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2018-12-22
Road map dell’autonomia regionale: sì alle bozze, intesa a metà febbraio
ANSA
L'autonomia è più vicina. Ieri, in consiglio dei ministri, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, della Lega, ha illustrato la bozza d'intesa con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Le novità sono state esposte dal premier, Giuseppe Conte, dal vicepremier Matteo Salvini e dal ministro Stefani.
«È stato compiuto», ha detto Conte, «un passaggio molto importante dal punto di vista politico. Abbiamo avviato il percorso dell'autonomia in tre regioni: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Si tratta di un iter che richiede del tempo ma finora non siamo rimasti con le mani in mano, perché il ministro Stefani già da tempo ha avviato un'istruttoria con i colleghi dei vari dicasteri. Oggi abbiamo delineato un percorso cronologico: intorno alla metà di gennaio completeremo l'istruttoria sulle varie materie. Ci sarà poi una fase finale nella quale ci saranno le valutazioni sul piano tecnico-giuridico ma anche politico. Vogliamo ritrovarci», ha proseguito Conte, «già per il 15 febbraio nelle condizioni di incontrare i presidenti delle Regioni interessate e nel caso sottoscrivere e avviare questo percorso che porterà all'intesa. Poi servirà una legge dello Stato».
Conte ha smentito le voci di contrasti tra Lega e M5s sull'argomento: «C'è assoluta unanimità», ha sottolineato il premier, «da parte di tutte le forze di governo, vogliamo realizzare questo impegno che è nel contratto di governo. Faremo in modo che non sia solo un arricchimento delle regioni del Nord interessate», ha chiarito Conte, «ma anche di quelle del Sud, valuteremo con molta attenzione la questione dell'articolo 116 della Costituzione nel rispetto dei principi di sussidiarietà e perequazione. Io sono il garante della coesione nazionale».
«Un'altra scadenza rispettata. Cinque mesi», ha sottolineato il vicepremier, Matteo Salvini, «di lavoro tecnico, il primo passaggio oggi (ieri, ndr) in consiglio dei ministri. Ci siamo impegnati entro il 15 gennaio a concludere il lavoro tecnico, con diversi ministeri la partita è già chiusa. Il 15 febbraio avremo la proposta dello Stato. Mi auguro che entro l'inverno l'iter sia completato, e che aderiscano a questo percorso anche i governatori delle regioni del Sud, penso per esempio alla Puglia che aveva manifestato interesse, ma anche all'Abruzzo e alla Basilicata: molti sono alla finestra a vedere se facciamo sul serio quando si accorgeranno che è così si aggregheranno e per me da segretario e da ministro sarà un giorno bellissimo. Vogliamo unire l'Italia nel rispetto delle diversità», ha aggiunto Salvini, «è una cosa che stiamo portando a compimento in questi primi sei mesi entusiasmanti di governo».
È toccato alla grande protagonista di questa delicata partita, il ministro Erika Stefani, commentare, con comprensibile soddisfazione, l'avvio del percorso che porterà all'autonomia: «Le Regioni che hanno fatto richiesta di maggiore autonomia», ha precisato la Stefani, «non sono solo Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ma anche Piemonte, Liguria, Toscana Umbria e Marche. Inoltre, il Piemonte proprio questa settimana mi ha portato il dossier che apre la fase della trattativa. Si tratta di una opportunità per tutte le Regioni italiane, nessuna esclusa. L'autonomia per le Regioni vuol dire che in queste materie avranno onori e oneri: potranno legiferare e amministrare valorizzando il proprio territorio, ma allo stesso tempo avranno la responsabilità delle loro azioni: dovranno fare bene», ha aggiunto la Stefani, «altrimenti il presidente, la giunta e i consiglieri se ne dovranno andare a casa».
«Un ulteriore e importante passo avanti», ha commentato il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, «e una data certa: il 15 febbraio il governo ci presenterà la sua proposta finale per raggiungere l'obiettivo del''autonomia. Valutiamo positivamente l'impegno dell'esecutivo che anche oggi ha confermato come il percorso che porterà la Lombardia a centrare l'obiettivo dell'autonomia prosegua spedito».
