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2022-03-09
«I russi bombardano i corridoi umanitari». Ma Mosca smentisce
Ansa
L’8 marzo per le donne ucraine sarà una data che non potranno mai dimenticare perché invece di ricevere delle mimose hanno trascorso la loro giornata in fuga dalle bombe oppure nascoste nei rifugi.
Ieri alle 8 ora italiane, le 9 in Ucraina, è scattato il cessate il fuoco in modo da consentire l’evacuazione dei civili dalle città di Kiev, Kharkiv, Mariupol, Chernihiv e Sumy, come da intese siglate lo scorso lunedì durante la terza tornata di incontri bilaterali russo-ucraini arrivata dopo il fallimento dell’annuncio dell’apertura dei corridoi umanitari che non erano potuti mettere in funzione. In ogni caso, seppur in una situazione fragilissima che può degenerare in qualsiasi momento, il corridoio umanitario per evacuare i civili da Sumy resta aperto. Ieri mattina secondo il governatore della regione di Sumy, Dmytro Zhyvytskyi, il corridoio «era operativo» e la situazione all’uscita della città del Nord Est occupata dai russi veniva descritta come «calma», poi nel pomeriggio l’Ucraina ha denunciato «bombardamenti sui corridoi umanitari», un fatto però negato dai russi, che attraverso l’agenzia di stampa Ria hanno fatto sapere di aver evacuato 723 i civili attraverso il passaggio che va da Sumy a Poltava, nella parte centrale del dell’Ucraina.
Questo mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelenski, in un’intervista all’Abc parlava di un possibile compromesso: «Possiamo discutere e trovare un compromesso su come questi territori continueranno a vivere» riferito ovviamente alla Crimea mentre per quanto riguarda le due repubbliche separatiste del Donbass definite in tono sprezzante delle «pseudo Repubbliche» ha affermato: «Sono pronto ad un dialogo ma non alla capitolazione». Ma cosa vuol dire trovare un compromesso su qualcosa che è già «de facto» ed è un tema sul quale Vladimir Putin non vuole trattare per nessuna ragione al mondo?
Probabilmente lo sapremo nei prossimi giorni, tuttavia, il tempo scorre inesorabilmente, i morti aumentano e il momento dei tatticismi sta finendo per tutti mentre nella notte la città di Odessa è stata presa di mira da un attacco aereo che ha causato almeno 10 morti tra i quali ci sono ancora una volta dei bambini e lo stesso è accaduto nella la città di Sumy dove un bombardamento dei caccia russi avvenuto all’alba ha provocato la morte di 21 civili, tra cui 2 bambini. Zelenski ha concluso l’intervista agitando lo spettro di una possibile terza guerra mondiale: «Questa guerra non finirà così. Scatenerà la guerra mondiale». E poi, rivolgendosi alla Russia: «Tutti coloro che sono venuti sulla nostra terra, tutti coloro che hanno dato gli ordini... Sono tutti criminali di guerra». Per tornare al corridoio umanitario, nel tardo pomeriggio di ieri il ministero degli Esteri ucraino con un tweet ha rincarato la dose sulle presunte violazioni del cessate il fuoco: «Le forze russe stanno ora bombardando il corridoio umanitario da Zaporizhzhia a Mariupol. Otto camion e trenta autobus pronti a consegnare aiuti umanitari a Mariupol e a evacuare civili a Zaporizhzhia. La pressione sulla Russia deve essere intensificata affinché mantenga i suoi impegni», mentre Dmytro Ivanovyc Kuleba, ministro degli Esteri, ha accusato apertamente la Russia di «tenere in ostaggio 300.000 civili a Mariupol e di impedirne l’evacuazione nonostante gli accordi con la mediazione della Croce Rossa Internazionale».
In attesa del quarto round negoziale dove sarebbe auspicabile che al tavolo prendessero posto figure di primo livello sia russe che ucraine, dai fronti di guerra arrivano centinaia di notizie diffuse da una parte e dall’altra, impossibili o quasi da verificare. Pochissime le certezze; una tra tutte è che la popolazione civile nelle diverse città cinte d’assedio vive al freddo, senza l’acqua corrente, senza luce e non può comunicare con nessuno visto che anche ieri notte sono stati bombardati i ripetitori della telefonia mobile.
