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2022-08-09
Rovinati dal vaccino: le storie
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Francesca, a 41 anni, non riesce più a camminare. Vive da reclusa, ha sempre bisogno di qualcuno che la aiuti: non è più autosufficiente. Adesso avverte anche dei bruciori interni: un dramma iniziato a cinque minuti dall’iniezione di Pfizer, per il quale non si trova ancora una terapia. Poi c’è Andrea, con un figlio di 17 anni che è finito in terapia intensiva per una miocardite post iniezione. Lui si è comprensibilmente spaventato, ha rifiutato la terza dose e per tutta risposta è stato sospeso dal lavoro. Simone, 43 anni, infermiere di Modena, da Moderna ha ricevuto un «regalino»: una malattia autoimmune che provoca dolori invalidanti. E adesso è in attesa di un’esenzione dal richiamo. Aidi, insegnante di 52 anni, si ritrova delle piaghe sulle gambe e un green pass scaduto. Sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.
Francesca Meringolo: «Non riesco a camminare. E ora ho bruciori interni»
Io adesso non cammino più bene. Dopo dieci metri inizio a zoppicare, perché le gambe mi cedono. È iniziato tutto dopo 5 minuti dalla prima dose di Pfizer: ho iniziato ad avvertire un forte dolore al lato destro della testa. All’hub dove mi trovavo, a Pieve Sestina, mi hanno tenuto sotto osservazione mezz’ora, quindi mi hanno detto di andare a casa e in caso di peggioramento di andare al pronto soccorso, avvertendomi che avrei potuto anche avere una parestesia temporanea, ma che comunque sarebbe passata. Ma mentre andavo a casa, ho iniziato ad avvertire questa paresi al viso, lato destro, fino allo zigomo. Avevo questa parte del viso addormentata, intorpidita, ma ho aspettato che passasse, come mi avevano consigliato, finché il lunedì mattina, al lavoro, ho avvertito, oltre a una forte compressione alla testa, dolori forti a braccio e gamba destra. Sopporto il dolore fino alla fine dell’orario di lavoro ma in macchina mi accorgo che non riesco a guidare: mi cedono braccia e gambe. Mi faccio venire a prendere da mio marito e vado dal medico di base, che a voce mi dice che può essere il vaccino e chiama il pronto soccorso. Anche all’ospedale, a voce, i medici dicono che probabilmente è stato il vaccino, che non sono il primo caso del genere ma che sarebbe passata.
Mi hanno fatto vari controlli: tac, risonanza elettrocardiogramma e visita neurologica, da cui apparentemente non risultava nulla. Dopo che sono stata dimessa, il mio medico di base mi ha segnato altri esami, da cui è emerso che si stava sviluppando in me una malattia autoimmune. Fatto sta che da dieci mesi non trovo nessuno in grado di indicarmi una terapia adeguata. Io continuo a stare male. Prima ero dinamica. Ora sto pure senza stipendio, perché dopo dieci mesi non mi viene neppure riconosciuta la malattia. Vivo sempre chiusa in casa, devo avere sempre qualcuno che mi aiuti, ho una stanchezza cronica e non riesco a riposare, perché oltretutto mi sono anche venuti dei bruciori interni.
Ho due figli adolescenti. Mio marito, un carabiniere, fa tutto lui ed è pure bravo. Il mio medico ha fatto richiesta alla commissione dell’Asl per l’esenzione, ma me l’hanno rigettata. Ora ho affidato il mio caso all’avvocato Riccardo Luzi. Prima di fare la terza dose, essendo un soggetto allergico e avendo una mutazione genetica, avevo chiesto ai medici vaccinatori se potevo essere esentata, ma loro mi avevano risposto che da protocollo potevano esentare soltanto per determinate patologie - e le mie non rientravano in questo elenco.
