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2025-04-05
La Russia apre a garanzie per Kiev. Rubio non si fida: «Fanno sul serio?»
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov (Ansa)
Le trattative tra Washington e Mosca procedono con moltissima cautela. Tuttavia, qualche spiraglio sembra intravedersi. Giovedì, nel corso di un’intervista a Fox News, uno dei principali negoziatori russi, Kirill Dmitriev, ha aperto a delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. «Alcune garanzie di sicurezza in qualche forma potrebbero essere accettabili», ha detto, pur ribadendo che per la Russia un eventuale ingresso di Kiev nella Nato resta inammissibile. Le parole del negoziatore russo sono rilevanti alla luce del fatto che finora Mosca aveva chiesto la piena smilitarizzazione dell’Ucraina, opponendosi anche allo schieramento di truppe di peacekeeping sul suo territorio. È importante sottolineare che l’apertura di Dmitriev è arrivata a seguito dei suoi recenti incontri con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff: dei faccia a faccia che, secondo Bloomberg News, si sono tenuti a Washington mercoledì e giovedì stesso.
Dall’altra parte, se il Cremlino ha espresso un «cauto ottimismo», assai prudente si è mostrato il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Parlando dal vertice Nato di Bruxelles, ha detto che si saprà «entro poche settimane» se la Russia vorrà realmente un accordo in Ucraina. «Il presidente Trump non cadrà nella trappola di infiniti negoziati su negoziati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Ci stiamo avvicinando alla pace in Ucraina perché stiamo parlando con entrambe le parti, ma non abbiamo ancora raggiunto alcun risultato».
Ricordiamo che, negli scorsi giorni, Donald Trump aveva espresso irritazione sia verso Volodymyr Zelensky che Vladimir Putin. Al primo aveva rimproverato di non voler firmare l’accordo sui minerali strategici, accusando invece il secondo di tergiversare. Non a caso, alcuni giorni fa, il presidente americano aveva minacciato tariffe secondarie sul petrolio russo. È in questo quadro che, stando a quanto riportato da Nbc News, il team di Trump starebbe suggerendo all’inquilino della Casa Bianca di non tenere una nuova telefonata con Putin, a meno che quest’ultimo non accetti un cessate il fuoco completo. Non è al contempo escludibile che la parziale apertura di Dmitriev sulle garanzie di sicurezza sia una conseguenza delle pressioni di Trump sul Cremlino.
Non solo. Dmitriev è altresì il Ceo del fondo d’investimento sovrano russo. È quindi possibile che, nei suoi colloqui a Washington con Witkoff, abbia affrontato anche il tema dei rapporti economici tra Stati Uniti e Russia. Ricordiamo che, durante la loro telefonata di marzo, Trump e Putin avevano parlato della possibilità di «enormi accordi economici» tra i due Paesi. Un tasto, questo, su cui la Casa Bianca sta battendo, per cercare di incunearsi nelle relazioni tra Russia e Cina. Probabilmente i pesanti dazi appena imposti da Trump a Pechino vanno letti (anche) in quest’ottica: dazi da cui Mosca è stata invece significativamente esentata. Certo, la Casa Bianca ha fatto presente che sono già in essere pesanti sanzioni contro la Russia: ragion per cui, ha precisato, non vigono al momento relazioni commerciali significative con questo Paese. Tuttavia, è interessante notare come i dazi reciproci siano stati annunciati da Trump negli stessi giorni in cui Dmitriev incontrava Witkoff a Washington. Insomma, probabilmente il presidente americano continua ad alternare il bastone alla carota.
Nel frattempo, si sta muovendo anche la Santa Sede. Ieri, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, si è sentito con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Secondo una nota della Santa Sede, «il dialogo è stato dedicato al quadro generale della politica mondiale, con particolare attenzione alla situazione della guerra in Ucraina e ad alcune iniziative volte a fermare le azioni belliche». La Russia, dal canto suo, ha espresso «gratitudine alla Santa Sede per la sua assistenza nel risolvere le questioni umanitarie».
Frattanto, è sempre più evidente come il dossier ucraino si intersechi con quello mediorientale. Ieri, il Cremlino ha detto che la questione iraniana va «risolta solo con mezzi politici e diplomatici». «Stiamo lavorando per ripristinare le nostre relazioni con gli Stati Uniti, ma anche l’Iran è un nostro partner, un nostro alleato, con il quale intratteniamo relazioni molto sviluppate e multiformi», ha proseguito. La Russia ha perso significativa influenza in Medio Oriente nel corso del 2024 a causa sia della caduta di Bashar Al Assad che dell’indebolimento di Teheran. Per cercare di recuperare terreno, Putin, a inizio marzo, si era proposto come mediatore nelle eventuali negoziazioni tra Washington e l’Iran per stipulare un nuovo accordo sul nucleare. Trump potrebbe riconoscere questo ruolo allo zar in cambio di un suo ammorbidimento sul dossier ucraino. La pressione a cui la Casa Bianca sta sottoponendo il regime khomeinista per costringerlo a trattare potrebbe quindi essere letta anche come un indiretto avvertimento al governo russo.