Drammatica la situazione nella regione di Kiev, dove ieri pomeriggio tre adulti sono stati uccisi e tre bambini feriti dall’esplosione di una mina nella regione di Chernihiv (a Nord della capitale) ma soprattutto nella città portuale di Mariupol (Sud dell’Ucraina) dove secondo Laurent Ligozat, coordinatore delle emergenze di Medici senza frontiere intervistato dall’agenzia stampa Agi, «la situazione umanitaria è catastrofica ed è fondamentale che i civili vengano evacuati subito». Per tornare al fronte, è data per certa la morte del generale russo Vitaly Gerasimov, vice comandante della 41ª Armata interforze russa che sarebbe stato ucciso da un cecchino ucraino a Kharkiv. Vitaly Gerasimov non era certo un generale qualsiasi; nipote del generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore e primo vice Comandante della 41ª armata del distretto militare centrale della Russia, era conosciuto come colui che «ha conquistatola Crimea» e anche per aver partecipato alla seconda guerra in Cecenia e all’operazione militare russa in Siria.
Sul fronte dell’intelligence militare, invece, c’è molto nervosismo da parte russa per un articolo pubblicato dal Times nel quale l’attivista per i diritti umani Vladimir Osechkin parla di un presunto report dell’Fsb (il servizio segreto che si occupa della sicurezza interna della Federazione Russa) finito non si sa come nelle sue mani, nel quale gli 007 russi criticano ferocemente l’operazione militare. Difficile stabilire se sia vero o falso il report ma non sono in pochi coloro che ritengono che tra le agenzie di intelligence russe la guerra in Ucraina sia stata fin da subito avversata. Putin però ha tirato dritto e al momento nessuno sa come uscirne.
«Prendiamo rifugiati come stagionali per lavorare sulle spiagge italiane»
La guerra in Ucraina sta causando una significativa ondata di profughi verso Occidente. Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, al momento avrebbero lasciato il Paese circa due milioni di persone: in questo quadro, alla giornata di ieri, il nostro Paese aveva accolto circa 17.000 rifugiati. Numeri significativi che sono probabilmente destinati a crescere.
In tal senso, l’Italia non si sta organizzando soltanto sul piano dell’assistenza umanitaria, ma sul territorio sono state avviate delle iniziative per assumere dei rifugiati come lavoratori stagionali. Confesercenti ha innanzitutto approntato un pacchetto di 10.000 contratti stagionali, al cui interno verranno inseriti anche giovani profughi della guerra in corso. «Pensiamo al futuro e all’integrazione di chi sta arrivando e arriverà nei prossimi mesi nel Lazio e a Roma», ha dichiarato al Messaggero il presidente della Fiepet–Confesercenti Roma, Claudio Pica. «Ognuno sta facendo la propria parte e anche noi, come possiamo, stiamo mettendo in campo tutto ciò che possiamo, per aiutare i sopravvissuti di questo terribile conflitto», ha aggiunto. «Avvieremo le procedure per tutti coloro che vorranno», ha proseguito, «si tratta di contratti a termine da attivare per il trimestre estivo. Abbiamo pensato ai tanti studenti, ai giovanissimi, è una possibilità per dare loro modo di integrarsi e iniziare a ricostruire una nuova vita». In particolare, a livello tecnico, Confesercenti attiverà questi contratti, accedendo al Fondo competenza. La rete Riviera Sicura, dal canto suo, ha annunciato ieri assunzioni a tempo determinato – da tre a sei mesi – di almeno 300 donne ucraina, fuggite dal conflitto, negli alberghi della riviera romagnola. «L'economia del nostro territorio», ha detto il presidente della rete Giosuè Salomone, «necessita di manodopera straordinaria ogni stagione estiva. Avevamo già previsto di ricorrere al decreto Flussi per sopperire alla mancanza di personale poiché il mercato del lavoro italiano non riesce mai a soddisfare la nostra richiesta in estate». «Il personale va però formato», ha proseguito Salomone, «e per questo già lunedì inizieremo un corso base di italiano, cui seguiranno corsi di housekeeping, haccp e sicurezza sul lavoro per essere pronti con le assunzioni già a Pasqua. Abbiamo calcolato di potere erogare stipendi per oltre due milioni di euro entro settembre. Soldi che le famiglie, al loro rientro in patria, potranno impiegare per la ricostruzione del Paese». «Chiederemo al governo», ha concluso il presidente di Riviera Sicura, «un provvedimento straordinario che consenta sgravi contributivi per l'assunzione dei rifugiati: il minore introito di contributi sarebbe più che ampiamente coperto dal risparmio nell'accoglienza».