Andrea P.: «Mio figlio in rianimazione. Io sospeso dal lavoro»
Mio figlio, 17 anni, è finito in terapia intensiva per una miocardite acuta correlata al vaccino. È successo a fine luglio 2021. La prima dose l’aveva fatta a giugno. A sei settimane ha fatto la seconda, anche se noi genitori non eravamo assolutamente convinti, perché incominciavano ad arrivare le notizie sui dati ufficiali, in cui si confermava il rischio di miocarditi per i giovani maschi. Io aveva già fatto le due dosi, mia moglie la prima e dopo la prima lei era finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue continue e anomale, visto che era già in menopausa. Io, in particolare, avevo un po’ capito il rischio che correva mio figlio. Siamo stati anche a litigare tra di noi. Questo ha provocato chi ci ha governato, tra le altre cose: hanno diviso le famiglie.
Fatto sta che purtroppo, dopo due settimane e mezzo di discussioni, siamo andati a far fare la seconda dose a nostro figlio, perché era il periodo in cui si diceva che senza green pass non si sarebbe più potuto far nulla, addirittura temevamo per la scuola - e poi c’erano le vacanze. Dopo cinque giorni è finito in terapia intensiva. Proprio cinque giorni, che poi coincidono con la tempistica dei casi di miocardite post vaccino.
Per fortuna mio figlio è rimasto solo tre giorni in terapia intensiva per essere monitorato e non è peggiorato, quindi è stato trasferito in reparto. Lo abbiamo portato al pronto soccorso perché ha iniziato ad avere dolori al petto, che si irradiavano verso il braccio sinistro: i classici sintomi pre infarto. Lo stavamo accompagnando a una festa in centro a Milano e abbiamo deviato per il Niguarda. Lì ha fatto un esame che ha rilevano la troponina elevata, che è un enzima che indica un danno al muscolo cardiaco in corso. Dall’elettrocardiogramma e dall’ecocardiogramma, però, non si riscontrava nulla; poi, invece, dalla risonanza magnetica, eseguita dopo tre giorni, è emerso che c’era un edema, segno di una miocardite in corso.
Sul referto dell’ospedale c’è proprio scritto che mio figlio ha avuto una miocardite acuta, presumibilmente alla seconda dose del vaccino, e adesso lui ha un’esenzione che gli ha firmato il medico di base. Io invece, siccome non ho voluto fare, dopo quello che è successo a mio figlio, la terza dose, sono stato sospeso dal lavoro per due mesi. Ho fatto una segnalazione all’Aifa sia per mia moglie che per mio figlio. L’Aifa mi ha risposto solo per mio figlio, chiedendomi via email la cartella clinica. E poi null’altro.
Simone Gatti: «Ho dolori invalidanti, però ancora aspetto l'esenzione»
Ho fatto il vaccino perché obbligato. Avrei preferito di gran lungo aspettare prima di sottopormi all’iniezione, ma sono stato obbligato dal caposala e oltretutto mi trovavo nel tempo di prova del contratto a tempo indeterminato.
Volevo ricevere la dose del vaccino di Pzifer, ma nell’hub vaccinale mi hanno spiegato che avevano a disposizione solo il farmaco di Moderna e che ormai, essendoci l’obbligo di vaccinazione, dovevo fare quello che c’era.
Ho ricevuto il vaccino al pomeriggio. Subito dopo ho sentito solo stanchezza, ma la notte stessa, alle 5 e mezza, mi sono svegliato con un dolore forte al torace. Avevo brividi e formicolio vicino al cuore, oltre che un’astenia terribile: per due ore non sono riuscito a mettermi sollevato sul letto per prendere il telefono e chiamare il pronto soccorso. Sono riuscito ad aspettare a letto finché non mi è passata quella sensazione, mi sentivo stanchissimo, ma allo stesso tempo avevo una tachicardia forte. Mi sono addormentato e quando mi sono svegliato stavo un po’ meglio.
Sono passati due giorni e sono andato in pronto soccorso, dove hanno svolto gli accertamenti del caso e non hanno trovato niente, tranne la tachicardia e la pressione alta.
Mi sono sottoposto a elettrocardiogramma ed ecocardiogramma e nulla risultava; eppure, io continuavo a stare male. Per due mesi ho sofferto di un dolore al torace, costante. All’altezza dello sterno. Anche l’astenia è durata circa due mesi: facevo fatica persino a fare una passeggiata dopo il lavoro.
Alla fine, ho saputo che avevo sviluppato una fibriomalgia correlata al vaccino. Si tratta di una malattia autoimmune che dà dolori osteoarticolari invalidanti e altri problemi, al colon e ad altri organi.