Governo russo che, giovedì, ha ospitato una conferenza con i ministri degli Esteri di Mali, Burkina Faso e Niger: i tre Paesi africani che, de facto sotto l’egida di Mosca, hanno creato, nel 2024, una confederazione politico-militare chiamata Aes. Nell’occasione, Lavrov ha accusato Kiev di tentare di destabilizzare la regione del Sahel. Segno, questo, che il Cremlino punta ad aumentare la propria pressione sul fianco meridionale della Nato. La maggiore attenzione russa alla Libia e allo stesso Sahel è del resto una conseguenza indiretta dello schiaffo subito in Siria da Mosca l’anno scorso.
«L’Ucraina sostiene i terroristi»
L’Ucraina arretra nel Sahel, dove la Russia avanza. Lontano dai riflettori dei più grandi mezzi di informazione, questo fronte di guerra risulta strategico, essendo ricco di combustibili fossili, metalli preziosi e minerali strategici. Qui, a metà tra l’Africa settentrionale e subsahariana, proliferano inoltre narcotrafficanti, gruppi terroristici, anche di matrice islamica, e venditori di esseri umani.
La posta in gioco è rilevante e, in tal senso, non potevano passare inosservate le dichiarazioni rilasciate ieri, a Mosca, dal ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop: «L’Ucraina è uno Stato patrocinatore del terrorismo». Alla presenza del ministro degli Esteri russo Sergej Viktorovic Lavrov, si è poi rimarcato, al contrario, il ruolo attivo di Mosca nel contrasto al terrorismo.
L’accusa non rappresenta, invero, un fulmine a ciel sereno. Il Mali, insieme al Burkina Faso e al Niger, avevano presentato già lo scorso agosto una comunicazione al presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per denunciare «il sostegno aperto e sfacciato al terrorismo internazionale» da parte del governo ucraino. In precedenza, d’altronde, avevano fatto discutere i commenti di alcuni funzionari ucraini che suggerivano il ruolo cruciale di Kiev negli attacchi dei separatisti tuareg nel villaggio nordorientale di Tinzawaten, vicino al confine con l’Algeria, nel luglio dell’anno scorso. Nell’azione decine di soldati maliani persero la vita.
Ieri a Mosca, oltre a Diop e Lavrov, erano presenti anche i ministri degli Esteri del Niger e del Burkina Faso, in visita ufficiale. I tre Paesi del Sahel hanno sancito la nascita di una forza armata congiunta a contrasto del terrorismo e delle ingerenze straniere, nel quadro dell’Alleanza dei Paesi del Sahel (Aes), da loro istituita. Difesa, sicurezza e diplomazia saranno i pilastri di questo nuovo asse, con Mosca nel ruolo di «partner strategico». «Gli esperti russi sono pronti a contribuire alla progettazione di un piano per dotare le forze dell’asse di armi specifiche» ha affermato Lavrov.
Nel frattempo, però, l’Ucraina prova a ricucire i rapporti con il continente nero. Il prossimo 10 aprile Volodymyr Zelensky volerà in Sudafrica per incontrare Cyril Ramaphosa, presidente del Paese, e discutere la possibile fine del conflitto contro la Russia, cercando così l’appoggio di un interlocutore influente per i futuri negoziati di pace. D’altra parte, il Sudafrica avanza con credibilità la propria candidatura come mediatore tra Kiev e Mosca: nel corso degli anni ha dichiarato la propria neutralità nel conflitto e in generale ha sempre avuto buoni rapporti con Mosca (entrambi i Paesi fanno parte del blocco dei Brics). L’incontro avviene anche in un momento di tensione di entrambi i Paesi con Washington. Oltre ad avere lanciato le invettive a reti unificate a Zelensky, infatti, Trump ha anche tagliato gli aiuti finanziari a Ramaphosa, in risposta all’entrata in vigore di una legge che espropria le terre e alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia.
D’altra parte, nel Paese è anche montato il malcontento per un possibile avvicinamento a Kiev. Così il leader del Mk Party, Floyd Shivambu ha definito Zelensky «un presidente fantoccio», rivendicando la neutralità del Sudafrica e annunciando un’ondata di proteste. Hanno alimentato il clima di tensione anche alcuni media locali diffondendo la notizia, in realtà non verificata, di una possibile acquisizione di Kiev della Northam Platinum, una delle principali società minerarie del Sudafrica.