Ora, è senz’altro giusto dare un aiuto concreto a persone che fuggono veramente da una guerra. E queste iniziative vanno indubbiamente in tale direzione. Detto ciò, bisogna tuttavia anche vigilare affinché da una buona azione non nascano degli effetti problematici. Non bisogna infatti trascurare gli effetti perniciosi che la pandemia ha avuto sull’economia e il mercato del lavoro nel nostro Paese. Alla luce di tali iniziative, è quindi necessario cercare di evitare due rischi: la sostituzione di manodopera italiana e l’abbassamento dei salari. Un problema, quest’ultimo, che si pone inevitabilmente in presenza di lavoratori disposti a guadagnare meno. I giusti aiuti umanitari devono quindi armonizzarsi con la questione sociale. Non è facile, certo. Ma è quello che bisogna fare.
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Nuove vittime tra i civili, bambini compresi. Kiev accusa: «L’invasore tiene in ostaggio 300.000 persone a Mariupol».L’Italia si attrezza per l’accoglienza. Ma c’è il rischio di un contraccolpo sociale.Lo speciale contiene due articoli.L’8 marzo per le donne ucraine sarà una data che non potranno mai dimenticare perché invece di ricevere delle mimose hanno trascorso la loro giornata in fuga dalle bombe oppure nascoste nei rifugi. Ieri alle 8 ora italiane, le 9 in Ucraina, è scattato il cessate il fuoco in modo da consentire l’evacuazione dei civili dalle città di Kiev, Kharkiv, Mariupol, Chernihiv e Sumy, come da intese siglate lo scorso lunedì durante la terza tornata di incontri bilaterali russo-ucraini arrivata dopo il fallimento dell’annuncio dell’apertura dei corridoi umanitari che non erano potuti mettere in funzione. In ogni caso, seppur in una situazione fragilissima che può degenerare in qualsiasi momento, il corridoio umanitario per evacuare i civili da Sumy resta aperto. Ieri mattina secondo il governatore della regione di Sumy, Dmytro Zhyvytskyi, il corridoio «era operativo» e la situazione all’uscita della città del Nord Est occupata dai russi veniva descritta come «calma», poi nel pomeriggio l’Ucraina ha denunciato «bombardamenti sui corridoi umanitari», un fatto però negato dai russi, che attraverso l’agenzia di stampa Ria hanno fatto sapere di aver evacuato 723 i civili attraverso il passaggio che va da Sumy a Poltava, nella parte centrale del dell’Ucraina. Questo mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelenski, in un’intervista all’Abc parlava di un possibile compromesso: «Possiamo discutere e trovare un compromesso su come questi territori continueranno a vivere» riferito ovviamente alla Crimea mentre per quanto riguarda le due repubbliche separatiste del Donbass definite in tono sprezzante delle «pseudo Repubbliche» ha affermato: «Sono pronto ad un dialogo ma non alla capitolazione». Ma cosa vuol dire trovare un compromesso su qualcosa che è già «de facto» ed è un tema sul quale Vladimir Putin non vuole trattare per nessuna ragione al mondo? Probabilmente lo sapremo nei prossimi giorni, tuttavia, il tempo scorre inesorabilmente, i morti aumentano e il momento dei tatticismi sta finendo per tutti mentre nella notte la città di Odessa è stata presa di mira da un attacco aereo che ha causato almeno 10 morti tra i quali ci sono ancora una volta dei bambini e lo stesso è accaduto nella la città di Sumy dove un bombardamento dei caccia russi avvenuto all’alba ha provocato la morte di 21 civili, tra cui 2 bambini. Zelenski ha concluso l’intervista agitando lo spettro di una possibile terza guerra mondiale: «Questa guerra non finirà così. Scatenerà la guerra mondiale». E poi, rivolgendosi alla Russia: «Tutti coloro che sono venuti sulla nostra terra, tutti coloro che hanno dato gli ordini... Sono tutti criminali di guerra». Per tornare al corridoio umanitario, nel tardo pomeriggio di ieri il ministero degli Esteri ucraino con un tweet ha rincarato la dose sulle presunte violazioni del cessate il