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2022-08-09
Rovinati dal vaccino: le storie
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Francesca, a 41 anni, non riesce più a camminare. Vive da reclusa, ha sempre bisogno di qualcuno che la aiuti: non è più autosufficiente. Adesso avverte anche dei bruciori interni: un dramma iniziato a cinque minuti dall’iniezione di Pfizer, per il quale non si trova ancora una terapia. Poi c’è Andrea, con un figlio di 17 anni che è finito in terapia intensiva per una miocardite post iniezione. Lui si è comprensibilmente spaventato, ha rifiutato la terza dose e per tutta risposta è stato sospeso dal lavoro. Simone, 43 anni, infermiere di Modena, da Moderna ha ricevuto un «regalino»: una malattia autoimmune che provoca dolori invalidanti. E adesso è in attesa di un’esenzione dal richiamo. Aidi, insegnante di 52 anni, si ritrova delle piaghe sulle gambe e un green pass scaduto. Sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.
Francesca Meringolo: «Non riesco a camminare. E ora ho bruciori interni»
Io adesso non cammino più bene. Dopo dieci metri inizio a zoppicare, perché le gambe mi cedono. È iniziato tutto dopo 5 minuti dalla prima dose di Pfizer: ho iniziato ad avvertire un forte dolore al lato destro della testa. All’hub dove mi trovavo, a Pieve Sestina, mi hanno tenuto sotto osservazione mezz’ora, quindi mi hanno detto di andare a casa e in caso di peggioramento di andare al pronto soccorso, avvertendomi che avrei potuto anche avere una parestesia temporanea, ma che comunque sarebbe passata. Ma mentre andavo a casa, ho iniziato ad avvertire questa paresi al viso, lato destro, fino allo zigomo. Avevo questa parte del viso addormentata, intorpidita, ma ho aspettato che passasse, come mi avevano consigliato, finché il lunedì mattina, al lavoro, ho avvertito, oltre a una forte compressione alla testa, dolori forti a braccio e gamba destra. Sopporto il dolore fino alla fine dell’orario di lavoro ma in macchina mi accorgo che non riesco a guidare: mi cedono braccia e gambe. Mi faccio venire a prendere da mio marito e vado dal medico di base, che a voce mi dice che può essere il vaccino e chiama il pronto soccorso. Anche all’ospedale, a voce, i medici dicono che probabilmente è stato il vaccino, che non sono il primo caso del genere ma che sarebbe passata.
Mi hanno fatto vari controlli: tac, risonanza elettrocardiogramma e visita neurologica, da cui apparentemente non risultava nulla. Dopo che sono stata dimessa, il mio medico di base mi ha segnato altri esami, da cui è emerso che si stava sviluppando in me una malattia autoimmune. Fatto sta che da dieci mesi non trovo nessuno in grado di indicarmi una terapia adeguata. Io continuo a stare male. Prima ero dinamica. Ora sto pure senza stipendio, perché dopo dieci mesi non mi viene neppure riconosciuta la malattia. Vivo sempre chiusa in casa, devo avere sempre qualcuno che mi aiuti, ho una stanchezza cronica e non riesco a riposare, perché oltretutto mi sono anche venuti dei bruciori interni.
Ho due figli adolescenti. Mio marito, un carabiniere, fa tutto lui ed è pure bravo. Il mio medico ha fatto richiesta alla commissione dell’Asl per l’esenzione, ma me l’hanno rigettata. Ora ho affidato il mio caso all’avvocato Riccardo Luzi. Prima di fare la terza dose, essendo un soggetto allergico e avendo una mutazione genetica, avevo chiesto ai medici vaccinatori se potevo essere esentata, ma loro mi avevano risposto che da protocollo potevano esentare soltanto per determinate patologie - e le mie non rientravano in questo elenco.
Andrea P.: «Mio figlio in rianimazione. Io sospeso dal lavoro»
Mio figlio, 17 anni, è finito in terapia intensiva per una miocardite acuta correlata al vaccino. È successo a fine luglio 2021. La prima dose l’aveva fatta a giugno. A sei settimane ha fatto la seconda, anche se noi genitori non eravamo assolutamente convinti, perché incominciavano ad arrivare le notizie sui dati ufficiali, in cui si confermava il rischio di miocarditi per i giovani maschi. Io aveva già fatto le due dosi, mia moglie la prima e dopo la prima lei era finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue continue e anomale, visto che era già in menopausa. Io, in particolare, avevo un po’ capito il rischio che correva mio figlio. Siamo stati anche a litigare tra di noi. Questo ha provocato chi ci ha governato, tra le altre cose: hanno diviso le famiglie.
Fatto sta che purtroppo, dopo due settimane e mezzo di discussioni, siamo andati a far fare la seconda dose a nostro figlio, perché era il periodo in cui si diceva che senza green pass non si sarebbe più potuto far nulla, addirittura temevamo per la scuola - e poi c’erano le vacanze. Dopo cinque giorni è finito in terapia intensiva. Proprio cinque giorni, che poi coincidono con la tempistica dei casi di miocardite post vaccino.