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Timidi spiragli al tavolo delle trattative. Contatti anche con il Vaticano: ieri conversazione tra Gallagher e Lavrov.In visita a Mosca, il ministro degli Esteri del Mali spara a zero su Zelensky. Che vola a Johannesburg e parrebbe interessato alle miniere nel Continente nero.Lo speciale contiene due articoli.Le trattative tra Washington e Mosca procedono con moltissima cautela. Tuttavia, qualche spiraglio sembra intravedersi. Giovedì, nel corso di un’intervista a Fox News, uno dei principali negoziatori russi, Kirill Dmitriev, ha aperto a delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. «Alcune garanzie di sicurezza in qualche forma potrebbero essere accettabili», ha detto, pur ribadendo che per la Russia un eventuale ingresso di Kiev nella Nato resta inammissibile. Le parole del negoziatore russo sono rilevanti alla luce del fatto che finora Mosca aveva chiesto la piena smilitarizzazione dell’Ucraina, opponendosi anche allo schieramento di truppe di peacekeeping sul suo territorio. È importante sottolineare che l’apertura di Dmitriev è arrivata a seguito dei suoi recenti incontri con l’inviato statunitense per il Medio Oriente, Steve Witkoff: dei faccia a faccia che, secondo Bloomberg News, si sono tenuti a Washington mercoledì e giovedì stesso. Dall’altra parte, se il Cremlino ha espresso un «cauto ottimismo», assai prudente si è mostrato il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Parlando dal vertice Nato di Bruxelles, ha detto che si saprà «entro poche settimane» se la Russia vorrà realmente un accordo in Ucraina. «Il presidente Trump non cadrà nella trappola di infiniti negoziati su negoziati», ha proseguito, per poi aggiungere: «Ci stiamo avvicinando alla pace in Ucraina perché stiamo parlando con entrambe le parti, ma non abbiamo ancora raggiunto alcun risultato».Ricordiamo che, negli scorsi giorni, Donald Trump aveva espresso irritazione sia verso Volodymyr Zelensky che Vladimir Putin. Al primo aveva rimproverato di non voler firmare l’accordo sui minerali strategici, accusando invece il secondo di tergiversare. Non a caso, alcuni giorni fa, il presidente americano aveva minacciato tariffe secondarie sul petrolio russo. È in questo quadro che, stando a quanto riportato da Nbc News, il team di Trump starebbe suggerendo all’inquilino della Casa Bianca di non tenere una nuova telefonata con Putin, a meno che quest’ultimo non accetti un cessate il fuoco completo. Non è al contempo escludibile che la parziale apertura di Dmitriev sulle garanzie di sicurezza sia una conseguenza delle pressioni di Trump sul Cremlino.Non solo. Dmitriev è altresì il Ceo del fondo d’investimento sovrano russo. È quindi possibile che, nei suoi colloqui a Washington con Witkoff, abbia affrontato anche il tema dei rapporti economici tra Stati Uniti e Russia. Ricordiamo che, durante la loro telefonata di marzo, Trump e Putin avevano parlato della possibilità di «enormi accordi economici» tra i due Paesi. Un tasto, questo, su cui la Casa Bianca sta battendo, per cercare di incunearsi nelle relazioni tra Russia e Cina. Probabilmente i pesanti dazi appena imposti da Trump a Pechino vanno letti (anche) in quest’ottica: dazi da cui Mosca è stata invece significativamente esentata. Certo, la Casa Bianca ha fatto presente che sono già in essere pesanti sanzioni contro la Russia: ragion per cui, ha precisato, non vigono al momento relazioni commerciali significative con questo Paese. Tuttavia, è interessante notare come i dazi reciproci siano stati annunciati da Trump negli stessi giorni in cui Dmitriev incontrava Witkoff a Washington. Insomma, probabilmente il presidente americano continua ad alternare il bastone alla carota.Nel frattempo, si sta muovendo anche la Santa Sede. Ieri, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, Paul Gallagher, si è sentito con il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov. Secondo una nota della Santa Sede, «il dialogo è stato dedicato al quadro generale della politica mondiale, con particolare attenzione alla situazione della guerra in Ucraina e ad alcune iniziative volte a fermare le azioni belliche». La Russia, dal canto suo, ha espresso «gratitudine alla Santa Sede per la sua assistenza nel risolvere le questioni umanitarie».Frattanto, è sempre più evidente come il dossier ucraino si intersechi con quello mediorientale. Ieri, il Cremlino ha detto che la questione iraniana va «risolta solo con mezzi politici e diplomatici». «Stiamo lavorando per ripristinare le nostre relazioni con gli Stati Uniti, ma anche l’Iran è un nostro partner, un nostro alleato, con il quale intratteniamo relazioni molto sviluppate e multiformi», ha proseguito. La Russia ha perso significativa influenza in Medio Oriente nel corso del 2024 a causa sia della caduta di Bashar Al Assad che dell’indebolimento di Teheran. Per cercare di recuperare terreno, Putin, a inizio marzo, si era proposto come mediatore nelle eventuali negoziazioni tra Washington e l’Iran per stipulare un nuovo accordo sul nucleare. Trump potrebbe riconoscere questo ruolo allo zar in cambio di un suo ammorbidimento sul dossier ucraino. La pressione a cui la Casa Bianca sta sottoponendo il regime khomeinista per costringerlo a trattare potrebbe quindi essere letta anche come un indiretto avvertimento al governo russo.Governo russo che, giovedì, ha ospitato una conferenza con i ministri degli Esteri di Mali, Burkina Faso e Niger: i tre Paesi africani che, de facto sotto l’egida di Mosca, hanno creato, nel 2024, una confederazione politico-militare chiamata Aes. Nell’occasione, Lavrov ha accusato Kiev di tentare di destabilizzare la regione del Sahel. Segno, questo, che il Cremlino punta ad aumentare la propria pressione sul fianco meridionale della Nato. La maggiore attenzione russa alla Libia e allo stesso Sahel è del resto una conseguenza indiretta dello schiaffo subito in Siria da Mosca l’anno scorso.