«Mai regalo di Natale più bello», ha esultato il presidente del Veneto, Luca Zaia, «i veneti avrebbero potuto trovare sotto l'albero. Per la prima vola nella storia della Repubblica entra nel consiglio dei ministri il progetto per l'autonomia del Veneto, viene analizzato e addirittura viene annunciata dal premier, dal vicepremier Salvini e dal ministro degli affari regionali Stefani una road map per l'intesa sull'autonomia da qui al 15 febbraio, indicata come data ultima per la firma».
Carlo Tarallo
Il patto del Nazareno può resuscitare alla Regione Abruzzo
Il patto del Nazareno? Non è morto. Anzi, potrebbe risuscitare, a un'ora e mezza di macchina dalla piazzetta del centro di Roma dove lo concepirono Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. In Abruzzo, infatti, si avvicina il giorno delle elezioni regionali: si vota il 10 febbraio 2019, dopo che è venuta meno l'ipotesi di un election day alle europee di maggio. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che parlano di una clamorosa rottura della coalizione di centrodestra. E, addirittura, di un sostegno esplicito di Forza Italia al candidato del Pd, l'ex vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini.
La premessa di un epilogo che sarebbe suicida per i partiti di centrodestra risale alle scorse settimane. Nel capoluogo di Regione, L'Aquila, si era consumata una spaccatura interna alla giunta guidata dal sindaco Pierluigi Biondi, di Fratelli d'Italia. L'assessore al Bilancio del Comune, una esponente di Forza Italia, si era schierata con il coordinatore regionale del partito, il senatore pescarese Nazario Pagano, contro il vicesindaco della città, che era in rotta con gli azzurri. Per tutta risposta, il sindaco Biondi aveva ritirato le deleghe all'assessore, scatenando le ire dell'altro deputato di Fi eletto nel collegio di Pescara, Antonio Martino (omonimo dell'ex ministro della Difesa).
Un fuoco di fila che apparentemente era condito solamente del classico campanilismo della provincia italiana (segnatamente, dell'atavico conflitto tra L'Aquila e Pescara). Il sindaco aquilano sponsorizzava la candidatura alla Regione del suo compagno di partito, il romano Marco Marsilio. Contro di lui e contro la gran parte dell'establishment di centrodestra del capoluogo, si era schierato appunto l'onorevole Martino. Costui, dopo la defenestrazione dell'assessore al Bilancio, aveva attaccato Biondi, criticandolo per aver sostenuto Marsilio, nato a Roma, rifiutando al contempo di cedere a lui, di Torre de' Passeri (vicino Pescara), la candidatura alla presidenza della Regione, con la scusa che era «originario di un Comune a 60 chilometri dal capoluogo», per citare la rimostranza dello stesso Martino. All'affondo di quest'ultimo, nonostante l'onorevole avesse poi provato a stemperare i toni, era seguita l'implosione di Forza Italia all'Aquila, con l'addio di cinque consiglieri comunali azzurri e la costituzione di un nuovo gruppo. Indipendente da Fi, in polemica con Martino e Pagano e stretto attorno alla figura del primo cittadino, vicino a Giorgia Meloni.
Quella che sembra soltanto cronaca locale potrebbe però celare sviluppi che farebbero molto rumore a livello nazionale. Al coordinamento regionale di Forza Italia, infatti, la figura di Marsilio proprio non va giù. E pur di non darla vinta a Fdi e soprattutto ai concorrenti del centrodestra aquilano, gli azzurri sarebbero pronti al salto della quaglia. Ossia, ad abbandonare gli alleati di sempre, convergendo sul piddino Legnini. Un avversario tutt'altro che da sottovalutare: secondo Il Tempo, i sondaggi in mano alla Lega e ai forzisti lo darebbero vincente (mentre quelli commissionati da Fratelli d'Italia vedono in netto vantaggio la candidata grillina, Sara Marcozzi).
La giustificazione del ribaltone sarebbe già pronta. Secondo fonti di stampa, nei giorni scorsi l'onorevole Martino avrebbe infatti evocato l'Altra Italia, il movimento lanciato la scorsa estate da Silvio Berlusconi in persona per rappresentare «la parte produttiva» del Paese, che non si riconosce nell'alleanza gialloblù al governo. Ossia, il patto del Nazareno bis sotto mentite spoglie, o semplicemente detto con altre parole.