Per fortuna mio figlio è rimasto solo tre giorni in terapia intensiva per essere monitorato e non è peggiorato, quindi è stato trasferito in reparto. Lo abbiamo portato al pronto soccorso perché ha iniziato ad avere dolori al petto, che si irradiavano verso il braccio sinistro: i classici sintomi pre infarto. Lo stavamo accompagnando a una festa in centro a Milano e abbiamo deviato per il Niguarda. Lì ha fatto un esame che ha rilevano la troponina elevata, che è un enzima che indica un danno al muscolo cardiaco in corso. Dall’elettrocardiogramma e dall’ecocardiogramma, però, non si riscontrava nulla; poi, invece, dalla risonanza magnetica, eseguita dopo tre giorni, è emerso che c’era un edema, segno di una miocardite in corso.
Sul referto dell’ospedale c’è proprio scritto che mio figlio ha avuto una miocardite acuta, presumibilmente alla seconda dose del vaccino, e adesso lui ha un’esenzione che gli ha firmato il medico di base. Io invece, siccome non ho voluto fare, dopo quello che è successo a mio figlio, la terza dose, sono stato sospeso dal lavoro per due mesi. Ho fatto una segnalazione all’Aifa sia per mia moglie che per mio figlio. L’Aifa mi ha risposto solo per mio figlio, chiedendomi via email la cartella clinica. E poi null’altro.
Simone Gatti: «Ho dolori invalidanti, però ancora aspetto l'esenzione»
Ho fatto il vaccino perché obbligato. Avrei preferito di gran lungo aspettare prima di sottopormi all’iniezione, ma sono stato obbligato dal caposala e oltretutto mi trovavo nel tempo di prova del contratto a tempo indeterminato.
Volevo ricevere la dose del vaccino di Pzifer, ma nell’hub vaccinale mi hanno spiegato che avevano a disposizione solo il farmaco di Moderna e che ormai, essendoci l’obbligo di vaccinazione, dovevo fare quello che c’era.
Ho ricevuto il vaccino al pomeriggio. Subito dopo ho sentito solo stanchezza, ma la notte stessa, alle 5 e mezza, mi sono svegliato con un dolore forte al torace. Avevo brividi e formicolio vicino al cuore, oltre che un’astenia terribile: per due ore non sono riuscito a mettermi sollevato sul letto per prendere il telefono e chiamare il pronto soccorso. Sono riuscito ad aspettare a letto finché non mi è passata quella sensazione, mi sentivo stanchissimo, ma allo stesso tempo avevo una tachicardia forte. Mi sono addormentato e quando mi sono svegliato stavo un po’ meglio.
Sono passati due giorni e sono andato in pronto soccorso, dove hanno svolto gli accertamenti del caso e non hanno trovato niente, tranne la tachicardia e la pressione alta.
Mi sono sottoposto a elettrocardiogramma ed ecocardiogramma e nulla risultava; eppure, io continuavo a stare male. Per due mesi ho sofferto di un dolore al torace, costante. All’altezza dello sterno. Anche l’astenia è durata circa due mesi: facevo fatica persino a fare una passeggiata dopo il lavoro.
Alla fine, ho saputo che avevo sviluppato una fibriomalgia correlata al vaccino. Si tratta di una malattia autoimmune che dà dolori osteoarticolari invalidanti e altri problemi, al colon e ad altri organi.
Ora il mio medico di base, che finora era riuscito a ottenere un differimento dei termini dell’obbligo di vaccinazione, dopo quello che mi era successo, mi ha detto che non può più continuare a firmarmi i certificati e ha chiesto il parere della commissione della Asl per l’esenzione. Sono, quindi, in attesa.
Aidi Pasian: «Mi sono fidata dei dottori, mi ritrovo piaghe alle gambe»
Dopo la prima dose di Pzifer, il 27 maggio, ho avvertito dolori articolari e gonfiore alle mani, pesantezza e un dolore che non era alle ossa ma muscolare, di tessuto. Ho fatto il vaccino, non pensando troppo alle conseguenze possibili, mi sono fidata del mio medico, che è un vaccinatore e mi ha detto di farlo e mi sono andata a vaccinare, così, alla leggera.
Dopo la seconda dose, il primo luglio, mi si sono subito gonfiati i linfonodi sotto le ascelle, si è gonfiato il seno ed è iniziato un processo infiammatorio che si è esteso fino all’utero e ai reni.