fuoco: «Le forze russe stanno ora bombardando il corridoio umanitario da Zaporizhzhia a Mariupol. Otto camion e trenta autobus pronti a consegnare aiuti umanitari a Mariupol e a evacuare civili a Zaporizhzhia. La pressione sulla Russia deve essere intensificata affinché mantenga i suoi impegni», mentre Dmytro Ivanovyc Kuleba, ministro degli Esteri, ha accusato apertamente la Russia di «tenere in ostaggio 300.000 civili a Mariupol e di impedirne l’evacuazione nonostante gli accordi con la mediazione della Croce Rossa Internazionale».In attesa del quarto round negoziale dove sarebbe auspicabile che al tavolo prendessero posto figure di primo livello sia russe che ucraine, dai fronti di guerra arrivano centinaia di notizie diffuse da una parte e dall’altra, impossibili o quasi da verificare. Pochissime le certezze; una tra tutte è che la popolazione civile nelle diverse città cinte d’assedio vive al freddo, senza l’acqua corrente, senza luce e non può comunicare con nessuno visto che anche ieri notte sono stati bombardati i ripetitori della telefonia mobile. Drammatica la situazione nella regione di Kiev, dove ieri pomeriggio tre adulti sono stati uccisi e tre bambini feriti dall’esplosione di una mina nella regione di Chernihiv (a Nord della capitale) ma soprattutto nella città portuale di Mariupol (Sud dell’Ucraina) dove secondo Laurent Ligozat, coordinatore delle emergenze di Medici senza frontiere intervistato dall’agenzia stampa Agi, «la situazione umanitaria è catastrofica ed è fondamentale che i civili vengano evacuati subito». Per tornare al fronte, è data per certa la morte del generale russo Vitaly Gerasimov, vice comandante della 41ª Armata interforze russa che sarebbe stato ucciso da un cecchino ucraino a Kharkiv. Vitaly Gerasimov non era certo un generale qualsiasi; nipote del generale Valery Gerasimov, capo di stato maggiore e primo vice Comandante della 41ª armata del distretto militare centrale della Russia, era conosciuto come colui che «ha conquistatola Crimea» e anche per aver partecipato alla seconda guerra in Cecenia e all’operazione militare russa in Siria. Sul fronte dell’intelligence militare, invece, c’è molto nervosismo da parte russa per un articolo pubblicato dal Times nel quale l’attivista per i diritti umani Vladimir Osechkin parla di un presunto report dell’Fsb (il servizio segreto che si occupa della sicurezza interna della Federazione Russa) finito non si sa come nelle sue mani, nel quale gli 007 russi criticano ferocemente l’operazione militare. Difficile stabilire se sia vero o falso il report ma non sono in pochi coloro che ritengono che tra le agenzie di intelligence russe la guerra in Ucraina sia stata fin da subito avversata. Putin però ha tirato dritto e al momento nessuno sa come uscirne. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/russi-bombardano-corridoi-mosca-smentisce-2656877143.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prendiamo-rifugiati-come-stagionali-per-lavorare-sulle-spiagge-italiane" data-post-id="2656877143" data-published-at="1646794908" data-use-pagination="False"> «Prendiamo rifugiati come stagionali per lavorare sulle spiagge italiane» La guerra in Ucraina sta causando una significativa ondata di profughi verso Occidente. Secondo quanto riferito dalle Nazioni Unite, al momento avrebbero lasciato il Paese circa due milioni di persone: in questo quadro, alla giornata di ieri, il nostro Paese aveva accolto circa 17.000 rifugiati. Numeri significativi che sono probabilmente destinati a crescere. In tal senso, l’Italia non si sta organizzando soltanto sul piano dell’assistenza umanitaria, ma sul territorio sono state avviate delle iniziative per assumere dei rifugiati come lavoratori stagionali. Confesercenti ha innanzitutto approntato un pacchetto di 10.000 contratti stagionali, al cui interno verranno inseriti anche giovani profughi della guerra in corso. «Pensiamo al futuro