Resta da domandarsi cosa farebbe la Lega, che in Abruzzo cresce sempre di più e che alcune rilevazioni stimano ben oltre il 20%. Finora il Carroccio è stato guardingo, con i generici appelli all'unità del segretario regionale Giuseppe Bellachioma, eletto alla Camera a marzo. In più, i leghisti sono consapevoli che una frammentazione del centrodestra equivarrebbe a un harakiri e regalerebbe una Regione appetitosa o ai pentastellati o, addirittura, ai dem, che la scorsa primavera erano usciti dalle urne con le ossa rotte. Anche perché, nel frattempo, un notabile del vecchio centrodestra regionale, l'ex deputato forzista Fabrizio Di Stefano, ha confermato che si candiderà con un insieme di liste civiche, drenando ulteriori consensi a destra. I salviniani sarebbero pronti a correre anche da soli. Ma noi scommettiamo che, se davvero tornasse il Nazareno, l'Abruzzo potrebbe replicare un altro esperimento nazionale: il contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle.
Alessandro Rico
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Avviato in Consiglio dei ministri il percorso per Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Smentiti contrasti tra Lega e M5s. Il ministro Erika Stefani: «Opportunità anche per le Regioni del Sud, con un solo impegno: far bene».In Abruzzo si vota il 10 febbraio 2019 e si parla di una clamorosa rottura nel centrodestra. Con Forza Italia a sostegno del Pd di Giovanni Legnini.Lo speciale contiene due articoliL'autonomia è più vicina. Ieri, in consiglio dei ministri, il ministro per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, della Lega, ha illustrato la bozza d'intesa con le regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Le novità sono state esposte dal premier, Giuseppe Conte, dal vicepremier Matteo Salvini e dal ministro Stefani. «È stato compiuto», ha detto Conte, «un passaggio molto importante dal punto di vista politico. Abbiamo avviato il percorso dell'autonomia in tre regioni: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna. Si tratta di un iter che richiede del tempo ma finora non siamo rimasti con le mani in mano, perché il ministro Stefani già da tempo ha avviato un'istruttoria con i colleghi dei vari dicasteri. Oggi abbiamo delineato un percorso cronologico: intorno alla metà di gennaio completeremo l'istruttoria sulle varie materie. Ci sarà poi una fase finale nella quale ci saranno le valutazioni sul piano tecnico-giuridico ma anche politico. Vogliamo ritrovarci», ha proseguito Conte, «già per il 15 febbraio nelle condizioni di incontrare i presidenti delle Regioni interessate e nel caso sottoscrivere e avviare questo percorso che porterà all'intesa. Poi servirà una legge dello Stato».Conte ha smentito le voci di contrasti tra Lega e M5s sull'argomento: «C'è assoluta unanimità», ha sottolineato il premier, «da parte di tutte le forze di governo, vogliamo realizzare questo impegno che è nel contratto di governo. Faremo in modo che non sia solo un arricchimento delle regioni del Nord interessate», ha chiarito Conte, «ma anche di quelle del Sud, valuteremo con molta attenzione la questione dell'articolo 116 della Costituzione nel rispetto dei principi di sussidiarietà e perequazione. Io sono il garante della coesione nazionale».«Un'altra scadenza rispettata. Cinque mesi», ha sottolineato il vicepremier, Matteo Salvini, «di lavoro tecnico, il primo passaggio oggi (ieri, ndr) in consiglio dei ministri. Ci siamo impegnati entro il 15 gennaio a concludere il lavoro tecnico, con diversi ministeri la partita è già chiusa. Il 15 febbraio avremo la proposta dello Stato. Mi auguro che entro l'inverno l'iter sia completato, e che aderiscano a questo percorso anche i governatori delle regioni del Sud, penso per esempio alla Puglia che aveva manifestato interesse, ma anche all'Abruzzo e alla Basilicata: molti sono alla finestra a vedere se facciamo sul serio quando si accorgeranno che è così si aggregheranno e per me da segretario e da ministro sarà un giorno bellissimo. Vogliamo unire l'Italia nel rispetto delle diversità», ha aggiunto Salvini, «è una cosa che stiamo portando a compimento in questi primi sei mesi entusiasmanti di governo».