A ottobre-novembre poi, mi sono trovata con delle enormi piaghe sulle gambe, che sembravano delle ustioni. Ho messo creme a base di cortisone che hanno peggiorato la situazione. Le piaghe si sono estese avanti e dietro la parte inferiore delle gambe, fino alle ginocchia. Quando era arrivato il momento della terza dose sono andata all’hub vaccinale, mostrando le mie gambe, e i medici mi hanno fatto le foto e mi hanno detto che effettivamente era meglio non facessi la terza dose. Non mi hanno rilasciato alcun documento, ma dopo alcuni giorni mi è arrivato dal ministero un nuovo green pass con la scadenza prolungata. Ora quel green pass è scaduto. Se dovessi essere obbligata ancora mi farò sospendere.
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Francesca, Andrea, Simone e Aidi: sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.Francesca, a 41 anni, non riesce più a camminare. Vive da reclusa, ha sempre bisogno di qualcuno che la aiuti: non è più autosufficiente. Adesso avverte anche dei bruciori interni: un dramma iniziato a cinque minuti dall’iniezione di Pfizer, per il quale non si trova ancora una terapia. Poi c’è Andrea, con un figlio di 17 anni che è finito in terapia intensiva per una miocardite post iniezione. Lui si è comprensibilmente spaventato, ha rifiutato la terza dose e per tutta risposta è stato sospeso dal lavoro. Simone, 43 anni, infermiere di Modena, da Moderna ha ricevuto un «regalino»: una malattia autoimmune che provoca dolori invalidanti. E adesso è in attesa di un’esenzione dal richiamo. Aidi, insegnante di 52 anni, si ritrova delle piaghe sulle gambe e un green pass scaduto. Sono alcune delle storie degli italiani danneggiati dal vaccino anti Covid, che la scienza snobba e lo Stato finge di non vedere. Noi, invece, non smetteremo di raccontare la tragedia che vivono ogni giorno.<div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="francesca-meringolo-non-riesco-a-camminare-e-ora-ho-bruciori-interni" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Francesca Meringolo: «Non riesco a camminare. E ora ho bruciori interni» Io adesso non cammino più bene. Dopo dieci metri inizio a zoppicare, perché le gambe mi cedono. È iniziato tutto dopo 5 minuti dalla prima dose di Pfizer: ho iniziato ad avvertire un forte dolore al lato destro della testa. All’hub dove mi trovavo, a Pieve Sestina, mi hanno tenuto sotto osservazione mezz’ora, quindi mi hanno detto di andare a casa e in caso di peggioramento di andare al pronto soccorso, avvertendomi che avrei potuto anche avere una parestesia temporanea, ma che comunque sarebbe passata. Ma mentre andavo a casa, ho iniziato ad avvertire questa paresi al viso, lato destro, fino allo zigomo. Avevo questa parte del viso addormentata, intorpidita, ma ho aspettato che passasse, come mi avevano consigliato, finché il lunedì mattina, al lavoro, ho avvertito, oltre a una forte compressione alla testa, dolori forti a braccio e gamba destra. Sopporto il dolore fino alla fine dell’orario di lavoro ma in macchina mi accorgo che non riesco a guidare: mi cedono braccia e gambe. Mi faccio venire a prendere da mio marito e vado dal medico di base, che a voce mi dice che può essere il vaccino e chiama il pronto soccorso. Anche all’ospedale, a voce, i medici dicono che probabilmente è stato il vaccino, che non sono il primo caso del genere ma che sarebbe passata.Mi hanno fatto vari controlli: tac, risonanza elettrocardiogramma e visita neurologica, da cui apparentemente non risultava nulla. Dopo che sono stata dimessa, il mio medico di base mi ha segnato altri esami, da cui è emerso che si stava sviluppando in me una malattia autoimmune. Fatto sta che da dieci mesi non trovo nessuno in grado di indicarmi una terapia adeguata. Io continuo a stare male. Prima ero dinamica. Ora sto pure senza stipendio, perché dopo dieci mesi non mi viene neppure riconosciuta la malattia. Vivo sempre chiusa in casa, devo avere sempre qualcuno che mi aiuti, ho una stanchezza cronica e non riesco a riposare, perché oltretutto mi sono anche venuti dei bruciori interni.Ho due figli adolescenti. Mio marito, un carabiniere, fa tutto lui ed è pure bravo. Il mio medico ha fatto richiesta alla commissione dell’Asl per l’esenzione, ma me l’hanno rigettata. Ora ho affidato il mio caso all’avvocato Riccardo Luzi. Prima di fare la terza dose, essendo un soggetto allergico e avendo una mutazione genetica, avevo chiesto ai medici vaccinatori se potevo essere esentata, ma loro mi avevano risposto che da protocollo potevano esentare soltanto per determinate patologie - e le mie non rientravano in questo elenco. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="andrea-p-mio-figlio-in-rianimazione-io-sospeso-dal-lavoro" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Andrea P.: «Mio figlio in rianimazione. Io sospeso dal lavoro» Mio figlio, 17 anni, è finito in terapia intensiva per una miocardite acuta correlata al vaccino. È successo a fine luglio 2021. La prima dose l’aveva fatta a giugno. A sei settimane ha fatto la seconda, anche se noi genitori non eravamo assolutamente convinti, perché incominciavano ad arrivare le notizie sui dati ufficiali, in cui si confermava il rischio di miocarditi per i giovani maschi. Io aveva già fatto le due dosi, mia moglie la prima e dopo la prima lei era finita al pronto soccorso per delle perdite di sangue continue e anomale, visto che era già in menopausa. Io, in particolare, avevo un po’ capito il rischio che correva mio figlio. Siamo stati anche a litigare tra di noi. Questo ha provocato chi ci ha governato, tra le altre cose: hanno diviso le famiglie.Fatto sta che purtroppo, dopo due settimane e mezzo di discussioni, siamo andati a far fare la seconda dose a nostro figlio, perché era il periodo in cui si diceva che senza green pass non si sarebbe più potuto far nulla, addirittura temevamo per la scuola - e poi c’erano le vacanze. Dopo cinque giorni è finito in terapia intensiva. Proprio cinque giorni, che poi coincidono con la tempistica dei casi di miocardite post vaccino.Per fortuna mio figlio è rimasto solo tre giorni in terapia intensiva per essere monitorato e non è peggiorato, quindi è stato trasferito in reparto. Lo abbiamo portato al pronto soccorso perché ha iniziato ad avere dolori al petto, che si irradiavano verso il braccio sinistro: i classici sintomi pre infarto. Lo stavamo accompagnando a una festa in centro a Milano e abbiamo deviato per il Niguarda. Lì ha fatto un esame che ha rilevano la troponina elevata, che è un enzima che indica un danno al muscolo cardiaco in corso. Dall’elettrocardiogramma e dall’ecocardiogramma, però, non si riscontrava nulla; poi, invece, dalla risonanza magnetica, eseguita dopo tre giorni, è emerso che c’era un edema, segno di una miocardite in corso.Sul referto dell’ospedale c’è proprio scritto che mio figlio ha avuto una miocardite acuta, presumibilmente alla seconda dose del vaccino, e adesso lui ha un’esenzione che gli ha firmato il medico di base. Io invece, siccome non ho voluto fare, dopo quello che è successo a mio figlio, la terza dose, sono stato sospeso dal lavoro per due mesi. Ho fatto una segnalazione all’Aifa sia per mia moglie che per mio figlio. L’Aifa mi ha risposto solo per mio figlio, chiedendomi via email la cartella clinica. E poi null’altro. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="simone-gatti-ho-dolori-invalidanti-pero-ancora-aspetto-l-esenzione" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Simone Gatti: «Ho dolori invalidanti, però ancora aspetto l'esenzione» Ho fatto il vaccino perché obbligato. Avrei preferito di gran lungo aspettare prima di sottopormi all’iniezione, ma sono stato obbligato dal caposala e oltretutto mi trovavo nel tempo di prova del contratto a tempo indeterminato.Volevo ricevere la dose del vaccino di Pzifer, ma nell’hub vaccinale mi hanno spiegato che avevano a disposizione solo il farmaco di Moderna e che ormai, essendoci l’obbligo di vaccinazione, dovevo fare quello che c’era.Ho ricevuto il vaccino al pomeriggio. Subito dopo ho sentito solo stanchezza, ma la notte stessa, alle 5 e mezza, mi sono svegliato con un dolore forte al torace. Avevo brividi e formicolio vicino al cuore, oltre che un’astenia terribile: per due ore non sono riuscito a mettermi sollevato sul letto per prendere il telefono e chiamare il pronto soccorso. Sono riuscito ad aspettare a letto finché non mi è passata quella sensazione, mi sentivo stanchissimo, ma allo stesso tempo avevo una tachicardia forte. Mi sono addormentato e quando mi sono svegliato stavo un po’ meglio.Sono passati due giorni e sono andato in pronto soccorso, dove hanno svolto gli accertamenti del caso e non hanno trovato niente, tranne la tachicardia e la pressione alta.Mi sono sottoposto a elettrocardiogramma ed ecocardiogramma e nulla risultava; eppure, io continuavo a stare male. Per due mesi ho sofferto di un dolore al torace, costante. All’altezza dello sterno. Anche l’astenia è durata circa due mesi: facevo fatica persino a fare una passeggiata dopo il lavoro.Alla fine, ho saputo che avevo sviluppato una fibriomalgia correlata al vaccino. Si tratta di una malattia autoimmune che dà dolori osteoarticolari invalidanti e altri problemi, al colon e ad altri organi.Ora il mio medico di base, che finora era riuscito a ottenere un differimento dei termini dell’obbligo di vaccinazione, dopo quello che mi era successo, mi ha detto che non può più continuare a firmarmi i certificati e ha chiesto il parere della commissione della Asl per l’esenzione. Sono, quindi, in attesa. <div class="rebellt-item col2" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/rovinati-dal-vaccino-le-storie-2657830748.