e all’integrazione di chi sta arrivando e arriverà nei prossimi mesi nel Lazio e a Roma», ha dichiarato al Messaggero il presidente della Fiepet–Confesercenti Roma, Claudio Pica. «Ognuno sta facendo la propria parte e anche noi, come possiamo, stiamo mettendo in campo tutto ciò che possiamo, per aiutare i sopravvissuti di questo terribile conflitto», ha aggiunto. «Avvieremo le procedure per tutti coloro che vorranno», ha proseguito, «si tratta di contratti a termine da attivare per il trimestre estivo. Abbiamo pensato ai tanti studenti, ai giovanissimi, è una possibilità per dare loro modo di integrarsi e iniziare a ricostruire una nuova vita». In particolare, a livello tecnico, Confesercenti attiverà questi contratti, accedendo al Fondo competenza. La rete Riviera Sicura, dal canto suo, ha annunciato ieri assunzioni a tempo determinato – da tre a sei mesi – di almeno 300 donne ucraina, fuggite dal conflitto, negli alberghi della riviera romagnola. «L'economia del nostro territorio», ha detto il presidente della rete Giosuè Salomone, «necessita di manodopera straordinaria ogni stagione estiva. Avevamo già previsto di ricorrere al decreto Flussi per sopperire alla mancanza di personale poiché il mercato del lavoro italiano non riesce mai a soddisfare la nostra richiesta in estate». «Il personale va però formato», ha proseguito Salomone, «e per questo già lunedì inizieremo un corso base di italiano, cui seguiranno corsi di housekeeping, haccp e sicurezza sul lavoro per essere pronti con le assunzioni già a Pasqua. Abbiamo calcolato di potere erogare stipendi per oltre due milioni di euro entro settembre. Soldi che le famiglie, al loro rientro in patria, potranno impiegare per la ricostruzione del Paese». «Chiederemo al governo», ha concluso il presidente di Riviera Sicura, «un provvedimento straordinario che consenta sgravi contributivi per l'assunzione dei rifugiati: il minore introito di contributi sarebbe più che ampiamente coperto dal risparmio nell'accoglienza». Ora, è senz’altro giusto dare un aiuto concreto a persone che fuggono veramente da una guerra. E queste iniziative vanno indubbiamente in tale direzione. Detto ciò, bisogna tuttavia anche vigilare affinché da una buona azione non nascano degli effetti problematici. Non bisogna infatti trascurare gli effetti perniciosi che la pandemia ha avuto sull’economia e il mercato del lavoro nel nostro Paese. Alla luce di tali iniziative, è quindi necessario cercare di evitare due rischi: la sostituzione di manodopera italiana e l’abbassamento dei salari. Un problema, quest’ultimo, che si pone inevitabilmente in presenza di lavoratori disposti a guadagnare meno. I giusti aiuti umanitari devono quindi armonizzarsi con la questione sociale. Non è facile, certo. Ma è quello che bisogna fare.
«Quando ci si adopera per una cura adeguata della nostra Casa comune e di tutti, deve essere considerato un approccio integrale», scrivono i cardinali Michael Czerny e Kevin Joseph Farrell - prefetti rispettivamente dei due citati dicasteri - nell’introduzione al testo dove, peraltro, non manca una citazione di papa Benedetto XVI.
Certo, ci sono pure vari richiami a papa Francesco, com’è inevitabile avendo egli dedicato all’ecologia un’intera enciclica, la Laudato si' (2015). Tuttavia, il testo è del tutto coerente con la linea di papa Leone XIV, il quale, pur citando spesso papa Bergoglio, guida ora la Chiesa su acque dottrinalmente ben più tranquille. Prova ne è il fatto che L’ecologia integrale nella vita della famiglia non si limita, si potrebbe ironizzare, a invitare a fare la raccolta differenziata, ma dedica più passaggi a richiamare il ruolo stesso di quella che, per i cattolici, è la cellula fondamentale della società. Il documento infatti non parla genericamente di famiglia, ma lo fa sempre in riferimento al sacramento matrimoniale; non è un caso che il termine «matrimonio» ricorra ben dieci volte.