È toccato alla grande protagonista di questa delicata partita, il ministro Erika Stefani, commentare, con comprensibile soddisfazione, l'avvio del percorso che porterà all'autonomia: «Le Regioni che hanno fatto richiesta di maggiore autonomia», ha precisato la Stefani, «non sono solo Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna, ma anche Piemonte, Liguria, Toscana Umbria e Marche. Inoltre, il Piemonte proprio questa settimana mi ha portato il dossier che apre la fase della trattativa. Si tratta di una opportunità per tutte le Regioni italiane, nessuna esclusa. L'autonomia per le Regioni vuol dire che in queste materie avranno onori e oneri: potranno legiferare e amministrare valorizzando il proprio territorio, ma allo stesso tempo avranno la responsabilità delle loro azioni: dovranno fare bene», ha aggiunto la Stefani, «altrimenti il presidente, la giunta e i consiglieri se ne dovranno andare a casa».«Un ulteriore e importante passo avanti», ha commentato il governatore della Lombardia, Attilio Fontana, «e una data certa: il 15 febbraio il governo ci presenterà la sua proposta finale per raggiungere l'obiettivo del''autonomia. Valutiamo positivamente l'impegno dell'esecutivo che anche oggi ha confermato come il percorso che porterà la Lombardia a centrare l'obiettivo dell'autonomia prosegua spedito».«Mai regalo di Natale più bello», ha esultato il presidente del Veneto, Luca Zaia, «i veneti avrebbero potuto trovare sotto l'albero. Per la prima vola nella storia della Repubblica entra nel consiglio dei ministri il progetto per l'autonomia del Veneto, viene analizzato e addirittura viene annunciata dal premier, dal vicepremier Salvini e dal ministro degli affari regionali Stefani una road map per l'intesa sull'autonomia da qui al 15 febbraio, indicata come data ultima per la firma».Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/road-map-dellautonomia-regionale-si-alle-bozze-intesa-a-meta-febbraio-2624070432.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-patto-del-nazareno-puo-resuscitare-alla-regione-abruzzo" data-post-id="2624070432" data-published-at="1781446351" data-use-pagination="False"> Il patto del Nazareno può resuscitare alla Regione Abruzzo Il patto del Nazareno? Non è morto. Anzi, potrebbe risuscitare, a un'ora e mezza di macchina dalla piazzetta del centro di Roma dove lo concepirono Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. In Abruzzo, infatti, si avvicina il giorno delle elezioni regionali: si vota il 10 febbraio 2019, dopo che è venuta meno l'ipotesi di un election day alle europee di maggio. Ma si fanno sempre più insistenti le voci che parlano di una clamorosa rottura della coalizione di centrodestra. E, addirittura, di un sostegno esplicito di Forza Italia al candidato del Pd, l'ex vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini. La premessa di un epilogo che sarebbe suicida per i partiti di centrodestra risale alle scorse settimane. Nel capoluogo di Regione, L'Aquila, si era consumata una spaccatura interna alla giunta guidata dal sindaco Pierluigi Biondi, di Fratelli d'Italia. L'assessore al Bilancio del Comune, una esponente di Forza Italia, si era schierata con il coordinatore regionale del partito, il senatore pescarese Nazario Pagano, contro il vicesindaco della città, che era in rotta con gli azzurri. Per tutta risposta, il sindaco Biondi aveva ritirato le deleghe all'assessore, scatenando le ire dell'altro deputato di Fi eletto nel collegio di Pescara, Antonio Martino (omonimo dell'ex ministro della Difesa). Un fuoco di fila che apparentemente era condito solamente del classico campanilismo della provincia italiana (segnatamente, dell'atavico conflitto tra