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="aidi-pasian-mi-sono-fidata-dei-dottori-mi-ritrovo-piaghe-alle-gambe" data-post-id="2657830748" data-published-at="1660005393" data-use-pagination="False"> Aidi Pasian: «Mi sono fidata dei dottori, mi ritrovo piaghe alle gambe» Dopo la prima dose di Pzifer, il 27 maggio, ho avvertito dolori articolari e gonfiore alle mani, pesantezza e un dolore che non era alle ossa ma muscolare, di tessuto. Ho fatto il vaccino, non pensando troppo alle conseguenze possibili, mi sono fidata del mio medico, che è un vaccinatore e mi ha detto di farlo e mi sono andata a vaccinare, così, alla leggera.Dopo la seconda dose, il primo luglio, mi si sono subito gonfiati i linfonodi sotto le ascelle, si è gonfiato il seno ed è iniziato un processo infiammatorio che si è esteso fino all’utero e ai reni.A ottobre-novembre poi, mi sono trovata con delle enormi piaghe sulle gambe, che sembravano delle ustioni. Ho messo creme a base di cortisone che hanno peggiorato la situazione. Le piaghe si sono estese avanti e dietro la parte inferiore delle gambe, fino alle ginocchia. Quando era arrivato il momento della terza dose sono andata all’hub vaccinale, mostrando le mie gambe, e i medici mi hanno fatto le foto e mi hanno detto che effettivamente era meglio non facessi la terza dose. Non mi hanno rilasciato alcun documento, ma dopo alcuni giorni mi è arrivato dal ministero un nuovo green pass con la scadenza prolungata. Ora quel green pass è scaduto. Se dovessi essere obbligata ancora mi farò sospendere.
Insomma, Frey vuole mantenere Minneapolis una città santuario: un’amministrazione municipale, cioè, che si rifiuta di cooperare con le autorità federali nel contrasto all’immigrazione clandestina. Si tratta di una frenata, quella del sindaco, che contraddice in sostanza l’accordo concluso, lunedì, tra Trump e Walz: un accordo in base a cui le autorità locali del Minnesota avrebbero collaborato con gli agenti federali sull’immigrazione irregolare e, al contempo, Washington avrebbe ridotto le proprie forze presenti sul territorio. Non a caso, ieri Trump ha detto che, con l’arrivo di Tom Homan in Minnesota, l’Ice potrà avere un approccio «più rilassato».
Nel frattempo, martedì, durante un evento pubblico, la deputata dem del Minnesota, nonché feroce critica dell’Ice, Ilhan Omar, è stata raggiunta da un uomo che ha cercato di spruzzarle addosso un liquido ignoto: secondo gli inquirenti, pare si trattasse di aceto di mele. L’uomo, che ha precedenti penali per guida in stato d’ebbrezza, è stato arrestato con l’accusa di aggressione di terzo grado, mentre Trump ha lasciato intendere che, a suo parere, l’episodio sarebbe stato orchestrato ad arte, definendo la parlamentare una «truffatrice». Ricordiamo che la Omar, uscita illesa dall’accaduto, rappresenta l’ala sinistra del Partito democratico e che è una dei più irriducibili avversari del presidente americano.
Frattanto, il vicecapo dello staff della Casa Bianca, Stephen Miller, ha affermato che gli agenti federali «potrebbero non aver seguito» il protocollo corretto nel caso della sparatoria in cui è rimasto ucciso Alex Pretti. Nel mentre, gli agenti coinvolti in questa vicenda sono stati messi in congedo amministrativo per tre giorni: svolgeranno mansioni d’ufficio almeno fin quando l’inchiesta su questo caso non sarà conclusa. Dall’altra parte, Fox News ha rivelato che alcuni dei manifestati anti Ice arrestati lunedì sera dalla polizia di Maple Grove avrebbero dei precedenti penali. Uno di loro, Justin Neal Shelton, si dichiarò colpevole di rapina aggravata nel 2007, mentre nel 2020 fu condannato per possesso d’arma da fuoco dopo aver commesso un reato violento. Un altro, Abraham Nelson Coleman, ha subito condanne, nel 2003, per furto e danneggiamento di proprietà. Un altro ancora, John Linden Gribble, è stato condannato per guida in stato d’ebbrezza.
Non si placa frattanto la bufera attorno al segretario per la Sicurezza interna, Kristi Noem. Vari parlamentari dem hanno chiesto il suo impeachment, mentre dure critiche alla diretta interessata sono arrivate anche dai senatori repubblicani, Lisa Murkowski e Thom Tillis. Ieri, Trump ha difeso la Noem, bollando entrambi come dei «perdenti». Tuttavia sembra che, dietro le quinte, la fiducia del presidente verso di lei stia traballando. A certificarlo sta il fatto che, lunedì, Trump ha affidato le operazioni dell’Ice in Minnesota a Homan, scavalcando il Dipartimento per la Sicurezza interna. Non a caso, la Noem ha avuto, lunedì sera, un colloquio a porte chiuse con lo stesso Trump, che la Cnn ha definito «schietto».
