l’idea di superare i nazionalismi e creare una Europa unita sul piano politico ed economico. […] [Nel dopoguerra] Retinger si volge interamente al progetto di unificazione europea coinvolgendovi anche gli Stati Uniti […]. È in questo contesto che Retinger inizia ad immaginare un modo per stringere relazioni più forti tra l’establishment dell’Europa occidentale e gli Stati Uniti. […] Nel maggio del 1948 Retinger è membro del comitato che organizza il Congresso dell’Aja, una grande conferenza che fu il primo passo del processo politico che portò al Trattato di Roma del 1957. […] Ponte fra i popoli europei, Retinger fu anche e soprattutto un ponte fra l’Europa e gli Stati Uniti. Per dire, fu uno dei soli tre europei, insieme a Winston Churchill e Richard Coudenhove-Kalergi, a far parte dell’American committee on United Europe (Acue), che può essere considerata come una struttura parallela, di carattere misto pubblico-privato, creata nel 1948 dalla Cia, dal Dipartimento di Stato e dal Council of foreign relations, […] per coordinare il supporto al processo di integrazione europea […]. Retinger era tra i responsabili della distribuzione di milioni di dollari senza i quali la ricostruzione europea non sarebbe stata possibile, dollari del governo ma anche delle grandi fondazioni Carnegie e Rockefeller. Un carburante fondamentale per il creatore del Bilderberg al fine di sviluppare le sue reti di potere e influenza tra Vecchio e Nuovo continente. Retinger fu naturalmente un sostenitore entusiasta della creazione della Nato nel 1949 perché è con lo stesso spirito federativo, nel mezzo della Guerra fredda, che nel 1954 nasce il Club Bilderberg. Retinger prese l’iniziativa proprio per evitare dinamiche di disgregazione interne all’Occidente e attutire le inevitabili tensioni in un’alleanza così vasta come quella atlantica. Era convinto che una discussione regolare, off-the-record, tra esponenti dell’establishment dei vari Paesi avrebbe favorito una comprensione migliore delle forze complessive e delle maggiori tendenze nelle nazioni occidentali in quel difficile periodo post bellico. Retinger credeva nel potere del dialogo diplomatico, era sostanzialmente un iper-politico seppur cultore della segretezza, e riteneva possibile la mediazione anche tra posizioni di partenza molti distanti. Per questo creò il Bilderberg, per costituire un consiglio transatlantico tra leader europei e americani. Un club capace di riunire aristocrazia di sangue, aristocrazia del capitale, vertici politici e burocratici: le idee avrebbero potuto essere anche molto diverse, ma la coscienza di rango e la dialettica avrebbero permesso a questa élite di arrivare a un coordinamento degli obiettivi. […] Ci vollero due anni per coinvolgere gli Stati Uniti nel progetto, tra i primi ad aderire ci fu il banchiere David Rockefeller […]. Retinger resterà segretario permanente del Bilderberg fino alla sua morte. Il Club mostrerà spesso una notevole lungimiranza sulle figure da coinvolgere nei suoi annuali meeting a porte chiuse. Ad esempio, Bill Clinton era ancora un poco conosciuto governatore dell’Arkansas quando venne invitato alla riunione del Bildergberg in Germania nel 1991. Un anno e mezzo dopo sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. L’outsider del partito conservatore Margaret Thatcher venne invitata per la prima volta nel 1976, tre anni prima di diventare a sorpresa primo ministro del Regno Unito. Il club funziona come una sorta di filtro funzionale delle élites globali, chi entra ha ottime possibilità di ritrovarsi al vertice della piramide poco dopo.
Nel 1956 Retinger era già consapevole dei rischi della sua iniziativa: «Per non essere tacciati di essere una mafia, non ci occuperemo di fare politica o di promuovere politiche. Il nostro obiettivo principale è smussare le difficoltà e le tensioni tra Paesi diversi in vari ambiti. Non abbiamo intenzione di intraprendere alcuna azione diretta. I rappresentanti partecipano sulla base di un tacito accordo da parte dei governi dei loro Paesi e delle organizzazioni internazionali». Non basteranno queste buone intenzioni. Nei decenni successi le accuse di complottismo e cospirazione si accaniranno comunque sul Club Bilderberg. Retinger morirà di cancro ai polmoni a Londra nel 1960. Senza patrimonio e senza stipendio alcuno, aiutato sul piano economico dai suoi molti amici, fra i quali il principe Bernardo d’Olanda. […]
[...] Per Guglielmo Ferrero quello di Bonaparte era un regime che precorreva quei totalitarismi del Novecento, che egli aveva visto affermarsi all’indomani del primo conflitto mondiale. Pur con tutti i limiti dell’analogia tra bonapartismo, autoritarismo e totalitarismo, ancora una volta la storia serviva all’intellettuale italiano per penetrare in profondità i segreti del tempo presente, per rintracciare le cause di trasformazione e decadenza al fine di comprendere quel tempo, piuttosto tormentato, che gli era toccato in sorte di vivere. E questa lezione serve a chi legge Potere oggi, nel ventunesimo secolo, per analizzare le tendenze profonde del potere nel nostro tempo. Pur in un’epoca di democrazie multilivello, istituzioni sovranazionali e globali, mercati estesi e sofisticati, enti tecnocratici e tecnologie digitali pervasive, i principi di legittimità continuano ad essere il motore su cui poggia la politica nelle sue molteplici forme. Oggi i «geni della città» si presentano in forma diversa da quella individuata da Ferrero: il principio aristo-monarchico è oramai superato mentre quello elettivo-democratico, almeno nel mondo occidentale, è consolidato da molti decenni. Eppure nel nostro tempo l’impressione è che il principio rappresentativo non riesca a saturare tutto lo spazio e le forme del potere. Oggi non esiste più una legittimazione per via ereditaria, di sangue, fondata sulla nobiltà famigliare, ma ciò non significa che il principio aristocratico non sia tornato nei sistemi liberal-democratici sotto altre forme.