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russia-apre-a-garanzie-kiev-2671679476.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lucraina-sostiene-i-terroristi" data-post-id="2671679476" data-published-at="1743846404" data-use-pagination="False"> «L’Ucraina sostiene i terroristi» L’Ucraina arretra nel Sahel, dove la Russia avanza. Lontano dai riflettori dei più grandi mezzi di informazione, questo fronte di guerra risulta strategico, essendo ricco di combustibili fossili, metalli preziosi e minerali strategici. Qui, a metà tra l’Africa settentrionale e subsahariana, proliferano inoltre narcotrafficanti, gruppi terroristici, anche di matrice islamica, e venditori di esseri umani. La posta in gioco è rilevante e, in tal senso, non potevano passare inosservate le dichiarazioni rilasciate ieri, a Mosca, dal ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop: «L’Ucraina è uno Stato patrocinatore del terrorismo». Alla presenza del ministro degli Esteri russo Sergej Viktorovic Lavrov, si è poi rimarcato, al contrario, il ruolo attivo di Mosca nel contrasto al terrorismo. L’accusa non rappresenta, invero, un fulmine a ciel sereno. Il Mali, insieme al Burkina Faso e al Niger, avevano presentato già lo scorso agosto una comunicazione al presidente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite per denunciare «il sostegno aperto e sfacciato al terrorismo internazionale» da parte del governo ucraino. In precedenza, d’altronde, avevano fatto discutere i commenti di alcuni funzionari ucraini che suggerivano il ruolo cruciale di Kiev negli attacchi dei separatisti tuareg nel villaggio nordorientale di Tinzawaten, vicino al confine con l’Algeria, nel luglio dell’anno scorso. Nell’azione decine di soldati maliani persero la vita. Ieri a Mosca, oltre a Diop e Lavrov, erano presenti anche i ministri degli Esteri del Niger e del Burkina Faso, in visita ufficiale. I tre Paesi del Sahel hanno sancito la nascita di una forza armata congiunta a contrasto del terrorismo e delle ingerenze straniere, nel quadro dell’Alleanza dei Paesi del Sahel (Aes), da loro istituita. Difesa, sicurezza e diplomazia saranno i pilastri di questo nuovo asse, con Mosca nel ruolo di «partner strategico». «Gli esperti russi sono pronti a contribuire alla progettazione di un piano per dotare le forze dell’asse di armi specifiche» ha affermato Lavrov. Nel frattempo, però, l’Ucraina prova a ricucire i rapporti con il continente nero. Il prossimo 10 aprile Volodymyr Zelensky volerà in Sudafrica per incontrare Cyril Ramaphosa, presidente del Paese, e discutere la possibile fine del conflitto contro la Russia, cercando così l’appoggio di un interlocutore influente per i futuri negoziati di pace. D’altra parte, il Sudafrica avanza con credibilità la propria candidatura come mediatore tra Kiev e Mosca: nel corso degli anni ha dichiarato la propria neutralità nel conflitto e in generale ha sempre avuto buoni rapporti con Mosca (entrambi i Paesi fanno parte del blocco dei Brics). L’incontro avviene anche in un momento di tensione di entrambi i Paesi con Washington. Oltre ad avere lanciato le invettive a reti unificate a Zelensky, infatti, Trump ha anche tagliato gli aiuti finanziari a Ramaphosa, in risposta all’entrata in vigore di una legge che espropria le terre e alla causa intentata dal Sudafrica contro Israele presso la Corte internazionale di giustizia. D’altra parte, nel Paese è anche montato il malcontento per un possibile avvicinamento a Kiev. Così il leader del Mk Party, Floyd Shivambu ha definito Zelensky «un presidente fantoccio», rivendicando la neutralità del Sudafrica e annunciando un’ondata di proteste. Hanno alimentato il clima di tensione anche alcuni media locali diffondendo la notizia, in realtà non verificata, di una possibile acquisizione di Kiev della Northam Platinum, una delle principali società minerarie del Sudafrica.
Nel riquadro Abanoub Youssef (a destra), ucciso dal compagno di scuola Zouhair Atis (a sinistra). Sullo sfondo l'ingresso dell'Istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia (Ansa)
«La repressione non basta»: è il mantra del giorno dopo lo sconcertante omicidio del diciottenne marocchino Abanoub Youssef, accoltellato a morte in una scuola di La Spezia dal compagno di classe di origini egiziane, Zouhair Atis, che di anni ne ha 19. È la parola d’ordine della stampa e dei politici progressisti, adesso che il governo ha annunciato una stretta normativa sulla vendita di coltelli ai minorenni.
Non basterà, è vero. Come non è bastato il ripristino del voto di condotta. Come non basta la bocciatura automatica per i maturandi se, con la scusa della protesta civile, fanno scena muta all’orale. Provvedimenti che però, sommati, sono un segnale. Un tentativo di restituire dignità almeno a chi siede dietro la cattedra, visto che lo Stato, a parte sostenerla economicamente, non può ristrutturare la lesa istituzione della famiglia. Matteo Salvini l’ha ammesso: «Oltre alla legge servono prevenzione ed educazione». Serve tutto, meno che l’aria fritta.