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I vandalismi verso le città d’arte nemmeno. Per quanti crimini abbia commesso, uno straniero non può mai essere espulso. A Distopia regnano bizzarre figure, i cosiddetti Giudici amministratori, che fondono sia il potere legislativo sia quello giudiziario e che per un antico incantesimo, odiano il popolo e adorano gli stranieri. I poliziotti e un secondo tipo di uomini e donne d’armi chiamati carabinieri, a Distopia, possono essere aggrediti, è permesso insultarli, è permesso a sputare loro addosso. Se qualcuno stacca loro un dito con un morso, è punito con un buffetto. Se qualcuno li ferisce, possono difendersi instaurando una civile discussione. Se usano le armi anche solo per difendersi, sono duramente puniti, le armi le portano a scopo solamente ornamentale.
Se qualcuno li ferisce o li uccide, questo non è considerato grave e, soprattutto, se un altro poliziotto o carabiniere usa le armi per difendere un collega o un cittadino, è punito con pene draconiane, addirittura con anni di prigione, oltre che essere ridotto in miseria. A Distopia succede che i poliziotti e i carabinieri ne abbiano abbastanza. È evidente che, data la loro situazione, non possono fare scioperi, alle loro categorie non è permesso e, infatti, non ne fanno. Danno le dimissioni, tutti, tutti insieme.
E poi? Come fanno a mantenere le loro famiglie? Ma è evidente! Sono uomini forti, addestrati, sanno usare le armi. Conoscono il mondo della malavita, sanno come procurarsi le armi. Cominciano a fare furti e rapine, tanto le pene date per questi reati nella inesistente Repubblica di Distopia sono infinitesimali. Inoltre, nel caso qualcuno venga ferito o addirittura ucciso nell’esercizio delle funzioni di furto e rapina, a Distopia ottiene risarcimenti incredibili come mai da carabiniere o poliziotto si sarebbe sognato. Nel libro, i poliziotti e carabinieri diventati «cattivi» esercitano il loro nuovo mestiere di ladri e e rapinatori solo nei quartieri abbienti, non rapinano nelle metropolitane, non accoltellano sui treni regionali. I loro furti e le loro rapine avvengono solo nei quartieri alti, quelli dove vivono i Giudici amministratori. Non solo: diventano anche, cosa per carità sbagliatissima, giustizieri, come gli eroi della Marvel o della Dc Comics, anche loro con costumi fantastici e, quindi, ripuliscono le città.
I poliziotti sono vestiti da Spiderman e i carabinieri da Batman. Sto lavorando sul finale. Ci sono due possibilità. La prima è che Esmeralda e Reginaldo, figli rispettivamente di un poliziotto e di una carabiniera lei, di una poliziotta e di un carabiniere lui, trovano la grotta dove si nasconde il drago che ha fatto l’incantesimo che rende folli i Giudici amministratori, la distruggono e così liberano Distopia da tutti i suoi guai. Le istituzioni ricominciano ad amare i cittadini, gli stranieri tornano ai loro Paesi che aiuteranno a costruire e, una volta tornati a casa, Distopia torna a essere Utopia, il Paese del latte e del miele, quello che sempre avrebbe dovuto essere. L’altro finale alternativo potrebbe essere che Esmeralda e Reginaldo entrano in magistratura e la riformano, riportandola a un organo che amministra la giustizia non che impone distopie, ma mi sembra troppo fantastico. Il finale con il drago è più verosimile.
Si tratta di semplice opera di fantasia, assolutamente creativa, non è un’istigazione delinquere. Sto cercando un editore. Anche un produttore: il film potrebbe essere carino. Per chi fosse interessato, organizzo corsi di scrittura creativa, con in più un master gratuito sull’uso dell’ascia. È un ottimo strumento per spaccare la legna e non morire di freddo se e quando la nostra mamma Europa ci lascerà al gelo. Saper usare un’ascia è sempre utile. Just in case. Non si sa mai.
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Nel riquadro Ilario Castello, segretario del Nuovo sindacato carabinieri (Ansa)
Partiamo dal caso Rogoredo, con un agente indagato per omicidio volontario dopo aver sparato contro un pusher marocchino di 28 anni che puntava un’arma a salve. In base alla normativa vigente, che cosa deve aspettarsi il poliziotto?
«Per l’automatismo dell’attuale articolo 335 del Codice di procedura penale, il collega si è trovato iscritto con un capo di imputazione forte. Il messaggio che passa è che le forze dell’ordine vanno in giro ad ammazzare persone. Il poliziotto dovrà farsi carico della difesa legale e di tutte le altre spese del procedimento penale a suo carico».