L'Aquila e Pescara). Il sindaco aquilano sponsorizzava la candidatura alla Regione del suo compagno di partito, il romano Marco Marsilio. Contro di lui e contro la gran parte dell'establishment di centrodestra del capoluogo, si era schierato appunto l'onorevole Martino. Costui, dopo la defenestrazione dell'assessore al Bilancio, aveva attaccato Biondi, criticandolo per aver sostenuto Marsilio, nato a Roma, rifiutando al contempo di cedere a lui, di Torre de' Passeri (vicino Pescara), la candidatura alla presidenza della Regione, con la scusa che era «originario di un Comune a 60 chilometri dal capoluogo», per citare la rimostranza dello stesso Martino. All'affondo di quest'ultimo, nonostante l'onorevole avesse poi provato a stemperare i toni, era seguita l'implosione di Forza Italia all'Aquila, con l'addio di cinque consiglieri comunali azzurri e la costituzione di un nuovo gruppo. Indipendente da Fi, in polemica con Martino e Pagano e stretto attorno alla figura del primo cittadino, vicino a Giorgia Meloni. Quella che sembra soltanto cronaca locale potrebbe però celare sviluppi che farebbero molto rumore a livello nazionale. Al coordinamento regionale di Forza Italia, infatti, la figura di Marsilio proprio non va giù. E pur di non darla vinta a Fdi e soprattutto ai concorrenti del centrodestra aquilano, gli azzurri sarebbero pronti al salto della quaglia. Ossia, ad abbandonare gli alleati di sempre, convergendo sul piddino Legnini. Un avversario tutt'altro che da sottovalutare: secondo Il Tempo, i sondaggi in mano alla Lega e ai forzisti lo darebbero vincente (mentre quelli commissionati da Fratelli d'Italia vedono in netto vantaggio la candidata grillina, Sara Marcozzi). La giustificazione del ribaltone sarebbe già pronta. Secondo fonti di stampa, nei giorni scorsi l'onorevole Martino avrebbe infatti evocato l'Altra Italia, il movimento lanciato la scorsa estate da Silvio Berlusconi in persona per rappresentare «la parte produttiva» del Paese, che non si riconosce nell'alleanza gialloblù al governo. Ossia, il patto del Nazareno bis sotto mentite spoglie, o semplicemente detto con altre parole. Resta da domandarsi cosa farebbe la Lega, che in Abruzzo cresce sempre di più e che alcune rilevazioni stimano ben oltre il 20%. Finora il Carroccio è stato guardingo, con i generici appelli all'unità del segretario regionale Giuseppe Bellachioma, eletto alla Camera a marzo. In più, i leghisti sono consapevoli che una frammentazione del centrodestra equivarrebbe a un harakiri e regalerebbe una Regione appetitosa o ai pentastellati o, addirittura, ai dem, che la scorsa primavera erano usciti dalle urne con le ossa rotte. Anche perché, nel frattempo, un notabile del vecchio centrodestra regionale, l'ex deputato forzista Fabrizio Di Stefano, ha confermato che si candiderà con un insieme di liste civiche, drenando ulteriori consensi a destra. I salviniani sarebbero pronti a correre anche da soli. Ma noi scommettiamo che, se davvero tornasse il Nazareno, l'Abruzzo potrebbe replicare un altro esperimento nazionale: il contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle. Alessandro Rico
Ansa
Per prima cosa sento il dovere di avvertire i piccoli risparmiatori che per ridurre i rischi di perdite nel settore tecnologico/borsistico futurizzante dovrebbero inserire il loro denaro in strumenti finanziari gestiti da soggetti professionali. Non è roba per il fai da te. Raccomandazione rinforzata da una notevole varietà di opinioni specialistiche sulle prospettive di guadagno di SpaceX. Da un lato lo scenario di medio-lungo termine trova probabilità ottimistiche. Ma, dall’altro, quello di breve-medio individua un’altalena di valori, con rischio di dimezzamento. Come mai, allora, venerdì scorso la domanda di azioni di SpaceX è arrivata a 250 miliardi di dollari a fronte di un’offerta di 75, portando la capitalizzazione dell’azienda verso i 2.000 miliardi di dollari, quasi il Pil italiano?