Ora il mio medico di base, che finora era riuscito a ottenere un differimento dei termini dell’obbligo di vaccinazione, dopo quello che mi era successo, mi ha detto che non può più continuare a firmarmi i certificati e ha chiesto il parere della commissione della Asl per l’esenzione. Sono, quindi, in attesa.
Aidi Pasian: «Mi sono fidata dei dottori, mi ritrovo piaghe alle gambe»
Dopo la prima dose di Pzifer, il 27 maggio, ho avvertito dolori articolari e gonfiore alle mani, pesantezza e un dolore che non era alle ossa ma muscolare, di tessuto. Ho fatto il vaccino, non pensando troppo alle conseguenze possibili, mi sono fidata del mio medico, che è un vaccinatore e mi ha detto di farlo e mi sono andata a vaccinare, così, alla leggera.
Dopo la seconda dose, il primo luglio, mi si sono subito gonfiati i linfonodi sotto le ascelle, si è gonfiato il seno ed è iniziato un processo infiammatorio che si è esteso fino all’utero e ai reni.
A ottobre-novembre poi, mi sono trovata con delle enormi piaghe sulle gambe, che sembravano delle ustioni. Ho messo creme a base di cortisone che hanno peggiorato la situazione. Le piaghe si sono estese avanti e dietro la parte inferiore delle gambe, fino alle ginocchia. Quando era arrivato il momento della terza dose sono andata all’hub vaccinale, mostrando le mie gambe, e i medici mi hanno fatto le foto e mi hanno detto che effettivamente era meglio non facessi la terza dose. Non mi hanno rilasciato alcun documento, ma dopo alcuni giorni mi è arrivato dal ministero un nuovo green pass con la scadenza prolungata. Ora quel green pass è scaduto. Se dovessi essere obbligata ancora mi farò sospendere.
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Francesca, Andrea, Simone e Aidi: sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.Francesca, a 41 anni, non riesce più a camminare. Vive da reclusa, ha sempre bisogno di qualcuno che la aiuti: non è più autosufficiente. Adesso avverte anche dei bruciori interni: un dramma iniziato a cinque minuti dall’iniezione di Pfizer, per il quale non si trova ancora una terapia. Poi c’è Andrea, con un figlio di 17 anni che è finito in terapia intensiva per una miocardite post iniezione. Lui si è comprensibilmente spaventato, ha rifiutato la terza dose e per tutta risposta è stato sospeso dal lavoro. Simone, 43 anni, infermiere di Modena, da Moderna ha ricevuto un «regalino»: una malattia autoimmune che provoca dolori invalidanti. E adesso è in attesa di un’esenzione dal richiamo. Aidi, insegnante di 52 anni, si ritrova delle piaghe sulle gambe e un green pass scaduto. Sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesca-meringolo-non-riesco-a-camminare-e-ora-ho-bruciori-interni" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Francesca Meringolo: «Non riesco a camminare. E ora ho bruciori interni» Io adesso non cammino più bene. Dopo dieci metri inizio a zoppicare, perché le gambe mi cedono. È iniziato tutto dopo 5 minuti dalla prima dose di Pfizer: ho iniziato ad avvertire un forte dolore al lato destro della testa. All’hub dove mi trovavo, a Pieve Sestina, mi hanno tenuto sotto osservazione mezz’ora, quindi mi hanno detto di andare a casa e in caso di peggioramento di andare al pronto soccorso, avvertendomi che avrei potuto anche avere una parestesia temporanea, ma che comunque sarebbe passata. Ma mentre andavo a casa, ho iniziato ad avvertire questa paresi al viso, lato destro, fino allo zigomo. Avevo questa parte del viso addormentata, intorpidita, ma ho aspettato che passasse, come mi avevano consigliato, finché il lunedì mattina, al lavoro, ho avvertito, oltre a una forte compressione alla testa, dolori forti a braccio e gamba destra. Sopporto il dolore fino alla fine dell’orario di lavoro ma in macchina mi accorgo che non riesco a guidare: mi cedono braccia e gambe. Mi faccio venire a prendere da mio marito e vado dal medico di base, che a voce mi dice che può essere il vaccino e chiama il pronto soccorso. Anche