Quindi né il dipartimento della pubblica sicurezza del ministero dell’Interno, né il ministero della Difesa intervengono a coprire le spese legali?
«Il ddl Sicurezza dello scorso anno prevedeva un rimborso fino a un massimo di 10.000 euro per ogni grado di giudizio. Ottima iniziativa, ma è solo un inizio e bisogna vedere per quale reato si sta procedendo: le spese possono essere di gran lunga superiori. Basti pensare alle perizie come nel caso Ramy»
Un poliziotto o un carabiniere indagato continua a percepire lo stipendio?
«Ogni amministrazione procede secondo i propri regolamenti. Nell’Arma spesso succede che ti ritrovi demansionato, con mancati guadagni. Non è esclusa la sospensione cautelativa da servizio, tra tre a 12 mesi. Anche se non è una sanzione definitiva, la sospensione comporta la limitazione delle attività operative e una riduzione del trattamento economico, il blocco delle progressioni di carriera. Oltre al danno, quindi, anche la beffa».
La vostra proposta di legge che cosa ha di diverso dal pacchetto sicurezza del governo, in fase di elaborazione?
«Prevede che l’amministrazione di appartenenza fornisca assistenza legale d’ufficio e supporto psicologico immediato al personale in divisa coinvolto in operazioni che hanno richiesto l’uso della forza o delle armi o che sono oggetto di indagine per fatti connessi al servizio. Sarà necessario un Fondo nazionale apposito, istituito presso il ministero dell’Interno, destinato a coprire direttamente le spese legali, comprese quelle relative a consulenze tecniche e perizie di parte nei vari gradi e fasi del procedimento».
Le altre vostre richieste quali sono?
«Partiamo dal contesto operativo: un poliziotto o un carabiniere non agiscono mai come privati cittadini, ma sempre come pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. Ogni azione, pur se compiuta individualmente, è espressione della funzione e autorità dello Stato, per questo è giustificata la copertura legale e risarcitoria. Salvo i casi di dolo o di colpa grave del poliziotto o del carabiniere, l’amministrazione di appartenenza si deve far carico dell’eventuale risarcimento dovuto alla parte civile».
Non è una richiesta di scudo penale?
«No, non cerchiamo privilegi, ma la necessaria serenità per operare con tutele concrete e inequivocabili e senza il timore di conseguenze sproporzionate. L’uso delle armi si presume sempre legittimo se esercitato da un poliziotto o da un carabiniere. Pensiamo a Rogoredo, contesto operativo rischiosissimo. L’agente ha intercettato un’arma simile a tutte quelle in uso presso le forze dell’ordine e ha dovuto fare il suo lavoro, fermare quella minaccia».
Diverso è se c’è abuso della forza.
«Certo, o dei mezzi di coercizione fisica, delle armi e in questi casi c’è dolo o colpa grave, altrimenti in servizio è legittimo, anzi obbligatorio intervenire. In Italia, invece, passa il concetto che prima sparano i cattivi e poi noi dobbiamo rispondere».
Chiedete anche il coinvolgimento del Viminale e del ministero della Difesa.
«Proponiamo modifiche al Codice di procedura penale, ovvero che l’atto dovuto dell’iscrizione di un operatore delle forze dell’ordine nel registro di reato, per principio di immedesimazione organica debba essere comunicata immediatamente anche all’amministrazione di appartenenza, che nominerà un proprio difensore, consulenti tecnici di parte. E non deve esserci l’obbligatorietà di indagare subito l’agente».
Il motivo?
«Le ripercussioni significative sulla serenità professionale e personale degli operatori di pubblica sicurezza: influenzano la loro capacità di agire con la necessaria prontezza e determinazione. Non c’è pericolo di fuga per noi, l’avviso di garanzia va emesso se emergono gravi indizi di colpevolezza».
Altro elemento che suggerite?
«L’introduzione di una nuova circostanza attenuante, riconosciuta quando il fatto è stato commesso in ragione di una percezione distorta, errata o sproporzionata del pericolo reale dovuta alla concitazione, all’urgenza o a un elevato livello di stress operativo. Come è accaduto a Rogoredo. Sarà il giudice a doverla valutare in base al livello di rischio oggettivo. E chiediamo l’eventuale sospensione dal servizio solo alla fine dei tre gradi di giudizio».
Come sta procedendo la vostra campagna di raccolta firme?
«Ne abbiamo raggiunto 30.000, il quorum è 50.000. Per chiedere al Parlamento di legiferare, basta sottoscrivere la proposta di legge cliccando su firmereferendum.giustizia.it, accedere con il proprio Spid e firmare».