I grandi fondi finanziari possono gestire senza gravi problemi un’altalena di valori e tra questi i fondi sovrani, in particolare arabi, hanno la forza finanziaria per scambiare investimento con accessi alla tecnologia. L’agenzia Bloomberg ha rilevato che almeno 70 dei 250 miliardi detti sono stati proposti da piccoli risparmiatori trainati dalle aspettative o speranze speculative di brevissimo periodo. Per capire il fenomeno è utile osservare l’andamento dei titoli tecnologici statunitensi negli ultimi 10-15 anni: prevale il numero di quelli (grandi) che hanno moltiplicato in quantità enorme il loro valore e tale evidenza regge una profezia ottimistica sulle capacità delle aziende tecnologiche statunitensi di cambiare il mondo ottenendo per un certo periodo un monopolio super tecnologico con poca concorrenza che favorisce iper-guadagni. Per esempio, l’azienda innovativa Tesla di Musk in pochi anni ha ottenuto una capitalizzazione molto più elevata di altre case automobilistiche tradizionali. Probabilmente nel prossimo futuro ci saranno più competitori e i valori verranno riequilibrati dalla concorrenza, ma per un periodo non breve gli investitori iniziali hanno visto un aumento enorme del loro investimento iniziale. In sintesi, la speranza di superprofitti per le quotate tecnologiche statunitensi non è infondata. Tuttavia, prudenza come detto sopra.
Studio da almeno 25 anni lo scenario di esoeconomia cercando di capire il momento in cui avrà un ciclo di capitale autonomo e dinamico. Finora l’economia extraterrestre è stata finanziata per lo più con denaro statale in buona parte connesso agli investimenti di superiorità militare per scopi di dominio osservativo sulla superficie terrestre. Ora ci sono i primi segnali - in realtà anticipati già da un decennio - di irruzione del capitale privato nel settore. Non parlo di turismo spaziale strapagato che resta una piccola cosa, pur affascinante. Vedo invece nella logica di SpaceX una forte spinta a creare un esociclo specifico del capitale. Lanciatori a parte, Musk ha integrato Starlink (megarete satellitare per comunicazioni) ed esosistemi di Intelligenza artificiale. Questi ultimi hanno il potenziale di semplificare e velocizzare le immagini e altri dati della superficie terrestre ora ottenuti con procedure più complesse e nodi di inefficienza. Qui il potenziale di profitto è enorme. Ma in prospettiva il progetto di portare esseri umani su Marte ne promette di più. Migliaia di nuove tecnologie, dalla costruzione di astronavi in cantieri spaziali alla robotica medica. Siamo, vicini ad un esosalto entro uno scenario di 30-40 anni. Accelerato dalla esocompetizione tra America e Cina che potrebbe essere ancor più velocizzata dall’irruzione dall’Intelligenza artificiale basata su tecnologia quantistica che preferisco chiamare «robotica cognitiva». L’irruzione del capitale privato è un acceleratore dello sfruttamento e concorrenza nell’esospazio. Chi è ottimista su questo scenario secondo me non sbaglia l’analisi di destino, ma deve fare attenzione ai tempi di rendimento di un ciclo di capitale esospecifico. Che secondo me sarà massimo nel settore della robotica.
Non posso evitare di scrivere che, in base ai dati, il potenziale dell’industria italiana per la robotica eso, endo, aerea e sub è enorme. Ma il capitale privato di investimento che servirebbe per ingrandire le aziende specializzate nel settore è scarso. Saranno di manifattura italiana le costruzioni della futura base lunare nel programma statunitense Artemis. Semplificando, sono decine i settori esospaziali dove la tecnologia residente in Italia è la più evoluta nel mondo. Ma tutto questo potenziale è sottocapitalizzato come osservato con amarezza giustamente provocatoria da Mario Draghi: una start up di qualità innovativa promettente in Italia e in Europa deve andare in America per trovare i capitali utili al suo sviluppo. Cioè i Musk li abbiamo - forse anche migliori - ma non le regole e il luogo per capitalizzarli. E aggiungo che paradossalmente in Italia abbiamo un livello di risparmio tra i più alti al mondo. Sto proponendo un Nasdaq in Italia che capitalizzi le aziende tecnologiche residenti e attiri quelle europee e del Mediterraneo e perfino americane o giapponesi?