E invece è di fuffa che parlavano ieri i giornali. In realtà, la diagnosi di Matteo Lancini, sulla Stampa, era precisa: «Sono mancati i limiti e le regole, la cui assenza, insieme all’utilizzo precocemente smodato di Internet, ha spinto i ragazzi a comportarsi in modo arrogante e violento. Pensano di poter fare quello che vogliono e vivono in un’alterazione della realtà causata dai social e dai videogiochi». Una parte della sua risposta era azzeccata: «Limitare l’utilizzo dello smartphone e introdurre provvedimenti restrittivi a scuola». Solo che la lezione dello psicologo si è subito tramutata in una fumosa tirata sull’urgenza di riscoprire «esperienze relazionali adulte capaci di prevenire il disagio psicologico giovanile e di trasformare i conflitti e le emozioni più disturbanti in parola». E Lancini ha individuato la radice del male nei «modelli di identificazione proposti quotidianamente dagli adulti», in un’epoca di «affermazione autocratica del proprio pensiero e del proprio sistema etico valoriale». In sostanza: colpa dei conservatori, dei sovranisti, dei populisti di destra, fautori di «forme di prevaricazione […] spacciate per interventi educativi», cui egli ha opposto la «democrazia degli affetti». Qualunque cosa significhi. Chissà quali brillanti risultati otterrebbe questa cura: andate da una gang di maranza a spiegare la «democrazia degli affetti».
Repubblica si è affidata alle parole della mamma di un adolescente che, nel 2017, a Napoli, fu ridotto in fin di vita da una banda di coetanei delinquentelli: «Non si può pensare di risolvere soltanto con i divieti», ha tuonato Maria Luisa Iavarone, né lasciando i giovani «a vegetare negli istituti minorili o nelle carceri». Giusto. Però i cittadini del domani devono imparare già oggi che le azioni hanno delle conseguenze. Che i criminali pagano. Che il sistema delle sanzioni, ancorché orientato alla redenzione del reo, non è una barzelletta.
Perciò facevano cascare le braccia le considerazioni di Sandro Ruotolo, eurodeputato del Pd e membro della segreteria del Nazareno. L’assassinio di La Spezia, ha osservato l’onorevole, è «la cifra di un’epoca in cui il rapporto con l’educazione, la cultura, lo studio non riesce più a produrre anticorpi sociali. Questo è il punto: la famiglia non è più un anticorpo sufficiente. La scuola non è più un anticorpo sufficiente». Non sono stati i compagni di Ruotolo a dedicare anni, decenni, alla demolizione sistematica dei corpi intermedi che, adesso, egli rimpiange? Rispetto all’epoca in cui i protagonisti e gli eredi del Sessantotto lottavano contro genitori, maestri, preti, in quanto baluardi del dominio borghese-capitalistico, sono cambiati solo un po’ gli slogan: da «Vietato vietare» a «Vietare non basta».
Sì, vietare non basta. Ma un po’ aiuta. Perché l’autorità si fonda sull’autorevolezza, però anche sul timore. È la prima cosa che si impara. Pensate alla Bibbia: all’uomo, Dio dà prima le regole e dopo la libertà dei figli. Lo allena a gestirla, più che a meritarla. Ecco perché non se ne può più di padri e madri che si comportano da amici. Ecco perché non se ne può più di insegnanti che vengono considerati «docenti», cioè burocrati dell’istruzione, anziché «professori», cioè responsabili di una missione.
Dopodiché, c’è un secondo livello di mistificazione, nelle arringhe di chi invoca caliginose terapie psicosociologiche per trattare il «disagio»: citare i giovani in quanto tali e non i giovani in quanto immigrati e figli di immigrati. C’è senza dubbio un problema enorme che riguarda le nuove generazioni. E c’è un problema nel problema, che riguarda bulli e vandali d’importazione. Anche per loro varrà il ritornello «Reprimere non è sufficiente», che ieri ha ripetuto pure il Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin. Anche nel loro caso, il contributo - chiamiamolo così - dei progressisti, che ora pontificano, è stato determinante: tra le tante cose che hanno distrutto, c’è la povera patria, a mezzo invasione di stranieri.
Senonché, persino questi ultimi intuiscono che qualcosa non funziona. Ai microfoni della Rai, il cugino del povero Youssef, Kiro Attia, ha sospirato: «Che si giri coi coltelli lo sanno tutti. E la scuola dov’è?». Già: dov’è? Impegnata con l’ecologismo e le conferenze di Francesca Albanese?
«Zero risarcimenti a chi delinque». Questa è la legge che può tutelare
«Chiunque, nell’atto di compiere un’azione delittuosa e violenta contro la persona o la proprietà altrui, subisce un danno alla propria persona, non può chiedere il risarcimento per quel danno». Quello enunciato è un articolo che non esiste nel nostro ordinamento e lo propongo ritenendolo giusto. Opinione personale, naturalmente, come opinione personale è il senso di «giustizia» che sto invocando, ma proverò a motivarlo. Il caso che ho in mente è quello che la cronaca ci presenta continuamente: per esempio, il ladro che entra di notte a casa tua, gli spari, lo mutili o uccidi e lui (o chi per lui) ti chiede i danni.