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Nel riquadro Abderrahim Mansouri (Ansa)
A dettare il tono è stato il comunicato di Potere al popolo, che ha parlato di «un’altra vita spezzata nel quadrante sud di Milano», definendo l’intervento della polizia in borghese «ambiguo» e addirittura «provocatorio». Nel testo si arriva a contestare l’operazione antidroga in quanto tale, a evocare presunte «marginalità da far sparire» in vista delle Olimpiadi e a paragonare l’episodio milanese alle pratiche degli Stati Uniti, accusati di uccidere «a sangue freddo per strada» attraverso l’Ice. Considerazioni deliranti, ideologiche e scollegate dalla realtà di Rogoredo, ma che anticipano il clima della manifestazione annunciata in piazza XXV Aprile sabato prossimo, contro la presenza di agenti statunitensi a Milano, dove il caso Mansouri rischia di diventare l’ennesimo simbolo da piazza, come Ramy Elgaml. Mentre venerdì sera ci sarà una passeggiata per la sicurezza a Rogoredo promossa da Fratelli d’Italia e Gioventù nazionale, al fianco di residenti e polizia, per dire stop a degrado e insicurezza dopo anni di immobilismo della giunta di centrosinistra.
Dentro questo contesto si colloca anche la scelta della famiglia Mansouri di entrare formalmente nel procedimento come persona offesa. Da una parte c’è il racconto del poliziotto, confermato in questa fase da un collega che lo seguiva a breve distanza durante un servizio antidroga; dall’altra la linea dei familiari, che sostengono che la dinamica «non convince affatto» e chiedono che venga rimessa integralmente in discussione. Il pm Giovanni Tarzia, titolare dell’inchiesta, ha impostato un’indagine a tutto campo e ha chiarito di non voler lasciare nulla al caso. Sono stati disposti l’esame autoptico, le perizie balistiche, gli accertamenti sull’arma a salve impugnata dalla vittima, le analisi tossicologiche, le verifiche sull’organizzazione del servizio e la ricerca di immagini di videosorveglianza. È in questo quadro che si inserisce la decisione, contestata da più parti, di iscrivere l’agente per omicidio volontario: una qualificazione tecnica iniziale che consente tutti gli accertamenti irripetibili ma che appare difficilmente compatibile con i fatti finora emersi e che, anche nelle ipotesi più severe, sembrerebbe al massimo riconducibile a un profilo colposo, non certo a un’azione dolosamente diretta a uccidere.
Il fratello della vittima, assistito dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha depositato la nomina per partecipare a ogni accertamento con consulenti propri. Tra le richieste avanzate figura anche quella di acquisire e analizzare i cellulari degli agenti presenti durante l’operazione, nella convinzione che possano emergere elementi utili a ricostruire tempi e modalità dell’intervento. La stessa Piazza, con l’Agi, ha richiamato l’attenzione sulla presenza di una telecamera nelle immediate vicinanze del luogo della sparatoria, che potrebbe aver ripreso almeno in parte gli ultimi istanti di vita di Mansouri e che non risulta ancora acquisita.
Il dato su cui i legali della parte civile insistono è quello della distanza: secondo i primi rilievi della Scientifica, al momento dello sparo tra l’agente e Mansouri ci sarebbero stati circa 30 metri. Una distanza ritenuta «significativa». Ma è un elemento che, letto nel contesto operativo di Rogoredo, non viene considerato decisivo da chi difende l’operato della polizia: perché non conta che l’arma si sia poi rivelata una pistola a salve, ma che in quel momento apparisse come un’arma vera a chi se l’è vista puntare contro, in una delle aree più pericolose della città. Rogoredo, infatti, non è una periferia qualunque. Da almeno un decennio è la più grande piazza di spaccio di eroina a cielo aperto di Milano. Un contesto che spiega perché ogni intervento venga considerato ad altissimo rischio. In questo scenario, Abderrahim Mansouri non era un volto sconosciuto: già nel 2016 aveva tentato la fuga aggredendo un finanziere e cercando di sottrargli l’arma; negli anni successivi il suo nome e quello di altri membri della famiglia è tornato più volte nelle indagini sul traffico di droga nell’area. Secondo chi lo conosceva, amava sfidare le divise per far vedere «chi comandava» nella zona.
A fronte delle accuse e delle pressioni politiche è intervenuta anche Unarma, ricordando che l’operatore «ha agito in una situazione concitata, in pochi istanti, percependo un rischio reale per la propria vita» e che, nonostante ciò, «si trovi ora indagato». L’associazione parla di «emergenza sicurezza» per le forze dell’ordine e chiede tutele giuridiche più chiare perché, ha detto il segretario generale Antonio Nicolosi. Il Sap di Milano, con il segretario aggiunto Paolo Magrone, definisce «un po’ forte» ipotizzare che un poliziotto esca in servizio con la volontà di uccidere, giudicando la contestazione dell’omicidio volontario «molto dura» e ricordando che a Rogoredo si opera in un contesto rischioso, dove una pistola a salve senza tappo rosso è indistinguibile da un’arma vera.
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