La manifestazione principale di esso è senza dubbio il criterio della competenza che oggi ordina gran parte della società occidentale in modo gerarchico tanto nel privato quanto nel pubblico. I competenti, le élite con le credenziali accademiche, mostrano una capacità di influenza politico-culturale e un benessere economico che soverchia chi è sprovvisto di tali titoli. Non è un caso che nelle democrazie più avanzate la spesa delle famiglie per l’istruzione sia in costante e forte espansione e che lo status conferito da una competenza certificata dall’università venga considerato di grande importanza dalla parte più ambiziosa della popolazione. La globalizzazione, la finanziarizzazione, l’economia dei servizi, le istituzioni sovranazionali a trazione burocratica hanno accresciuto in modo esponenziale la rilevanza del merito scolastico e della competenza specialistica nell’occupazione dei posti di maggior prestigio nel pubblico e nel privato. Ha avuto origine quella che circa cinquant’anni fa è stata chiamata economia della conoscenza, presto evoluta in società della conoscenza. Ciò ha condotto alla costruzione di molte istituzioni pubbliche e private - si pensi alle banche centrali, alle autorità e alle agenzie amministrative, alla ricerca e alla scienza, alle società di consulenza, alle grandi aziende, alla finanza - fondate sul principio aristocratico della competenza. Così come Ferrero annotava uno scontro tra il principio aristo-monarchico e quello elettivo-democratico nell’era della Rivoluzione francese, oggi si può allo stesso modo rintracciare un contrasto tra il principio rappresentativo e quello della competenza. Si pensi alla polemica, emersa nell’ultimo decennio, dei nuovi partiti radicali e populisti contro gli esperti, alla contestazione della legittimità delle istituzioni tecnocratiche e sovranazionali, all’oscillazione tra governi tecnici e forze politiche anti-establishment, al disprezzo mostrato da alcune élite della competenza contro i «deplorevoli» non istruiti.
Potere di Ferrero ci riconduce dunque ad un’idea della storia sinusoidale, in cui la curva si snoda tra picchi di legittimazione e stabilità e cadute repentine della civiltà verso la decadenza e il disordine. Una storia che non si presenta mai identica a sé stessa ma che lascia intravedere dei caratteri comuni nella trasformazione dei sistemi politici. Il libro si rivela dunque un’opera utilissima non soltanto per la comprensione dei cicli politici e per la fisiologia delle élite, ma anche per capire quanto sia importante il rapporto tra cittadini e istituzioni per reggere uno stato su solide basi. In questo, difatti, Ferrero guardava più alla lezione della ragion di Stato e dell’arte di governo di Machiavelli e Botero che ai suoi contemporanei: il potere deve seguire le sue ragioni laiche e i suoi interessi, ma non deve mai dimenticare di poggiarsi su istituzioni che garantiscano consenso, identità, regole, simboli e rituali condivisi tra governati e governanti. Altrimenti, quando gli eventi determinano uno scollamento interno alla popolazione, la paura prende il sopravvento sia su chi comanda che su chi obbedisce e gli stati deperiscono, si rovinano e si decompongono nel caos. In questo contesto di decadenza, le élite perdono forza etica, prestigio, riconoscimento agli occhi del popolo e vengono incalzate da nuovi aspiranti al potere che si presentano con metodi più aggressivi e idee più radicali. In definitiva questa sembra essere la più profonda lezione di Potere ai fini della conservazione e del benessere di un regime politico: e cioè che quest’ultimo si fondi su di una legittimità concreta, in cui la comunità si riconosca in istituzioni ed élite capaci di generare al tempo stesso autorità e consenso, di contenere tradizione e innovazione. Serve insomma che si preservi quello che lo storico Denis Richet chiamava lo «spirito delle istituzioni» - cioè unità d’intenti tra individui, società e potere politico e sovrapposizione virtuosa tra diritto e comportamenti sociali - e che si custodisca una prudente capacità di discernimento nel momento in cui un regime politico entra in una parabola decadente che può condurre all’illegittimità, così da poterlo riparare e, nei casi migliori, riformare in tempo. È una visione che si deve tenere a mente sempre quando si osserva la politica nel suo complesso, anche oggi che il principio democratico si misura con il nuovo principio aristocratico della competenza. In definitiva, ci rammenta Ferrero, l’antico e virtuoso compito della politica è coltivare la sapienza nel gestire i conflitti attraverso le istituzioni, che vanno con costanza curate e riequilibrate, al fine di evitare che i regimi politici scivolino nell’artificio e nella illegittimità, subdoli veleni che possono distruggere le libertà, i simboli e le tradizioni su cui contano i popoli.