Ho sempre pensato che la legge dovesse essere impostata con una logica ferrea, quasi matematica, e credo che questo sia anche lo spirito dei giuristi. Nella pratica, anche in casi ove mi son trovato coinvolto personalmente per lo più come consulente, ho dovuto constatare che la legge è contraddittoria e che troppo è lasciato all’arbitrio di giudici.
Per esempio, anche se la mia proposta di norma non esiste, l’articolo 1227 del Codice civile prevede che «il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l’ordinaria diligenza». Che, nel caso in parola, significa «se il ladro si fosse astenuto dall’introdursi surrettiziamente in casa altrui». Anzi, esistono anche sentenze di Cassazione secondo cui non è risarcibile il danno subito da chi si espone volontariamente a un rischio o nell’ambito di un’attività illecita (il solito ladro del nostro esempio).
Cosa succede, allora, quando le cronache registrano vittime dell’aggressione che, avuta la meglio sull’aggressore, sono poi condannate a risarcirlo? Il sospetto è che prevalgano le idee politiche di quel giudice che, per qualche misteriosa ragione, preferisce «punire» l’aggredito ritenendolo responsabile di colpe che sono nascoste nella mente dello stesso giudice. Non mi sto inventando niente, come ci riportano le cronache dei comportamenti di alcuni giudici; in cui soccorso arriva la contraddizione logica tra l’articolo 1227 detto sopra e il 52 del Codice penale, che considera la difesa legittima «sempre che essa sia proporzionale all’offesa». Ecco: all’auspicio dell’introduzione di un articolo come quello che ho formulato all’inizio, auspico pure che queste parole siano soppresse dall’articolo 52 e per le ragioni che seguono.
Affinché una difesa, degna di essere motivo per invocare l’articolo 52 del Codice penale, sia efficace, essa deve sempre essere stata sovrabbondante rispetto all’offesa, cosicché qualunque difesa efficace potrebbe essere sempre «punita» e una difesa non punibile sarebbe solo quella che soccombe all’offesa. Alla fine, la proporzionalità enunciata nell’articolo è una sottilissima linea di demarcazione affidata solo alla valutazione personale del giudice. Una valutazione che non solo può essere inficiata dalle idee personali di questi, ma che è senz’altro inficiata dal fatto di essere effettuata «col senno di poi», per così dire.
Dell’individuo che ti entra in casa notte tempo vorremmo, invece, avere non solo il diritto ma anche il dovere di presumere il peggio e cioè che è armato ed è un assassino e vorremmo avere il diritto di potergli sparare se ne abbiamo l’opportunità, soprattutto se in camera da letto ci sono bambini che abbiamo il dovere difendere. Se questi diritti-doveri ci fossero riconosciuti, allora la conclusione dell’articolo 52 è inopportuna e, viceversa, mantenere quelle conclusioni implica che non ci è consentito di prevenire il peggio. Una prima obiezione è che non è detto che l’intruso voglia uccidere e che molte volte gli intrusi non hanno ucciso. Già, ma siccome sappiamo che alle volte hanno ucciso, potremmo sapere in quale delle volte rientra il nostro caso solo accettando il rischio di essere uccisi.
Un’altra obiezione è: «Non ci si può fare giustizia da sé». A parte il fatto che chi spara aggredito in casa propria non si sta facendo giustizia (lo sarebbe se, venuto a conoscenza del nome e dell’abitazione del ladro che l’ha derubato, gli andasse a casa per «punirlo»), all’obiezione segue la domanda: e chi deve fare giustizia? «Lo Stato», sarebbe la risposta. Però, forse, lo Stato non dovrebbe avere la pretesa di essere il solo a fare giustizia quando, di fatto, si astiene dall’esercitarla. Il poveretto accusato dallo Stato di essersi fatto giustizia da solo alla decima volta che si è trovato al cospetto di malviventi avrà pure il diritto di chiedere conto allo Stato della giustizia fatta le nove volte precedenti: solo uno Stato che dimostri di aver fatto giustizia può reclamare di essere il solo a poterla esercitare.
C’è un altro elemento a favore della assoluta esclusione di risarcimenti all’aggressore e dell’articolo proposto all’inizio. La vittima che reagisce in un modo che poi lo Stato punisce sta, di fatto, subendo un danno (la punizione) che non avrebbe subito se l’aggressore non lo avesse aggredito. Allora, è l’aggressore che ha messo la vittima nelle condizioni di infrangere, suo malgrado, la legge: sarebbe, così, prefigurabile una richiesta di risarcimento da parte della vittima punita dallo Stato contro l’aggressore. Cosicché, anche quando nell’articolo 52 si volessero mantenere le parole «sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa», bisognerebbe escludere in modo esplicito, netto e chiaro, risarcimenti all’aggressore.
Per concludere il ragionamento: il principio che, a mio avviso, dovrebbe passare è che un aggressore deve essere consapevole dei rischi che corre con l’azione aggressiva e non può lamentarsi se quei rischi si sono tramutati in danno.