all’ospedale, a voce, i medici dicono che probabilmente è stato il vaccino, che non sono il primo caso del genere ma che sarebbe passata.Mi hanno fatto vari controlli: tac, risonanza elettrocardiogramma e visita neurologica, da cui apparentemente non risultava nulla. Dopo che sono stata dimessa, il mio medico di base mi ha segnato altri esami, da cui è emerso che si stava sviluppando in me una malattia autoimmune. Fatto sta che da dieci mesi non trovo nessuno in grado di indicarmi una terapia adeguata. Io continuo a stare male. Prima ero dinamica. Ora sto pure senza stipendio, perché dopo dieci mesi non mi viene neppure riconosciuta la malattia. Vivo sempre chiusa in casa, devo avere sempre qualcuno che mi aiuti, ho una stanchezza cronica e non riesco a riposare, perché oltretutto mi sono anche venuti dei bruciori interni.Ho due figli adolescenti. Mio marito, un carabiniere, fa tutto lui ed è pure bravo. Il mio medico ha fatto richiesta alla commissione dell’Asl per l’esenzione, ma me l’hanno rigettata. Ora ho affidato il mio caso all’avvocato Riccardo Luzi. Prima di fare la terza dose, essendo un soggetto allergico e avendo una mutazione genetica, avevo chiesto ai medici vaccinatori se potevo essere esentata, ma loro mi avevano risposto che da protocollo potevano esentare soltanto per determinate patologie - e le mie non rientravano in questo elenco. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="andrea-p-mio-figlio-in-rianimazione-io-sospeso-dal-lavoro" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Andrea P.: «Mio figlio in rianimazione. Io sospeso dal lavoro» Mio figlio, 17 anni, è finito in terapia intensiva per una miocardite acuta correlata al vaccino. È successo a fine luglio 2021. La prima dose l’aveva fatta a giugno. A sei settimane ha fatto la seconda, anche se noi genitori non eravamo assolutamente convinti, perché incominciavano ad arrivare le notizie sui dati ufficiali, in cui si confermava il rischio di miocarditi per i giovani maschi. Io aveva già fatto le due dosi, mia moglie la prima e dopo la prima lei era finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue continue e anomale, visto che era già in menopausa. Io, in particolare, avevo un po’ capito il rischio che correva mio figlio. Siamo stati anche a litigare tra di noi. Questo ha provocato chi ci ha governato, tra le altre cose: hanno diviso le famiglie.Fatto sta che purtroppo, dopo due settimane e mezzo di discussioni, siamo andati a far fare la seconda dose a nostro figlio, perché era il periodo in cui si diceva che senza green pass non si sarebbe più potuto far nulla, addirittura temevamo per la scuola - e poi c’erano le vacanze. Dopo cinque giorni è finito in terapia intensiva. Proprio cinque giorni, che poi coincidono con la tempistica dei casi di miocardite post vaccino.Per fortuna mio figlio è rimasto solo tre giorni in terapia intensiva per essere monitorato e non è peggiorato, quindi è stato trasferito in reparto. Lo abbiamo portato al pronto soccorso perché ha iniziato ad avere dolori al petto, che si irradiavano verso il braccio sinistro: i classici sintomi pre infarto. Lo stavamo accompagnando a una festa in centro a Milano e abbiamo deviato per il Niguarda. Lì ha fatto un esame che ha rilevano la troponina elevata, che è un enzima che indica un danno al muscolo cardiaco in corso. Dall’elettrocardiogramma e dall’ecocardiogramma, però, non si riscontrava nulla; poi, invece, dalla risonanza magnetica, eseguita dopo tre giorni, è emerso che c’era un edema, segno di una miocardite in corso.Sul referto dell’ospedale c’è proprio scritto che mio figlio ha avuto una miocardite acuta, presumibilmente alla seconda dose del vaccino, e adesso lui ha un’esenzione che gli ha firmato il medico di base. Io invece, siccome non ho voluto fare, dopo quello che è successo a mio figlio, la terza dose, sono stato sospeso dal lavoro per due mesi. Ho fatto una segnalazione all’Aifa sia per mia moglie che per mio figlio. L’Aifa mi ha risposto solo per mio figlio, chiedendomi via email la cartella clinica. E poi null’altro. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="simone-gatti-ho-dolori-invalidanti-pero-ancora-aspetto-l-esenzione" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Simone Gatti: «Ho dolori invalidanti, però ancora aspetto l'esenzione» Ho fatto il vaccino perché obbligato. Avrei preferito di gran lungo aspettare prima di sottopormi all’iniezione, ma sono stato obbligato dal caposala e oltretutto mi trovavo nel tempo di prova del contratto a tempo indeterminato.Volevo ricevere la dose del vaccino di Pzifer, ma nell’hub vaccinale mi hanno spiegato che avevano a disposizione solo il farmaco di Moderna e che ormai, essendoci l’obbligo di vaccinazione, dovevo fare quello che c’era.Ho ricevuto il vaccino al pomeriggio. Subito dopo ho sentito solo stanchezza, ma la notte stessa, alle 5 e mezza, mi sono svegliato con un dolore forte al torace. Avevo brividi e formicolio vicino al cuore, oltre che un’astenia terribile: per due ore non sono riuscito a mettermi sollevato sul letto per prendere il telefono e chiamare il pronto soccorso. Sono riuscito ad aspettare a letto finché non mi è passata quella sensazione, mi sentivo stanchissimo, ma allo stesso tempo avevo una tachicardia forte. Mi sono addormentato e quando mi sono svegliato stavo un po’ meglio.Sono passati due giorni e sono andato in pronto soccorso, dove hanno svolto gli accertamenti del caso e non hanno trovato niente, tranne la tachicardia e la pressione alta.Mi sono sottoposto a elettrocardiogramma ed ecocardiogramma e nulla risultava; eppure, io continuavo a stare male. Per due mesi ho sofferto di un dolore al torace, costante. All’altezza dello sterno. Anche l’astenia è durata circa due mesi: facevo fatica persino a fare una passeggiata dopo il lavoro.Alla fine, ho saputo che avevo sviluppato una fibriomalgia correlata al vaccino. Si tratta di una malattia autoimmune che dà dolori osteoarticolari invalidanti e altri problemi, al colon e ad altri organi.Ora il mio medico di base, che finora era riuscito a ottenere un differimento dei termini dell’obbligo di vaccinazione, dopo quello che mi era successo, mi ha detto che non può più continuare a firmarmi i certificati e ha chiesto il parere della commissione della Asl per l’esenzione. Sono, quindi, in attesa. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="aidi-pasian-mi-sono-fidata-dei-dottori-mi-ritrovo-piaghe-alle-gambe" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Aidi Pasian: «Mi sono fidata dei dottori, mi ritrovo piaghe alle gambe» Dopo la prima dose di Pzifer, il 27 maggio, ho avvertito dolori articolari e gonfiore alle mani, pesantezza e un dolore che non era alle ossa ma muscolare, di tessuto. Ho fatto il vaccino, non pensando troppo alle conseguenze possibili, mi sono fidata del mio medico, che è un vaccinatore e mi ha detto di farlo e mi sono andata a vaccinare, così, alla leggera.Dopo la seconda dose, il primo luglio, mi si sono subito gonfiati i linfonodi sotto le ascelle, si è gonfiato il seno ed è iniziato un processo infiammatorio che si è esteso fino all’utero e ai reni.A ottobre-novembre poi, mi sono trovata con delle enormi piaghe sulle gambe, che sembravano delle ustioni. Ho messo creme a base di cortisone che hanno peggiorato la situazione. Le piaghe si sono estese avanti e dietro la parte inferiore delle gambe, fino alle ginocchia. Quando era arrivato il momento della terza dose sono andata all’hub vaccinale, mostrando le mie gambe, e i medici mi hanno fatto le foto e mi hanno detto che effettivamente era meglio non facessi la terza dose. Non mi hanno rilasciato alcun documento, ma dopo alcuni giorni mi è arrivato dal ministero un nuovo green pass con la scadenza prolungata. Ora quel green pass è scaduto. Se dovessi essere obbligata ancora mi farò sospendere.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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