A tal proposito, sovvengono le parole di papa Prevost, che nell’omelia in occasione della Messa per il giubileo delle Famiglie, nelle prime settimane del suo pontificato, aveva precisato, esprimendo una linea cristallina, che «il matrimonio non è un ideale ma il canone del vero amore». Non stupisce, allora, che nelle pagine del documento appena pubblicato la famiglia fondata sul sacramento del matrimonio sia richiamata così spesso. Ma c’è più. In un testo che si presenta come di «ecologia integrale», con cioè una prospettiva che si prende cura del creato nel suo insieme, traspare con forza l’idea che non esista cura dell’ambiente senza quella dell’uomo, tanto che viene sottolineata con forza la necessità di far «rispettare la vita umana dal concepimento alla morte naturale dicendo no all’aborto, all’eutanasia, alla maternità surrogata e alle tecniche di fecondazione assistita e alla loro promozione» (p. 34).
Poco prima, anche una condanna all’ideologia antinatalista: «Oggi c’è la tendenza a considerare la crescita demografica come la principale minaccia per l’umanità» (p. 29). A seguire, un ammonimento ai governi che «operano attivamente per la diffusione dell’aborto, promuovendo talvolta l’adozione della pratica della sterilizzazione» e impongono «un forte controllo delle nascite» (p. 30).
Anche le proposte educative alle giovani generazioni, sia pure calibrate sul tema ambientale, sposano sempre un’antropologia cristiana. Così, nelle pagine dedicate all’istruzione, troviamo sì riferimenti all’importanza di «chiedere alla scuola di aggiornare le proprie attività e manuali didattici in materia di ecologia» e a quella di «educare a non sprecare il cibo» (p. 58); ma quest’ultimo impegno arriva comunque dopo l’esortazione a «parlare in maniera adeguata all’età della necessità di proteggere la vita umana da aborto, maternità surrogata ed eutanasia» (p. 57). Il solco tra l’ecologia integrale cristiana e l’ambientalismo caro al mainstream è davvero lampante.
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Il professor Pier Luigi Petrillo ha dato l’anima per questo traguardo. Ieri 27 aprile s’è scoperto grazie alla mobilitazione della Coldiretti - ha portato al passo del Brennero 10.000 agricoltori - che alcuni piatti simbolo di questa cucina sono fatti con ingredienti che d’italiano hanno solo l’etichetta. Una rivelazione scioccante riguarda le mozzarelle campane della serie «tu vulive a pizza c’ha mozzarella e a pummarola in coppa e niente chiù». Secondo l’analisi di Coldiretti e Centro Studi Divulga su dati del ministero della Salute, «l’Italia ha importato nel 2025 circa 1,5 milioni di quintali di cagliate su un totale di 6,4 milioni di quintali di formaggi che arrivano nel nostro Paese (+9% rispetto al 2024)». Passano quasi tutti dal Brennero e «oltre la metà delle cagliate importate finiscono a Napoli (306.000 quintali) a Benevento (183.000 quintali), Campobasso (134.000) e Salerno (92.000)». Due terzi delle cagliate tedesche e polacche sono lavorate al Sud con la Campania che ne assorbe il 46,7%. Ieri al Brennero – Coldiretti aveva il supporto della Guardia di Finanza - hanno scoperto i «Tir dell’orrore». Correva il 9 gennaio 2026 quando sempre il ministro Francesco Lollobrigida annunciava che contrariamente a quanto sostenuto per anni l’Italia diceva sì al Mercosur - il trattato commerciale col Sud America – perché si erano ottenute da Ursula von der Leyen stringenti garanzie sulle clausole di reciprocità, sull’applicazione dell’etichetta d’origine e sullo stabilire in Italia l’autorità doganale europea visto che nessuno si fida dei controlli che fanno gli olandesi. La dogana europea ora sta Lille in Francia che ha detto no al Mercosur. Ursula forse s’è distratta. Al Brennero sono saltati fuori kiwi cileni (l’Italia è il primo produttore al mondo di questi frutti avendo superato anche la Nuova Zelanda) fettine di pollo sudamericano che diventano crocchette italiane, carciofi egiziani, lavorati e venduti come sottaceto italiani, arance sudafricane che diventano succhi di frutta italiani, grano canadese trasformato in pasta italiana. Tutta roba che passa da Rotterdam mentre i nostri partner europei ci danno le cosce di maiale fresche – sono le più «spacciate» al Brennero - che arrivano dalla Germania, dall’Olanda, dalla Danimarca, dalla Francia e diventano prosciutti italiani, così come tonnellate di miele tedesco, centinaia di migliaia di litri di latte francese e polacco e le mozzarelle tedesche già confezionate col tricolore. Un danno enorme alla nostra agricoltura, ma anche alla nostra reputazione commerciale dovuto al codice doganale europeo che consente di etichettare come italiano il prodotto che subisce in Italia anche solo il confezionamento.