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Svezia, frena il green. Data center, chi paga l’energia? Il ritorno dell’uranio. Petrolio giù, Permiano in difficoltà. La Cina stringe la morsa sul ferro.
Nel riquadro, la vittima Mauro Sbetta (IStock)
Le bottiglie sul tavolo avevano inizialmente creato negli investigatori una suggestione: probabilmente sulla scena del crimine c’erano più persone. E lo facevano pensare anche le condizioni in cui è stato trovato qualche giorno fa Mauro Sbetta, 68 anni, pensionato, massacrato dopo una colluttazione durante la quale ha cercato di difendersi. Per tutti, quell’uomo d’antan che anche solo per una passeggiata in centro calzava le sue Oxford e ritmava i passi con un bastone dal manico d’avorio, più per vezzo che per necessità, era «Milord», «Sir bombetta (dal cappello in stile inglese che indossava quando usciva, ndr)» o «Cavalier bombetta». Nonostante sembrasse emergere da un’altra epoca, era particolarmente attivo sul Web, dove postava le sue ricerche su Templari, massoneria e cattedrali gotiche. E anche se lo conoscevano tutti e in molti (è emerso dall’ascolto dei testimoni) passavano dalla sua abitazione anche solo per salutarlo o per chiedergli un consiglio, aveva pochissimi contatti sul suo telefono cellulare.
È stato ucciso, nella notte tra sabato e domenica, dopo una violenta aggressione e colpito alla testa probabilmente con un pesante oggetto afferrato nel soggiorno da una persona che conosceva. E che ora, secondo gli inquirenti (l’indagine è coordinata dal pm Davide Ognibene), ha un nome: Khalid Mamdouh, 41 anni, marocchino con regolare permesso di soggiorno, fermato dai carabinieri perché sospettato di omicidio volontario (con molta probabilità commesso nella notte tra il 10 e l’11 gennaio). Viveva in un edificio popolare a Borgo Valsugana (località in cui Sbetta, spesso, si recava per far visita alla seconda moglie del padre, ospitata in una casa di riposo), nella periferia commerciale del Comune distante cinque chilometri da Strigno, con i genitori. Era in Trentino da una trentina d’anni. E qui ha frequentato una scuola professionale in cui ha conseguito un diploma da operatore termoidraulico, certificazione che gli ha anche permesso di lavorare come operaio nel settore dell’edilizia, seppur in modo saltuario. Ma otteneva ingaggi pure da giardiniere. E, nonostante qualche risalente precedente per furto e per spaccio, era considerato integrato. Aveva amici e frequentava i bar del paese che lo aveva accolto.
Quando i carabinieri del Nucleo investigativo si sono presentati a casa dei genitori, hanno appreso che non rientrava da giorni. Non si era, comunque, allontanato. Ieri mattina i militari l’hanno rintracciato in un appartamento poco distante e ammanettato (ora è in carcere a Spini di Gardolo in attesa dell’interrogatorio). Incastrato, sostiene chi indaga, dall’analisi delle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona, delle celle telefoniche agganciate dal suo cellulare e dei rilievi del Ris, che giovedì scorso hanno passato a setaccio l’appartamento del cavalier Sbetta. A suo carico, stando all’accusa, graverebbero circostanziati e numerosi indizi.
Il cerchio si è stretto partendo dalla scena del delitto. Dai reperti. Dalle tracce (molte) lasciate dall’aggressore. Il mosaico si compone velocemente, proprio mentre dall’attività investigativa di tipo classico (l’ascolto dei testimoni) emergono i rapporti tra la vittima e il marocchino. Che non sarebbe stato occasionale. E che spiega perché l’attenzione degli inquirenti si sia concentrata su una cerchia ristretta di contatti. Tra i quali c’era Mamdouh. La dinamica, ancora in fase di costruzione, al momento è questa: Sbetta, che (è emerso dalle testimonianze) era una persona generosa e solita ad aiutare chi aveva qualche difficoltà, ha fatto accomodare in soggiorno il suo aggressore e si sarebbe trattenuto con lui per diverso tempo (quello necessario per consumare più di una birra, le cui bottiglie sono state trovate sul tavolo). Un tempo sufficiente perché l’atmosfera cambiasse. Durante la conversazione, ipotizzano gli investigatori, l’ospite gli avrebbe chiesto un aiuto, forse economico. E al probabile rifiuto (il movente è ancora in fase di accertamento e non è stato ufficializzato da chi indaga) sarebbe scattata l’aggressione. Che sarebbe continuata anche in altre stanze della casa, dove sono state trovate tracce di sangue e impronte insanguinate sui muri. Compreso il piano superiore: in camera da letto una porta-finestra è andata in frantumi. Sono volate delle suppellettili (alcune delle quali trovate sul pavimento). E con una di queste, al momento non ritrovata, l’assassino avrebbe colpito Sbetta ripetutamente alla testa, uccidendolo (il decesso, stando all’autopsia, sarebbe stato causato da una emorragia intracranica).