Sì, senza offesa per Euronext o autorità borsistiche oppure per chi pone troppi limiti ai fondi di investimento. Ma la rivoluzione tecnologica va gestita con più libertà per sperimentazioni ed investimenti e non con più regole.
www.carlopelanda.com
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Si è chiusa la 99ª edizione della Freccia Rossa, tra paesaggi italiani e auto d'epoca. Il successo è andato agli argentini Juan e Margarita Tonconogy, che riportano il loro nome nell'albo d'oro dopo sei anni di dominio di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli.
C'è chi la definisce la corsa più bella del mondo e chi, da quasi un secolo, la considera un rito capace di raccontare l'Italia attraverso le sue strade. La 1000 Miglia continua a essere molto più di una competizione automobilistica: è il fascino senza tempo delle vetture storiche, l'abbraccio delle piazze gremite e il legame tra tradizione sportiva e territorio.
L'edizione 2026 si è chiusa a Brescia con il trionfo degli argentini Juan e Margarita Tonconogy, vincitori a bordo di un'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931. Un successo che interrompe la lunga egemonia di Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, protagonisti delle ultime sei edizioni della Freccia Rossa. Per Juan Tonconogy si tratta del quarto successo personale alla 1000 Miglia, dopo quelli conquistati nel 2013, nel 2016 e nel 2018. Questa volta, però, il trionfo assume un significato particolare: a condividere l'abitacolo dell'Alfa Romeo 6C 1750 GS Spider Zagato del 1931 c'era la sorella Margarita, con cui il pilota argentino conquista la sua prima vittoria in coppia. Alle loro spalle si sono classificati proprio Andrea Vesco e Fabio Salvinelli, secondi su Alfa Romeo 6C 1750 SS Spider Zagato del 1929 al termine di un confronto serrato che ha accompagnato gran parte della corsa. Sul terzo gradino del podio sono saliti Lorenzo e Mario Turelli, autori di una prova regolare e precisa sulla O.M. 665 S MM Superba del 1929. Nella Coppa delle Dame si conferma invece Silvia Marini che, insieme a Francesca Ruggeri su Cisitalia 202 S MM Spider del 1947, conquista ancora una volta il successo nella classifica riservata agli equipaggi femminili. Nel Ferrari Tribute 1000 Miglia hanno esultato Vittorino Battaglia e Giordano Mozzi su Ferrari 488 Spider del 2019, mentre nella Gran Turismo Experience il successo è andato a Shimitzu Ryotaro e Jari-Matti Latvala.
L'edizione 2026 si chiude dopo cinque intense tappe e quasi 2.000 chilometri percorsi lungo alcune delle strade più suggestive della Penisola. Un itinerario che ha unito la sfida sportiva alla scoperta del territorio, mettendo alla prova gli equipaggi attraverso 144 Prove Cronometrate e 8 Prove di Media. Partita da Brescia, la carovana della Freccia Rossa ha attraversato per la prima volta la Val Trompia e la Val Gobbia, per poi proseguire verso il lago di Garda e il Veneto. Dopo il passaggio sul Passo dell'Abetone, la corsa ha toccato Toscana e Lazio, regalando immagini simboliche come le prove sulle mura di Lucca e la sosta in Piazza del Campo a Siena. La risalita verso l'Adriatico ha portato gli equipaggi ad Assisi, con il passaggio sul sagrato della Basilica di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola nel ricordo di San Francesco, prima di attraversare la Gola del Furlo e raggiungere San Marino. L'ultima tappa, partita da Rimini, ha accompagnato le vetture storiche attraverso Ferrara e Mantova fino al ritorno a Brescia, dove il Controllo Orario finale e la tradizionale passerella in viale Venezia hanno sancito la conclusione della manifestazione.
Archiviata l'edizione numero 99, lo sguardo è già rivolto al prossimo appuntamento. Il 2027 sarà infatti l'anno del Centenario: la 1000 Miglia tornerà alla sua tradizionale collocazione di fine maggio, dal 22 al 29, pronta a scrivere un nuovo capitolo della sua lunga storia.
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