«Al centro della mobilitazione che da mesi ha coinvolto almeno 100.000 agricoltori e ha la sua tappa finale qui al Brennero», spiega il segretario generale di Coldiretti Vincenzo Gesmundo, «c’è la battaglia per la revisione della normativa sull’ultima trasformazione che penalizza il lavoro agricolo nazionale e altera profondamente la trasparenza del mercato. E poi vogliamo l’etichetta di origine». Ettore Prandini, che di Coldiretti è il presidente, ribadisce: «L’agroalimentare rappresenta una filiera strategica per il Paese, che vale 707 miliardi di euro e garantisce 4 milioni di posti di lavoro, assistiamo a meccanismi che alterano la concorrenza, comprimono il reddito degli agricoltori e compromettono l’immagine del vero Made in Italy. Vogliamo un intervento europeo immediato. A partire da tre elementi: la sicurezza alimentare, la salute dei consumatori, il reddito degli agricoltori». E giovedì in Coldiretti si replica. A Roma si parla di cibo e salute con il commissario europeo Olivér Várhelyi.
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Matteo Salvini e coniugi Trevaillon (Ansa)
Dopo un colloquio di un’ora nel Municipio dove ha incontrato il sindaco Giuseppe Masciulli, Salvini si è recato nella casa nel bosco dove tutto ha avuto inizio. E dove, dopo la scadenza del contratto con il B&B che la ospitava, la coppia ha fatto ritorno proprio in questi giorni. Ma senza figli. «Ci sono i pannelli solari, il bosco, il fiume, le piante, l’asino. È stato chiesto loro di sistemare casa, fatto. La questione sanitaria, c’è il pediatra, le vaccinazioni, fatto. Sistemate le domande educative, c’è l’insegnante pronta. Non capisco cosa si deve aspettare!», ha detto ancora Salvini. «Io sono sicuro che tutti hanno agito in buona fede ma probabilmente qualcuno ha sbagliato valutazione», ha proseguito riferendosi alla decisione del tribunale per i minorenni dell’Aquila dello scorso 20 novembre con cui aveva sospeso la responsabilità genitoriale della coppia sui tre figli. E all’odissea che ne è seguita. Come l’allontanamento di mamma Catherine dalla casa famiglia deciso lo scorso 6 marzo, in quanto ritenuta un possibile ostacolo al percorso educativo dei minori.
Da allora gli incontri sono stati limitati al massimo. Solo negli ultimi giorni è arrivata la concessione di una videochiamata, forse un piccolo segnale di riavvicinamento, mentre per un incontro in presenza si dovranno attendere ulteriori sviluppi nel percorso stabilito dal tribunale. Che ancora non è chiaro. Come ha sottolineato il sindaco, che ha puntato il dito contro l’assenza di un programma che faccia intravedere un esito finale positivo della vicenda. Una lacuna inaccettabile, spiega, a cinque mesi dall’ordinanza e dopo la soluzione di gran parte delle criticità. Anche perché la gestione dell’intera vicenda è costata al Comune di 850 abitanti già 50.000 euro. Una spesa che, in assenza di un percorso definito, potrebbe raddoppiare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 28 aprile 2026. Il nostro Alessandro Da Rold ci spiega perché giovedì sarà il giorno cruciale per l'inchiesta su Rocchi e gli arbitri.