L’aggressore avrebbe, quindi, rovistato nei cassetti (il soggiorno era parzialmente a soqquadro) alla ricerca di qualcosa. Poi sarebbe uscito in fretta chiudendo la porta. A riaprirla, mercoledì notte, è stato un vicino di casa che aveva le chiavi, allertato da un cugino della vittima che non riusciva a sentirlo da domenica. Accompagnato dai carabinieri, ha varcato l’ingresso. Il colpo d’occhio ha subito restituito l’immagine di una scena del crimine. Sbetta era a terra, in una pozza di sangue. Intorno, i segni della violenza. Poco più di 48 ore dopo i carabinieri hanno imboccato una direzione precisa. Ora tocca alla giustizia.
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Giampaolo Pansa (Imagoeconomica)
I personaggi scomodi non sparivano solo nel buco nero delle prigioni del Kgb, ma pure dalle fotografie del regime. Da Lev Trotzky a Nikolaj Ivanovič Ezov, ministro dell’Interno di Baffone e organizzatore delle grandi purghe, la lista degli epurati è lunga.
Nella Repubblica Sovietica di via Cristoforo Colombo a Roma, invece, la lista è composta di un solo nome: quello di Giampaolo Pansa. Da inviato speciale a epurato speciale. Che nonostante i 14 anni trascorsi ai vertici del giornale, di cui fu a lungo vicedirettore, l’autore del Sangue dei vinti non godesse più dei favori di colleghi era noto. Alla sua morte, infatti, il giornale per cui aveva inventato alcune definizioni celebri, come «la Balena Bianca» o «le truppe mastellate», liquidò la sua scomparsa al pari di quella di un lontanissimo parente. Però questa volta la testata che rappresenta ciò che resta della sinistra italiana si è superata.
Celebrando il suo cinquantesimo anniversario, con pagine speciali all’interno dell’edizione quotidiana e con una mostra in cui sono riprodotti alcuni dei principali eventi che hanno accompagnato la sua storia, Repubblica ha semplicemente cancellato Pansa. Chi non sapesse nulla di lui, della sua presenza a Largo Fochetti (sede storica della testata), penserebbe che con Repubblica non abbia mai avuto nulla a che fare. Eppure, si imbarcò sul vascello corsaro capitanato da Scalfari nel 1977, quando oltre a non aver ancora preso il largo, la zattera rischiava di affondare per penuria di copie. Pansa veniva dal Corriere della Sera e insieme a Giorgio Bocca che arrivava dal Giorno era forse la firma più prestigiosa della ciurma ingaggiata da Barbapapà. Di certo era quella più autorevole per raccontare la politica, che scrutava ai congressi con il suo binocolo spiando anche le smorfie dei colonnelli, e per narrare il terrorismo, che aveva visto crescere sotto i propri occhi durante le assemblee studentesche e del movimento. Fu lui a coniare definizioni storiche, rimaste negli annali. Da «parolaio rosso» per Bertinotti a «coniglio mannaro» per Forlani. Con lui si confidavano tutti, da Berlinguer ad Andreotti, per finire a Romiti. Era il principe dei cronisti, famoso anche per il suo immenso archivio e per la minuzia con cui rievocava i fatti. Complessivamente, Pansa ha trascorso nel gruppo Espresso 31 anni della sua carriera, prima come vicedirettore di Repubblica, poi come condirettore del settimanale da cui era nato il quotidiano. In quell’azienda e in quelle testate ha in pratica trascorso gran parte della sua carriera e della sua vita.
Purtroppo per lui, nel 2003 volle raccontare la tragedia dei vinti, ovvero le stragi dopo la caduta del fascismo. Persone che avevano indossato la camicia nera o che non avevano avuto nulla da spartire con il regime. Ma la guerra civile non guardava in faccia a nessuno, nemmeno i minorenni, alcuni dei quali pagarono con la vita. La colpa di Giampaolo fu fare luce sul lato oscuro della Resistenza, intaccando un po’ la gloria delle bande partigiane. Avere osato narrare il sangue dei vinti gli costò un’infinità di insulti, ma soprattutto l’ostracismo dei colleghi. Pansa con il suo libro minacciava il dogma dell’antifascismo, facendo cadere dal piedistallo la Resistenza e questo, a Repubblica, il quotidiano che giorno dopo giorno ha alimentato il credo della guerra di liberazione, non è stato perdonato. Giampaolo fu costretto a emigrare, prima al Riformista poi a Libero e quindi alla Verità. Per i compagni con cui aveva condiviso le notti in redazione aveva tradito. Un voltafaccia che non gli perdonarono neppure quando morì.
Ricordo che in chiesa, al suo funerale, c’erano quattro giornalisti e uno solo di Repubblica. Non il direttore o il vicedirettore, ma nemmeno il caporedattore. Dimenticato nonostante avesse contribuito con i suoi articoli a far crescere il giornale, prima che ci pensassero i De Benedetti e gli Agnelli a farlo decrescere. Ora, con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dalla fondazione, l’opera è compiuta. Come ai bei tempi dell’Unione Sovietica, il suo nome è sbianchettato e chi visiterà la mostra o leggerà il giornale nulla saprà di lui. La damnatio memoriae così sarà completa.
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